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I nuovi equilibri nel campo largo, la vittoria senza trionfo di Meloni e le altre notizie della giornata

Il racconto della giornata di lunedì 10 giugno 2024 con le notizie principali del giornale radio delle 19.30. La delegazione del Pd elegge 21 eurodeputati e diventa la più grande del gruppo dei Socialisti e Democratici all’Europarlamento. Meloni ha diversi motivi per dirsi soddisfatta dopo il risultato elettorale, ma non si è trattato un trionfo e un sabotaggio potrebbe essere dietro l’angolo. E anche quest’anno la mappa della povertà è sovrapponibile a quella del non voto. Nei numeri l’alternativa alla destra, in vista delle politiche del 2027 può essere costruita, ma gli ostacoli sono ancora molti. La politica europea alle prese con il dopo-elezioni e il caso di Francia e Germania alle prese con l’avanzata delle destre.

Gli equilibri nel campo largo dopo il voto di ieri

La delegazione del Partito Democratico elegge 21 eurodeputati e diventa la più grande del gruppo dei Socialisti e Democratici all’Europarlamento. Per Elly Schlein il 24% è stato un ottimo risultato. La segretaria del Pd questa mattina in conferenza stampa ha rilanciato il campo largo forte del successo sui 5 Stelle che si sono fermati al 10%. Appelli all’unità anche da Alleanza Verdi e Sinistra che, col 6,7%, ottiene quasi il doppio rispetto al voto nazionale del 2022. La candidata di punta, Ilaria Salis, è stata eletta con oltre 176mila preferenze e ora aumentano le speranze di una liberazione dai domiciliari in cui è costretta in Ungheria.

(di Anna Bredice)

Il campo largo si è visto vincente in alcune città al voto. Alle amministrative le alleanze ancora funzionano e diventano un punto di svolta per il cambiamento. A livello nazionale ci sono per ora le buone intenzioni del Partito Democratico e i risultati: se si sommano PD e AVS si raggiunge il 30%. Se si sommano tutti i voti delle opposizioni, questi sono la maggioranza rispetto a quelli della destra, tenendo però conto dell’enorme deserto lasciato indietro dall’astensione. Nei numeri quindi l’alternativa alla destra, in vista delle politiche del 2027 può essere costruita, ma gli ostacoli sono ancora molti. “Vogliamo creare qualcosa per e non contro qualcuno”, ha ribadito la segretaria del Pd, “veti non ne abbiamo mai posti ma nemmeno vogliamo subirli”. Il riferimento è abbastanza chiaro ai Cinque Stelle e a ciò che ora farà Giuseppe Conte. Radicalizzerà ancora di più la sua competizione con il partito democratico, oppure si siederà al tavolo con Elly Schlein accettando la sua leadership per un campo largo, combattendo insieme la destra in Parlamento? Non è chiaro, perché la stessa guida dei Cinque Stelle non è più così sicura per l’ex Presidente del Consiglio. La perdita di voti è stata troppo forte, soprattutto al Sud, persi nell’astensionismo e in parte andati al Pd. C’è la sinistra e questa sarebbe l’alleanza forse più naturale per Elly Schlein, almeno teoricamente, per battaglie e obiettivi comuni. Avs e Pd sono i partiti che hanno avuto il maggior balzo in avanti in termini di voti. Ilaria Salis, verso cui il presidente del Senato si rivolge in maniera ancora sprezzante, “una elezione non democratica”, dice, ha avuto più voti del ministro degli Esteri che avrebbe dovuto darsi da fare molto di più per la sua liberazione. L’ex Terzo polo ora è stati fermato dal voto di ieri, asciugato dalla calamita di Forza Italia. E poi c’è il partito democratico, Elly Schlein si può dire molto soddisfatta, ma i voti che ha preso sono minori di altri candidati del partito, che appartengono alla minoranza, a cominciare da Bonaccini e poi dal caso Decaro, al Pd ritengono che sia la forza del partito dei sindaci, ma l’ex sindaco di Bari ha superato di gran lunga i candidati di Elly Schlein, a cominciare da Lucia Annunziata o da Ruotolo.

