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Luana D’Orazio: quanto vale la vita di un’operaia?

luana d'orazio patteggiamento

Un milione di euro e 10300 di multa per evitare il processo.
Il Giudice dell’udienza preliminare della procura di Prato ha accolto la richiesta di patteggiamento per la morte di Luana D’Orazio, la giovane operaia di 22 anni uccisa il 3 maggio 2021 in una ditta del pratese mentre lavorava su un macchinario cui erano stati tolti i dispositivi di sicurezza per farlo andare più veloce, produrre di più, aumentare il profitto. La procura e i difensori degli imputati hanno patteggiato rispettivamente 2 anni e un anno e mezzo per i titolari della ditta Luana Coppini e il marito Daniele Faggi, entrambi con sospensione della pena a condizione del pagamento di un risarcimento di 1 milione di euro. La ditta, in qualità di persona individuale, pagherà un’ammenda di 10300 euro. Rabbia e delusione della mamma di Luana D’Orazio, Emma Marrazzo “Mi aspettavo più rispetto per nostra figlia” ha commentato.
A processo andrà invece il manutentore dell’orditoio. Tutti erano accusati di omicidio colposo e rimozione dolosa di cautele antinfortunistiche. La madre ha ricordato la morte particolarmente atroce della figlia.
La perizia sull’orditoio su cui Luana D’Orazio stava lavorando è in effetti raccapricciante. Al macchinario era stato levato deliberatamente un cancelletto di protezione che doveva evitare ciò che poi accadde: l’operaia restò agganciata con la maglia ad una sbarra sporgente che la trascinò dentro al motore, stritolandole il torace per 7 interminabili secondi prima che qualcuno corresse a spegnerla.
Il primo soccorritore era infatti a circa 30 metri di distanza. D’Orazio dunque non era vigilata, eppure era stata assunta come apprendista, contratto meno costoso, ma che richiede la sorveglianza di un tutor. Senza protezione il macchinario aveva aumentato la sua produzione dell’8%.
Le modalità di lavoro a rischio della vita degli operai erano talmente consuete, che la perizia accertò che il dispositivo di sicurezza non era usato da così tanto tempo da esser pieno di ragnatele. Se i proprietari della ditta se la caveranno con i soldi, andrà a giudizio il terzo imputato, il manutentore Mario Cusimano, colui che materialmente metteva le mani sulla macchina, ma che certo non prendeva le decisioni. La perizia parla ancora di “evidente manomissione con altrettanto evidente nesso causale con l’infortunio”.
Ma di fronte alla richiesta comprensibile di patteggiamento delle difese, anche con prove così schiaccianti la procura ha preferito evitare il processo, e come spesso accade nei processi per morti sul lavoro, puntare su pene pecuniarie che, al netto delle assicurazioni, costano relativamente poco a imprenditori che, proprio grazie al risparmio sulla sicurezza, hanno aumentato i profitti.

Dell’8%, in questo caso. pagati dalla vita di un’operaia di 22 anni.

Perché questo accada, ce lo eravamo chiesti all’indomani della morte di Luana D’Orazio. A partire da una provocazione.
La morte di un* operai* conviene?

Una provocazione però fino ad un certo punto, perché serve a provare a scoperchiare un altro pezzo del sistema che ogni giorno uccide almeno 3 lavoratrici e lavoratori e che si traduce in una parola, impunità.
La morte di un operaio può costare a un impresa anche solo poche decine di migliaia di euro. Meno che garantire le misure di sicurezza. Le condanne penali sono rare e complesse. Avere un controllo è un’ipotesi sempre più remota.
“Il mondo imprenditoriale non teme il penale, ma di esser colpito nel portafoglio“, aveva spiegato Carlo Sorgi, oggi pensione, dopo quasi 30 anni da magistrato del lavoro in cui le ha viste tutte. Perché anche la vita di un operaio ha un valore ed un costo di rischio che si rapporta con la spesa per garantire le misure di sicurezza. Ma quanto costa ad un’impresa la morte di un lavoratore? relativamente poco: se va bene, anche solo poche decine di migliaia di euro.
Da una parte c’è il penale, dove le sentenze definitive sono rare: pesa la complessità delle indagini, la difficoltà di dimostrare la responsabilità in processi dove la forza tra impresa e familiari è spesso impari. E laddove con fatica si ottiene il riconoscimento della responsabilità penale, spesso la prescrizione salva l’imputato.
Manca una cultura anche nella magistratura: “Se negli anni 80 alcune procure avevano nuclei penali formati sulla sicurezza del lavoro, questo si è perso, e spesso i magistrati, oberati di lavoro, non escono nemmeno più per i sopralluoghi – riflette Sorgi – secondo cui sul piano civile invece il sistema funziona e si arriva a risarcimenti spesso anche veloci.
La cifra dipende dal caso specifico, mediamente centinaia di migliaia di euro. Che per l’impresa però sono coperte da assicurazione, e spesso, il danno si traduce nell’aumento del premio assicurativo e del versamento Inail. Se va bene, appunto, anche poche decine di migliaia di euro nel caso estremo. Un costo teorico e spesso inferiore a quello certo che comporterebbe l’applicazione rigida dei dispositivi di sicurezza, la cui regolazione è ferma al testo unico del 2008, un buon impianto legislativo che nelle rapidità dei cambiamenti andrebbe aggiornato. E sì che le imprese un bel risparmio lo hanno già avuto grazie al regalo del governo Conte-bis, che aveva tagliato i loro contributi all’Inail, lasciato letteralmente in mutande, con 631 milioni di euro in meno di entrate mai compensate da altri stanziamenti. Poco conta che il 90% delle aziende che i circa 300 ispettori riescono a controllare non sia in regola. Nel 2019 le ispezioni erano state poco più di 15000, a fronte di 3.300.000 imprese registrate. Lo 0,46%. Più facile vincere al gratta e vinci che avere un controllo. In una parola: impunità.

