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Jeffrey Schnapp: dalla mobilità alla “Moveability”

Meet the media guru

Meet the Media Guru è una piattaforma di disseminazione della cultura digitale e dell’innovazione con la missione di contribuire a colmare il divario digitale nel nostro Paese. Martedì 11 Giugno la piattaforma organizza un incontro con Jeffrey Schnapp designer, umanista statunitense e docente ad Harvard, dov’è anche co-direttore del Berkman Klein Center for Internet and Society. (altro…)

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    Ira Rubini
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Approfondimenti

Volevamo tutto!

Nanni Balestrini

“Una mattina ci siam svegliati 1. Buona Giornata a tutti sono le 7 e 30 da Radio Popolare.”

Questo è il titolo del primo capitolo del libro Una mattina ci siam svegliati (Baldini&Castoldi) di Nanni Balestrini, poeta, scrittore, artista totale, saggista, sceneggiatore, scomparso a Roma a 83 anni. Un esempio significativo di come Balestrini traesse ispirazione dalla parola viva, dai reperti sonori per la sua opera letteraria, in quel caso una fedele trascrizione dell’intera diretta che Radio Popolare aveva dedicato al lunghissimo e indimenticabile corteo del 25 aprile 1994 a Milano.

Nato a Milano nel 1935, Nanni Balestrini è stato animatore culturale, sperimentatore coraggioso, protagonista e narratore della “grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale” degli anni ’60, ma non aveva mai smesso di pensare, creare, progettare il futuro, fino agli ultimi giorni di vita.

Fra i primi esponenti della Neoavanguardia, aveva fatto parte del Gruppo 63 e con il romanzo Vogliamo tutto aveva saputo dare corpo e voce all’agitazione giovanile che avrebbe determinato per milioni di giovani europei la scelta della contestazione e della miltanza politica.

Fra gli altri suoi romanzi: Tristano (Feltrinelli), La violenza illustrata (Einaudi), Gli invisibili (Bompiani), L’editore (Bompiani) recentemente adattato per il teatro.

Fra le raccolte di poesia: Come si agisce (Feltrinelli),  Ma noi facciamone un’altra (Feltrinelli), Le ballate della signorina Richmond (Cooperativa scrittori,  Il ritorno della signorina Richmond (Becco giallo), Osservazioni sul volo degli uccelli, poesie 1954-56 (Libri Scheiwiller),  Il pubblico del labirinto (Libri Scheiwiller), Elettra (L. Sossella).

Nella trasmissione Cult di Radio Popolare, la giornalista e voce storica di Radio Popolare Bruna Miorelli e la critica d’arte e curatrice indipendente Manuela Gandini lo hanno ricordato.

“Per molti anni Nanni Balestrini ha collaborato con Radio Popolare, aveva scritto un testo per un nostro sceneggiato radiofonico, aveva curato e condotto alcune trasmissioni e aveva creato anche il laboratorio di scrittura Ricercare, che abbiamo seguito sempre da vicino,” ci ha detto Bruna Miorelli.

“Era un personaggio, come si dice oggi, crossmediale, usava tutto ciò che era a disposizione. La parola per lui era un fatto formale, non un’entità astratta e, quando analizzava il linguaggio, lo faceva in tutti i limiti che il linguaggio stesso imponeva alla società. C’era sempre una posizione politica, anche se lui non si è mai definito artista politico. La parola diventava disegno, il discorso veniva spezzato, le frasi diventavano monche e si ricostruiva un nuovo discorso, alla maniera dei Situazionisti,” ha osservato Manuela Gandini.

Bruna Miorelli, che da sempre ha seguito l’opera letteraria, poetica e saggistica di Nanni Balestrini, ha ricordato: “Vogliamo tutto è diventato un best-seller in Italia ma è stato anche tradotto molto all’estero. Balestrini aveva attuato la sperimentazione tipica delle Neoavanguardie nella forma linguistica, per esempio togliendo punti e virgole dal testo. La sperimentazione era di forma ma anche di contenuto, nel romanzo si narra la storia di un giovane operaio venuto dal Sud, nel passaggio dall’essere forse un qualunquista, a divenire un giovane appartenente al Movimento.”

Manuela Gandini, che nel 2016 ha curato per Fondazione Mudima la mostra “Vogliamo tutto”, ispirata proprio al romanzo più noto di Nanni Balestrini, ha dichiarato: “Fu una grande raccolta, che ci ha fatto fare un viaggio negli anni ’70, tuttora importantissimi perché hanno dato indicazioni molto precise su dove si dovesse andare, in quegli anni si sono scardinate delle costrizioni, si sono aperte strade e utopie. Ho conosciuto Nanni Balestrini attraverso il suo libro “cult”, Vogliamo Tutto, che mi ha dato una grandissima felicità. Uno slogan che non dovremmo mai dimenticare, anche se le condizioni intorno a noi sembrano terrificanti, con la restaurazione spaventosa di questi ultimi anni. Ma Nanni Balestrini non è scomparso: ha lasciato un’eredità enorme e ci passa il testimone. Dovremmo prenderci la responsabilità personale di continuare a lottare, per vedere dov’è la luce e quali sono i nostri potenziali, mettendoli in atto nel quotidiano. Semplicemente, una rivoluzione continua e interna.”

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    Ira Rubini
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Doris Femminis “Ogni angoletto viene smussato”

Doris Femminis

In questi giorni è in uscita Fuori per sempre (ed. Marcos y Marcos), un romanzo che sta raccogliendo molto interesse. La sua autrice, Doris Femminis, è ticinese ed è stata recentemente ospite del Salone del Libro di Torino. Il romanzo parla di destini incrociati e di giovinezza difficile perché spesso attraversata da dubbi, disagio psicologico e talvolta psichiatrico. (altro…)

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    Ira Rubini
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Approfondimenti

Milo Rau: “Le radici della violenza”

milo rau

Al Piccolo Teatro Strehler di Milano è andato da poco in scena The Repetition, del pluripremiato drammaturgo e regista contemporaneo svizzero Milo Rau. Lo spettacolo fa parte del ciclo “Histoire(s) du Théatre(!)” di cui rappresenta la prima tappa. Milo Rau è stato ospite in diretta della trasmissione culturale quotidiana “Cult” di Radio Popolare.

La sua sperimentazione performativa si concentra anche stavolta sulla violenza quotidiana, a partire da un fatto di cronaca.

Sì, è vero. The Repetition è un lavoro sulla violenza, su come la si rappresenta, e prende spunto da un fatto realmente accaduto, l’uccisione di un giovane omosessuale in Belgio, che portiamo in scena anche con attori non professionisti.

L’omicidio è avvenuto 2012?

Certo: nel 2012 un giovane belga fu ucciso nella città di Liegi, in una notte di pioggia, dopo avere intrattenuto una conversazione occasionale con i ragazzi che lo uccisero. Fu torturato per molte ore, prima di morire, e la sua vicenda è diventata uno dei più noti casi di omofobia in Belgio e in Europa.

Non è la prima volta che analizza la società belga in un suo lavoro.

Vero. Si potrebbe quasi dire che ho dedicato una trilogia al crimine in Belgio. Ho scritto un primo spettacolo sulla guerra civile, un secondo sulla pedofilia, a partire dal caso Dutroux, in cui ho lavorato con i bambini, e ora ho messo in scena questo lavoro con alcuni cittadini di Liegi, che conoscevano quella storia e che affiancano attori professionisti.

Perché è così importante avere in scena questo tipo di performer, qualcuno che “sa”?

Sono molto interessato a portare la realtà a teatro ma la cosa che più mi attrae forse è proprio il mix, la miscela che si crea in scena con una serie di testimoni ed elementi reali che entrano a far parte parte della performance. Questo è per me è molto importante.

C’è un altro elemento essenziale in questo lavoro: l’evocazione dei morti, quasi come se fossero personaggi e potessero rispondere…

Sì, assolutamente. C’è una bella frase del drammaturgo tedesco Heiner Müller che ha detto che il teatro è un dialogo con i morti. Quindi, è il modo in cui si può parlare con imorti. All’inizio dello spettacolo, un personaggio afferma  “Loro non possono risponderci, ma ci sentono”. Dunque, si tratta anche il tema della gestione del lutto, di come si ricomincia a vivere, cercando di dare un senso alla morte brutale di un ragazzo.

Lei è molto interessato alla criminolgia, alla tecnica di analisi di un crimini, vero?

Sì, è vero. Per questo il sottotitolo dello spettacolo è “Storia(e) del teatro”, ovvero la riproduzione continua di un crimine. Credo che la criminologia e il teatro, soprattutto nella ricostruzione dei fatti, siano collegati. Alla fine dello spettacolo, il quinto atto di The Repetition è una riproduzione del delitto, che dura venti minuti ed è una vera e propria ricostruzione criminologica.

Vorrei che commentasse brevemente un altro aspetto: sullo sfondo c’è una città in declino, in crisi economica, che rende tutto ancora più triste…

Certo. Non che io abbia cercato di spiegare o giustificare l’omicidio con questo pretesto, intendiamoci. Una delle ragioni per cui viene commesso è che gli assassini non si fidano della loro vittima. Non credo, infatti, che l’individuo sia in sè omofobico, ma che lo siano certe società e che da queste derivi la violenza. In qualche maniera, tutto lo spettacolo parla dell’effetto del pensiero neoliberista, attraverso questo omicidio, che si inserisce in un quadro di violenza più ampio.

Spesso, in questi casi, ci chiediamo chi debba punire i colpevoli e in che modo.

Nel caso del Belgio, che è uno stato di diritto, il sistema giudiziario li ha condannati a lunghe pene detentive. Ho incontrato uno dei colpevoli in prigione. Credo che questa sia la sola punizione possibile e sono convinto che sia giusto così.

Il tema è importante, perché mette in discussione anche il pubblico…

Credo che si metta in discussione soprattutto il motivo di un crimine che appare del tutto insensato. Come si può dare un senso a un omicidio così brutale? Cosa significa e come possiamo andare avanti dopo averlo visto e ricostruito? Dove si può trovare una scintilla di speranza nella morte? Ecco perché nel sesto atto abbiamo introdotto l’interrogativo su cosa fare insieme, su come ricostruire qualcosa con la solidarietà.

Foto | Facebook

Qui trovi il link per ascoltare il podcast della trasmissione Cult del 7 Maggio.

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    Ira Rubini
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Ponte di Pino “Le case editrici stanno cambiando”

Al prossimo Salone del Libro di Torino ci sarà uno stand di una casa editrice vicina a CasaPound. La decisione ha sollevato molte polemiche e ha determinato alcune reazioni di vario tipo: alcuni autori, come Wu Ming 4 che doveva presentare il suo libro proprio in quella circostanza, hanno deciso di non partecipare. (altro…)

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    Ira Rubini
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Ci vuole orecchio: come nacque un classico della musica italiana

Gino Vignali

Il 21 Marzo è uscito il nuovo romanzo di Gino Vignali, Ci vuole orecchio, la seconda parte della tetralogia ambientata a Rimini. Pubblicato da Solferino Editore, il romanzo racconta le indagini su una serie di omicidi irrisolti guidate dall’investigatrice Costanza Confalonieri Bonnet. Lo abbiamo intervistato a Cult su Radio Popolare. (altro…)

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Jón Kalman Stefánsson “Le parole ci rendono umani”

jon kalman stefansson

Diamo il benvenuto a uno straordinario scrittore, un personaggio che ha moltissime cose da raccontare. Arriva in Italia per presentare il suo ultimo libro Storia di Asta nella traduzione pubblicata da Iperborea e firmata da Silvia Cosimini, che abbiamo avuto ospite per parlare di Islanda alcuni anni fa. (altro…)

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Guido Viale “I rifiuti sono la nostra vita ieri”

guido viale

Il Book Pride 2019 ha visto diversi ospiti che, oltre a presentare i propri libri, hanno tenuto dibattiti su diverse tematiche. Radio Popolare ha seguito l’evento e Ira Rubini ha intervistato Guido Viale, saggista e sociologo, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro La parola ai rifiuti. Scrittori e letture sull’aldilà delle merci, edito da Interno 4. (altro…)

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    Ira Rubini
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Ottavo Richter Play Russia con Ira Rubini

Vi aspettiamo per lo spettacolo “Ottavo Richter Play Russia con Ira Rubini” in scena nel nostro Auditorium martedì 11 dicembre alle 21.00.

