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In ricordo di Nedo Fiano, instancabile narratore

nedo fiano

Nannerel Fiano è la protagonista dell’incontro online Una vita per la memoria dedicato a Nedo Fiano, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz, scomparso lo scorso 19 dicembre. Ricercatrice di diritto costituzionale all’Università Statale di Milano, in occasione del Giorno della Memoria 2021 ripercorre l’esperienza di testimone della Shoah del nonno, uno dei più instancabili narratori di memoria per le nuove generazioni.

Esulo per il momento dall’incontro online, per chiedere come mai e con quale orientamento pensa di organizzare il suo lavoro. Lei è ricercatrice di diritto costituzionale. Non credo sia un dettaglio, soprattutto in un giorno così importante come quello dedicato alla Memoria.

Lo studio della del diritto e della giustizia costituzionale hanno un ruolo importante nella mia vita, perché la Costituzione in casa mia ha sempre avuto un peso. Rappresenta il simbolo della Liberazione. Penso che la Costituzione Repubblicana sia uno dei prodotti democratici più spettacolari di cui possiamo beneficiare, grazie ai padri e alle madri costituenti.

Abbiamo detto più volte, anche attraverso le voci dei testimoni della Shoah e dei loro discendenti, che non soltanto per  i carnefici oppure per gli indifferenti è stato difficile capire cosa è accaduto, ma anche per i superstiti. Lei ha più volte ricordato che il problema è la trasmissione della memoria “in modo vivo e non retorico”.

Il tema è riuscire a tramandare la memoria con strumenti efficaci. Il Giorno della Memoria deve essere non retorico, ma di civiltà, per comunicare quello che è stato. Per questo è importante parlare anche di storia. Senza un contesto storico di riferimento, è difficile comprendere il passato. In Germania questo lavoro è stato fatto, in Italia fatichiamo di più. Dobbiamo affinare gli strumenti: i  documenti storici, ma anche arte e cultura hanno un ruolo fondamentale. E’ una sfida difficile, ma è la strada giusta da percorrere.

Nedo Fiano è stato uno straordinario e immaginifico narratore. Quando ha iniziato a raccontarle qualcosa?

In famiglia mio nonno, quando era piccola, non aveva mai accennato al suo passato. Sapevo che aveva delle ombre, ma non sapevo quali fossero. Lui è stato sempre estremamente cauto. Quando ho realizzato che mio nonno era un sopravvissuto ero alla medie. E’ venuto a parlare nella mia scuola, e mi si è aperto un mondo terribile. Non c’era più il filtro familiare a tutelarmi. Mio padre, da quando era piccola, si è sempre definito figlio di Auschwitz . Ma solo alle medie, con quell’incontro pubblico, ho capito. E’ stato difficile digerire quella narrazione così forte.

Lei ha parlato dell’importanza del lavoro storico, oltre a quello della testimonianza. Quando è nato questo interesse?

La consapevolezza dell’importanza del dato storico e dei documenti nasce da un riflessione sul fatto che purtroppo i testimoni stanno scomparendo. Come ha scritto lo storico David Bidussa, come si farà ad avere un appiglio saldo, quando non resterà più nessuno di loro? Certo noi abbiamo i documentari, i film, che raccontano quelle storie e quelle vite. Ma il dato storico può essere un’ancora rispetto a quello che è stato, per evitare che ci siano dei rovesciamenti.

Suo nonno, ne sono certa, le avrà regalato frasi importanti. Ce n’è una che le viene in mente, che vuole condividere con noi?

Mio nonno è sempre stato un uomo estremamente positivo. Era pieno di vita, esuberante. Forse proprio perché lui è morto, e poi rinato una seconda volta. Mi ricordo la frase “Non piangere”, le esortazioni ad andare avanti sempre, senza lasciarsi andare troppo a emozioni e frasi tristi. Da lui venivano sempre frasi di esortazione, positive. Era molto felice quando iniziai l’università, mi diceva che era l’anticamera del lavoro, che mi avrebbe realizzato come donna.  Per lui il lavoro è stato uno strumento di rinascita e di affermazione di sé.

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    Ira Rubini
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“A me gli occhi, please”. Gigi Proietti muore il giorno del suo ottantesimo compleanno

Gigi Proietti

Era un artista totale, nato per fare il suo mestiere. Questa è la definizione che forse riassume meglio la straordinaria carriera di Gigi Proietti. Più ancora di quella etichetta da “mattatore”, coniata per altri e spesso affibbiata anche a lui. Era di origini semplici e suo nonno, che faceva il guardiano di pecore, gli aveva lasciato un taccuino di sonetti in romanesco, dando così forse origine alla sua autentica passione per la parola dialettale.

In teatro, Gigi Proietti aveva mosso i primi passi nelle “cantine” romane, con Antonio Calenda e Piera Degli Esposti. Per mantenersi, faceva il cantante nei night e al Foro Italico, dove aveva incontrato il grande amore della sua vita, una ragazza svedese di nome Sagitta. Il successo arriva con Garinei e Giovannini: Gigi Proietti sostituisce Domenico Modugno in “Alleluija brava gente” ed è un trionfo.

Con “A me gli occhi, please!”, Gigi Proietti compie un piccolo miracolo: portare in TV il teatro colto, l’affabulazione petroliniana. Lunghissima è la lista delle sue interpretazioni teatrali, cinematografiche e televisive, di cui ricordiamo la più recente “Edmund Kean”, spettacolo dedicato al celebre istrione britannico, oppure la fortunata serie “Il maresciallo Rocca” e le 15 serate all’Auditorium Parco della Musica, con un one-man show che ha richiamato 60.000 spettatori.

Anche produttore, regista, autore e impresario, fra le sue sfide c’è anche la creazione e la direzione del Globe Theatre, spazio di ispirazione shakespeariana a Villa Borghese. Morire il giorno del suo ottantesimo compleanno è un fatto su cui forse lo stesso Gigi Proietti avrebbe amabilmente sorriso: un grande attore, si sa, si distingue per come esce di scena.

