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Le Regioni in guerra contro Governo e ISS

Toti - Governo Regioni

È ormai guerra aperta delle Regioni contro il Governo, e Istituto Superiore di Sanità: nel mirino i parametri che determinano le fasce di rischio e le conseguenti misure di mitigazione. La conferenza delle regioni ha formalmente chiesto di sostituire i 21 parametri con soli 5 indicatori.

In serata il no di Speranza: “Il dialogo con le regioni è sempre aperto. I 21 parametri indicano l’indice di rischio insieme all’Rt e determinano quali misure attuare sui territori” la risposta del ministro. Prima era stato l’Istituto Superiore di Sanità a difendere questo metodo ricordando indirettamente alle Regioni che la situazione resta ancora ad alto rischio. Ma se la contestazione da parte delle Regioni appare strumentale, dall’altra restano i dubbi che quei dati sottostimino la reale portata della pandemia.

La contestazione dei parametri da parte delle Regioni è iniziata proprio quando quei numeri sono divenuti strumento per decidere quelle restrizioni che nessun governatore vuole. Non solo a maggio le Regioni avevano contribuito a determinarli, ma li avevano condivisi solo un mese fa nel piano anti-COVID del Ministero della Salute e del Governo.

Anche perché i 21 indicatori – che prevalentemente misurano la capacità dei sistemi sanitari – hanno, come principale obbiettivo, garantire le cure in un regime di convivenza con il virus evitando il collasso del sistema, senza fermare troppo l’economia, intervenendo solo qualora la sanità non sia più in grado di curare i malati. Una scelta che implicitamente mette in conto una quota di vittime.

I sistemi, però, si sono rivelati fragili, ed i ritardi nelle misure per frenare il virus li hanno presto portati oltre le soglie critiche. Con l’eccesso di mortalità già tornato ai livelli di marzo/aprile. L’Istituto Superiore di Sanità ha tentato una difesa fragile del metodo, promettendo maggiore trasparenza, e spiegando che la determinazione dell’altro valore fondamentale, l’indice RT di trasmissione del virus, è solido ed affidabile perché si basa solo sui contagiati sintomatici. Rispondendo indirettamente così anche ai dubbi di molti esperti. come il presidente dell’accademia dei Lincei Giorgio Parisi, espressi temendo la sottostima della circolazione del virus. Dubbi che però restano: non solo perché anche gli asintomatici possono contribuire al contagio, ma perché resta non chiaro se il rallentamento dell’indice RT sia dovuto solo ad una minor circolazione, o come si teme al sistema di tracciamento ormai in tilt con numeri cosi alti. O parlando di ospedali, se il minor numero di ricoveri giornalieri sia dovuto alla saturazione di reparti ordinari e terapie intensive. Una mancanza di chiarezza che non aiuta, seppur per ragioni opposte all’ennesima strumentalizzazione delle regioni.

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    Massimo Alberti
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Navi quarantena: a Lampedusa ne arriva una seconda, ma non piacciono a nessuno

Migranti Immigrazione

A Lampedusa è arrivata la seconda nave su cui saranno imbarcati i migranti per passare il periodo di quarantena, e svuotare l’Hotspot. La prima nave era arrivata questa mattina, ma l’imbarco attraverso le motovedette di Guardia Costiera e Guardia di Finanza è andato a rilento a causa del mare agitato e delle forti raffiche di vento.

Proprio in base alle condizioni meteo si sta valutando se interrompere il trasbordo e terminarlo domani mattina. La scelta delle navi quarantena è stata fatta dal governo sulla base della situazione nell’hotspot, che contava oltre 1200 presenze su una capienza massima di 200 posti, per via dei continui sbarchi di piccole imbarcazioni autonome.

Queste soluzioni su nave sono state istituite dal governo il 12 aprile, con un decreto della Protezione Civile, che ha stanziato alcuni milioni di euro per recuperare grandi imbarcazioni private su cui isolare i migranti. Hanno cominciato a fare notizia da quando, il 20 maggio scorso, un ragazzo tunisino di 28 anni si è buttato in mare per raggiungere a nuoto la costa ed è morto.

Quello del trauma psicologico di chi ha affrontato drammatiche traversate ed è rimasto in mare per molti giorni per poi ritrovarsi di nuovo in acqua, è solo uno dei problemi legati a questa soluzione, scelta dal governo per far fronte alle polemiche politiche e le proteste degli enti locali.

La sorveglianza a bordo è garantita dalla Croce Rossa: chi risulta negativo al test per il coronavirus rimane a bordo per quindici giorni, chi risulta positivo rimane sulla nave fino al momento in cui il tampone diventa negativo.

Esperti sanitari come il professor Galli dell’ospedale Sacco di Milano hanno criticato questa scelta asserendo che si tratta di luoghi inadeguati all’isolamento. Grandi perplessità sono arrivate anche dalle associazioni per i diritti umani come Amnesty International che ha definito l’uso delle navi-quarantena una prassi “inutile e crudele”. Anche il garante nazionale delle persone detenute si è mostrato in disaccordo.