Da Tchaikovsky a Borodin, da Prokofiev a Mussorgsky: lo stile stravagante e disinvolto degli Ottavo Richter -formazione tra le più originali e divertenti della scena musicale contemporanea- incontra i giganti della musica classica russa, per un viaggio dai ritmi audaci e travolgenti. La creatività della penna di Ira Rubini esplora le loro storie rivelando chi, nascosto dietro i loro successi, li ha accompagnati all’ascesa: le donne, dalle mogli-agenti alle nonne contadine, dalle madri amorevoli alle ricche mecenati.

CAST

Gli Ottavo Richter sono:

Raffaele Kohler – tromba

Luciano Macchia – trombone

Domenico Mamone – sax baritono

Alessandro Sicardi – chitarra

Marco Xeres – basso elettrico

Paolo Xeres – batteria

 

Ira Rubini – voce narrante

 

Non serve prenotare ma venite in tempo utile per trovare i posti!

Ottavo e Ira Rubini 2

Auditorium Demetrio Stratos, Via Ollearo 5, Milano.

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    Ira Rubini
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Moni Ovadia: la patria mobile degli esuli

A 25 anni dallo straordinario successo di “Oylem Goylem” il celebre artista torna in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano con il suo nuovo spettacolo “Dio Ride. Nish Koshe” che riprende il tema dell’ebreo errante, con nuove storie e musiche esguite dal vivo dalla Ovadia Stage Orchestra.
Ai microfoni di Radio Popolare Moni Ovadia riflette, racconta, si indigna e sorride, con lo stesso spirito con cui sale sul palco.

Secondo una narrazione talmudica con il valore di commentario poetico, Dio ride sostanzialmente di sé stesso. E ride, perché è entrato a gamba tesa in questioni di uomini, nelle quali non avrebbe dovuto entrare. Questo insegna molto, anche se naturalmente siamo nella chiave del paradosso. Durante una discussione di maestri, che parlano di un punto della legge, uno di loro chiama a testimone Dio della sua ragione, e Dio invia una voce celeste, cosa che non doveva fare. A quel punto, un altro maestro strilla “Non è nei cieli!” Insomma, nelle questioni che riguardano la Terra, il Padreterno se ne stia al suo posto. Io lo trovo straordinario, uno spunto vertiginoso contro ogni fanatismo, intolleranza.
Dio ride di varie cose. Degli uomini, e loro ridono di lui. Ma questo mio cammino nasce da un assillo. La drammaturgia è la stessa di “Oylem Goylem” ma i contenuti sono diversi. Lì parlavo di esilio, mamme, denaro, attività commerciali. Qui siamo sempre nel quadro dell’esilio ma il tema è la spiritualità umoristico-paradossale. Wittgenstein diceva che un serio e fondato saggio filosofico dovrebbe consistere di storielle e barzellette. E il filosofo Slavoj Cicek ha scritto un saggio dal titolo “Centosette barzellette.” Io sono sulla stessa linea nel mio modestissimo ambito.
L’assillo che muove tutto questo, dicevo, è che l’esilio non è più permesso perché l’umanità ha alzato muri. Muri, fili spinati, barriere fisiche ai confini e nell’anima. Tutto questo provoca intolleranza, violenza, ottusità, stupidità. E faccio riferimento al muro più terribile, quello che segrega il popolo palestinese, lo spossessa, lo deruba del suo futuro, delle sue risorse, lo vessa e chiude gli israeliani in un ghetto iperarmato e consumista. Una autentica catastrofe.
Parto da qui per dire che, nella condizione dell’esilio la spiritualità era straordinaria, si poteva ridere di Dio, con Dio, Dio rideva di sé stesso e si celebrava il sapere e la profondità dell’anima. Lo dico con musica, canti, umorismo ma anche con letture da Franz Rosenzweig, il più grande filosofo ebreo del ‘900, con le parole di Chaim Potok che spiega chi sono questi ebrei di cui si parla, un mucchio selvaggio di meticci sbandati, male in arnese, piagnucolosi, che ebbero l’estro di colonizzare il cielo col Dio dello schiavo straniero e inventare la “patria mobile.”
La Torah non porta al nazionalismo, perché il nazionalismo è la più intollerabile forma di idolatria, l’idolatria della terra.
Gli ebrei sono esattamente come tutti gli altri. Quando si comportano in modo orrendo lo fanno come tutti i nazionalisti. L’intelligenza ebraica derivava da quattro cose: essere in esilio, essere in minoranza, essere perseguitati e il fatto che tutti nel mondo della “Yiddishkeit” studiassero le scritture. Lo facevano i sapienti, i ciabattini, i sarti e anche i borsaioli. Questo ha fatto l’eccellenza ebraica. Il resto dimostra che sono esseri umani come gli altri che cadono nella coazione a ripetere dell’uomo, che da millenni non capisce che saremo in pace solo quando vivremo da stranieri fra gli stranieri.

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    Ira Rubini
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Inge Feltrinelli: i libri sono la vita

Non c’era una sola Inge Feltrinelli.
Lo ha raccontato, commosso ed eloquente, il figlio Carlo nella cerimonia commemorativa che ha preceduto l’apertura della camera ardente della grande editrice a Palazzo Marino a Milano.

“Mi sento di voler mettere in luce qui una caratteristica peculiare che accomuna Inge ai due grandi uomini della sua vita, mio padre Giangiacomo e Tomás Maldonado, che è qui con noi e che per me è stato ed è come un padre. Questa peculiarità è il fatto di aver saputo vivere più vite in una sola. Esiste infatti una Inge quattordicenne che scappa per un pelo alle persecuzioni razziali nella Göttingen del 1944, esiste una Inge non ancora ventenne in autostop verso Amburgo per intraprendere la carriera di fotoreporer, esiste una Inge che su una nave mercantile attraversa l’Atlantico nel ’53 per fotografare la Garbo e intervistare Ernest Hemingway, esiste una Inge che incontra un giovane editore di ritorno da un viaggio in Nord Europa con un manoscritto nello zaino, ed era “Il Gattopardo”, esiste una Inge animatrice della comunità internazionale degli editori…”

Nelle testimonianze degli esponenti della cultura italiana che hanno voluto tributarle un omaggio, insieme a tanti milanesi, ricorrono alcune parole significative, caratterizzanti della straordinaria vitalità di Inge, della sua determinazione, della curiosità mai sopita e della contagiosa allegria.

Sono molto commossa di vedere come le hanno messo i fiori, che sono di tutti i colori, come lei“, ci ha detto la giornalista Edgarda Ferri, “era un caleidoscopio, non solo per come vestiva ma per le sue molte sfaccettature e per l’interesse per tutte le cose. Era un modello, per Milano ma soprattutto per tutte le donne“.

La ricordo come una donna di enorme umanità, di grande entusiasmo e come una lavoratrice incessante. Era una cittadina del mondo, una gran donna” ha osservato la scrittrice Simonetta Agnello Hornby.

La storica dell’antichità Eva Cantarella parla “della sua allegria, del suo divertimento. Era singolarissima, perché combinava l’impegno civile e culturale con la voglia di divertirsi“.

La prima immagine con cui la ricorda Giovanna Zucconi è “Inge che balla. Sempre, ovunque, comunque, con chiunque. Era un vortice trascinante. Inge che balla. Il mondo era la sua casa“.

Michele Serra ci ha detto “Mi vengono i mente i suoi colori. Era festosa. Era allegra, vitale. Come se la cultura fosse qualcosa che si tocca, che nutre, che è facile, che sta insieme alle persone. Era veramente pop, da questo punto di vista“.

Rosellina Archinto, amica ed editrice, la definisce “Una donna coraggiosa e generosa. Ci siamo conosciute negli anni ’60. Ero molto legata a Giangiacomo, mi ha aiutata molto nel mio lavoro, e anche Inge. Sono stati fantastici“.

Inge Feltrinelli, che contribuì a fare di Milano una capitale della cultura europea e a restituire all’Italia il tratto cosmopolita che il fascismo le aveva tolto, è stata ricordata anche in un altro modo, originale come lei. Nelle Librerie Feltrinelli, una delle sue molte intuizioni imprenditoriali, i lettori hanno ballato al tramonto sulle note della colonna sonora di “Il Gattopardo”, il successo editoriale a cui Inge era forse maggiormente legata.

Un addio a passo di danza, una sciarpa arancione che volteggia, come sarebbe piaciuto a lei.

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    Ira Rubini
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Il pianista di Yarmouk racconta la sua Siria

Il giovane pianista Aeham Ahmad, divenuto il simbolo della guerra in Siria dopo avere suonato il suo pianoforte fra le macerie del campo profughi di Yarmouk, è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare.

Oggi Aeham Ahmad vive a Wiesbaden, in Germania, e svolge una regolare attività concertistica. anche se parte della sua famiglia vive ancora in Siria.

Nel libro autobiografico “Il pianista di Yarmouk” (ed. La nave di Teseo) racconta la sua vita nel campo profughi, la passione per la musica, il dramma quotidiano della guerra, la fuga in Europa.

Ecco cosa ci ha raccontato:

D. Davvero pensavi che non fosse una buona idea mettere su You Tube il video in cui suonavi il pianoforte, come scrivi nel libro?

A. Già… dopo quel filmato, certo, una parte della mia famiglia è riuscita a fuggire. Ma certamente, sempre per via di quel video, Mahmud non è più con noi. Certo, il filmato mi ha permesso di parlare di Yarmouk e della sua gente qui in Europa e ad aiutare molti a mettersi in salvo. Ma devo ammettere che le cose cambiano molto velocemente, in Siria come nel resto del mondo, e oggi sono ancora diverse.

D. Nel libro traspare da ogni pagina la convinzione che la bellezza possa salvare il mondo dalla guerra, come nei secoli tanti artisti hanno dichiarato. Che ne pensi, è proprio così?

A. Sì, la bellezza e l’arte sono da sempre un sostegno in tempi orribili. In Siria ci sono monumenti romani, ottomani, coloniali. Abbiamo molta tradizione musicale. L’arte e la bellezza non si distruggono. Forse, si possono distruggere le pietre ma non la bellezza. Cantiamo ancora canzoni irachene vecchie di duecento anni o pezzi folk di più di cento anni fa. Le canzoni popolari restano per tutta la vita, come l’arte. Oggi ammiriamo ancora Monna Lisa! Ma la cosa orribile è che la guerra ha bisogno di distruggere tutto e il terrore ha distrutto anche il mio pianoforte.

D. Fai parte di una comunità palestinese in Siria. Puoi raccontarci i dettagli della storia della tua famiglia?

A. Mio nonno era nato in Palestina e si è trasferito nel sud della Siria, dove è nato mio padre, sono nato io e anche i miei figli. Da tre generazioni siamo rifugiati. Abbiamo documenti di viaggio, non veri passaporti, che non ci permettono di viaggiare in tutti i paesi. Questa è la situazione: siamo nati rifugiati! Il campo di Yarmouk è gestito dall’ONU. Le scuole, gli ospedali, tutte le strutture sono gestite dalle Nazioni Unite. Eppure molte cose non erano possibili: per esempio non potevamo suonare Beethoven! La nostra è una famiglia relativamente piccola, siamo in sette. Mio zio ha una famiglia più grande, sono in dodici. Ma ce ne sono altre molto più numerose. Un nostro proverbio dice: “Dove spunta un limone, ne spunta anche un altro”. I palestinesi formano comunità che si allargano rapidamente.