Foto | Rai

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    Ira Rubini
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Jeffrey Schnapp: dalla mobilità alla “Moveability”

Meet the media guru

Meet the Media Guru è una piattaforma di disseminazione della cultura digitale e dell’innovazione con la missione di contribuire a colmare il divario digitale nel nostro Paese. Martedì 11 Giugno la piattaforma organizza un incontro con Jeffrey Schnapp designer, umanista statunitense e docente ad Harvard, dov’è anche co-direttore del Berkman Klein Center for Internet and Society. (altro…)

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    Ira Rubini
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Volevamo tutto!

Nanni Balestrini

“Una mattina ci siam svegliati 1. Buona Giornata a tutti sono le 7 e 30 da Radio Popolare.”

Questo è il titolo del primo capitolo del libro Una mattina ci siam svegliati (Baldini&Castoldi) di Nanni Balestrini, poeta, scrittore, artista totale, saggista, sceneggiatore, scomparso a Roma a 83 anni. Un esempio significativo di come Balestrini traesse ispirazione dalla parola viva, dai reperti sonori per la sua opera letteraria, in quel caso una fedele trascrizione dell’intera diretta che Radio Popolare aveva dedicato al lunghissimo e indimenticabile corteo del 25 aprile 1994 a Milano.

Nato a Milano nel 1935, Nanni Balestrini è stato animatore culturale, sperimentatore coraggioso, protagonista e narratore della “grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale” degli anni ’60, ma non aveva mai smesso di pensare, creare, progettare il futuro, fino agli ultimi giorni di vita.

Fra i primi esponenti della Neoavanguardia, aveva fatto parte del Gruppo 63 e con il romanzo Vogliamo tutto aveva saputo dare corpo e voce all’agitazione giovanile che avrebbe determinato per milioni di giovani europei la scelta della contestazione e della miltanza politica.

Fra gli altri suoi romanzi: Tristano (Feltrinelli), La violenza illustrata (Einaudi), Gli invisibili (Bompiani), L’editore (Bompiani) recentemente adattato per il teatro.

Fra le raccolte di poesia: Come si agisce (Feltrinelli),  Ma noi facciamone un’altra (Feltrinelli), Le ballate della signorina Richmond (Cooperativa scrittori,  Il ritorno della signorina Richmond (Becco giallo), Osservazioni sul volo degli uccelli, poesie 1954-56 (Libri Scheiwiller),  Il pubblico del labirinto (Libri Scheiwiller), Elettra (L. Sossella).

Nella trasmissione Cult di Radio Popolare, la giornalista e voce storica di Radio Popolare Bruna Miorelli e la critica d’arte e curatrice indipendente Manuela Gandini lo hanno ricordato.

“Per molti anni Nanni Balestrini ha collaborato con Radio Popolare, aveva scritto un testo per un nostro sceneggiato radiofonico, aveva curato e condotto alcune trasmissioni e aveva creato anche il laboratorio di scrittura Ricercare, che abbiamo seguito sempre da vicino,” ci ha detto Bruna Miorelli.

“Era un personaggio, come si dice oggi, crossmediale, usava tutto ciò che era a disposizione. La parola per lui era un fatto formale, non un’entità astratta e, quando analizzava il linguaggio, lo faceva in tutti i limiti che il linguaggio stesso imponeva alla società. C’era sempre una posizione politica, anche se lui non si è mai definito artista politico. La parola diventava disegno, il discorso veniva spezzato, le frasi diventavano monche e si ricostruiva un nuovo discorso, alla maniera dei Situazionisti,” ha osservato Manuela Gandini.

Bruna Miorelli, che da sempre ha seguito l’opera letteraria, poetica e saggistica di Nanni Balestrini, ha ricordato: “Vogliamo tutto è diventato un best-seller in Italia ma è stato anche tradotto molto all’estero. Balestrini aveva attuato la sperimentazione tipica delle Neoavanguardie nella forma linguistica, per esempio togliendo punti e virgole dal testo. La sperimentazione era di forma ma anche di contenuto, nel romanzo si narra la storia di un giovane operaio venuto dal Sud, nel passaggio dall’essere forse un qualunquista, a divenire un giovane appartenente al Movimento.”

Manuela Gandini, che nel 2016 ha curato per Fondazione Mudima la mostra “Vogliamo tutto”, ispirata proprio al romanzo più noto di Nanni Balestrini, ha dichiarato: “Fu una grande raccolta, che ci ha fatto fare un viaggio negli anni ’70, tuttora importantissimi perché hanno dato indicazioni molto precise su dove si dovesse andare, in quegli anni si sono scardinate delle costrizioni, si sono aperte strade e utopie. Ho conosciuto Nanni Balestrini attraverso il suo libro “cult”, Vogliamo Tutto, che mi ha dato una grandissima felicità. Uno slogan che non dovremmo mai dimenticare, anche se le condizioni intorno a noi sembrano terrificanti, con la restaurazione spaventosa di questi ultimi anni. Ma Nanni Balestrini non è scomparso: ha lasciato un’eredità enorme e ci passa il testimone. Dovremmo prenderci la responsabilità personale di continuare a lottare, per vedere dov’è la luce e quali sono i nostri potenziali, mettendoli in atto nel quotidiano. Semplicemente, una rivoluzione continua e interna.”

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    Ira Rubini
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Doris Femminis “Ogni angoletto viene smussato”

Doris Femminis

In questi giorni è in uscita Fuori per sempre (ed. Marcos y Marcos), un romanzo che sta raccogliendo molto interesse. La sua autrice, Doris Femminis, è ticinese ed è stata recentemente ospite del Salone del Libro di Torino. Il romanzo parla di destini incrociati e di giovinezza difficile perché spesso attraversata da dubbi, disagio psicologico e talvolta psichiatrico. (altro…)

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    Ira Rubini
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Milo Rau: “Le radici della violenza”

milo rau

Al Piccolo Teatro Strehler di Milano è andato da poco in scena The Repetition, del pluripremiato drammaturgo e regista contemporaneo svizzero Milo Rau. Lo spettacolo fa parte del ciclo “Histoire(s) du Théatre(!)” di cui rappresenta la prima tappa. Milo Rau è stato ospite in diretta della trasmissione culturale quotidiana “Cult” di Radio Popolare.