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    Massimo Alberti
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Mancata zona rossa a Bergamo. Gallera: “Avremmo potuto farla noi”

Zona Rossa - Giulio Gallera

Dopo giorni di scambi d’accuse, Regione Lombardia e Governo provano a chiudere lo scontro sulla mancata creazione della zona rossa in provincia di Bergamo e Brescia.

Avremmo potuto farla noi? Ho approfondito e affettivamente c’è una legge che lo consente” ha detto oggi l’assessore lombardo al welfare Giulio Gallera. Ieri sera in conferenza stampa era stato il Presidente del consiglio Conte a dire “Ce ne assumiamo tutta la responsabilità”.

E così, con l’ammissione dell’assessore lombardo Gallera, all’indomani dell’ammissione del Presidente del Consiglio Conte, si chiude il cerchio. Governo e Regione Lombardia, dopo aver giocato per settimane allo scaricabarile, ora si assumono in tutta fretta le loro responsabilità: forse per insabbiare velocemente una questione scomoda, forse perché per entrambi è arrivato il richiamo a evitare polemiche ora.

Le responsabilità della mancata creazione della zona rossa a Bergamo e Brescia ormai sono chiare ed equamente divise. Il presidente del consiglio Conte ha avuto sul tavolo due volte, il 3 ed il 5 marzo, la raccomandazione del comitato tecnico scientifico di chiudere Nembro, Alzano e Orzinuovi, ma il governo non lo ha fatto perché voleva che a farlo fosse la Regione.

L’assessore Gallera ha riconosciuto solo oggi che la Regione poteva comunque agire, ma non lo ha fatto perché voleva che a farlo fosse il governo. Tutto a posto? Per nulla. Resta la domanda: perchè nessuno abbia voluto prendere una decisione politica evidentemente ritenuta scomoda? Perché in quelle aree è concentrato un denso tessuto produttivo. E il terzo soggetto coinvolto in questa vicenda, lo ammette candidamente. “Eravamo contrari a fare una zona rossa come a Codogno” dice il capo di confindustria Lombardia Bonometti, in una surreale intervista a The Post Internazionale – che per prima ha sollevato il caso – in cui attribuisce ai tanti allevamenti il veicolo di contagio.

Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione”. ribadisce Bonometti. Il prezzo sul terreno lo hanno pagato quasi 5.000 morti e 300mila contagiati, che di quella decisione sono in parte la conseguenza.

Foto dalla pagina Facebook di Giulio Gallera

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    Massimo Alberti
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La mancata zona rossa di Bergamo e Brescia: le domande senza risposta

zone rossa bergamo brescia

29 marzo 2020

Al tavolo tecnico scientifico che affianca il governo siedono almeno 3 rappresentanti del ministero della salute, il direttore dell’ospedale Spallanzani, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, un delegato della Conferenza delle Regioni, la Protezione Civile, Dunque i rappresentanti di regioni, governo, protezione civile erano perfettamente a conoscenza della raccomandazione del 2 marzo da parte del massimo organo di tutela della salute pubblica italiana, che indicava di fare ad Alzano Lombardo, Nembro, Orzinuovi una zona rossa come nel lodigiano, isolando le aree e chiudendo le aziende.
Il direttore dell’ISS Giovanni Rezza lo ha confermato ai microfoni di Radio Popolare: quella raccomandazione è stata letta e discussa. Ma mai adottata. Perché? Chi non ha voluto ascoltare l’ISS?



Le mancate risposte della protezione civile

Pubblicamente si è sempre parlato di un’ipotesi, ma era qualcosa di più: una precisa indicazione nero su bianco. Quando Regione Lombardia e Governo hanno iniziato il gioco dello scaricabarile su chi doveva prendere misure più drastiche, si basavano su quell’indicazione? La protezione civile ha dato tre diverse spiegazioni, nelle diverse risposte alle domande della giornalista Veronica Di Benedetto Montaccini di The Post Internazionale.
La prima: dopo Lodi non potevamo chiudere altre aree. Ma se la chiusura era necessaria per la salute pubblica, era da fare. E l’ISS ci dice che era necessaria. Quindi perché “non potevano”?
La seconda: da li a poco il governo avrebbe preso un nuovo provvedimento.
Che però arriverà solo 1 settimana dopo, l’8 marzo, stringerà solo sui comportamenti individuali, non toccherà le aziende (per quelle passeranno altre 2 settimane), non isolerà i focolai.
La terza risposta: “le misure adottate dal governo sono state prese in ossequio ai principi di proporzionalità e adeguatezza” ha detto il capo della protezione civile Borrelli. Un’affermazione drammaticamente smentita dai fatti e da migliaia di morti. Se è stata una valutazione scientifica, è stato un drammatico errore. Se invece è stata una scelta politica, qualcuno la deve spiegare.
Perché il mancato isolamento di quelle aree, di quelle migliaia di morti ne è stata di fatto la causa. Lo sa bene il Sindaco di Orzinuovi, che è anche parlamentare e domani presenterà anche un’interpellanza urgente.
Perché queste domande non possono restare senza una risposta, e chi è titolato di quella “non decisione” deve darne conto.