D. Com’è oggi Yarmouk? E’ stato un simbolo della distruzione in Siria ma ha avuto meno copertura dai media di Aleppo o altri luoghi. Di Yarmouk si ricordano soprattutto i fiumi di persone in fuga…

A. Sì, è vero. Le foto mostravano ondate di profughi. Le persone vedevano quelle immagini ed esclamavano “Questa è la Siria!”. Ma era solo Yarmouk… Per sei o sette mesi, mentre soffrivamo la fame, nel mondo si diceva “Laggiù muoiono di fame”! E c’erano davvero 160.000 persone che morivano di fame. In quel periodo abbiamo avuto molta visibilità mediatica. Ma dopo sette, otto giorni l’attenzione si è spostata ad Aleppo o a Homs, e noi siamo tornati nell’ombra, anche se la gente continuava a morire. Mi è sembrato importante mettere il pianoforte in strada, per dare un segno, per dire che eravamo ancora vivi e attirare gli sguardi. Lo spiego nel libro. Ad Aleppo ci sono ancora circa 5.000 persone. C’è ancora Marwan, l’amico che mi aiutava a spingere il piano, perché era pieno di muscoli. Adesso ne ha un po’ meno, perché soffre la fame. E’ sposato, ha dei figli. Laggiù ci sono ancora i miei genitori, a Yalda. Ci sono ancora circa duecento soldati dell’ISIS che rendono la vita difficile alla gente, proibiscono tutto. E ci sono anche i soldati governativi, dall’altra parte. Recentemente hanno chiuso i collegamenti fra Yalda a Yarmouk. E’ come essere sotto assedio ma senza copertura dei media.

D. Adesso vivi a Wiesbaden, in Germania. Fai il musicista e tieni molti concerti. Sinceramente, cosa pensi della vita in Germania e in Europa in generale? C’è qualcosa che ti ha sorpreso quando sei arrivato qui?

A. In realtà, girando l’Europa ho capito come Mozart e Beethoven abbiano potuto comporre i loro capolavori in questi paesi. Guardando l’architettura, ho capito la mentalità della gente e come sia potuto accadere. Nella musica classica c’è un forte elemento matematico. So come vanno le cose, parlo con le persone, in Germania, in Italia. Sono interessato alla cultura dei luoghi. Non c’è nulla che mi abbia sorpreso, a parte il modo in cui gli esseri umani trattano gli altri esseri umani in Europa. Se penso al mio stato, in Germania devo riconoscere che la situazione dei profughi è buona. Ho il permesso di viaggiare in Europa, posso lavorare e guadagnare, sono stato accolto molto bene. E’ importante per me. Ma non devo andare all’ufficio di collocamento o chiedere il sussidio di stato. Ad altri non è andata così bene. Un mio zio, per esempio, è venuto qui qualche anno fa ma ha perso la casa, vive in un rifugio per senzatetto, perché non parla tedesco, né inglese e nessuno lo capisce. Non lavora e ormai ha 52 anni.

D. Chi ti ha trasmesso la passione per la musica? Vuoi continuare a imparare?

A. Certo! Conosco solo il 5% della musica e devo imparare ancora molto. Ho un problema alla mano per via di una bomba che mi ha lesionato le dita e il viso. Il maestro tedesco da cui vado a lezione ogni settimana non mi insegna solo musica classica, ma anche jazz. Mi interessa molto, voglio studiare di più e lavorare un po’ meno, dato che tengo concerti ogni giorno. Anche prima della guerra sognavo di studiare musica classica in Europa, perché la suonavamo e ne leggevamo. E’ molto diverso suonare la musica di un compositore italiano a Roma, o di Beethven a Bonn, oppure Schubert a Wiesbaden. Loro sono vissuti là, e mi sembra di capire meglio cosa pensassero.
La passione per la musica me l’ha trasmessa mio padre, che era violinista. Ha insistito molto, anche se gli altri bambini mi prendevano in giro, perché a loro piaceva il calcio o la musica leggera, e io suonavo solo classica. Ma poi ho capito che, come diceva mio padre, la musica ti cambia la vita.

Ascolta l’intervista ad Aeham Ahmad a Cult – Radio Popolare:
Il pianista di Yarmouk

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    Ira Rubini
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Quasi niente è anche troppo

“Gli bastava quello che aveva, pochissimo per non dire niente, e non voleva aff­annarsi, o coltivare aspirazioni. Al è dut nue fantats, al è dut nue. È tutto niente ragazzi, è tutto niente. Pronunciava la frase sottovoce, quasi non volesse far fatica.”

Questo breve estratto da “Quasi niente” di Mauro Corona e Luigi Maieron (ed. Chiarelettere) chiarisce subito l’inclinazione “filosofastra” dei due autori, amici e complici di una vita. Come in una serata davanti al fuoco, i due discorrono di grandi temi e semplici quotidianità, rchiamando in vita personaggi leggendari del loro territorio, le montagne dell’estremo nord-est, come Anna, Silvio, Menin, Tituta, Tacus, Orlandin, Cecilia.

Il confronto fra gli antichi saperi e l’epoca attuale, dominata dall’ansia di possesso, è inevitabile. Ma i due conversatori non puntano mai il dito, nè esprimono nostalgia. Piuttosto, dissotterrano quelle voci lontane ma dense, quei pensieri forgiati da lunga esperienza, quelle aspirazioni concrete, non destinate a essere subito sostituite da latre, non appena realizzate.

Un mondo, quello rievocato da Corona e Maieron, duro e faticoso eppure pieno di mistero e dignità: un mondo dove dire “Ti amo” suona inopportuno e si preferisce dire “Ti voglio bene”, intendendo in tal modo una promessa di affetto profondo e duraturo, di accudimento in caso di bisogno, di protezione e comprensione reciproca.

Ai microfoni della trasmissione Cult di Radio Popolare, Mauro Corona ha condiviso, durante un viaggio in treno, alcune sue riflessioni sul libro.

Ascolta Mauro Corona a Cult
mauro corona-quasi niente

Mauro Corona è nato a Erto (Pordenone) nel 1950. È autore, fra l’altro, di “Il volo della martora”, “Vajont: quelli del dopo”, “I fantasmi di pietra”, “La fine del mondo storto” (premio Bancarella 2011), “La voce degli uomini freddi” (finalista premio Campiello 2014), “I misteri della montagna”, “Favola in bianco e nero”, “La via del sole” e delle raccolte di fiabe “Storie del bosco antico” e “Torneranno le quattro stagioni”, editi da Mondadori. Ha pubblicato anche “La casa dei sette ponti” (Feltrinelli 2012) e “Confessioni ultime” (Chiarelettere 2013).

Luigi Maieron è nato a Cercivento (Udine) nel 1954. Inizia a suonare fin da bambino nella sua Carnia. Ha vinto tre edizioni del Festival del canto friulano (1993, 1995, 2012) e il premio Friùl (1997). Ha avviato una collaborazione artistica con Mauro Corona e Toni Capuozzo con lo spettacolo “Tre uomini di parola”. Nel 2002 ha pubblicato l’album “Si Vîf”, prodotto da Massimo Bubola, collocandosi al secondo posto al premio Tenco. Il suo album più recente è “Vino, tabacco e cielo” (2011). Su “la Repubblica” Gianni Mura ha definito Maieron “un albero che ha il dono della parola”.

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    Ira Rubini
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Fuori dal “secolo di merda”!

Sabina Guzzanti torna in scena con il suo nuovo spettacolo “Come ne venimmo fuori”: una parabola fantascientifica e molto urticante, che ci restituisce la speranza di uscire dal nostro terribile presente, denominato senza mezze misure “secolo di merda”!

Il futuro dove vive SabnaQƒ2, incaricata di pronunciare (durante una solenne celebrazione annuale, simile a un “25 aprile del futuro”) il discorso sulla fine del periodo storico più buio dell’umanità: il periodo che va dal 1990 al 2041, noto a tutti, appunto, come “il secolo di merda.”

Ma ormai, gli abitanti del futuro non hanno più voglia di ripercorrere i passi (falsi) della sgangherata umanità che li ha preceduti, capace trasformare il denaro in un fine e non un mezzo, di portare i livelli di aggressività gratuita a livelli mai visti, con la complicità di media dalla demenzialità inarrivabile.

La gente del futuro pensa che il popolo del “secolo di merda” fosse semplicemente composto da un branco di imbecilli.

Ma SabnaQƒ2 vuole confutare questa spiegazione semplicistica e ha preparato con cura il discorso: si è documentata sulla televisione, sulla situazione politica e suoi suoi protagonisti, sull’economia e sulle date importanti. Il risultato è una lectio magistralis acida e impietosa sul nostro oggi che, tuttavia, ci lascia un lume di speranza.

Sabina Guzzanti è stata ospite di Cult su Radio Popolare alla vigilia del debutto del suo nuovo spettacolo al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 28 marzo al 2 aprile.

Ascolta Sabina Guzzanti a Cult:

sabina guzzanti

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    Ira Rubini
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Emma Dante: “svestire” gli ignudi

Fra i riferimenti (o forse meglio sarebbe dire numi tutelari) di “Bestie di scena”, l’ultimo spettacolo di Emma Dante e il primo prodotto dal Piccolo Teatro di Milano, c’è Luigi Pirandello, come la stessa regista ha avuto occasione di sottolinenare.

“Nessuno di noi è nel corpo che l’altro ci vede, ma nell’anima che parla chi sa da dove…” scriveva il drammaturgo siciliano in “I giganti della montagna” e subito il legame con quello che gli spettatori vedono in scena si fa chiarissimo.

Un’umanità esitante e vagamente derelitta, giunta da chissà dove e che, ancora intimorita da quello che la circonda, si libera gradualmente dei propri vestiti procedendo, per tentativi ed errori, nel difficile percorso della convivenza.

La scena è nuda, come gli attori. Niente musica, tranne un brano noto e struggente, usato con parsimonia: “Only you” dei Platters.

La comunità “ignuda” che si aggira sul palco vuoto balla, gioca, canta, mangia, litiga, si azzuffa e si interroga ogni volta che da un misterioso “aldilà” le piovono addosso oggetti e provocazioni (“comandamenti” li chiama Emma Dante) che interrompono o deviano l’azione.

Ne nasce uno spettacolo “primitivo”, senza appigli, a eccezione di quelli creati occasionalmente dagli interpreti e spesso rappresentati dal proprio stesso corpo o da quello degli altri. Un vero e proprio manifesto della “sottrazione”, esercizio dal quale Emma Dante si dice da qualche tempo molto attratta.

E lo siamo anche noi.

Ascolta Emma Dante su “Bestie di scena”

emma dante-bestie di scena

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    Ira Rubini
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Lo scoop esiste ancora

Qualche decennio fa, il giovane giornalista Andrea Muratori finisce per sbaglio in un paese del Centro America dove infuria la guerra civile. Che sia la sua grande occasione per diventare un celebre inviato, quella figura mitica di cui ha spesso fantasticato durante le lunghe ore di redazione?

Ma quando arriva a destinazione scopre che i corrispondenti più esperti non somigliano affatto a quella via di mezzo fra agente segreto ed eroe popolare che pensava di incontrare. Sembrano più preoccupati di conservare i propri privilegi economici e di godersi la vita a spese delle rispettive testate.

A un certo punto, tuttavia, l’attualità irrompe pressante, autenticamente drammatica, nella vita di Muratori e il giovane “reporter per caso” ritrova nei suoi cinici colleghi la personalità e il mestiere che li ha consacrati alla professione del giornalismo: “il più grande divertimento che puoi avere con i calzoni addosso,” come dice il più anziano di loro.

Sono i tempi in cui il digitale non esiste ancora, e neppure gli smartphone, eppure sono gli stessi anni in cui uno scoop, vero o falso, può influenzare l’opinione pubblica di una nazione.

“Scoop” (ed. Feltrinelli) è l’ultimo romanzo del celebre inviato e scrittore Enrico Franceschini che, mescolando autobiografia e fiction, racconta il rito di passaggio dalla gioventù all’eta adulta di un giovane corrispondente con passione e ironia.

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent’anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

Enrico Franceschini è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare.

Ascolta l’intervista a Enrico Franceschini

enrico franceschini

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    Ira Rubini
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Pinocchio all’Inferno

La circostanza è curiosa: Antonio Latella, uno dei maggiori protagonisti della scena teatrale italiana, si sofferma a dare gentilmente spiegazioni a mamme e bambini che, incautamente, sono venuti al Piccolo Teatro Strehler a vedere il suo “Pinocchio”, pensando che si tratti di una innocua versione della celebra favola di Collodi.

