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L’ultima epurazione di Erdogan, radio e tv

Ha aperto le frequenze a Istanbul nel 1995 e si autodefinisce una radio di sinistra che per 21 anni si è preoccupata soprattutto di dar voce a tutte le minoranze e agli oppressi della Turchia: armeni, curdi, aleviti, donne, gay e lesbiche, bisessuali sono stati accolti negli studi dell’emittente o hanno ideato i loro programmi; curdi e armeni hanno anche tramesso nella loro lingua.

Ora gli ascoltatori di Istanbul e provincia, nonché tutti quelli che la seguivano online, molto probabilmente non sentiranno più questa voce.

Derya Az, la direttrice della radio, si trova nella sede in presidio insieme al resto della redazione e ad altri simpatizzanti. Mi spiega che il 28 settembre, nel corso di un vertice presieduto dal presidente Erdoǧan, si è deciso di far revocare la licenza di trasmissione a dodici televisioni e undici radio.

L’elenco completo delle emittenti che verranno oscurate non è pubblico: la sua radio lo ha saputo grazie a una soffiata, e comunque l’essere già stati chiusi cinque volte in vent’anni e l’oscuramento della pagina web avvenuto il giorno prima, lasciano presagire che Özgür Radyo è fra i mezzi di comunicazione considerati pericolosi dal governo.

Derya e tutta la redazione sono determinati a rimanere in redazione fino all’arrivo della polizia, a non aprire la porta e a farsi cacciare con la forza.

La chiusura di Özgür Radyo e degli altri mezzi di comunicazione avviene senza un processo ma con una semplice ordinanza del ministero dell’Interno, modalità introdotta dallo stato di emergenza proclamato in seguito al fallito colpo di stato. Non è possibile sapere quanto rimarranno chiuse e se mai un giorno potranno riprendere a trasmettere.

La massiccia operazione di epurazione in Turchia continua: ma il proposito di annientare la rete di presunti golpisti e le sue diramazioni, come era prevedibile, si sta spingendo molto più in là. L’ipotesi di prolungare lo stato di emergenza è già stata pubblicamente ventilata dal presidente  Erdoǧan, secondo il quale “tre mesi  non sono sufficienti per liberarsi dal terrore”.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
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