La sua sperimentazione performativa si concentra anche stavolta sulla violenza quotidiana, a partire da un fatto di cronaca.

Sì, è vero. The Repetition è un lavoro sulla violenza, su come la si rappresenta, e prende spunto da un fatto realmente accaduto, l’uccisione di un giovane omosessuale in Belgio, che portiamo in scena anche con attori non professionisti.

L’omicidio è avvenuto 2012?

Certo: nel 2012 un giovane belga fu ucciso nella città di Liegi, in una notte di pioggia, dopo avere intrattenuto una conversazione occasionale con i ragazzi che lo uccisero. Fu torturato per molte ore, prima di morire, e la sua vicenda è diventata uno dei più noti casi di omofobia in Belgio e in Europa.

Non è la prima volta che analizza la società belga in un suo lavoro.

Vero. Si potrebbe quasi dire che ho dedicato una trilogia al crimine in Belgio. Ho scritto un primo spettacolo sulla guerra civile, un secondo sulla pedofilia, a partire dal caso Dutroux, in cui ho lavorato con i bambini, e ora ho messo in scena questo lavoro con alcuni cittadini di Liegi, che conoscevano quella storia e che affiancano attori professionisti.

Perché è così importante avere in scena questo tipo di performer, qualcuno che “sa”?

Sono molto interessato a portare la realtà a teatro ma la cosa che più mi attrae forse è proprio il mix, la miscela che si crea in scena con una serie di testimoni ed elementi reali che entrano a far parte parte della performance. Questo è per me è molto importante.

C’è un altro elemento essenziale in questo lavoro: l’evocazione dei morti, quasi come se fossero personaggi e potessero rispondere…

Sì, assolutamente. C’è una bella frase del drammaturgo tedesco Heiner Müller che ha detto che il teatro è un dialogo con i morti. Quindi, è il modo in cui si può parlare con imorti. All’inizio dello spettacolo, un personaggio afferma  “Loro non possono risponderci, ma ci sentono”. Dunque, si tratta anche il tema della gestione del lutto, di come si ricomincia a vivere, cercando di dare un senso alla morte brutale di un ragazzo.

Lei è molto interessato alla criminolgia, alla tecnica di analisi di un crimini, vero?

Sì, è vero. Per questo il sottotitolo dello spettacolo è “Storia(e) del teatro”, ovvero la riproduzione continua di un crimine. Credo che la criminologia e il teatro, soprattutto nella ricostruzione dei fatti, siano collegati. Alla fine dello spettacolo, il quinto atto di The Repetition è una riproduzione del delitto, che dura venti minuti ed è una vera e propria ricostruzione criminologica.

Vorrei che commentasse brevemente un altro aspetto: sullo sfondo c’è una città in declino, in crisi economica, che rende tutto ancora più triste…

Certo. Non che io abbia cercato di spiegare o giustificare l’omicidio con questo pretesto, intendiamoci. Una delle ragioni per cui viene commesso è che gli assassini non si fidano della loro vittima. Non credo, infatti, che l’individuo sia in sè omofobico, ma che lo siano certe società e che da queste derivi la violenza. In qualche maniera, tutto lo spettacolo parla dell’effetto del pensiero neoliberista, attraverso questo omicidio, che si inserisce in un quadro di violenza più ampio.

Spesso, in questi casi, ci chiediamo chi debba punire i colpevoli e in che modo.

Nel caso del Belgio, che è uno stato di diritto, il sistema giudiziario li ha condannati a lunghe pene detentive. Ho incontrato uno dei colpevoli in prigione. Credo che questa sia la sola punizione possibile e sono convinto che sia giusto così.

Il tema è importante, perché mette in discussione anche il pubblico…

Credo che si metta in discussione soprattutto il motivo di un crimine che appare del tutto insensato. Come si può dare un senso a un omicidio così brutale? Cosa significa e come possiamo andare avanti dopo averlo visto e ricostruito? Dove si può trovare una scintilla di speranza nella morte? Ecco perché nel sesto atto abbiamo introdotto l’interrogativo su cosa fare insieme, su come ricostruire qualcosa con la solidarietà.

Foto | Facebook

Qui trovi il link per ascoltare il podcast della trasmissione Cult del 7 Maggio.

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    Ira Rubini
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Ponte di Pino “Le case editrici stanno cambiando”

Al prossimo Salone del Libro di Torino ci sarà uno stand di una casa editrice vicina a CasaPound. La decisione ha sollevato molte polemiche e ha determinato alcune reazioni di vario tipo: alcuni autori, come Wu Ming 4 che doveva presentare il suo libro proprio in quella circostanza, hanno deciso di non partecipare. (altro…)

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Ci vuole orecchio: come nacque un classico della musica italiana

Gino Vignali

Il 21 Marzo è uscito il nuovo romanzo di Gino Vignali, Ci vuole orecchio, la seconda parte della tetralogia ambientata a Rimini. Pubblicato da Solferino Editore, il romanzo racconta le indagini su una serie di omicidi irrisolti guidate dall’investigatrice Costanza Confalonieri Bonnet. Lo abbiamo intervistato a Cult su Radio Popolare. (altro…)

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Jón Kalman Stefánsson “Le parole ci rendono umani”

jon kalman stefansson

Diamo il benvenuto a uno straordinario scrittore, un personaggio che ha moltissime cose da raccontare. Arriva in Italia per presentare il suo ultimo libro Storia di Asta nella traduzione pubblicata da Iperborea e firmata da Silvia Cosimini, che abbiamo avuto ospite per parlare di Islanda alcuni anni fa. (altro…)

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Guido Viale “I rifiuti sono la nostra vita ieri”

guido viale

Il Book Pride 2019 ha visto diversi ospiti che, oltre a presentare i propri libri, hanno tenuto dibattiti su diverse tematiche. Radio Popolare ha seguito l’evento e Ira Rubini ha intervistato Guido Viale, saggista e sociologo, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro La parola ai rifiuti. Scrittori e letture sull’aldilà delle merci, edito da Interno 4. (altro…)

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    Ira Rubini
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Ottavo Richter Play Russia con Ira Rubini

Vi aspettiamo per lo spettacolo “Ottavo Richter Play Russia con Ira Rubini” in scena nel nostro Auditorium martedì 11 dicembre alle 21.00.

