Approfondimenti

Nell’abisso del populismo

Intervista ad Alison Klayman, regista di “The Brink – Sull’orlo dell’abisso”, prodotto da Marie Therese Guirgis, ex collaboratrice di Bannon, presentato allo scorso Sundance Film Festival e ora al cinema, distribuito da Wanted.

Il ritratto inquietante dell’ex stratega di Donald Trump, seguito dal suo allontanamento dalla Casa Bianca fino al termine della sua campagna itinerante tra U.S.A ed Europa per la creazione di The Movement, l’organizzazione creata per promuovere una politica sovranista e populista nel Vecchio e Nuovo Continente, per unificare i partiti di estrema destra.

Qual è stata la fascinazione nei confronti di Steven Bannon per questo documentario?

È divertente come domanda perché dico sempre che non c’è stato alcun tipo di fascinazione nei confronti di Steve Bannon. L’ho vista piuttosto come un’opportunità da cogliere al volo: la mia produttrice è riuscita a convincerlo a fare questo documentario ed è stata proprio una opportunità per vedere direttamente nella pancia della balena, vedere come funzionava il dietro le quinte del partito di destra americano, quale fosse la strategia anche a lungo termine e poter svelare cosa stessero facendo.

Il documentario mette molto in luce quello che sta succedendo negli Stati Uniti ma anche in Italia e nel resto d’Europa. La domanda però è più legata al personaggio: avete concordato quello che lei doveva chiedere? C’è qualcosa a cii lui non ha voluto rispondere ed è stato sempre se stesso?

La maggior parte del documentario in realtà è composta da me, mentre cercavo di osservare cosa stesse facendo. Avrei voluto anche poter incontrare molte delle persone con cui ha parlato ma non sempre ne ho avuto la possibilità. L’ho guardato mentre interagiva con altre persone, ma queste persone non sempre volevano essere riprese. Quando invece si trattava di vederlo parlare ho notato che c’erano alcuni argomenti su cui non era molto disposto a discutere, neanche con la stampa. Uno di questi era ad esempio lo scandalo del Cambridge Analytica e lui non ne voleva parlare, infatti i suoi collaboratori molte volte dicevano ai giornalisti “Guarda non andare su questo argomento perché tanto non risponderà alle domande che farai”. Un altro argomento di cui non era molto felice di parlare era tutta la parte sulla Russia o di Jared e Ivanka Trump. Credo però che lui si sia svelato sotto altri punti di vista, non sempre parlando ma anche nei suoi atteggiamenti.

E quali sono questi altri punti di vista e atteggiamenti che ha notato facendo il film e che magari non si aspettava prima di incontrarlo?

La caratteristica che ho trovato sempre molto affascinante è questa grande consapevolezza di sé che Steve Bannon ha, anche un grande ego, un grandissimo ego. Infatti molto spesso si vantava e raccontava storie. Credo che anche la scena d’apertura del documentario riveli molto: quando lui comincia a parlare di Auschwitz, lui è consapevole di provocare parlando dei nazisti e dell’olocausto però allo stesso tempo sta cercando di raccontare un po’ una storia. Credo però che il modo in cui lui abbia parlato dell’architettura, della strategia che c’è stata dietro Auschwitz, mentre lo raccontava non si è reso conto del collegamento che stava facendo fra i cosiddetti bravi tedeschi che continuavano a fare piani separandosi cosi da tutta la parte morale che avrebbe evitato quell’orrore. E in quel momento lui inconsapevolmente ha dimostrato la mia tesi che ho seguito per l’intero documentario.

Oltre al populismo c’è anche un aspetto religioso nel film: questa Divina Provvidenza. Che idea si è fatta e che presa ha avuto poi sugli elettori questo tema?

Steve Bannon spesso parlava dei cristiani evangelici e del ruolo vincente che secondo lui avevano in questa coalizione che ha portato poi la destra americana al potere. Soprattutto durante il periodo precedente alle elezioni di metà mandato, lui ha sempre puntato un po’ su quelle parti di elettorato composto da cattolici ed evangelici. In tutta la sua retorica si capiva che lui li vedeva come degli elettori ideali che potessero poi andare a votare, però allo stesso tempo c’era un fondo di verità in questo suo modo di vedere la provvidenza. Lui era ed è convinto di essere all’interno di una missione, che quella sia la sua missione. In questo momento poi sta anche agendo in maniera attiva contro Papa Francesco perché lo vede troppo di sinistra. Credo quindi che ci siano sia degli elementi strategici e pratici, ma anche una parte di sua convinzione personale.

Steve Bannon ha visto il film?

Sì, l’ha visto. La mia produttrice gliel’ha fatto vedere prima che uscisse al Sundance Film Festival ed è stata un’esperienza molto strana per lui, perché è strano vedere un film sulla tua vita. La produttrice era lì con lui mentre lo guardava per aiutarlo ad inquadrare dal punto di vista del pubblico, dicendogli “Guarda le persone in realtà vedono questo, però interpretano così”. Quando hanno cominciato a uscire tutte le recensioni da parte dei giornalisti, Bannon ha capito che in realtà le persone lo vedevano in un modo un po’ diverso e allora ha tolto la parola alla produttrice. Quindi abbiamo pensato che non sia così contento di come le persone abbiano recepito il documentario. Vorrei però aggiungere che per me lo spettatore meno importante di questo documentario è proprio Steve Bannon. Sono arrivata a questa conclusione, non è stato facile ma io ho creato questo documentario sulla mia visione di Steve Bannon per il pubblico e quello che mi interessa è la visione del pubblico, non come Steve Bannon abbia recepito il documentario.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
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