 

“Chiudete Bergamo e Brescia”: L’ISS lo diceva già il 2 marzo, ma è stato ignorato

28 marzo 2020

Una zona rossa nei comuni focolaio di Bergamo e Brescia. È la richiesta che il Consiglio di Sanità ha portato al tavolo tecnico scientifico, che affianca il governo, già il 2 marzo, all’alba della diffusione del contagio. Una richiesta ufficiale mai presa in considerazione. Da lì in poi il virus è dilagato nelle due province, con migliaia di contagiati e di morti.

Medici, sindaci, cittadini lo dicono da tempo: non chiudere le aree focolaio nelle province di Bergamo e Brescia è stato un errore determinante. La conferma arriva da un documento ufficiale che lo metteva nero su bianco, ma è stato ignorato. La notizia compare per la prima volta sul quotidiano online The Post Internazionale il 25 marzo.

Nell’ambito di un reportage da Bergamo, la giornalista Francesca Nava rivela che una nota tecnica dell’Istituto Superiore di Sanità chiedeva che nei comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro e in quello bresciano di Orzinuovi, venisse creata una zona rossa, come quella di Codogno. Quindi aree isolate e chiusura delle imprese.

Sabato 28 marzo la giornalista Nuri Fatolahzadeh del Giornale Di Brescia dà conto della conferma da parte dell’ISS di questo carteggio interno al comitato tecnico scientifico, dove siedono rappresentanti delle regioni, della Protezione Civile, del Ministero della Salute, quindi del governo.

Erano i giorni di “Milano non si ferma”, “Bergamo non si ferma”, quelli degli aperitivi e degli inviti a non fermare il commercio, quelli in cui Confindustria premeva per non fermare le produzioni nonostante fosse già chiaro che in quelle aree il contagio si stesse allargando senza un freno e la nota tecnico scientifica diceva chiaramente questo: si deve chiudere. Non a caso la nota sottolineava la vicinanza di importanti centri urbani, come ulteriore fattore di rischio.
TPI aggiunge che questa nota viene ulteriormente integrata il 5 marzo, ma in questo caso non c’è conferma di chi l’abbia vista. La nota del 2 marzo, però, sul tavolo del comitato tecnico scientifico c’era: lo conferma sempre a TPI la Protezione Civile.

L’abbiamo valutata ma non si poteva chiudere tutto. È stato già doloroso fare quelle zone rosse che abbiamo fatto” sono le risposte preoccupanti che Agostino Miozzo della Protezione Civile dà alle domande di Veronica Di Benedetto Montaccini. “Stavamo valutando e poi è stato deciso il lockdown nazionale”, aggiunge Miozzo. I cosiddetto lockdown nazionale arriva però solo l’8 marzo e, come sappiamo, non chiude le imprese e prende prime blande restrizioni comuni a tutto il territorio, ignorando la situazione specifica di zone di fatto focolaio.

Un primo decreto sulle imprese arriverà solo il 22 marzo, quello definitivo il 25. Nel frattempo nelle province di Bergamo e Brescia i morti ufficiali sono oltre 2.000, ma secondo i sindaci è una cifra ampiamente sottostimata.

Foto dalla pagina Facebook del Dipartimento di Protezione Civile

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    Massimo Alberti
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Il nuovo decreto doveva chiudere le fabbriche e invece le ha riaperte

decreto fabbriche

Doveva essere il decreto che chiudeva le fabbriche, è stato il decreto che le ha riaperte.

L’annuncio di un provvedimento per ridurre il numero di persone in circolazione legate a lavori non necessari, per ridurre la potenziale diffusione del coronavirus, seppur tardivo, era arrivato sabato sera.

Il Presidente del Consiglio Conte era intervenuto dopo giorni di silenzio su questo tema, un silenzio rotto prima dagli scioperi, poi da sindaci e medici di Bergamo e Brescia, che chiedevano a gran voce un decreto per lo stop alle fabbriche per fermare la circolazione di centinaia di migliaia di persone. Si è ripetuto invece lo scenario già visto attorno all’istituzione della zona rossa di Bergamo, invocata da più parti, ma mai nata proprio per le pressioni degli industriali su Regione e governo.

L’annuncio di sabato di Conte ha generato confusione e incertezza, mentre la firma vera e propria è arrivata a sole 12 ore dalla riapertura delle aziende.

Nella versione definitiva vengono recepite praticamente tutte le richieste degli industriali: 80 categorie di imprese considerate essenziali identificate da un codice, apertura degli studi professionali, autocertificazione delle imprese, tre giorni di tempo per adeguarsi.

Il codice in questione si chiama “Ateco”, è quello attraverso cui gli istituti di statistica classificano le attività produttive.

“Lunedì apriamo, poi vedremo”

La giornata di domenica è stata all’insegna delle pressioni di Confindustria sul governo, e dei dubbi di lavoratori ed aziende.