Da Tchaikovsky a Borodin, da Prokofiev a Mussorgsky: lo stile stravagante e disinvolto degli Ottavo Richter -formazione tra le più originali e divertenti della scena musicale contemporanea- incontra i giganti della musica classica russa, per un viaggio dai ritmi audaci e travolgenti. La creatività della penna di Ira Rubini esplora le loro storie rivelando chi, nascosto dietro i loro successi, li ha accompagnati all’ascesa: le donne, dalle mogli-agenti alle nonne contadine, dalle madri amorevoli alle ricche mecenati.

CAST

Gli Ottavo Richter sono:

Raffaele Kohler – tromba

Luciano Macchia – trombone

Domenico Mamone – sax baritono

Alessandro Sicardi – chitarra

Marco Xeres – basso elettrico

Paolo Xeres – batteria

 

Ira Rubini – voce narrante

 

Non serve prenotare ma venite in tempo utile per trovare i posti!

Ottavo e Ira Rubini 2

Auditorium Demetrio Stratos, Via Ollearo 5, Milano.

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    Ira Rubini
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Moni Ovadia: la patria mobile degli esuli

A 25 anni dallo straordinario successo di “Oylem Goylem” il celebre artista torna in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano con il suo nuovo spettacolo “Dio Ride. Nish Koshe” che riprende il tema dell’ebreo errante, con nuove storie e musiche esguite dal vivo dalla Ovadia Stage Orchestra.
Ai microfoni di Radio Popolare Moni Ovadia riflette, racconta, si indigna e sorride, con lo stesso spirito con cui sale sul palco.

Secondo una narrazione talmudica con il valore di commentario poetico, Dio ride sostanzialmente di sé stesso. E ride, perché è entrato a gamba tesa in questioni di uomini, nelle quali non avrebbe dovuto entrare. Questo insegna molto, anche se naturalmente siamo nella chiave del paradosso. Durante una discussione di maestri, che parlano di un punto della legge, uno di loro chiama a testimone Dio della sua ragione, e Dio invia una voce celeste, cosa che non doveva fare. A quel punto, un altro maestro strilla “Non è nei cieli!” Insomma, nelle questioni che riguardano la Terra, il Padreterno se ne stia al suo posto. Io lo trovo straordinario, uno spunto vertiginoso contro ogni fanatismo, intolleranza.
Dio ride di varie cose. Degli uomini, e loro ridono di lui. Ma questo mio cammino nasce da un assillo. La drammaturgia è la stessa di “Oylem Goylem” ma i contenuti sono diversi. Lì parlavo di esilio, mamme, denaro, attività commerciali. Qui siamo sempre nel quadro dell’esilio ma il tema è la spiritualità umoristico-paradossale. Wittgenstein diceva che un serio e fondato saggio filosofico dovrebbe consistere di storielle e barzellette. E il filosofo Slavoj Cicek ha scritto un saggio dal titolo “Centosette barzellette.” Io sono sulla stessa linea nel mio modestissimo ambito.
L’assillo che muove tutto questo, dicevo, è che l’esilio non è più permesso perché l’umanità ha alzato muri. Muri, fili spinati, barriere fisiche ai confini e nell’anima. Tutto questo provoca intolleranza, violenza, ottusità, stupidità. E faccio riferimento al muro più terribile, quello che segrega il popolo palestinese, lo spossessa, lo deruba del suo futuro, delle sue risorse, lo vessa e chiude gli israeliani in un ghetto iperarmato e consumista. Una autentica catastrofe.
Parto da qui per dire che, nella condizione dell’esilio la spiritualità era straordinaria, si poteva ridere di Dio, con Dio, Dio rideva di sé stesso e si celebrava il sapere e la profondità dell’anima. Lo dico con musica, canti, umorismo ma anche con letture da Franz Rosenzweig, il più grande filosofo ebreo del ‘900, con le parole di Chaim Potok che spiega chi sono questi ebrei di cui si parla, un mucchio selvaggio di meticci sbandati, male in arnese, piagnucolosi, che ebbero l’estro di colonizzare il cielo col Dio dello schiavo straniero e inventare la “patria mobile.”
La Torah non porta al nazionalismo, perché il nazionalismo è la più intollerabile forma di idolatria, l’idolatria della terra.
Gli ebrei sono esattamente come tutti gli altri. Quando si comportano in modo orrendo lo fanno come tutti i nazionalisti. L’intelligenza ebraica derivava da quattro cose: essere in esilio, essere in minoranza, essere perseguitati e il fatto che tutti nel mondo della “Yiddishkeit” studiassero le scritture. Lo facevano i sapienti, i ciabattini, i sarti e anche i borsaioli. Questo ha fatto l’eccellenza ebraica. Il resto dimostra che sono esseri umani come gli altri che cadono nella coazione a ripetere dell’uomo, che da millenni non capisce che saremo in pace solo quando vivremo da stranieri fra gli stranieri.

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    Ira Rubini
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Inge Feltrinelli: i libri sono la vita

Non c’era una sola Inge Feltrinelli.
Lo ha raccontato, commosso ed eloquente, il figlio Carlo nella cerimonia commemorativa che ha preceduto l’apertura della camera ardente della grande editrice a Palazzo Marino a Milano.