Le aziende, come dicevamo tolgono i dispositivi di sicurezza dalle macchine perché fa perdere tempo, rallenta la produzione, rischi che il macchinario si fermi sospendendo l’attività. Fa niente se così chi ci lavora rischia di perdere una mano, o peggio, come accaduto a Luana D’Orazio.

Anni di tagli ai fondi per sicurezza sul lavoro, imprese che non investono.
La crisi non è una scusa: i numeri pre e post pandemia sono simili. Mancano gli ispettori, i controlli non si fanno, le aziende non rinnovano i macchinari. Si resta al lavoro di più, e si arriva senza formazione. E nel recovery plan non si è trovato un euro da investire sulla sicurezza. Un disinteresse che uccide.
Da alcuni anni, gli ispettori del lavoro periodicamente scioperano e protestano per i tagli alla loro categoria. Il jobs act nelle intenzioni ha unificato i diversi ispettorati, senza mai però finanziamenti adeguati. L’ultimo taglio è del governo Conte che nel 2019, per tagliare le tariffe Inail alle imprese, ha ridotto le risorse ai piani di investimento su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, nell’unico paese d’Europa che un piano nazionale per la sicurezza sul lavoro non ce l’ha. E così l’Ispettorato nazionale ha 4.500 dipendenti invece di 6.500, l’ Asl 2mila, ma erano 5000 10 anni fa, mentre all’Inail di ispettori ne sono rimasti 250. In Italia le imprese registrate sono oltre 6 milioni. Ogni anno un ispettore dovrebbe controllare 1000 imprese, 3 al giorno. Se l’azienda di Luana D’Orazio avesse ricevuto un controllo, forse la ragazza si sarebbe salvata. Nella sola edilizia, l’80% delle sole 10000 aziende controllate l’anno scorso ha riscontrato irregolarità: Due dati che la dicono lunga sul disinteresse dello stato e delle imprese per la sicurezza.
L imprese godono di sgravi e bonus per rinnovare i macchinari, ma preferiscono spendere in altro. E’ il caso ad esempio dell’agricoltura, che insieme all’edilizia fa alzare i dati. Proprio in edilizia si rileva l’età media molto alta dei morti, segno che si resta al lavoro troppo dopo gli aumenti di età pensionabile. E quando si arriva giovani, magari con contratti a precari e stipendi bassi, spesso è senza formazione, altro campo in cui le imprese hanno smesso di investire. Tante cause, dunque: dai controlli che non ci sono, alle imprese che non spendono, alle riforme di lavoro e previdenza che hanno cambiato il contesto. Ma un cambio di passo non si vede, il disinteresse continua.
Nel Recovery Plan, La parola sicurezza è scritta 93 volte, mai legata al lavoro. Per la sicurezza sul lavoro, negli oltre 200 miliardi del fondo, non si è trovato un euro. Vite che non valgono nulla. Non servono dichiarazioni o commissioni d’inchiesta. Serve che lo stato metta i soldi che deve, e costringa le imprese a fare altrettanto.

E poi c’è l’ultimo capitolo: la guerra che le azienda fanno ai delegati alla sicurezza. Ne avevamo scritto qui.

  • Autore articolo
    Massimo Alberti
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