Mentre il presidente degli industriali Boccia chiedeva modifiche a Conte in una lettera pubblica, le associazioni di categoria scrivevano ai loro affiliati invitandoli a tenere aperto, contando proprio sulle ampie concessioni del governo. “Lunedì apriamo, poi vedremo” è il tenore di messaggi e telefonate che i capi del personale hanno mandato ai dipendenti fino a tarda sera. In alcuni casi, l’annuncio delle aperture delle fabbriche e attività è arrivato proprio dopo la firma del decreto.

Insomma anziché chiudere, il decreto ha riaperto molte aziende e fabbriche.

La partita vera si è giocata soprattutto sul settore metalmeccanico, che resterà in buona parte attivo nonostante, secondo il sindacato, ci fossero le condizioni per sospendere gran parte delle produzioni. Il paragrafo chiave che spalanca le maglie del decreto è quello in cui si indica che potranno proseguire le produzioni funzionali al mantenimento delle filiere necessarie, previa autocertificazione: di fatto un liberi tutti, secondo i sindacati, cui si uniscono i dubbi di quali imprese saranno considerate “strategiche”, e del fatto che molte aziende hanno più di un codice Ateco, allargando ulteriormente le maglie di ciò che potrà restare operativo.

Il problema dei controlli

Resta il problema dei controlli, già di fatto inesistenti sull’applicazione del protocollo tra governo-industriali-sindacato, con poche decine di aziende in cui è stata verificata l’applicazione delle norme di tutela contro il coronavirus.

In questo caso si partirà dall’autocertificazione delle imprese che dovranno comunicare la loro apertura al Prefetto, che solo dopo se lo riterrà opportuno potrà stabilire dei controlli. Di fatto le verifiche restano nell’ambito del rapporto tra azienda e sindacati.

Se molte grosse imprese, dove la presenza del sindacato è radicata, hanno già chiuso i battenti proprio in virtù degli accordi con le RSU, il problema sarà nel tessuto della piccola media impresa dove spesso il sindacato è mal visto e inesistente.

Cosa fa il sindacato?

Mentre domenica diventava sempre più chiaro che nel decreto sarebbero state recepite le modifiche chieste da Confindustria, da Cgil Cisl e Uil si chiedeva di evitare modifiche e per la prima volta veniva evocato uno sciopero generale, che ovviamente non coinvolgesse le filiere essenziali.

Questa mattina però, nel tweet della Cgil la parola “generale” non compariva più.

I sindacati metalmeccanici – come dicevamo è in questo settore che si gioca la partita – hanno già indetto scioperi a livello territoriale iniziati questa mattina in diverse fabbriche in Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia. Dai delegati e dai lavoratori sale la richiesta di uno sciopero generale, confermato invece per mercoledì 25 marzo dal sindacato di Base USB.

Cosa cambierà nei prossimi giorni?

Tirando le somme, oggi e forse fino a mercoledì cambierà ben poco. E anche da giovedì la riduzione sarà probabilmente minima e contraddittoria rispetto a quel “restate a casa” che si continua ad invocare.

Alla rigidità sui comportamenti individuali, ancora non è corrisposta altrettanta fermezza verso le imprese, perdendo ancora giorni preziosi in cui centinaia di migliaia di lavoratori costretti a lavorare per produzioni non essenziali continueranno a circolare su auto, bus, treni, e lavorare senza protezioni adeguate, come molti di loro hanno denunciato a Radio Popolare. Nel timore di mettere a rischio sé stessi, i loro colleghi, i loro cari.

Paure e rabbia ben sintetizzate da uno dei tanti messaggi arrivati in queste ore a Radio Popolare:

Lavoro a Treviglio, nel cuore del focolaio. Domenica mi chiama il mio caporeparto dicendo che da domani è chiuso…. ed entrambi lo davamo per scontato con tutto quello che c’è in piedi. Mi richiama alle 20.30, hanno cambiato idea. Mi dice che domani si lavora. Non siamo una ditta strategica. Quello che mi indispone è con tutto quello che succede in questa area dove si muore come mosche si manda allo sbaraglio come fanti sul Carso la gente… per cosa poi? Carne da macello ecco cosa siamo. Altro che fare giustamente il culo ai vecchietti che non stanno a casa, ai runner o ai finti passeggiatori di cani! Io debbo presentarmi… se non daranno mezzi adeguati di protezione (ma chi li quantifica e qualifica?) me ne verrò via, per fortuna posso permettermelo, coperto dall’articolo 18. Ma molti colleghi sono assunti post Jobs Act o agenzie. Questo giusto per raccontarvi cosa è il lavoro nella civile Lombardia della bassa Bergamasca ai tempi del coronavirus.

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    Massimo Alberti
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Lavori non essenziali durante l’epidemia: 300mila lavoratori costretti a muoversi a Milano

trasporto pubblico scuola milano

A Milano almeno 300mila lavoratori costretti a muoversi per lavorare in aziende ed imprese non essenziali. E i controlli? Non ci sono.

Meno “passeggiate”, meno jogging, parchi chiusi. Il governo ha deciso di stringere ancora le maglie nei confronti dei comportamenti individuali, con l’obbiettivo di colpire chi esce di casa senza un motivo valido e frenare la diffusione del coronavirus. I provvedimenti però continuano ad ignorare il grosso degli spostamenti non necessari: quelli legati a chi è costretto a spostarsi per lavorare in quei settori ritenuti non essenziali dai decreti del governo.