“Mi sento di voler mettere in luce qui una caratteristica peculiare che accomuna Inge ai due grandi uomini della sua vita, mio padre Giangiacomo e Tomás Maldonado, che è qui con noi e che per me è stato ed è come un padre. Questa peculiarità è il fatto di aver saputo vivere più vite in una sola. Esiste infatti una Inge quattordicenne che scappa per un pelo alle persecuzioni razziali nella Göttingen del 1944, esiste una Inge non ancora ventenne in autostop verso Amburgo per intraprendere la carriera di fotoreporer, esiste una Inge che su una nave mercantile attraversa l’Atlantico nel ’53 per fotografare la Garbo e intervistare Ernest Hemingway, esiste una Inge che incontra un giovane editore di ritorno da un viaggio in Nord Europa con un manoscritto nello zaino, ed era “Il Gattopardo”, esiste una Inge animatrice della comunità internazionale degli editori…”

Nelle testimonianze degli esponenti della cultura italiana che hanno voluto tributarle un omaggio, insieme a tanti milanesi, ricorrono alcune parole significative, caratterizzanti della straordinaria vitalità di Inge, della sua determinazione, della curiosità mai sopita e della contagiosa allegria.

Sono molto commossa di vedere come le hanno messo i fiori, che sono di tutti i colori, come lei“, ci ha detto la giornalista Edgarda Ferri, “era un caleidoscopio, non solo per come vestiva ma per le sue molte sfaccettature e per l’interesse per tutte le cose. Era un modello, per Milano ma soprattutto per tutte le donne“.

La ricordo come una donna di enorme umanità, di grande entusiasmo e come una lavoratrice incessante. Era una cittadina del mondo, una gran donna” ha osservato la scrittrice Simonetta Agnello Hornby.

La storica dell’antichità Eva Cantarella parla “della sua allegria, del suo divertimento. Era singolarissima, perché combinava l’impegno civile e culturale con la voglia di divertirsi“.

La prima immagine con cui la ricorda Giovanna Zucconi è “Inge che balla. Sempre, ovunque, comunque, con chiunque. Era un vortice trascinante. Inge che balla. Il mondo era la sua casa“.

Michele Serra ci ha detto “Mi vengono i mente i suoi colori. Era festosa. Era allegra, vitale. Come se la cultura fosse qualcosa che si tocca, che nutre, che è facile, che sta insieme alle persone. Era veramente pop, da questo punto di vista“.

Rosellina Archinto, amica ed editrice, la definisce “Una donna coraggiosa e generosa. Ci siamo conosciute negli anni ’60. Ero molto legata a Giangiacomo, mi ha aiutata molto nel mio lavoro, e anche Inge. Sono stati fantastici“.

Inge Feltrinelli, che contribuì a fare di Milano una capitale della cultura europea e a restituire all’Italia il tratto cosmopolita che il fascismo le aveva tolto, è stata ricordata anche in un altro modo, originale come lei. Nelle Librerie Feltrinelli, una delle sue molte intuizioni imprenditoriali, i lettori hanno ballato al tramonto sulle note della colonna sonora di “Il Gattopardo”, il successo editoriale a cui Inge era forse maggiormente legata.

Un addio a passo di danza, una sciarpa arancione che volteggia, come sarebbe piaciuto a lei.

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    Ira Rubini
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Il pianista di Yarmouk racconta la sua Siria

Il giovane pianista Aeham Ahmad, divenuto il simbolo della guerra in Siria dopo avere suonato il suo pianoforte fra le macerie del campo profughi di Yarmouk, è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare.

Oggi Aeham Ahmad vive a Wiesbaden, in Germania, e svolge una regolare attività concertistica. anche se parte della sua famiglia vive ancora in Siria.

Nel libro autobiografico “Il pianista di Yarmouk” (ed. La nave di Teseo) racconta la sua vita nel campo profughi, la passione per la musica, il dramma quotidiano della guerra, la fuga in Europa.

Ecco cosa ci ha raccontato:

D. Davvero pensavi che non fosse una buona idea mettere su You Tube il video in cui suonavi il pianoforte, come scrivi nel libro?

A. Già… dopo quel filmato, certo, una parte della mia famiglia è riuscita a fuggire. Ma certamente, sempre per via di quel video, Mahmud non è più con noi. Certo, il filmato mi ha permesso di parlare di Yarmouk e della sua gente qui in Europa e ad aiutare molti a mettersi in salvo. Ma devo ammettere che le cose cambiano molto velocemente, in Siria come nel resto del mondo, e oggi sono ancora diverse.

D. Nel libro traspare da ogni pagina la convinzione che la bellezza possa salvare il mondo dalla guerra, come nei secoli tanti artisti hanno dichiarato. Che ne pensi, è proprio così?

A. Sì, la bellezza e l’arte sono da sempre un sostegno in tempi orribili. In Siria ci sono monumenti romani, ottomani, coloniali. Abbiamo molta tradizione musicale. L’arte e la bellezza non si distruggono. Forse, si possono distruggere le pietre ma non la bellezza. Cantiamo ancora canzoni irachene vecchie di duecento anni o pezzi folk di più di cento anni fa. Le canzoni popolari restano per tutta la vita, come l’arte. Oggi ammiriamo ancora Monna Lisa! Ma la cosa orribile è che la guerra ha bisogno di distruggere tutto e il terrore ha distrutto anche il mio pianoforte.

D. Fai parte di una comunità palestinese in Siria. Puoi raccontarci i dettagli della storia della tua famiglia?

A. Mio nonno era nato in Palestina e si è trasferito nel sud della Siria, dove è nato mio padre, sono nato io e anche i miei figli. Da tre generazioni siamo rifugiati. Abbiamo documenti di viaggio, non veri passaporti, che non ci permettono di viaggiare in tutti i paesi. Questa è la situazione: siamo nati rifugiati! Il campo di Yarmouk è gestito dall’ONU. Le scuole, gli ospedali, tutte le strutture sono gestite dalle Nazioni Unite. Eppure molte cose non erano possibili: per esempio non potevamo suonare Beethoven! La nostra è una famiglia relativamente piccola, siamo in sette. Mio zio ha una famiglia più grande, sono in dodici. Ma ce ne sono altre molto più numerose. Un nostro proverbio dice: “Dove spunta un limone, ne spunta anche un altro”. I palestinesi formano comunità che si allargano rapidamente.