Accadeva dopo le prime repliche del nuovo spettacolo firmato dal regista e prodotto dal Piccolo Teatro. Poi, l’equivoco si è gradualmente chiarito: questo “Pinocchio” è certamente quello di Collodi ma ne rappresenta l’animo oscuro e il volto meno rassicurante.

Un allestimento destinato a lasciare il segno nella memoria e nei sensi degli spettatori, addetti ai lavori o no: il Pinocchio di Latella è un burattino/bambino/adolescente nato dal capriccio di un padre anziano e anaffettivo, che mangia e beve i trucioli che piovono incessantemente sulla scena, non riesce a dire “mamma”, porta appeso al collo il pesante ceppo di legno da cui è nato e cerca di difendersi da una legione di adulti e fantasmi, di cui la Fatina Azzurra non è affatto la rappresentante benigna.

Come forse nelle originarie intenzioni di Collodi (che aveva condannato a morte il suo primo Pinocchio, per poi emendare la fiaba su istanza dei piccoli lettori), questo Pinocchio è acido e straziante, aggressivo e indifeso, pericolosamente simile a tanti adolescenti contemporanei ma forse anche a quelli dei bei tempi andati, quando molestie e maltrattamenti certo non mancavano, bastava non parlarne in pubblico.

Perennemente in viaggio fra due mondi, un cupo aldilà assai realistico (e punteggiato da riferimenti danteschi) e un aldiqua altrettanto infernale (con citazioni di letteratura contemporanea e squarci di urgente attualità), lo sventurato/mefistofelico Pinocchio obbliga il suo impavido interprete (Christian La Rosa) e tutto l’eccellente cast dello spettacolo ad acrobazie fisiche e, diremmo, anche morali.

Non c’è remissione, nè per gli adulti, nè per i burattini che diventano bambini e poi uomini, destinati a trascinarsi dietro i brutti ricordi e le domande senza risposta per tutta la vita. Con buona pace di Disney e dei suoi finali melensi.

Impossibile dire se si tratti di un “bello” spettacolo, l’aggettivo stavolta è davvero poco appropriato. Di certo, è uno spettacolo indimenticabile.

E attenzione, lo ripetiamo: NON è uno spettacolo per bambini!

ANTONIO LATELLA PINOCCHIO

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    Ira Rubini
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Smith & Wesson: i sogni perduti dell’America

Arriva all’Elfo Puccini di Milano “Smith & Wesson”, di Alessandro Baricco, per la regia di Gabriele Vacis, con Natalino Balasso e Fausto Russo Alesi: un plausibile caso di omonimia per immaginare una versione alternativa del sogno americano.

Siamo agli inizi del ‘900: un bislacco inventore con qualche truffa alle spalle e un disadattato che di mestiere pesca i cadaveri di chi si suicida buttandosi dalle cascate del Niagara si incontrano per caso e decidono di condividere un tratto della loro esistenza.

Il caso vuole che i loro cognomi, insieme, corrispondano alla più celebre marca di fucili di precisione di tutti i tempi: Smith & Wesson, appunto. Ma è solo una coincidenza. La loro non è una storia di grandi successi. Piuttosto, è un susseguirsi di tentativi e fallimenti, di aspirazioni e frustrazioni, all’ombra di ingombranti figure paterne.

Ma la speranza di centrare almeno una volta l’obbiettivo e diventare finalmente grandi rinasce quando i due si imbattono in una giovane giornalista di belle speranze e dal futuro incerto che, per dare una svolta definitiva alla propria carriera stentata, decide di tentare “l’ultima follia”: buttarsi dalle cascate del Niagara e sopravvivere!

Smith & Wesson la aiuteranno, ciascuno sfruttando il proprio specifico know-how. Sullo sfondo, la vera ispiratrice della vicenda, realmente accaduta: Mrs. Higgins, una signora borghese proiettata verso il futuro.

Nello spettacolo, che rinnova il sodalizio artistico fra Baricco e Vacis, il vero protagonista è l’uomo comune con la propria sete di riscatto, surreale nella sconfitta annunciata.

A dare corpo e voce a Smith & Wesson, due dei più interessanti interpreti della scena italiana: Fausto Russo Alesi e Natalino Balasso, che è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare.

Ascolta l’intervista a Cult di Natalino Balasso.

NATALINO BALASSO

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Il grande gioco dell’Afghanistan

Debutta all’Elfo Puccini di Milano (con la regia di Elio De Capitani e Ferdinando Bruni) la prima parte del grande progetto teatrale “Afghanistan: il grande gioco“: tredici drammaturghi firmano altrettanti testi sul paese che forse piu’ di ogni altro ha giocato un ruolo cruciale nella geopolitica del mondo moderno.

Il progetto originale (THE GREAT GAME: AFGHANISTAN) è stato commissionato e prodotto dal Tricycle Theatre di Londra, celebre laboratorio di teatro politico britannico, nel 2009. L’operazione aveva lo scopo di far conoscere al pubblico le vicende internazionali collegate all’Afghanistan dal 1842 a oggi. Lo spettacolo ha avuto un successo clamoroso, è andato in tournèe in diversi paesi ed è stato rappresentato in forma di “maratona”, con i tredici testi in sequenza.

Ripercorrere la storia delle relazioni fra Afghanistan e Occidente serve a individuare i ripetuti errori della politica e della diplomazia internazionale e a comprendere meglio i molti (apparenti) enigmi dell’attuale situazione mondiale.

Nella prima prima parte, in scena all’Elfo Puccini nel 2017, vanno in scena testi di Stephen Jeffreys, Ron Hutchinson e Joy Wilkinson sul periodo 1842 – 1930 (le guerre afghano-britanniche), e i testi firmati da David Greig e Lee Blessing sul periodo 1979-1996, dall’invasione dell’Armata Rossa all’ascesa dei Talebani.

Elio De Capitani e Ferdinando Bruni hanno raccontato alla trasmissione Cult di Radio Popolare la genesi del progetto.

Ascolta l’intervista a Elio De Capitani e Ferdinando Bruni

AFGHANISTAN

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Asli Erdogan: creare per resistere

“Tempo di Libri”, la Fiera dell’Editoria di Milano che sarà inaugurata nell’aprile 2017, prosegue i suoi incontri preliminari, a partire dalle voci un “dizionario” ideale, in cui la “D” corrisponde alla parola “Dissidente.”

Al Teatro dal Verme di Milano, infatti, si è tenuto un incontro pubblico dedicato alla libertà di stampa in Europa, moderato dal direttore di Rai Radio3 Marino Sinibaldi, con la partecipazione della sociologa e attivista turca Pinar Selek, da anni esule in Francia, del giornalista Lirio Abbate che da anni vive sotto scorta, dell’esperta di Turchia contemporanea Lea Nocera e con una videoconferenza con la scrittrice turca Asli Erdogan, da poco scarcerata dopo quettro mesi di carcere e attualmente in attesa di processo.

Asli Erdogan è tra le più note esponenti della letteratura turca contemporanea: tradotta in 17 lingue, ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali ed è stata indicata dalla rivista francese Lire tra i “50 scrittori del futuro”.
Il 17 agosto 2016, un mese dopo il fallito colpo di stato militare in Turchia, Asli Erdogan era stata arrestata con altri giornalisti per avere appoggiato il quotidiano filo-curdo Özgür Gündem con l’accusa di “incitazione al disordine”, “propaganda terroristica” e “appartenenza a un’organizzazione terrorista” (il riferimento è al PKK).

Nella trasmissione Cult di Radio Popolare vi abbiamo proposto un estratto della sua videoconferenza.

Ascolta Asli Erdogan a “Tempo di Libri.”

Asli Erdogan

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    Ira Rubini
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Cinquant’anni di teatro con Strehler

Ezio Frigerio e Giorgio Strehler: un sodalizio artistico lungo cinquant’anni fra un grande scenografo e il regista che più di ogni altro ha simboleggiato la rinascita del teatro italiano nel secondo dopoguerra.

Adesso, quella lunga storia di amicizia e lavoro è diventata un libro, arricchito da immagini e testi suggestivi, firmato dallo stesso Ezio Frigerio e pubblicato da Skira.

La collaborazione con Strehler per Frigerio inizia nel 1955, agli albori di quella straordinaria esperienza che sarebbe stata la fondazione e l’evoluzione del Piccolo Teatro di Milano. L’ultimo spettacolo firmato insieme fu il “Così fan tutte” del 1997, che inaugurò il Piccolo Teatro Strehler.

Non si tratta di un libro celebrativo e nemmeno di un catalogo di documenti, ma di un percorso molto personale e visionario fra le immagini di allestimenti che vivono nel suo ricordo, attraverso i volti degli interpreti, calati nelle scenografie che hanno fatto la storia del teatro europeo.

Ezio Frigerio è stato ospite della trasmissione di Radio Popolare “Il Suggeritore” e ha raccontato di come lavorava Strehler, del desiderio di trasmettere alle future generazioni l’idea della scenografia come parte “viva” del teatro e della trascinante passione per il proprio lavoro.

Ascolta l’intervista a Ezio frigerio al Suggeritore

EZIO FRIGERIO

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Come mai la brava gente crea cattive società?

Zygmunt Bauman, scomparso a 91 anni in Gran Bretagna, era un autentico cittadino del mondo e non solo per i suoi numerosi trasferimenti da un Paese all’altro, ma anche per la sua instancabile attività di relatore nell’ambito di manifestazioni culturali, istituzioni accademiche ma anche eventi benefici e occasioni di confronto con i giovani.

Anche il pubblico italiano ha, con gli anni, preso l’abitudine di assistere alle sue frequenti apparizioni in Italia, per ascoltare le sue osservazioni e seguirlo nei suoi talvolta sorprendenti ragionamenti, sempre proposti con una sfumatura di garbata ironia.

Così è stato anche il 2 febbraio 2015, quando Zygmunt Bauman è venuto a Milano per una lectio magistralis dal titolo “How good people make bad society” e tenuta nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti, nell’ambito del ciclo di incontri dal titolo “Il piacere del testo.”

In quella circostanza, Bauman era partito da un testo teatrale di David Lindsay intiolato “Good People”, che sarebbe di lì a poco andato in scena proprio al Franco Parenti, e che partiva da alcune considerazioni sul concetto di “bontà” nella società contemporanea.

Ve ne proponiamo un estratto, che ci sembra particolarmente significativo.

Ascolta Zygmunt Bauman

zygmunt-bauman-teatro-franco-parenti-2-febbraio-2015

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Il sangue di Napoli visto da Saviano e Borrelli

Torna in scena, dopo il successo della passata stagione, “Sanghenapule” la produzione del Piccolo Teatro che vede affiancati, come autori e cointerpreti, Mimmo Borrelli, uomo di teatro di lunga esperienza, e il celebre giornalista e scrittore Roberto Saviano.

Una cosa, prima di tutto, li accomuna: sono entrambi napoletani e tutti e due hanno denunciato la criminalità organizzata, con strumenti diversi. Dal loro incontro è nato uno spettacolo visionario, che parte da un’analisi laica del culto del sangue di San Gennaro e attraversa vari periodi storici di una delle città più affascinanti e tormentate dell’Occidente.

“Immaginando uno spettacolo su San Gennaro – dice Saviano – pensiamo a un racconto di Napoli attraverso i secoli. Il Santo ne è protagonista in quanto figura di mediatore, spartiacque tra il bene e il male, tra il celeste il sotterraneo, tra la luce della nostra città e l’oscurità delle sue contraddizioni”.

“Quello di San Gennaro è un culto che si afferma nel XV secolo – prosegue Borrelli – intrecciandosi a tradizioni pagane. E se la chiave di questa religiosità è l’innesto, la stessa contaminazione si manifesta nella lingua con cui andiamo a costruire il nostro racconto, ricca, viva, barocca che deve di necessità tradurre sulla scena una tradizione così stratificata nei secoli”.

Nell’intervista che Borrelli e Saviano hanno concesso a Cult per Radio Popolare, hanno parlato del potere della narrazione dal vivo, della scomparsa di una classe intellettuale napoletana capace di reazione, dell’amore per Napoli espresso proprio attraverso la denuncia delle sue infamie e delle sue bellezze.

Una dichiarazione d’amore piena di passione e di lucidità.