La gestione di questi settori è stata delegata all’accordo tra governo, sindacati ed imprese, delegando di fatto alla contrattazione ed ai rapporti di forza nelle aziende sia la decisione di chiudere, sia l’applicazione delle misure di sicurezza e tutela di chi lavora.

Ne è nata un’ondata di scioperi che ha attraversato le imprese da nord a sud, laddove la presenza del sindacato è radicata e conflittuale, e che ha imposto la chiusura a molte imprese “non essenziali“.

È successo per lo più in grandi aziende, mentre in piccole e medie imprese, dove il sindacato è meno tollerato dagli imprenditori, si è spesso continuato a lavorare come nulla fosse, nella totale indifferenza delle autorità pubbliche: né il governo, né le regioni, hanno preso provvedimenti restrittivi. Il presidente di Confindustria Lombardia è arrivato a definire “irresponsabili” gli scioperanti.

Il caso più lampante è stato quello di Bergamo, dove le pressioni degli industriali sulle autorità, hanno fermato la pur invocata creazione di una zona rossa attorno ad uno dei focolai più aggressivi del COVID-19, con i risultati drammatici in termini di contagi e di morti che purtroppo conosciamo. Il 28 febbraio Confindustria Bergamo diffondeva un video di rassicurazione destinato ai partner esteri, con un titolo che oggi suona sinistro e di pessimo gusto: “Bergamo is running”, Bergamo sta correndo.

Quanti sono i lavoratori “non essenziali” costretti a lavorare?

Una stima a livello nazionale è estremamente difficile, ma numeri più precisi si possono trovare analizzando i singoli territori. Emblematico è il caso di Milano: “La diga che non deve cedere”, pena l’esplosione del sistema sanitario.

Eppure, mentre polizia, vigili e cittadini indignati danno la caccia al runner o alla signora che accompagna il cane, ogni giorno nell’indifferenza generale 300.000 lavoratori sono costretti dalle loro aziende a spostarsi per svolgere lavori non essenziali.

La stima è della Camera del Lavoro di Milano, che insieme a Radio Popolare ha elaborato i dati. Il calcolo lo spiega Antonio Verona, responsabile del mercato del lavoro della CGIL di Milano.

Ogni giorno nell’area metropolitana di Milano sono circa 1.460.000 i lavoratori attivi. A questo numero ne vanno sottratti circa 400.000 che rientrano in quei settori commerciali e di servizi che sono stati bloccati dai decreti del governo.

Altri 600.000 sono gli addetti alle filiere necessarie: alimentari, sanificazione e pulizie, medico sanitarie. Restano 460.000 lavoratori di imprese non necessarie. Se stimiamo in circa 150 mila gli addetti in smart working o aziende che hanno spontaneamente chiuso, si arriva a quel numero: 300mila persone che ogni giorno sono costrette a muoversi dai loro datori di lavoro, col mezzo privato o affollando gli autobus, venendo così a contatto con altre persone e arrivando poi ai luoghi di lavoro. Quanti di questi ogni giorno affollano i mezzi pubblici?

Difficile dirlo, anche qui non possiamo che ragionare per stime, con un alto margine di errore – certamente al ribasso – che portano a calcolare in circa 150mila i “lavoratori non essenziali” che usano il mezzo pubblico.

Il rischio è doppio: sia per i lavoratori, sia per chi viene a contatto con loro perché costretto invece a spostarsi per necessità. E questi lavoratori sono a loro volta doppiamente in pericolo: sia negli assembramenti cui sono costretti, sia nei luoghi di lavoro dove spesso le misure di sicurezza non vengono rispettate.

“In treno da Bergamo, dal cuore del focolaio”. Le testimonianze e le denunce arrivate a Radio Popolare

Dopo i dati diffusi da Radio Popolare in collaborazione con la Cgil di Milano, sono arrivati tante testimonianze, in molti casi angoscianti.

Semilavorati per mobili, costruzione di banconi per bar e gelaterie, placche per le prese elettriche, nautica, fabbriche di ascensori, al settore metalmeccanico. Lavoratori che si domandano il senso di portare avanti queste produzioni in un momento come questo, impauriti di contagiarsi e contagiare i propri cari e colleghi.

Nord di Milano, ad esempio: azienda che produce pezzi per gli scarichi delle automobili. Spostamenti da e per il capoluogo, con treno e mezzi pubblici, che passano da zone focolaio come Bergamo, Lodi, Cremona. Con le mascherine arrivate solo al 18 marzo e distribuite solo a coloro che lavorano “a contatto”, come se in fabbrica fosse possibile evitare rapporti ravvicinati. Sciopero dei lavoratori che non è servito a convincere l’azienda a chiudere.