D. Com’è oggi Yarmouk? E’ stato un simbolo della distruzione in Siria ma ha avuto meno copertura dai media di Aleppo o altri luoghi. Di Yarmouk si ricordano soprattutto i fiumi di persone in fuga…

A. Sì, è vero. Le foto mostravano ondate di profughi. Le persone vedevano quelle immagini ed esclamavano “Questa è la Siria!”. Ma era solo Yarmouk… Per sei o sette mesi, mentre soffrivamo la fame, nel mondo si diceva “Laggiù muoiono di fame”! E c’erano davvero 160.000 persone che morivano di fame. In quel periodo abbiamo avuto molta visibilità mediatica. Ma dopo sette, otto giorni l’attenzione si è spostata ad Aleppo o a Homs, e noi siamo tornati nell’ombra, anche se la gente continuava a morire. Mi è sembrato importante mettere il pianoforte in strada, per dare un segno, per dire che eravamo ancora vivi e attirare gli sguardi. Lo spiego nel libro. Ad Aleppo ci sono ancora circa 5.000 persone. C’è ancora Marwan, l’amico che mi aiutava a spingere il piano, perché era pieno di muscoli. Adesso ne ha un po’ meno, perché soffre la fame. E’ sposato, ha dei figli. Laggiù ci sono ancora i miei genitori, a Yalda. Ci sono ancora circa duecento soldati dell’ISIS che rendono la vita difficile alla gente, proibiscono tutto. E ci sono anche i soldati governativi, dall’altra parte. Recentemente hanno chiuso i collegamenti fra Yalda a Yarmouk. E’ come essere sotto assedio ma senza copertura dei media.

D. Adesso vivi a Wiesbaden, in Germania. Fai il musicista e tieni molti concerti. Sinceramente, cosa pensi della vita in Germania e in Europa in generale? C’è qualcosa che ti ha sorpreso quando sei arrivato qui?

A. In realtà, girando l’Europa ho capito come Mozart e Beethoven abbiano potuto comporre i loro capolavori in questi paesi. Guardando l’architettura, ho capito la mentalità della gente e come sia potuto accadere. Nella musica classica c’è un forte elemento matematico. So come vanno le cose, parlo con le persone, in Germania, in Italia. Sono interessato alla cultura dei luoghi. Non c’è nulla che mi abbia sorpreso, a parte il modo in cui gli esseri umani trattano gli altri esseri umani in Europa. Se penso al mio stato, in Germania devo riconoscere che la situazione dei profughi è buona. Ho il permesso di viaggiare in Europa, posso lavorare e guadagnare, sono stato accolto molto bene. E’ importante per me. Ma non devo andare all’ufficio di collocamento o chiedere il sussidio di stato. Ad altri non è andata così bene. Un mio zio, per esempio, è venuto qui qualche anno fa ma ha perso la casa, vive in un rifugio per senzatetto, perché non parla tedesco, né inglese e nessuno lo capisce. Non lavora e ormai ha 52 anni.

D. Chi ti ha trasmesso la passione per la musica? Vuoi continuare a imparare?

A. Certo! Conosco solo il 5% della musica e devo imparare ancora molto. Ho un problema alla mano per via di una bomba che mi ha lesionato le dita e il viso. Il maestro tedesco da cui vado a lezione ogni settimana non mi insegna solo musica classica, ma anche jazz. Mi interessa molto, voglio studiare di più e lavorare un po’ meno, dato che tengo concerti ogni giorno. Anche prima della guerra sognavo di studiare musica classica in Europa, perché la suonavamo e ne leggevamo. E’ molto diverso suonare la musica di un compositore italiano a Roma, o di Beethven a Bonn, oppure Schubert a Wiesbaden. Loro sono vissuti là, e mi sembra di capire meglio cosa pensassero.
La passione per la musica me l’ha trasmessa mio padre, che era violinista. Ha insistito molto, anche se gli altri bambini mi prendevano in giro, perché a loro piaceva il calcio o la musica leggera, e io suonavo solo classica. Ma poi ho capito che, come diceva mio padre, la musica ti cambia la vita.

Ascolta l’intervista ad Aeham Ahmad a Cult – Radio Popolare:
Il pianista di Yarmouk

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    Ira Rubini
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Quasi niente è anche troppo

“Gli bastava quello che aveva, pochissimo per non dire niente, e non voleva aff­annarsi, o coltivare aspirazioni. Al è dut nue fantats, al è dut nue. È tutto niente ragazzi, è tutto niente. Pronunciava la frase sottovoce, quasi non volesse far fatica.”

Questo breve estratto da “Quasi niente” di Mauro Corona e Luigi Maieron (ed. Chiarelettere) chiarisce subito l’inclinazione “filosofastra” dei due autori, amici e complici di una vita. Come in una serata davanti al fuoco, i due discorrono di grandi temi e semplici quotidianità, rchiamando in vita personaggi leggendari del loro territorio, le montagne dell’estremo nord-est, come Anna, Silvio, Menin, Tituta, Tacus, Orlandin, Cecilia.

Il confronto fra gli antichi saperi e l’epoca attuale, dominata dall’ansia di possesso, è inevitabile. Ma i due conversatori non puntano mai il dito, nè esprimono nostalgia. Piuttosto, dissotterrano quelle voci lontane ma dense, quei pensieri forgiati da lunga esperienza, quelle aspirazioni concrete, non destinate a essere subito sostituite da latre, non appena realizzate.

Un mondo, quello rievocato da Corona e Maieron, duro e faticoso eppure pieno di mistero e dignità: un mondo dove dire “Ti amo” suona inopportuno e si preferisce dire “Ti voglio bene”, intendendo in tal modo una promessa di affetto profondo e duraturo, di accudimento in caso di bisogno, di protezione e comprensione reciproca.