Ascolta l’intervista di Cult a Mimmo Borrelli e Roberto Saviano

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I fumetti per sopravvivere alle feste

Lo storico curatore della rubrica di fumetti del venerdì della trasmissione Cult a Radio Popolare suggerisce i titoli dei fumetti da leggere per superare indenni il periodo festivo!

Ascolta i consigli di Antonio Serra

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Un bel dì (non) vedremo…

Ieri nei dintorni della Scala circolava una battuta: “Ogni volta che va in scena la versione integrale della Butterfly, un toscano ci va di mezzo!”

Nel 1904 fu Puccini stesso, fischiato nell’unica serata alla Scala in cui la sua “Madama Butterfly” andò in scena nella forma da lui voluta e oggi recuperata dal maestro Riccardo Chailly. Oggi, ovviamente, il riferimento è al dimissionario presidente del Consiglio Renzi.

Ma a parte le battute, è tutta la classe politica nazionale ad avere improvvisamente disertato in blocco il 7 dicembre milanese, data in cui tradizionalmente inizia la stagione lirica del Teatro alla Scala.

Se era prevedibile l’assenza del presidente della Repubblica Mattarella, a lui si aggiunge un plotoncino di papabili guide dell’ipotetico “governo di responsabilità”, dal presidente del Senato Grasso, al ministro della Cultura Franceschini o a quello dell’Economia, Padoan.

In foyer alla Scala, oltre a tanti esponenti della cultura, dello spettacolo e dell’imprenditoria, rimarranno il sindaco di Milano Sala e il governatore della Lombardia Maroni ad accogliere Juan Carlos di Borbone e quattro abitanti delle zone terremotate che vedranno “Madama Butterfly” dal palco reale del più importante teatro del mondo.

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El pueblo unido in 36 variazioni

Una lunga storia d’amore con l’Italia, dove ha una figlia, e una carriera all’insegna della sperimentazione musicale e dell’impegno intellettuale: lui è il celebre pianista e compositore americano Frederic Rzewski, che dopo molti anni torna a Milano, per “Aperitivo in Concerto.”

Il concerto milanese è stato l’occasione per riproporre al pubblico quello che da molti è considerato il capolavoro di Rzewski: le famose e caleidoscopiche 36 variazioni sul tema di “El pueblo unido jamás será vencido” di Sergio Ortega, colonna sonora di una generazione di attivisti politici in tutto il mondo.

Nell’intervista in diretta che ha concesso a Cult per Radio Popolare, Frederic Rzewski ha ripercorso la genesi dell’opera che lo ha definitivamente collocato fra i grandi dell’avanguardia musicale, rivelando che la sua intenzione era (ed è) quella di attirare l’attenzione di un pubblico forse colto, ma spesso distratto, sugli eventi drammatici che si stavano consumando in Cile all’epoca della prima esecuzione delle 36 variazioni.

Ascolta l’intervista a Frederic Rzewski a Cult

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    Ira Rubini
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Butterfly e il riscatto di Puccini

“Ora mi sono convinto che il dramma deve essere in due atti… […] Il dramma deve correre alla fine senza interruzioni, serrato, efficace, terribile.”

Così scriveva Giacomo Puccini a Giulio Ricordi per chiarire lo spirito innovativo della sua “Madama Butterfly”, che aveva tratto da una pièce di David Belasco, a sua volta ispirata a un romanzo dello scrittore americano J. L. Long.

L’opera andò in scena al Teatro alla Scala il 17 febbraio 1904, nella versione in due atti che Puccini voleva e contro il parere di molti addetti ai lavori.

Fu “un linciaggio”, come affermò lo stesso compositore. Molti erano i avversari “artistici” di Puccini e le contestazioni nascondevano anche motivazioni politiche e sociali, come spesso era accaduto alla Scala.

Quella fu l’unica sera in cui “Madama Butterfly” venne proposta al pubblico con quella rivoluzionaria struttura. Da quel momento, l’opera fu spezzata, ridotta e adattata ai gusti dell’epoca.

A 112 anni da quel movimentato debutto, Butterfly ritorna in scena come Puccini l’aveva immaginata e lo riscatta, a più di un secolo di distanza, per volontà di Riccardo Chailly, che sarà sul podio il 7 dicembre 2016 in apertura della stagione lirica della Scala.

Dopo avere restituito al pubblico gli originali “Turandot” e “La fanciulla del West”, Chailly aggiunge un altro titolo pucciniano al ciclo che ha voluto avviare per riportare i capolavori del compositore alle versioni che lui stesso aveva firmato.

La regia di “Madama Butterfly” 2016 è affidata al pluripremiato regista lettone Alvis Hermanis, visionario e versatile artista che ha già stupito il pubblico scaligero con l’efficace regia di “Die Soldaten” di Zimmermann e ha firmato molti allestimenti di prosa già entrati nella storia del terzo millenio.

Ecco quello che Riccardo Chailly ed Alvis Hermanis hanno dichiarato, presentando l’allestimento di “Madama Butterfly”.

Ascolta Riccardo Chailly e Alvis Hermanis:

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    Ira Rubini
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Bisogna saper perdere?

“Bisogna saper perdere. Sconfitte congiure e tradimenti da De Gasperi a Renzi” (ed. Bollati Boringhieri) è il titolo dell’ultimo saggio del giornalista e scrittore Filippo Maria Battaglia (con Paolo Volterra).

Va detto che mai libro fu più sarcasticamente opportuno, visti i tempi complessi in cui viviamo. Dall’infortunio Brexit, al ciclone Trump, al tormentato referendum italiano, sembra che la sconfitta sia ormai talmente indigesta per chi la subisce, da diventare un’onta insuperabile, che giustifica l’oblio di ogni fair play.

Ma davvero si tratta di un fenomeno recente?

Il libro di Battaglia analizza con grande acume (e una sana dose di ironia) la storia delle sconfitte e delle vittorie politiche italiane, dal secondo dopoguerra in poi.

Ecco dunque riapparire tanti potenti della nostra scena politica, depositari di voti e responsabilità, dispensatori di promesse e speranze, oltre che dotati di risorse economiche spesso copiose e di un altrettanto vasto ambito di potere.

Da Ferruccio Parri a Umberto II, da Berlusconi a Renzi, ciclicamente c’è chi invoca il “colpo di stato”, chi denuncia “brogli”, chi si vanta su Twitter o con gesti plateali, chi ostacola in ogni modo i successori, chi finge superiorità ma in realtà medita vendetta.

Insomma, saper perdere sembra assai più importante che saper vincere, e scoprire come il proprio politico del cuore (se se ne ha uno…) incassa una sonora sconfitta, rivela all’elettore molto più sul suo conto che il modo in cui sale in trionfo.

Filippo Maria Battaglia è stato ospite di Cult e ne ha parlato in diretta a Radio Popolare.

Ascolta Filippo Maria Battaglia

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Le note necessarie di Enrico Rava

Enrico Rava, uno dei più celebri trombettisti della scena jazz contemporanea, arriva il 13 novembre alla prima edizione di JazzMi, la rassegna musicale dell’autunno milanese finalmente inaugurata, dopo molti anni di attesa.

Sul palco del Teatro dell’Arte, accanto a Rava, il guru dell’elettronica Matthew Herbert e Giovanni Guidi, giovane ma già affermato musicista italiano, che da anni collabora con Rava.

Il 14 novembre, inoltre, al Cinema Palestrina, sarà presentato il film “Enrico Rava. Note necessarie” firmato da Monica Affatato.

Enrico Rava è stato ospite della trasmisisone “Cult” di Radio Popolare e ha condiviso le sue osservazioni su Milano e il jazz, sull’improvvisazione e sulla sperimentazione dal vivo, sul suo rapporto inevitabilmente tormentato con la tromba, strumento difficile e delicatissimo, al punto da richiedere frequenti e specifiche seute di psicoterapia per riconciliarsi con il suono.

Ascolta l’intervista a Enrico Rava

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Il Trigono del Sole…è Dada!

Autore della celebre rubrica di astrologia di Repubblica, esperto di calcio, laureato in storia dell’arte con una tesi sul Dada, poeta rivoluzionario e molto altro, Marco Pesatori affida al suo nuovo romanzo “Il trigono del Sole” i ricordi di una Milano anni ’70, inquieta e irriverente.

Componente di un terzetto di giovani poeti dada-surrealisti, che recitano versi alle ragazze nella speranza di conquistarne l’attenzione, il futuro astrologo di fama internazionale attraversa la città a suon di jazz e rock, perdendosi e ritrovandosi in un turbine di fughe, espedienti, impegno politico, viaggi lisergici e situazionismo.

Naturalmente, c’è anche una storia d’amore, drammatica e catartica, che mette il giovane protagonista davanti alle proprie paure e debolezze, mentre intorno a lui fluttuano rivoluzioni di ogni genere, da quelle del proletariato, a quelle dei nuovi radical-chic.

L’astrologia fa capolino qua e là, a ritmare il corso degli eventi, come un sottofondo che prenderà corpo e importanza anni dopo nella vita di Pesatori, che alla poesia e alla musica non rinuncerà mai.

Un libro appassionante e sincero, da leggere con foga, come con foga si viveva allora.

Marco Pesatori è stato ospite a Radio Popolare nella trasmissione Cult

Ascolta l’intervista a Marco Pesatori
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Dario Fo: novant’anni con lo sghignazzo

Dario Fo compie novant’anni e Milano lo festeggia con una serata al Piccolo Teatro Studio Melato (che Radio Popolare trasmette in diretta), dopo l’uscita del suo ultimo libro Dario e Dio e l’inaugurazione a Verona del MusaLab, con i cimeli di una vita di spettacolo insieme a Franca Rame.

“Ho poco tempo davanti e ancora tante cose da dire”, ci ha confidato il Nobel nella sua casa-studio milanese, mentre selezionava gli ultimi reperti da mandare nel nuovo laboratorio-museo veronese.
Alcune delle cose che restavano da dire hanno trovato spazio nel libro di cui sopra, firmato insieme alla giornalista e amica Giuseppina Manin, con la quale ha sondato con la consueta anticonvenzionalità l’universo del divino e i suoi dintorni.

Ne abbiamo approfittato per chiedere a Dario Fo di darci la sua opinione su Papa Francesco, che ha riportato alla luce dettagli della biografia del poverello d’Assisi accantonati dalla comunicazione ufficiale, di parlare di Dante e di Dio, di natura e della sua famiglia, ricca di spiriti liberi, come la mamma autodidatta e il nonno agronomo, e ancora delle lezioni apprese in una vita girovaga ed entusiasmante, una vita “all’improvvisa”, come diceva Franca Rame nella sua autobiografia.

Novant’anni vissuti all’insegna dell’impegno, della passione artistica, dell’irrefrenabile sghignazzo, antidoto popolare agli abusi del potere e alle convenzioni dei perbenisti.

Ascolta la conversazione con Dario Fo

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Quelle prugne ai fascisti

“Dieci prugne ai fascisti” (ed. Elliot) è un romanzo scritto come un road-movie dalla giovane Elvira Mujčić, nata in Serbia ma trasferitasi in Italia negli anni ’90 con la famiglia, durante il conflitto nella ex-Iugoslavia.

Lania, protagonista della storia, ha molti punti in comune con la sua autrice e ne condivide la visione ironica del mondo. Anche Lania vive in Italia, dopo essere fuggita dalla guerra nel suo paese d’origine, la Bosnia.

Nella nuova patria, la famiglia di Lania ha ormai trovato un proprio, seppure instabile, equilibrio. Ma la morte della nonna, perno importante della vita collettiva, sconvolge l’armonia faticosamente conquistata.

La nonna chiede, a tempo debito, di essere sepolta nella propria terra. Semplice a dirsi, meno a farsi. Nonostante l’anticipo con cui figli e nipoti tentino di programmare l’operazione, una serie di equivoci, farragini burocratiche, contrasti di opinione e il riemergere di terribili e sempre taciuti ricordi rendono il compito molto complicato.

Il ritorno in patria per Lania e i suoi, insieme alla bara della nonna, diventa dunque una sorta di migrazione a ritroso nello spazio e nel tempo, punteggiata di imprevisti, rivelazioni e crisi di identità.

