Approfondimenti

Pinocchio all’Inferno

La circostanza è curiosa: Antonio Latella, uno dei maggiori protagonisti della scena teatrale italiana, si sofferma a dare gentilmente spiegazioni a mamme e bambini che, incautamente, sono venuti al Piccolo Teatro Strehler a vedere il suo “Pinocchio”, pensando che si tratti di una innocua versione della celebra favola di Collodi.

Accadeva dopo le prime repliche del nuovo spettacolo firmato dal regista e prodotto dal Piccolo Teatro. Poi, l’equivoco si è gradualmente chiarito: questo “Pinocchio” è certamente quello di Collodi ma ne rappresenta l’animo oscuro e il volto meno rassicurante.

Un allestimento destinato a lasciare il segno nella memoria e nei sensi degli spettatori, addetti ai lavori o no: il Pinocchio di Latella è un burattino/bambino/adolescente nato dal capriccio di un padre anziano e anaffettivo, che mangia e beve i trucioli che piovono incessantemente sulla scena, non riesce a dire “mamma”, porta appeso al collo il pesante ceppo di legno da cui è nato e cerca di difendersi da una legione di adulti e fantasmi, di cui la Fatina Azzurra non è affatto la rappresentante benigna.

Come forse nelle originarie intenzioni di Collodi (che aveva condannato a morte il suo primo Pinocchio, per poi emendare la fiaba su istanza dei piccoli lettori), questo Pinocchio è acido e straziante, aggressivo e indifeso, pericolosamente simile a tanti adolescenti contemporanei ma forse anche a quelli dei bei tempi andati, quando molestie e maltrattamenti certo non mancavano, bastava non parlarne in pubblico.

Perennemente in viaggio fra due mondi, un cupo aldilà assai realistico (e punteggiato da riferimenti danteschi) e un aldiqua altrettanto infernale (con citazioni di letteratura contemporanea e squarci di urgente attualità), lo sventurato/mefistofelico Pinocchio obbliga il suo impavido interprete (Christian La Rosa) e tutto l’eccellente cast dello spettacolo ad acrobazie fisiche e, diremmo, anche morali.

Non c’è remissione, nè per gli adulti, nè per i burattini che diventano bambini e poi uomini, destinati a trascinarsi dietro i brutti ricordi e le domande senza risposta per tutta la vita. Con buona pace di Disney e dei suoi finali melensi.

Impossibile dire se si tratti di un “bello” spettacolo, l’aggettivo stavolta è davvero poco appropriato. Di certo, è uno spettacolo indimenticabile.

E attenzione, lo ripetiamo: NON è uno spettacolo per bambini!

ANTONIO LATELLA PINOCCHIO

  • Autore articolo
    Ira Rubini
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