Ai microfoni della trasmissione Cult di Radio Popolare, Mauro Corona ha condiviso, durante un viaggio in treno, alcune sue riflessioni sul libro.

Ascolta Mauro Corona a Cult
mauro corona-quasi niente

Mauro Corona è nato a Erto (Pordenone) nel 1950. È autore, fra l’altro, di “Il volo della martora”, “Vajont: quelli del dopo”, “I fantasmi di pietra”, “La fine del mondo storto” (premio Bancarella 2011), “La voce degli uomini freddi” (finalista premio Campiello 2014), “I misteri della montagna”, “Favola in bianco e nero”, “La via del sole” e delle raccolte di fiabe “Storie del bosco antico” e “Torneranno le quattro stagioni”, editi da Mondadori. Ha pubblicato anche “La casa dei sette ponti” (Feltrinelli 2012) e “Confessioni ultime” (Chiarelettere 2013).

Luigi Maieron è nato a Cercivento (Udine) nel 1954. Inizia a suonare fin da bambino nella sua Carnia. Ha vinto tre edizioni del Festival del canto friulano (1993, 1995, 2012) e il premio Friùl (1997). Ha avviato una collaborazione artistica con Mauro Corona e Toni Capuozzo con lo spettacolo “Tre uomini di parola”. Nel 2002 ha pubblicato l’album “Si Vîf”, prodotto da Massimo Bubola, collocandosi al secondo posto al premio Tenco. Il suo album più recente è “Vino, tabacco e cielo” (2011). Su “la Repubblica” Gianni Mura ha definito Maieron “un albero che ha il dono della parola”.

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    Ira Rubini
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Fuori dal “secolo di merda”!

Sabina Guzzanti torna in scena con il suo nuovo spettacolo “Come ne venimmo fuori”: una parabola fantascientifica e molto urticante, che ci restituisce la speranza di uscire dal nostro terribile presente, denominato senza mezze misure “secolo di merda”!

Il futuro dove vive SabnaQƒ2, incaricata di pronunciare (durante una solenne celebrazione annuale, simile a un “25 aprile del futuro”) il discorso sulla fine del periodo storico più buio dell’umanità: il periodo che va dal 1990 al 2041, noto a tutti, appunto, come “il secolo di merda.”

Ma ormai, gli abitanti del futuro non hanno più voglia di ripercorrere i passi (falsi) della sgangherata umanità che li ha preceduti, capace trasformare il denaro in un fine e non un mezzo, di portare i livelli di aggressività gratuita a livelli mai visti, con la complicità di media dalla demenzialità inarrivabile.

La gente del futuro pensa che il popolo del “secolo di merda” fosse semplicemente composto da un branco di imbecilli.

Ma SabnaQƒ2 vuole confutare questa spiegazione semplicistica e ha preparato con cura il discorso: si è documentata sulla televisione, sulla situazione politica e suoi suoi protagonisti, sull’economia e sulle date importanti. Il risultato è una lectio magistralis acida e impietosa sul nostro oggi che, tuttavia, ci lascia un lume di speranza.

Sabina Guzzanti è stata ospite di Cult su Radio Popolare alla vigilia del debutto del suo nuovo spettacolo al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 28 marzo al 2 aprile.

Ascolta Sabina Guzzanti a Cult:

sabina guzzanti

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    Ira Rubini
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Emma Dante: “svestire” gli ignudi

Fra i riferimenti (o forse meglio sarebbe dire numi tutelari) di “Bestie di scena”, l’ultimo spettacolo di Emma Dante e il primo prodotto dal Piccolo Teatro di Milano, c’è Luigi Pirandello, come la stessa regista ha avuto occasione di sottolinenare.

“Nessuno di noi è nel corpo che l’altro ci vede, ma nell’anima che parla chi sa da dove…” scriveva il drammaturgo siciliano in “I giganti della montagna” e subito il legame con quello che gli spettatori vedono in scena si fa chiarissimo.

Un’umanità esitante e vagamente derelitta, giunta da chissà dove e che, ancora intimorita da quello che la circonda, si libera gradualmente dei propri vestiti procedendo, per tentativi ed errori, nel difficile percorso della convivenza.

La scena è nuda, come gli attori. Niente musica, tranne un brano noto e struggente, usato con parsimonia: “Only you” dei Platters.

La comunità “ignuda” che si aggira sul palco vuoto balla, gioca, canta, mangia, litiga, si azzuffa e si interroga ogni volta che da un misterioso “aldilà” le piovono addosso oggetti e provocazioni (“comandamenti” li chiama Emma Dante) che interrompono o deviano l’azione.

Ne nasce uno spettacolo “primitivo”, senza appigli, a eccezione di quelli creati occasionalmente dagli interpreti e spesso rappresentati dal proprio stesso corpo o da quello degli altri. Un vero e proprio manifesto della “sottrazione”, esercizio dal quale Emma Dante si dice da qualche tempo molto attratta.

E lo siamo anche noi.

Ascolta Emma Dante su “Bestie di scena”

emma dante-bestie di scena

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    Ira Rubini
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Lo scoop esiste ancora

Qualche decennio fa, il giovane giornalista Andrea Muratori finisce per sbaglio in un paese del Centro America dove infuria la guerra civile. Che sia la sua grande occasione per diventare un celebre inviato, quella figura mitica di cui ha spesso fantasticato durante le lunghe ore di redazione?

Ma quando arriva a destinazione scopre che i corrispondenti più esperti non somigliano affatto a quella via di mezzo fra agente segreto ed eroe popolare che pensava di incontrare. Sembrano più preoccupati di conservare i propri privilegi economici e di godersi la vita a spese delle rispettive testate.

A un certo punto, tuttavia, l’attualità irrompe pressante, autenticamente drammatica, nella vita di Muratori e il giovane “reporter per caso” ritrova nei suoi cinici colleghi la personalità e il mestiere che li ha consacrati alla professione del giornalismo: “il più grande divertimento che puoi avere con i calzoni addosso,” come dice il più anziano di loro.