Elvira Mujčić è nata nel 1980 in Serbia, ha vissuto in Bosnia, in Croazia e infine a Roma, dove abita tuttora. Interprete e traduttrice, ha pubblicato i libri “Al di là del caos”, “E se Fuad avesse avuto la dinamite?”, “Sarajevo: la storia di un piccolo tradimento” e “La lingua di Ana”.

Ascolta l’intervista a Elvira Mujčić a Cult

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Il musical che va “oltre” Bollywood

Approda anche all’Arcimboldi di Milano il musical “Beyond Bollywood”, campione d’incassi in mezza Europa e vera rivelazione della scorsa stagione.

Storia di una giovane di origine indiana, cresciuta in Germania ma desiderosa di riscoprire le proprie radici, lo show è un viaggio trascinante nel mondo colorato e avvincente della Cinecittà indiana, con coreografie, canzoni e momenti di teatro, sotto la direzione del celebre regista bollywoodiano Rajeev Goswami.

La colonna sonora, firmata dagli specialisti Salim e Sulaiman Merchant, e le coreografie mescolano suggestioni tradizionali indiane a spunti contemporanei come l’hip hop.

Come ha raccontato ai nostri microfoni la produttrice franco-algerina Carla Biset-Bentchikou (anche attrice nel ruolo di Emma, amica della protagonista), lo spettacolo viene aggiornato continuamente in base alle reazioni del pubblico, fin dal trionfale debutto londinese.

Un’operazione audace e premiata da un grande successo, che strizza l’occhio ai grandi temi dell’integrazione e della conservazione delle tradizioni nelle seconde generazioni degli immigrati in Europa, ma senza mai abbandonare la leggerezza che il genere dell’evasione bollywoodiana richiede.

Ascolta l’intervsita a Cult di Carla Biset-Bentchikou

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L’enigma di Massini viene da lontano

“Niente significa mai una cosa sola” è il sottotitolo di “Enigma”, il testo di Stefano Massini che arriva al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi (anche regista), dopo una lunga tournée italiana.

2009: Ingrid e Jacob si incontrano, apparentemente per caso, vent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Le ore che trascorrono insieme, in una conversazione che somiglia a un incontro di boxe o una partita di scacchi, mette il pubblico, pur ignaro dei dettagli, viene messo al corrente del del fatto che entrambi non dicono tutta la verità e che, forse, non sono davvero due estranei.

Emergono una serie di indizi e riferimenti a una passato pesante, vissuto in un’epoca in cui anche parlare nella propria casa, con gli amici o i familiari, era pericoloso.

Massini sfrutta le dinamiche umane per analizzare e mettere sotto accusa l’esperimento politico della DDR e in particolare quello della Berlino divisa dal muro, sottolineando il “non detto” che tanti tedeschi anche oggi faticano a maneggiare.

Ottavia Piccolo è stata ospite di Cult poco prima del debutto milanese

Ascolta l’intervista a Ottavia Piccolo su “Enigma”:

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Il mio San Carlo arriva dal lago

“Arona che vola. I deliri di San Carlo” è il titolo dello spettacolo che inaugura l’edizione 2016 del Festival Teatro sull’Acqua, lungo le rive del Lago Maggiore.

Tratto da un’idea di Angelo Poletti, è scritto da Dacia Maraini, anche direttrice artistica del festival da qualche anno.

La storia di Arona, città che ha vissuto molti eventi della storia d’Italia e luogo di passaggio per eserciti, viandanti, mistici e mercanti di mezza Europa, è al centro del progetto.

La voce narrante è quella del lago stesso, l’unico vero testimone dei tanti eventi accaduti lungo le sue sponde nel corso dei secoli e dotato, secondo Maraini “di una memoria liquida, fugace, ma anche profonda e scorrevole”.

La voce del lago, ascoltata da pochi, viene tuttavia chiaramente percepita da una lavandaia, una figura senza tempo, che fa il bucato di notte, per guadagnare tempo di giorno e arrotondare i suoi scarsi guadagni.

Fra le molte storie che il lago racconta, anche l’approdo ad Arona della barca che trasporta San Carlo Borromeo morente, l’inaugurazione della casa della Purificazione, un pescatore che viene scambiato per Gesù, l’arresto di Camilla Ravera, San Michele che uccide il drago, un misterioso uccello bianco che sorvola le acque.

Ascolta l’intervista a Dacia Maraini
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Bambini, immagini, musica… e sogni

L’edizione 2016 di MiTo Settembre Musica, la manifestazione che unisce Torino e Milano nel nome della musica, apre con un concerto (come sempre “doppio”, evvero in entrambe le città) con la London Symphony Orchestra diretta da Gianandrea Noseda.

Ma fra la novità della prima edizione diretta dal compositore e conduttore radiofonico Nicola Campogrande sono le molte proposte destinate al pubblico giovane o giovanissimo.

Fra gli spettacoli internazionali, ecco “Glimp”, un esperimento multimediale che usa uno speciale software per mettere in relazione l’improvvisazione musicale dal vivo con immagini create proprio dagli strumenti musicali.

L’effetto è vagamente psichedelico, suggestivo e immediatamente accessibile al mini-pubblico dai 2 ai 4 anni. Lo spettacolo, nato in Olanda, ha vinto lo Young Audience Music Award 2015 come “migliore produzione dell’anno” e “migliore piccolo ensemble.”

Lo porta in scena l’Oorkaan Ensemble, capitanato dall’artista multimediale Lotte van Dijck, che è stata ospite di Cult a Radio Popolare

Ascolta l’intervista a Lotte van Dijck

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“In buona compagnia con Brecht e Shakespeare”

Il Premio Nobel Dario Fo risponde con una dichiarazione video ironica e appassionata alla recente notizia della messa al bando dei suoi testi dai teatri turchi, decisa dal governo. Insieme ai testi di Fo, vitati anche Shakespeare, Brecht e Cechov.

La decisione, scconcertante e preoccupante, è stata commentata da molti artisti e operatori teatrali nazionali e internazionali. Il direttore del Piccolo Teatro di Milano, Sergio Escobar, ha dichiarato:

“Il Piccolo Teatro di Milano, che nella sua storia ha conosciuto la grandezza e la laicità della cultura turca e con la Turchia vanta una collaborazione ventennale (tra i suoi episodi più felici la partecipazione al Festival del Mediterraneo), rallentata unilateralmente da parte turca in corrispondenza dei più recenti rivolgimenti, esprime una ferma condanna nei confronti del bando dai teatri di autori come Shakespeare, Cechov, Brecht, Dario Fo.
L’obiettivo non è il teatro ma non consentire la formazione di un’identità europea allargata e condivisa, confermando come di questa costruzione la cultura sia invece un motore potentissimo. Chi l’ha capito ne mette a tacere ogni voce, dai classici come Shakespeare a geniali drammaturghi contemporanei.
[…] L’impegno del Piccolo sarà nella direzione di un’ulteriore, decisa apertura alle libere compagnie teatrali provenienti dalla Turchia che avranno lo spazio per mettere in scena i loro lavori senza censure.”

Ascolta qui la dichiarazione di Dario Fo
dario fo turchia

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Il flauto di Peter Stein è magico

“Die Zauberflöte” (Il Flauto Magico) di Wolfgang Amadeus Mozart, che andrà in scena al Teatro alla Scala dal 2 al 26 settembre 2016, è la prima tappa di un progetto che vede il Teatro alla Scala e l’Accademia di Canto collaborare con il celebre regista Peter Stein per realizzare ogni anno una nuova produzione con alcuni fra i giovani cantanti internazionali.

Presentando il debutto alla stampa, Stein ha spiegato il suo approccio, che prevede un anno di lavoro con i giovani interpreti, prima della messinscena definitiva. Il regista è partito dall’idea di far abbandonare l’atteggiamento tipico da “cantante d’opera” per affrontare il ruolo prima di tutto come “essre umano.”

Inoltre, il regista ha precisato che ha chiesto di lavorare con interpreti di madrelingua tedesca, in modo da poter contare su una pronuncia adeguata anche nei recitativi.

Stein ha inoltre sottolineato come la collaborazione con i giovani, inizialmente complessa e piena di incognite, si è trasformata in un’esperienza didattica entusiasmante.

Ascolta Peter Stein su Die Zauberflöte
PETER STEIN SUFLAUTO MAGICO

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L’indipendenza secondo Massarenti & Massarenti

Alla Festa per i 40 anni di Radio Popolare, all’ex-Ospedale Psichiatrico Pini di Milano, ospiti di Olinda, l’incontro con Armando Massarenti, filosofo e responsabile del “Domenicale” del “Sole 24Ore” e sua sorella Rosanna Massarenti, direttrice di “Altro Consumo” e di altre tre testate collegate.

Pur essendo fratelli, i due giornalisti appaiono molto di rado insieme, ma stavolta hanno accettato di confrontarsi sul tema dell’indipendenza, il tema-chiave della Festa di Radio Popolare e della sua missione nei 40 anni di attività.

Ne è nato un interessante dialogo, in cui si è parlato di oggettività dell’approccio, di web e della diffusione delle false verità, di consumo critico e di consapevolezza dei meccanismi di persuasione di massa e, ovviamente, di come formare o mantenere un’opinione critica sulla sociatà e sulla realtà contemporanea.

Ascolta l’incontro con Armando e Rosanna Massarenti
SPECIALE MASSARENTI VS MASSARENTI

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Belfast, una dichiarazione d’amore

Una ruvida e appassionata dichiarazione d’amore a Belfast: così potremmo definire lo show trasversale “Greater Belfast” (in scena fino al 28 agosto al Traverse Theatre di Edimburgo, nell’ambito del Fringe Festival 2016), che unisce poesia, storytelling, musica pop e classica, con accompagnamento dal vivo di un quartetto d’archi femminile.

Tutto firmato e interpretato dal giovane musicista, poeta e drammaturgo Matt Regan, alias Little King, che da Belfast manca di qualche anno ma proprio per questo le ha dedicato un intenso e ironico tributo.

A partire dallo “sleech”, l’argilla viscida su cui è edificata la città, che ben rappresenta il sentimento di amore-odio che tanti figli di Belfast avvertono per la propria città, che Regan definisce “un bambino, che va nutrito e sorvegliato, perché possa diventare grande.”

Con humour e understatement, e spesso con vero e proprio sarcasmo, Regan ci guida con ritmo variabile fra ricordi d’infanzia e memorie di guerriglia raccontate dai padri, fra speranze vane e grandi aspettative, in una città inimitabile, nel bene e nel male.

Pezzi storici di band come gli Undertones o gli Stiff Little Fingers entrano a far parte della colonna sonora dello spettacolo, interamente eseguita dal vivo dal Cairn String Quartet.

Non è una conferenza-spettacolo e nemmeno una operazione nostalgica, questo strano spettacolo dalla faccia ingenua e dallo spirito ribelle: è poesia metropolitana e sfugge alla classificazioni. Per fortuna.

Ascolta un estratto dallo spettacolo “Greater Belfast” di Matt Regan

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Riccardo III è un tipo a posto!

All’Edinburgh International Festival, il più noto e provocatorio regista tedesco, Thomas Ostermeier, porta una delle sue ultime (e gia celebri) regie: “Riccardo III” di Shakespeare.

Lo spettacolo ha debuttato alla Schaubühne di Berlino, di cui Ostermeier è direttore artistico, nella traduzione e adattamento del drammaturgo Marius von Mayenburg.

Noi lo abbiamo visto in occasione del Premio Europa per il Teatro, che nel 2016 ha avuto luogo a Craiova (Romania). In quell’occasione, Ostermeier si è soffermato a fare qualche commento allo spettacolo.

Nella sua lettura, il regista scardina l’assunto secondo cui Riccardo III sarebbe la personificazione del male assoluto, e afferma che invece non fa che approfittare e amplificare la malvagità che lo circonda.

Il testo di Shakespeare e il suo protagonista, in sostanza, sono per Ostermeier il trionfo del potere manipolatorio del linguaggio, usato a scopi malvagi e associati alla sete di dominio.