Oppure, sempre a nord di Milano, ancora metalmeccanico. Motori per industria e mezzi marini. È la FPT Industrial del gruppo FCA, che aveva già deciso che la fabbrica doveva chiudere entro l’anno. Ma che deve proprio lavorare in questi giorni, anche qui con le mascherine distribuite solo ad una parte dei lavoratori. “Si lavora col doppio disagio di un impiego che non ci sarà più e con la paura del contagio” racconta un operaio, che insieme ai colleghi ancora provano a convincere l’azienda a non riaprire dopo alcuni giorni di stop per adempiere alle misure di sicurezza.

“Non avete le mascherine? Mettetevi la sciarpa”

Facciamo ascensori, niente mascherine perché possiamo stare sufficientemente lontani secondo i capi“. O ancora: “Sto lottando con tutte le mie forze per garantire sicurezza in azienda. Ma ammetto che in questa vicenda non esiste sicurezza sufficiente per metterci al riparo da eventuali rischi. Spero di convincerli a chiudere“, racconta un lavoratore del settore nautico.

Siamo sempre in Lombardia, tra le centinaia di migliaia costrette ogni giorno a spostamenti di massa con auto, treni, autobus per lavorare in aziende di filiere non essenziali.

I racconti ci portano in una fabbrica di autoricambi dell’hinterland di Milano. Decine di persone che arrivano con mezzi, o in automobile insieme, nell’angoscia di avere qualche linea di febbre. “Non ci hanno dato nulla, una boccia di sapone in reparto, il disinfettante ai badge. Niente mascherine, le ha solo chi se le porta. Nei consigli per la sicurezza, ci hanno scritto: se non avete la mascherina mettetevi la sciarpa“.

“Aprire o chiudere? È un calcolo economico”

Fermiamoci per la vita. Sospendere tutte le attività non essenziali e indispensabili alla sopravvivenza” è l’ultimo appello lanciato dai sindacati in Lombardia, ma le istituzioni sembrano sorde. Alcune Regioni come la Campania o l’Emilia-Romagna non hanno atteso il governo per “stringere” sulle passeggiate. Ma si continuano a lasciar aperte le imprese non essenziali.

L’ultimo è stato il Friuli Venezia Giulia: parchi chiusi e supermercati ad orario ridotto, fabbriche a pieno ritmo.

Maurizio Marcon è il segretario regionale della Fiom: “L’80% della metalmeccanica produce beni che in questo momento non rientrano nelle filiere essenziali. Per la maggior parte beni intermedi. Questi, in particolare, sanno perfettamente che se non si fermano ora, saranno costrette a farlo più avanti di fronte al rallentamento del mercato, trovandosi a smaltire le scorte di quel che stanno producendo. Ad esempio, chi ha scelto di non chiudere, penso a tanto nord est ma anche Lombardia che produce per la Germania- sta iniziando a farlo ora perché anche i tedeschi si stanno fermando, o perché, al contrario, non stanno arrivando pezzi da altri paesi. Ma è una scelta di profitto, non di salute: il calcolo che stanno facendo gli imprenditori è proprio questo: quando gli converrà di più fermarsi“.

Molti pensano che sarà più conveniente farlo più avanti: ma in questo calcolo puramente economico, ci sono di mezzo quelle centinaia di migliaia di persone costrette a lavorare a contatto, spostarsi, prendere mezzi.

I controlli inesistenti

L’altro buco nero è quello dei controlli, anche qui è palese la disparità di approccio: dalle campagne martellanti ed a reti unificate sui comportamenti individuali, al silenzio sulla responsabilità delle imprese.

L’accordo tra governo-imprese sindacati non impone un controllo terzo, perciò si va in ordine sparso. E così, se in una settimana polizia, carabinieri, finanza, vigili urbani, ed ora pure i militari hanno controllato oltre un milione e mezzo di persone negli spostamenti in strada e quasi centomila esercizi commerciali, le imprese controllate di cui si ha notizia risultano essere qualche decina, perse tra i trafiletti dei giornali locali.

Si ha conoscenza di controlli delle aziende sanitarie in imprese marchigiane – sopralluoghi ma previa telefonata di avviso – ed in Veneto, sempre nell’ordine delle decine.

La via della diffusione del virus, nell’indifferenza delle istituzioni che dovrebbero decidere, nella consapevolezza di chi ha fatto pressioni per non perdere profitti, sta passando soprattutto da qui.

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    Massimo Alberti
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Elezioni in Umbria: primo test per il governo PD-5Stelle

Il palazzo della Regione Umbria

Umbria centro d’Italia, non solo geografico. La corsa dei capipartito tra Perugia e Terni di questi giorni, in vista delle elezioni in Umbria, è la testimonianza più chiara del valore nazionale del primo voto dopo l’insediamento del governo Pd-5Stelle.

Sotto osservazione è proprio la tenuta dell’alleanza tra Zingaretti e Di Maio dall’assalto del centrodestra tornato unito, seppur a trazione marcatamente leghista.

Domenica si vota con un anno di anticipo per l’inchiesta sulla corruzione nei concorsi della sanità, che ha portato all’arresto del segretario del Pd umbro Gianpiero Bocci e l’assessore regionale alla Salute Luca Barberini, e le dimissioni della Presidente Katiuscia Marini.