Sono i tempi in cui il digitale non esiste ancora, e neppure gli smartphone, eppure sono gli stessi anni in cui uno scoop, vero o falso, può influenzare l’opinione pubblica di una nazione.

“Scoop” (ed. Feltrinelli) è l’ultimo romanzo del celebre inviato e scrittore Enrico Franceschini che, mescolando autobiografia e fiction, racconta il rito di passaggio dalla gioventù all’eta adulta di un giovane corrispondente con passione e ironia.

Enrico Franceschini (Bologna, 1956), giornalista e scrittore, è da più di trent’anni corrispondente dall’estero per “la Repubblica”, per cui ha ricoperto le sedi di New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e attualmente Londra. Nel 1994 ha ricevuto il Premio Europa per le sue corrispondenze sul golpe di Mosca. Per Feltrinelli ha pubblicato La donna della Piazza Rossa (1994), Russia. Istruzioni per l’uso (1998), Fuori stagione (2006), Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007 (2007), Voglio l’America (2009), L’uomo della Città Vecchia (2013) e Scoop (2017).

Enrico Franceschini è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare.

Ascolta l’intervista a Enrico Franceschini

enrico franceschini

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    Ira Rubini
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Pinocchio all’Inferno

La circostanza è curiosa: Antonio Latella, uno dei maggiori protagonisti della scena teatrale italiana, si sofferma a dare gentilmente spiegazioni a mamme e bambini che, incautamente, sono venuti al Piccolo Teatro Strehler a vedere il suo “Pinocchio”, pensando che si tratti di una innocua versione della celebra favola di Collodi.

Accadeva dopo le prime repliche del nuovo spettacolo firmato dal regista e prodotto dal Piccolo Teatro. Poi, l’equivoco si è gradualmente chiarito: questo “Pinocchio” è certamente quello di Collodi ma ne rappresenta l’animo oscuro e il volto meno rassicurante.

Un allestimento destinato a lasciare il segno nella memoria e nei sensi degli spettatori, addetti ai lavori o no: il Pinocchio di Latella è un burattino/bambino/adolescente nato dal capriccio di un padre anziano e anaffettivo, che mangia e beve i trucioli che piovono incessantemente sulla scena, non riesce a dire “mamma”, porta appeso al collo il pesante ceppo di legno da cui è nato e cerca di difendersi da una legione di adulti e fantasmi, di cui la Fatina Azzurra non è affatto la rappresentante benigna.

Come forse nelle originarie intenzioni di Collodi (che aveva condannato a morte il suo primo Pinocchio, per poi emendare la fiaba su istanza dei piccoli lettori), questo Pinocchio è acido e straziante, aggressivo e indifeso, pericolosamente simile a tanti adolescenti contemporanei ma forse anche a quelli dei bei tempi andati, quando molestie e maltrattamenti certo non mancavano, bastava non parlarne in pubblico.

Perennemente in viaggio fra due mondi, un cupo aldilà assai realistico (e punteggiato da riferimenti danteschi) e un aldiqua altrettanto infernale (con citazioni di letteratura contemporanea e squarci di urgente attualità), lo sventurato/mefistofelico Pinocchio obbliga il suo impavido interprete (Christian La Rosa) e tutto l’eccellente cast dello spettacolo ad acrobazie fisiche e, diremmo, anche morali.

Non c’è remissione, nè per gli adulti, nè per i burattini che diventano bambini e poi uomini, destinati a trascinarsi dietro i brutti ricordi e le domande senza risposta per tutta la vita. Con buona pace di Disney e dei suoi finali melensi.

Impossibile dire se si tratti di un “bello” spettacolo, l’aggettivo stavolta è davvero poco appropriato. Di certo, è uno spettacolo indimenticabile.

E attenzione, lo ripetiamo: NON è uno spettacolo per bambini!

ANTONIO LATELLA PINOCCHIO

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    Ira Rubini
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Smith & Wesson: i sogni perduti dell’America

Arriva all’Elfo Puccini di Milano “Smith & Wesson”, di Alessandro Baricco, per la regia di Gabriele Vacis, con Natalino Balasso e Fausto Russo Alesi: un plausibile caso di omonimia per immaginare una versione alternativa del sogno americano.

Siamo agli inizi del ‘900: un bislacco inventore con qualche truffa alle spalle e un disadattato che di mestiere pesca i cadaveri di chi si suicida buttandosi dalle cascate del Niagara si incontrano per caso e decidono di condividere un tratto della loro esistenza.

Il caso vuole che i loro cognomi, insieme, corrispondano alla più celebre marca di fucili di precisione di tutti i tempi: Smith & Wesson, appunto. Ma è solo una coincidenza. La loro non è una storia di grandi successi. Piuttosto, è un susseguirsi di tentativi e fallimenti, di aspirazioni e frustrazioni, all’ombra di ingombranti figure paterne.

Ma la speranza di centrare almeno una volta l’obbiettivo e diventare finalmente grandi rinasce quando i due si imbattono in una giovane giornalista di belle speranze e dal futuro incerto che, per dare una svolta definitiva alla propria carriera stentata, decide di tentare “l’ultima follia”: buttarsi dalle cascate del Niagara e sopravvivere!

Smith & Wesson la aiuteranno, ciascuno sfruttando il proprio specifico know-how. Sullo sfondo, la vera ispiratrice della vicenda, realmente accaduta: Mrs. Higgins, una signora borghese proiettata verso il futuro.

Nello spettacolo, che rinnova il sodalizio artistico fra Baricco e Vacis, il vero protagonista è l’uomo comune con la propria sete di riscatto, surreale nella sconfitta annunciata.

A dare corpo e voce a Smith & Wesson, due dei più interessanti interpreti della scena italiana: Fausto Russo Alesi e Natalino Balasso, che è stato ospite della trasmissione Cult di Radio Popolare.

Ascolta l’intervista a Cult di Natalino Balasso.

NATALINO BALASSO

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