Com’è noto, Riccardo III nasce prematuro, è deforme, gobbo e claudicante e tuttavia ha saputo distinguersi sul campo di battaglia a fianco del fratello Edoardo, che siede sul trono grazie anche agli assassinii portati a termine per iniziativa del fratello.

Ma a Riccardo non basta e, con il passare del tempo, la sua sete di vendetta contro il mondo dei “normali” e la brama di salire al trono lo spingono a usare i mezzi più efferati per librerarsi di qualunque rivale. Al culmine del potere, Riccardo finirà per distruggere anche sè stesso.

“Riccardo III” è uno dei primi drammi politici di Shakespeare e introduce una serie di celebri “cattivi” che lo seguiranno, come Iago o Macbeth. Ma Ostermeier insiste sulla articolata complessità del personaggio, la cui celebre amoralità ha celebri ascendenti, a cominciare da “Il Principe” di Machiavelli. In fondo, ha detto scherzando il regista, “Riccardo, in fondo, è un tipo a posto!”

Ostermeier ha anche annunciato che “Riccardo III” fa parte di un progetto che ha intrapreso con la Schaubühne e che prevede sette allestimenti dei “drammi del potere” di Shakespeare, che andranno a comporre una futura “settimana shakespeariana” presso il più importante teatro berlinese.

Ascolta l’intervento di Thomas Ostermeier su “Riccardo III”

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La città dei festival

Come ogni anno, Edimburgo, la capitale scozzese, ospita una serie di festival che attirano visitatori e artisti da ogni parte del mondo.

L’International Edinburgh Festival, nato nel ’47 per superare gli orrori della guerra attraverso l’arte, è diretto da due anni dall’irlandese Fergus Linehan, che ha confermato il consueto rigore nel creare un programma di musica teatro e danza di livello mondiale (a dirigere il concerto di apertura Antonio Pappano e Cecilia Bartoli in scena con “Norma”) ma con l’inserimento di alcune proposte più mainstream, che mirano ad attirare un pubblico più vasto (Mogwai e Sigur Rós).

Il Fringe Festival, padre di tutti i Fringe del mondo, nato a sua volta nel ’47 come alternativa “open access” all’International, è cresciuto a tal punto negli anni da ospitare ormai più di 3000 eventi in tre settimane, trasformando ogni angolo di Edimburgo in un gigantesco palcoscenico per l’entertainment ad ampio spettro.

Al Fringe, nel tempo, si sono affermati alcuni luoghi di particolare interesse.

Al Traverse Theatre, regno della drammaturgia contemporanea, quest’anno si sono segnalati il noto comico inglese Mark Thomas, con un’agrodolce rievocazione della satira politica di sinistra (“The Red Shed”), la drammaturga Adura Onashile, di origine nigeriana, con il duro ritratto di un’emigrata africana in Gran Bretagna (“Expensive Shit”) e Panti (nella foto) la più celebre drag-queen irlandese, che nel suo esilarante one-woman show rievoca fra l’altro il celebre discorso (ben presto viralizzato) con cui si era scagliata contro gli omofobi contrari alle nozze gay nel suo paese (“High Heels in Low Places”).

Il Summerhall, spazio polifunzionale creato negli storici edifici dell’ex-facoltà di veterinaria di Edimburgo, è dal 2011 uno dei punti di riferimento del Fringe, con il suo programma di musica indie e contemporanea di grande respiro, mostre d’arte e un ricco programma di teatro e danza.

Fra gli spettacoli presenti al Summerhall quest’anno segnaliamo: “World Without Us”, coproduzione anglo-belga firmata dal pluripremiato collettivo fiammingo Ontroerend Goed, un monologo sinistro e struggente che ricostruisce in dettaglio come sarebbe/sarà il pianeta se la razza umana si estinguesse/estinguerà; “Blank”, del drammaturgo iraniano Nassim Soleimanpour, che riscrive ogni sera la vita del protagonista con un attore sempre diverso e la collaborazione degli spettatori; “Lines”, progetto realizzato dagli studenti e neolaureati del Rose Bruford College, ambientato nella metropolitana londinese, dove viaggiano passeggeri di decine di nazionalità diverse.

La danza e il teatro fisico sono molto rappresentati al Fringe, in particolare al Dance Base, che produce e ospita spettacoli tutto l’anno e ha un’inconfondibile atmosfera da perenne sala-prove. Fra le molte proposte internazionali (Sud Africa, Taiwan, Finlandia, Germania, Giappone, Corea etc), da segnalare “The Rooster” e “Partial Memory”, una coproduzione euro-palestinese che tramuta in danza gli atroci ricordi della guerra nei territori occupati.

Da ricordare che, fra gli otto festival che solo in agosto si svolgono a Edimburgo, c’è anche il Book Festival: nella centrale Charlotte Square, autori di varie parti del globo e lettori si incontrano in un’atmosfera informale e partecipata, tipicamente scozzese. Quest’anno, oltre agli scrittori locali come Ian Rankin, c’è anche Shirin Ebadi.

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Simon Stephens: il teatro per superare Brexit

“La mia unica consolazione pensando agli effetti di Brexit sul mio Paese, condannato a qualche decennio di difficoltà dal voto al referendum, è che si potrà parlarne in teatro, il luogo dove si potrà mantenere un coinvolgimento con l’Europa e con il mondo.”

Così il noto drammaturgo inglese Simon Stephens, autore fra l’altro di “Harper Regan”, spettacolo messo in scena la scorsa stagione dal Teatro Elfo Puccini di Milano, e da sempre in prima linea, come molti intellettuali britannici, nella battaglia per la permanenza in Europa.

Il teatro di Stephens analizza le relazioni umane o, come lo stesso autore afferma, “Ciò che le persone fanno ad altre persone”. La sua scrittura non è mai slegata da istanze sociali e politiche, e si sofferma sempre sul disagio quotidiano e sullo spaesamento familiare e culturale.

Ospite alla Biennale Teatro di Venezia, il drammaturgo ha risposto a una nostra domanda, a partire dalla parola “relazione”, in riferimento alla recente decisione della maggioranza dei cittadini britannici sull’uscita dall’Europa.

Ascolta la risposta di Simon Stephens

SIMON STEPHENS-TEATRO E BREXIT-BIENNALE TEATRO 16

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Stefan Kaegi: libertà è partecipazione?

Da alcuni anni il collettivo artistico internazionale (ma basato a Berlino) Rimini Protokoll, gira il mondo con progetti performativi multimediali e partecipativi, non sufficientemente visti in Italia, dove sono solo sporadicamente ospitati grazie all’acume di alcuni organizzatori, come nel caso di Zona K a Milano.

La Biennale Teatro 2016, diretta da Alex Rigola, ha giustamente deciso di ospitare Stefan Kaegi, co-fondatore dei Rimini Protokoll per uno dei laboratori ormai divenuti tradizionali nela programmazione della manifestazione veneziana.

Per la stessa occasione, Kaegi ha tenuto un incontro con il pubblico (insieme al drammaturgo inglese Simon Stephens), durante il quale ha avuto occasione di rispondere a una nostra domanda sul rapporto fra la performance dal vivo, soprattutto se con partecipazione attiva del pubblico, e la generale istanza di partecipazione che i social media hanno contribuito a rendere uno dei tratti distintivi della società attuale.

Kaegi ha osservato che, pur credendo fermamente nella necessità della partecipazione “dal basso”, l’elemento che trova preoccupante è la velocità con cui questa nuova “cosceinza critica partecipata” esercita il proprio giudizio su argomenti molto gravi, come Brexit.

Ascolta l’intervento di Stefan Kaegi

STEPHAN KAEGI-TEATRO E INTERAZIONE-BIENNALE TEATRO 16

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Alex Rigola: a Venezia va in scena il futuro prossimo

In corso a Venezia da qualche giorno, la Biennale Teatro porta anche quest’estate in laguna artisti italiani e internazionali, sotto la guida del direttore artistico Alex Rigola, che da qualche anno ha scelto una cifra molto contemporanea, che affronta presente e futuro anche attraverso la rivisitazione dei classici.

Il regista lituano Oskaras Koršunovas firma un “Gabbiano”, spogliato di molti suoi simboli: niente lago, casa estiva, teatro, ma solo attori e pubblico.

Christiane Jathay sposta “Tre sorelle” nel Brasile di oggi, riducendo a cinque i personaggi principali e usando anche il linguaggio del cinema, nel suo “E se andassero a Mosca?”

Il catalano Roger Bernat propone una rilettura shakespeariana con “Please, continue (Hamlet)“, realizzata insieme all’olandese Yan Duyvendak, immaginando che l’azione si svolga ai giorni nostri, in in un’aula di tribunale, dove Amleto è sotto processo per avere ucciso il padre della fidanzata.

Il Leone d’argento di questa edizione (meritatissimo) a Babilonia Teatri che ripropone per l’occasione il “Pinocchio”, i cui protagonisti sono i non-attori dell’Associazione “Gli amici di Luca”, che hanno vissuto esperienze di coma.

Anche Romeo Castellucci è a Venezia con “Ethica (Natura e origine della mente)”, prima di cinque azioni sceniche ispirate all’opera di Spinoza, nata dal laboratorio tenuto da Castellucci proprio alla Biennale nel 2013.

L’apertura è affidata al Baro d’Evel Cirk, con “Bestias”, che ha debuttato a Lione lo scorso anno, analizza ciò che ci resta di selvaggio.

Alex Rigola è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare.

Ascolta l’intervista ad Alex Rigola

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Dal Lirico alla Fabbrica del Vapore: Milano, 2017

Una conversazione, prima della pausa d’agosto (che a dire il vero a Milano molte realtà culturali non osservano per continuare la loro proposta culturale), con l’Assessore alla Cultura di Milano Filippo Del Corno, recentemente riconfermato dal neo-sindaco Giuseppe Sala.

La nuova fiera del libro di Rho-Pero, sulla quale infuriano tuttora polemiche per via della rottura dell’AIE con il Salone del Libro di Torino, non deve essere considerata un “altro” Salone, dice Del Corno, ma una nuova manifestazione dalla vocazione eminentemente fieristica e di respiro internazionale, pur nella speranza di recuperare una collaborazione virtuosa con Torino.

Il Teatro Lirico, del quale è partito il restauro e per cui è stato indetto il bando di gestione, dovrà rispondere a una serie di esigenze della città, sia in termini di spazi, sia di offerta culturale.

La Fabbrica del Vapore, spazio da decenni di complessa gestione, andrà allocato ad alcune delle numerose realtà artistico-culturali che hanno risposto al bando di selezione, ferma restando la individuazione nella Fondazione Milano di un referente organizzativo nella gestione e programmazione della Fabbrica.

Ascolta la conversazione con Filippo del Corno a Cult – Radio Popolare

del corno luglio 16

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Il XXX° Salone del Libro di Torino si farà?

Dopo le polemiche dei giorni scorsi, torniamo sulla questione che vede al centro la decisione dell’AIE (Associazione Italiana Editori) di abbandonare il Salone del Libro di Torino per aderire a un nuovo progetto di Fiera del Libro a Rho-Pero, vicino a Milano.

Dopo la decisione, alcuni editori si sono dimessi dall’associazione, altri hanno ribadito il sostegno al nuovo progetto, mentre i sindaci e vari assessori delle due città coinvolte, Milano e Torino, si sono espressi a varie riprese.

Nel frattempo, un gruppo di autori, librai ed editori ha organizzato un incontro per domenica 31 luglio al Tempio Valdese di Prali (To), dal titolo “Il Salone del Libro di Torino: come costruire la XXX edizione.”
L’incontro si inserisce nell’ambito della rassegna Pralibro, curata dalle librerie torinesi Il Ponte sulla Dora e Claudiana.

Partecipano all’incontro, fra gli altri, lo scrittore Giuseppe Culicchia, il giornalista Paolo Di Stefano, gli editori Giuseppe Laterza e Marco Zapparoli, l’assessore alla cultura di Torino Francesca Leon e molti librai, fra cui Rocco Pinto, che coordina l’incontro, fondatore della libreria Il Ponte sulla Dora.

Rocco Pinto è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare, spiegando le ragioni dell’incontro e le intenzioni per il futuro.