La regione è sempre stata governata dal centrosinistra. Ma le 3 città principali, i capoluoghi Perugia, Terni e poi Foligno, oggi hanno sindaci di centrodestra: nn è l’unica indicazione a far pensare ad un imminente cambio epocale anche in regione.

I candidati sono in tutto 9, ma la corsa per vincere sembra limitata a Donatella Tesei, senatrice della Lega ed ex sindaca di Montefalco, candidata del centrodestra unito, e Vincenzo Bianconi, candidato del Partito Democratico insieme al Movimento 5 Stelle. Bianconi è presidente di Federalberghi Umbria.

Puntano ad entrare nel consiglio regionale anche Claudio Ricci, ex sindaco di Assisi, indipendente di centrodestra supportato da liste civiche e Rossano Rubicondi, operaio ed ex sindacalista candidato del Partito Comunista.

Per Bianconi una corsa in salita

Più che i sondaggi, a segnare una partenza ad handicap per Bianconi è l’andamento di tutte le ultime elezioni: dalle regionali del 2015, in Umbria gli equilibri politici sono completamente cambiati.

In 4 anni il PD ha perso quasi un quinto dei suoi voti, passando dai 125.000 del 2015 ai 107000 delle ultime europee. Non va meglio ai 5stelle, che dopo aver triplicato i voti alle politiche del 2018, raccogliendo circa 140.000 preferenze, sono crollati a 65.000 alle europee.

Dove sono andati questi voti? Tra l’astensione e la Lega. Passata dai 49.000 voti del 2015, ai 103.000 del 2018, ai 171.000 delle europee di maggio.

Nel centrodestra sono abbastanza sicuri di vincere. Temono solo che l’alto numero di indecisi possa infine restare nel centrosinistra. Ma il voto identitario non sembra più così granitico. Questo anche a causa delle controversie della candidatura di Bianconi, e lo scandalo sanità che di fatto ha rappresentato la fine del Sistema Umbria, dove l’80% del bilancio riguarda proprio il settore sanitario.

L’Umbria, il PD e le Coop

Sintomatico è il fermento nel mondo cooperativo, storico bacino di voti del centrosinistra con 700 imprese e 20.000 lavoratori, e un peso politico non indifferente.

L’innesco è stato l’uscita pubblica dell’ex presidente delle Cooperative del centro Italia, Giorgio Raggi, che ha duramente criticato la candidatura di Bianconi mettendo pubblicamente in dubbio il suo voto proprio per le simpatie di destra dell’imprenditore, piuttosto note in tutta la regione.

C’è poi qualcosa di completamente oscuro che rende difficile la scelta del voto e che spero possa essere chiarito – ha scritto Raggi in una lunga lettera aperta al commissario del PD umbro Verini – è, come capirai, già difficile convincere i compagni a votare un candidato tifoso della destra fino a ieri, ma la difficoltà aumenta se le posizioni rimangono quelle espresse finora“.

Ad esempio: “Non sono di sinistra né di destra”. Che vuol dire? Se è così cade la motivazione dell’appello al voto contro l’avvento di Salvini e della destra al governo dell’Umbria! E’ evidente che diventa un appello contraddittorio!

Raggi parla a titolo personale” ha cercato di metterci una toppa il suo successore Antonio Bomarsi. Ma la voragine ormai si era aperta. “Le Coop umbre sono autonome, non fanno politica, non hanno candidati e dialogano con tutti” è stato il macigno ribadito in seguito da Dino Ricci, vice-presidente dell’Alleanza delle Cooperative italiane e Presidente di Legacoop Umbria.

Un candidato discusso e un’alleanza difficile

L’alleanza tra Pd e 5 stelle, sulla scia dell’intesa al governo nazionale, arriva dopo un percorso piuttosto difficile, che ha portato a scegliere un candidato civico, con l’obbiettivo di portare via voti allo schieramento opposto. Ma le note simpatie di destra, oltre a creare dubbi nella base, non sono l’unico elemento controverso della candidatura di Bianconi.

L’imprenditore è finito nel polverone per i fondi post-terremoto ottenuti dai suoi hotel a Norcia, il principale comune del Cratere. “Bianconi è il padrone di Norcia”, dicono maliziosamente nell’importante centro turistico dove il candidato possiede buona parte delle strutture alberghiere.

A Ottobre è emerso un potenziale, gigantesco conflitto di interessi. Al 30 settembre gli unici due decreti emanati sulla ricostruzione post sisma sono proprio quelli per gli hotel della sua famiglia.

Nulla di illegale: ma se vincesse, Bianconi da presidente della regione si troverebbe a gestire quegli stessi fondi di cui è anche beneficiario. Lui ha annunciato le dimissioni dalle aziende di famiglia, ma non è certo bastato a placare i malumori in un’area dove la ricostruzione non è mai veramente partita.

Il paradosso è che a sollevare il polverone è stato proprio il PD, con un’interpellanza presentata alcuni mesi prima che Bianconi fosse anche solo lontanamente preso in considerazione come candidato. La stessa interpellanza a cui il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno del centrodestra, ha risposto poco dopo l’ufficializzazione della candidatura.