Meloni vince, ma non è un trionfo

A destra il voto delle europee ha confermato la leadership di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia ha sfiorato il 29%. Salvini si dice soddisfatto, ma la Lega ha perso circa 400mila voti.

(di Luigi Ambrosio)

Meloni ha diversi motivi per dirsi soddisfatta. È una delle poche leader di governo ad essere andata bene, insieme a Sanchez in Spagna e ai capi di governo, tra gli altri, di paesi dal peso specifico meno importante, come Irlanda e Romania. Questo le consentirà di proporsi come punto di riferimento della destra che ha vinto in Europa, insieme alla trionfante Marine Le Pen in Francia.
A Roma poi esce rafforzata anche nei confronti dei suoi alleati: le prime analisi dei flussi certificano che il suo partito ha sottratto voti sia a Forza Italia che alla Lega.
Tutto bene quindi? Non del tutto. Nessuno le può assicurare che Salvini, in decisa crisi dopo il voto di ieri, non cominci di nuovo a esercitarsi in una delle sue specialità, quella di fare il corsaro e il sabotatore del governo. Ricordiamo cosa ha detto Vannacci in campagna elettorale: se non mi lasceranno fare quello che voglio inizierò coi sabotaggi. Un messaggio che a Palazzo Chigi non possono non aver colto. Un altro problema di Meloni è che Fratelli d’Italia continua a essere lei. A differenza del Pd, dove i voti sono molto distribuiti, nel suo partito dietro di lei c’è il vuoto. Le preferenze lo certificano in maniera netta. Un voto a Fratelli d’Italia è un voto a lei, primariamente, e solo in misura minore ai Lollobrigida, ai Donzelli e ai tanti impresentabili. Tutta gente che senza la leadership di Meloni non andrebbe da nessuna parte. Se poi guardiamo ai numeri reali, Fratelli d’Italia non ha certo sfondato. Il partito della Presidente del Consiglio perde voti in termini assoluti rispetto alle elezioni politiche. È un dettaglio, dato che si ragiona sempre sulle percentuali. Ma attenzione, il futuro politico di Giorgia Meloni si gioca su una scommessa: la vittoria al referendum costituzionale sulla riforma del premierato. Le elezioni di ieri, per quanto possa essere azzardato il parallelo, dicono che quei voti a oggi non ci sono.

L’astensione è figlia dell’aumento della povertà

(di Massimo Alberti)

Da molto tempo, ormai, l’andamento dell’astensione è strettamente legato alla disuguaglianza di reddito in ogni sua forma: economica, di servizi, di istruzione. Da molti anni le mappe della povertà sono sovrapponibili a quelle del non voto. Questa elezione non ha fatto eccezione. Sono ormai numerosi gli studi che indicano questa correlazione consolidata nel tempo. Nella recente analisi del Sole24Ore “la bomba a tempo del non voto” emerge come i comuni più colpiti dal non voto abbiano anche il tasso più alto di disoccupazione, ed il reddito più basso, fino al -23% rispetto alla media nazionale, e con meno occupati nel settore industriale. In questa direzione va anche lo studio di 4 ricercatori della Normale e pubblicato su una prestigiosa rivista internazionale di economia. Analizzando gli indici di disuguaglianza salariale tra tutti i lavoratori in Italia per ogni anno, all’aumentare della disuguaglianza salariale, il non voto aumenta in modo statisticamente significativo. La tendenza arriva da lontano: gli economisti Francesco Bloise e Mario Pianta partono dal 1994, per notare che nelle regioni la crescita dell’ astensione si associa alla disuguaglianza di reddito, alla quota di lavoratori poveri, alla compressione verso il basso dei redditi medi, alla disoccupazione, lo conferma uno studio dell’American Journal of Politics Science sulla città di Bologna, alla quota di lavoro precario: a questo proposito il sociologo Dario Tuorto in “L’attimo fuggente, giovani e non voto in Italia” mostra come l’astensione giovanile cresca più tra chi ha contratti precari. Ci sono poi le rilevazioni demoscopiche di Tecnè, che evidenzia la proporzionalità tra calo del reddito e aumento di astensione, il rapporto Censis che rileva come al peggiorare delle condizioni economiche, si abbassi la partecipazione. Il legame tra astensione e reddito pro capite è ben evidente anche negli studi del matematico Riccardo Cesari. Dai dati dell’ultimo decennio si ricava che, a fronte di un aumento di oltre 11 punti dell’astensione, tutti gli indicatori di povertà assoluta e relativa sono aumentati sia a livello nazionale sia nelle macroaree del Nord e del Mezzogiorno. È esattamente quanto successo nell’ultima tornata elettorale, dove la crescita della povertà rilevata dall’istat è sovrapponibile alla crescita dell’astensione. Astensionismo da esclusione o astensionismo involontario, come viene definito dal libro bianco presentato da una commissione di esperti due anni fa in parlamento. Molto lontano dalla lettura moralista, classista e consolatoria, del menefreghismo che circola anche a sinistra.

