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‘ndrangheta a Milano, il capo della Dda Dolci: “Politici e imprenditori continuano a non denunciare”

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    Lombardia |
Ndrangheta Milano Tribunale

Alessandra Dolci, procuratore aggiunto e capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, fa il punto della situazione sulla ‘ndrangheta a Milano a dieci anni dalla maxi operazione Crimine-Infinito. Cosa è cambiato in questi ultimi dieci anni?

L’intervista di Roberto Maggioni a Prisma.

Perché “Crimine-Infinito” è stata la più importante inchiesta contro la ‘ndrangheta in Lombardia?

È stata una indagine importante non soltanto per la Lombardia, perché ci ha dato il quadro d’insieme. È stata la prima indagine che ha disvelato l’aspetto organizzativo della ‘ndrangheta. Prima di Crimine-Infinito si pensava che la ‘ndrangheta fosse un insieme di ‘ndrine e famiglie scollegate tra loro. Dopo Crimine-Infinito possiamo affermare che l’associazione mafiosa ‘ndrangheta è a carattere unitario. C’è una unitarietà di fondo e ci sono delle strutture di base che sono le locali di ndrangheta: 15 in Lombardia, ma decine in Calabria e altre sparse per il Mondo. Ci sono anche strutture di carattere sovraordinato federativo, come la Lombardia, e poi questa struttura superiore che si chiama Crimine, che è una struttura che coordina l’attività della ‘ndrangheta a livello mondiale.

È giusto fare il salto da infiltrazione a colonizzazione per la ‘ndrangheta in Lombardia?

A parer mio si deve parlare di colonizzazione, tenuto conto che la ‘ndrangheta è presente nel territorio lombardo da 50 anni a questa parte. Parlare di sole infiltrazioni mi sembra un dato estremamente riduttivo. Sono qui da decenni, abbiamo affiliati di seconda e anche di terza generazione e quindi tutto questo può essere definito colonizzazione.

Eppure 10 anni fa qualcuno ridimensionava, e quasi negava, la presenza mafiosa a Milano, come la Commissione antimafia del Comune di Milano che non riuscì a lavorare e ad istruirsi con la sindaca Letizia Moratti.

Forse non vi era una piena consapevolezza della presenza così imponente della ‘ndrangheta nel nostro contesto territoriale. D’altro canto credo che quelle parole fossero dettate dalle esigenze di evitare un danno reputazionale. Si voleva dire “attenzione, noi siamo ancora puliti”. Purtroppo così non è e bisogna prendere atto di questa realtà e bisogna adottare le contromisure. Nascondere la polvere sotto il tappeto non serve a niente.

Una delle cose che Ilda Bocassini disse dieci anni fa, e che emerge dalla vostra inchiesta, è che gli imprenditori non denunciavano. È cambiato qualcosa su questo fronte?

Purtroppo non è cambiato nulla. Non ho la fila di imprenditori davanti alla mia porta con l’intenzione di denunciare di essere vittime di pressioni mafiose. È un dato che ci deve indurre a riflettere. Da un lato immagino che ci sia oggettivamente una situazione di timore, ma dall’altro considero che alcuni di questi imprenditori si sono legati mani e piedi alla ‘ndrangheta e quindi a loro volta temono di incorrere in responsabilità penali, come è successo. Alcuni di loro sono addirittura stati condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

Lo Stato riesce a proteggere chi denuncia?

Sì, ci sono degli strumenti che ritengo adeguati. Si devono fidare. Come rappresentante delle istituzioni dico che il mio impegno è ancora. Io dico che come rappresentante delle istituzioni il mio impegno è di recuperare la fiducia dei cittadini e, in particolare, del mondo imprenditoriale. Devono fidarsi di noi e per questo spesso partecipo a incontri pubblici e ho rapporti con le associazioni di categoria. Per fidarsi ci devono conoscere e per questo è opportuno incontrarli, sensibilizzare e avviare un proficuo rapporto con le associazioni di categoria.

Sul fronte politico è cambiato qualcosa?

Anche da quel punto di vista mi sembra che non ci sia stata una svolta. Anche in epoca più recente politici locali e amministratori locali si sono affidati alla ‘ndrangheta per poter usufruire del pacchetto di voti che la ‘ndrangheta gestisce. Non ho colto un atteggiamento diverso. Anche questo è un dato che ci deve indurre a riflettere sul livello di accettazione della ‘ndrangheta anche nel nostro contesto territoriale.

Qualche politico ha denunciato?

Nessuno.

(Potete ascoltare l’intervista a partire dal minuto 30)

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