Ascolta l’intervista a Rocco Pinto

rocco pinto su salone torino

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    Ira Rubini
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Anna Marchesini: la risata è un’ arte travolgente

Anna Marchesini: basta pronunciare il suo nome e a un paio di generazioni di italiani già viene da ridere.

E non è un gesto irrispettoso nell’estremo momento della scomparsa.

Come scrisse Alan Bennett in “La cerimonia del massaggio” (portato in scena da Anna Marchesini in forma di monologo con grande successo): “Ai funerali la gente piange soprattutto per sè stessa.”

Dunque, meglio ridere.

Ridiamo ancora delle molte interpretazioni teatrali di grande livello, ma anche e soprattutto della straordinaria avventura teatrale e televisiva che Anna Marchesini visse con Il Trio, insieme a due amici di sempre, Tullio Solenghi e Massimo Lopez.

Ridiamo ancora delle trasmissioni del sabato sera, con gli sketch non sempre rassicuranti, come quello in cui l’attrice fece la parodia di un’immaginaria mamma di Khomeini, mettendo in allarme i media di mezzo mondo.

Ridiamo ancora delle rivisitazioni esilaranti di grandi classici e personaggi storici, come qnel caso di “I promessi sposi.”

Una carriera costellata da più di cento personaggi entrati nella memoria collettiva della comicità italiana, come la signorina Carlo e la rossa del Roxy Bar.

Sul suo sito, Anna aveva aggiunto un post-scriptum in cui indicava con il consueto, inimitabile humour dove avrebbe voluto che fossero conservate le sue ceneri, lei che si considerava ancora un’allieva della Scuola d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, uno dei luoghi che amava di più.

“…anche se ora mi chiamano maestra, io sono una allieva della Scuola d’Arte Drammatica S. d’Amico.
Amo anche la parola Accademia.

P.S.
Ho già adocchiato una vetrinetta in sala riunioni con un piccolo cofanetto verde di porcellana, credo.
Ritengo sia ideale per contenere le mie ceneri. E’ una aspirazione che piano piano trovero’ il coraggio di far uscire alla luce. Che detto di un mucchietto di ceneri non è appropriato.
Posso tentare…. e se mi ribocciano?
E se poi l’Accademia trasloca?
E se durante il trasloco il cofanetto verde si rompe? No eh! essere spazzata via dall’Accademia no mai più!”

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    Ira Rubini
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Il Mercante sbarca al Ghetto

In occasione degli eventi organizzati fin dalla primavera 2016 nell’antico Ghetto di Venezia, per ricordarne i 500 anni, la Compagnia de’ Colombari (in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari Venezia) mette per la prima volta in scena “Il Mercante di Venezia” di W. Shakespeare in quella che, si presume, fosse l’ambientazione naturale del dramma.

Coproduzione internazionale, compagnia poliglotta, spettacolo itinerante nelle antiche calli e piazze del Ghetto, “The Merchant in Venice” (con una piccola licenza nel titolo…) si propone di mettere in relazione passato e presente in un luogo tanto carico di storia, attraverso i versi memorabili di Shakespeare.

Lo spettacolo è diretto da Karin Coonrod, con una compagnia internazionale, e il professor Shaul Bassi dell’Università Ca’ Foscari, è stato ospite ai microfoni di Cult per raccontare come è nato il progetto e quali obbiettivi vuole raggiungere.

Nessun intento celebrativo, in quello che fu per secoli un luogo di costrizione, ma la volontà di metterlo in relazione con la creatività, la cultura e la comunicazione, le uniche armi per superare le divisioni che tuttora, oggi in modo nuovamente drammatico, caratterizzano le società umane.

La colonna sonora dello spettacolo è firmata dal celebre trombettista e compositore Frank London, leader dei Klezmatics, che suona dal vivo e partecipa allo spettacolo.

Ascolta l’intervista a Shaul Bassi a Radio Popolare

shaul bassi

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    Ira Rubini
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Il Salone del Libro “modello Milano”?

Dopo il fuoco incrociato di commenti, intercorsi fra cariche più o meno istituzionali delle due metropoli industriali d’Italia, Torino e Milano, torniamo sulla notizia del divorzio fra l’AIE (Associazione Italiana Editori) e il Salone del Libro di Torino, con l’annuncio di un nuovo progetto di fiera internazionale del libro a Rho-Pero.

Renata Gorgani, direttrice editoriale della casa editrice milanese Il Castoro, ospite ai microfoni della trasmissione Cult di Radio Popolare, riflette su che cosa dovrà essere (o diventare) il nuovo progetto milanese e in che modo sarà diverso dalla trentennale esperienza torinese.

La prima missione, osserva Gorgani, sarà quella di rendere più internazionale la manifestazione, attirando un pubblico di addetti ai lavori (e non) da tutto il mondo; la seconda è quella di dare più spazio anche ad altri filoni editoriali, rispetto a quelli più tradizionalmente rappresentati a Torino; un altro intento, pur essendo la manifestazione ospitata a Rho-Pero, è quello di creare occasioni d’incontro e dibattito in città, anche nelle zone meno centrali e conosciute; il nuovo progetto, inoltre, dovrà tenere conto dell’offerta crescente di festival dedicati al libro, da Mantova a Bookcity, e conquistarsi un pubblico indipendente.

Quanto alla possibilità che a Torino si tenga comunque il Salone, come suggerito dalla sindaca Appendino, Gorgani suggerisce di riparlarne in autunno, a bocce ferme, auspicando che fra le due città possa stabilirsi una collaborazione in vista del nuovo progetto.

E il nome? Il famigerato MIBook sembra, fortunatamente, solo un titolo provvisorio…

Ascolta l’intervista a Renata Gorgani

renata gorgani-salone libro milano

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La parola speranza per pianificare il futuro

Arjun Appadurai, antropologo indiano formatosi all’Università di Chicago e docente in Media, Cultura e Comunicazione alla New York University, è venuto a Milano per prendere parte a “Future Ways of Living” lo special program della piattaforma “Meet the Media Guru”, in collaborazione con la Triennale.

Appadurai ha fondato e presiede “Partners for Urban Knowledge Action and Research”, collettivo indipendente di ricerca e centro di produzione della conoscenza urbana con sede a Mumbai, con cui da 15 anni svolge studi sulle possibilità di plasmare il futuro a partire da condizioni sociali fortemente sfavorevoli.

Appadurai è anche cofondatore della rivista “Public Culture” e del Chicago Humanities Institute presso l’Università di Chicago.

L’antropologo, che ai nostri microfoni ha sottolineato l’importanza della paorla “speranza” nella possibilità di progettare un futuro, è considerato anche uno dei principali studiosi del postcolonialismo.

Il suo lavoro si concentra anche sulla riconfigurazione culturale, sull’impatto dei media nei paesi in via di sviluppo e sul concetto di “modernità diffusa” nell’epoca della migrazione.

Nell’intervista a Cult, Appadurai ha individuato nel concetto di “generosità” la chiave attraverso la quale l’Occidente può tentare di superare il proprio drammatico presente e integrare realmente i nuovi componenti della sua società.

Ascolta l’intervista ad Arjun Appadurai

arjun appadurai

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50 anni di Teatro Povero

“Notte di attesa” è il titolo del cinquantesimo “autodramma” del Teatro Povero di Monticchiello, in scena dal 23 luglio al 14 agosto.

Una ricorrenza importante per la piccola comunità, che da mezzo secolo porta avanti questo rito laico che affronta l’attualità con le parole e i gesti dei suoi abitanti.

Ogni estate, lo spettacolo serve ai cittadini della cittadina della Val di Chiana a riflettere sui fatti del mondo e a proporre le loro considerazioni a un pubblico, negli anni sempre più numeroso.

L’autodramma del 2016 parte del concetto di “assedio”, cui spesso si fa riferimento nella cronaca del nostro complicato presente. Siamo davvero sotto assedio oppure non c’è nessun nemico, se non la paura dell’ignoto?

Come spiega Andrea Cresti (che da 50 anni coordina il progetto) ai microfoni di Cult, anche stavolta scenografia e azione scenica stabiliranno un dialogo non solo con il pubblico ma anche con gli antichi edifici di Monticchiello, testimoni della storia da molti secoli e scenario naturale che torna a rinnovarsi a ogni spettacolo.

In occasione del cinquantesimo,​ nelle vie e nelle piazze di Monticchiello è organizzata una mostra sul Teatro Povero che ne ripercorre la storia.

Ascolta l’intervista ad Andrea Cresti a Cult

TEATRO POVERO MONTICCHIELLO

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Il terrorismo e il potere del simbolo

All’indomani della strage di Nizza, il saggista e docente di relazioni internazionali Luigi Bonanate riflette ai microfoni di Cult a Radio Poplare sul potere simbolico degli atti di terrorismo contemporaneo.

La facile classificazione, frequente alcuni anni fa nei media, dei terroristi suicidi, più o meno inseriti in organizzazioni internazionali, come giovani manipolati per denaro o ignoranza non regge più: ciò che è accaduto a Nizza, secondo Bonanate, conferma una volta di più che molti atti di terrorismo oggi contengono un elemento estetizzante, avvicinabile al nichilismo.

Nel suo ultimo libro, “Dipinger Guerre”, Luigi Bonanate affronta inoltre il tema della relazione fra l’espressione artistica (soprattutto nella pittura) e la guerra: grandi opere come “Guernica” di Picasso hanno visto la luce in seguito ai grandi conflitti mondiali.

Ascolta l’intervista a Luigi Bonanate a Cult

luigi bonananate

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Il mare secondo Björn Larsson

Björn Larsson, scrittore svedese e velista autentico, ha scritto gran parte dei suoi romanzi sulla sua barca, in viaggio per i mari del mondo.

Nato a Jönköping nel 1953, docente di letteratura francese, filologo, traduttore, scrittore e poliglotta, è molto noto anche in Italia, dove i suoi romanzi sono pubblicati da Iperborea.

Fra i suoi titoli: “La vera storia del pirata Long John Silver”, “Il Cerchio Celtico”, “Il porto dei sogni incrociati”, “I poeti morti non scrivono gialli”, “L’ultima avventura del pirata Long John Silver” e “Raccontare il mare”.

Di passaggio a Milano (alla nuova libreria Verso Libri) per un incontro con i lettori e per parlare di mare, Björn Larsson ha accettato di parlare ai microfoni della trasmissione di Cult di Radio Popolare, per una serie di considerazioni informali sulla passione per la navigazione, sui grandi autori che ne hanno scritto.

Da Conrad a Maupassant, da Omero a Cristoforo Colombo, da Biamonti a Childers, Larsson analizza il loro rapporto con il mare, divertendosi a intrecciare le biografie e le opinioni e aprendo il campo a domande attraenti, come quando si chiede perché il mare sia spesso usato come simboli di libertà fin troppo scontato.

Ascolta l’intervista a Björn Larsson per Cult

bjorn larsson

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La ludoteca di Stefano Bartezzaghi

La ludoteca di Babele. Dal dado ai social network: a che gioco stiamo giocando? (ed. UTET) è l’ultimo libro di Stefano Bartezzaghi, docente di semiotica e di teorie della creatività, opinionista di Repubblica, direttore artistico del festiva “Il senso del ridicolo” di Livorno e natiralmente scrittore e saggista.

Riprendendo un suo scritto precedente e integrandolo con nuovo materiale, Bartezzaghi riflette sulla definizione del gioco. La storia del gioco è piena di scossoni e metamorfosi, se ne rinvengono tracce in tanti ambiti, dalla moda al design, dai linguaggi quotidiani all’universo social.

Il nostro presente somiglia sempre più a una “babelica ludoteca” in cui l’idea di una comunicazione “informale e giocosa” è considerata vincente. Le regole del gioco continuano ad esistere ma ciascuno deve trovare il gioco giusto per sè.

Stefano Bartezzaghi, al microfono di Cult, ci propone alcuni spunti di riflessione e ammette a sua volta di usare il gioco per comunicare meglio con lettori e studenti, oltre ad anticipare che la seconda edizione del festival “Il senso del ridicolo” di Livorno, da lui diretto prenderà il via il 23 settembre.

Riascolta l’intervista di Stefano Bartezzaghi a Cult

Stefano Bartezzaghi-La ludoteca di Babele

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