 

La politica europea dopo le elezioni

“Per formare la nuova maggioranza all’europarlamento parlerò con le grandi famiglie europee, socialisti e liberali. Abbiamo già lavorato bene insieme”.
Lo ha detto la presidente uscente della commissione UE, Ursula Von Der Leyen, che però ha aggiunto di voler tenere le porte aperte anche ad altri contatti.
All’indomani della chiusura dei seggi per le elezioni europee le parole della Von Der Leyen riassumono perfettamente il momento politico. La maggioranza al parlamento di Strasburgo non dovrebbe essere a rischio, ma l’avanzata dell’estrema destra – che vorrà dire leader dell’estrema destra anche nel consiglio europeo dove si ritrovano i capi di stato e di governo – obbligherà ad altri calcoli politici.

Da oggi sono tutti al lavoro per capire come muoversi. Chi per formare una maggioranza che troverà la sua espressione nella futura commissione, chi per influenzare il più possibile le future decisioni dell’Unione Europea, in un contesto politico in rapido mutamento, a partire dalla crescita delle destre.

(di Alessandro Principe)

Il giorno dopo le elezioni, qui a Bruxelles l’Europarlamenro si è svuotato. L’atmosfera febbrile della notte scorsa ha già lasciato il posto alle trattative che si fanno lontano da telecamere e microfoni. La posta in gioco è alta. 
Questa sera Ursula Von der Leyen farà una videoconferenza con i leader del Partito Popolare europeo. È il primo giro di tavolo che conta, perché è il Ppe che ha il pallino in mano. La frase chiave sulle alleanze, compresa quella con le Destre, è della stessa Von der Leyen: “Lascio la porta aperta”. È chiaro il senso: la maggioranza che sostiene la Commissione sarà ancora formata da Popolari, Socialisti e Liberali, che hanno i numeri. Ma sarà difficile non tenere conto dell’avanzata delle Destre in molti paesi. E quindi non guardare anche a Destra del Ppe, nonostante il no di Socialisti e Liberali.
 

Il Ppe resta il partito più grande e anzi si rafforza. I Socialisti sono stabili. Ma pesa la sconfitta di Scholz. I Liberali crollano per la debacle di Macron. I due partiti di Destra crescono anche se non di molto, sommati non raggiungono i Socialisti. Male i Verdi. Stabile la Sinistra.
Quindi la maggioranza Ursula c’è. Ma il quadro politico uscito dalle urne peserà. Le Destre vogliono contare nei posti importanti quando poi ci sarà da decidere di ambiente, diritti, migranti, economia. L’Europa si ritrova più conservatrice e sotto la pressione della Destra sovranista.

Francia e Germania alle prese con l’avanzata delle destre

Il primo leader europeo a fare una mossa di fronte a un nuovo scenario politico è stato Macron, che ieri sera ha annunciato a sorpresa elezioni anticipate in Francia, tra sole tre settimane. I partiti francesi, colti di sorpresa, stanno studiando come fare campagna elettorale. Da Parigi Francesco Giorgini:

L’avanzata dell’estrema destra è stata molto chiara in Germania, il principale paese europeo.
Dal voto è uscito malissimo il cancelliere Scholz. Da Berlino il nostro collaboratore Arturo Winters:


 

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