Per ora nel PD i dissensi si contengono a fatica, ma l’area della ex presidente Marini è pronta alla resa dei conti in caso di un risultato fortemente negativo.

Le elezioni in Umbria e i mal di pancia dei 5 stelle

Non va meglio nel movimento 5 stelle, dove lo scandalo sanità e i conflitti di interesse di Bianconi stanno suscitando più di qualche mal di pancia tra la base.

L’alleanza col PD ha fatto saltare l’immagine di “Partito anti sistema” dei grillini, defilati in una campagna elettorale sottotono segnata più dalle apparizioni di Di Maio che dal lavoro sul territorio, al punto che è stato lo stesso capo politico a dover intervenire:

Molti nostri candidati in Umbria mi hanno detto che ora non possono parlare male del Pd. Io ho risposto: puoi anche farlo, ma sei sicuro che serva ancora parlare male degli altri? Noi dobbiamo parlare di quello che vogliamo fare noi.

Tra i principali portavoce del malcontento c’è la consigliera regionale uscente Maria Grazia Carbonari, colei che con le sue denunce politiche ha sollevato lo scandalo dei concorsi nella sanità, portando all’arresto dei vertici regionali del partito di cui ora i 5 stelle sono alleati. Altro paradosso di queste elezioni.

La Lega e il vento in poppa di Tesei

Sembra invece inarrestabile la corsa di Donatella Tesei. Prima di essere senatrice, è stata per due mandati sindaca di Montefalco. E’ sotto indagine dalla corte dei conti per un buco di circa 1,2 milioni di euro lasciato nelle casse comunali. Punto debole oggetto di attacco dei suoi avversari politici, trasformato in ulteriore punto di forza.

Più che da sprechi o spese poco chiare, il buco sembra generato da copiosi finanziamenti erogati nella zona famosa per la produzione del vino Sagrantino. L’area è esponenzialmente cresciuta in termini economici e strutturali, una delle poche isole felici dell’Umbria, fatto che rende l’accusa di malagestione un’arma spuntata.

Tanto più che è iniziata la corsa per saltare sul suo carro: esponenti del mondo produttivo e cooperativo “spostati” verso il centrodestra, compresi diversi ex dirigenti della Banca Popolare di Spoleto, finita commissariata.

Il centrodestra qui ha una forte matrice conservatrice: non a caso la ritrovata armonia tra Berlusconi, Meloni e Salvini si è celebrata qui in Umbria ospiti dei movimenti pro-vita e pro-famiglia tradizionale. La Lega però non è forte solo nelle aree più ricche della regione.

Elezioni in Umbria e le zone del terremoto

L’Umbria è stata colpita dal Sisma del centro italia del 2016, di cui il 30 ottobre si ricorrerà l’anniversario. Come nel resto delle regioni la ricostruzione è molto in ritardo.

Il cratere conta nella regione una decina di comuni. I più colpiti sono stati Acquasanta, Norcia, la frazione di Castelluccio, il comune di Preci, completamente distrutto.

L’analisi dell’affluenza nelle ultime elezioni non mostra una particolare disaffezione, né un’indicazione univoca. È abbastanza a macchia di leopardo con comuni dove alle ultime tornate ha votato poco più del 50%, e altri dove ha votato quasi il 90%.

Quello che colpisce è l’esplosione della Lega e la “punizione” dei partiti che hanno governato prima. Ad esempio, alle europee: Ad Acquasanta la Lega è arrivata al 53%, a Cascia al 55%, a Norcia al 40% (nel 2018 era al 14%), a Preci al 43 contro il 12 delle precedenti votazioni.

Il caso di Terni, centro e fulcro della campagna elettorale

La Lega è poi particolarmente forte a Terni, ex città rossa e operaia colpita dalla dura crisi industriale della sua fabbrica simbolo, l’Acciaieria AST, che ha trascinato tutto l’indotto.

Abbandonata e trascurata dal potere locale, incapace di trovare un’alternativa all’industria pesante, la città si è buttata verso destra grazie ad una Lega abile nell’indirizzare il malcontento per la disoccupazione e la crisi contro il solito nemico: gli stranieri.

Qui gli immigrati residenti sono circa il 10% della popolazione cittadina, un dato piuttosto alto per le aree interne ma nella media se pensiamo alle aree produttive e industriali. “Qui parli con cinquantenni e sessantenni chiamati Palmiro dai genitori, in onore di Togliatti, ma che oggi sono militanti leghisti” spiega Eugenio Raspi, ex operaio dell’AST licenziato nel 2014 dopo una durissima vertenza, e diventato scrittore.

I suoi libri, “Inox” e “Tuttofumo” sono un affresco puntuale della città e del suo momento difficile.

Non a caso proprio a Terni chiuderanno la campagna elettorale tutti i principali leader politici: venerdì, l’ultimo giorno prima del silenzio, nel giro di poche ore le piazze Ternane ospiteranno Berlusconi, Meloni e Salvini, in contemporanea a Zingaretti, che spera di trovare tra le ciminiere gli ultimi voti per non iniziare con una sconfitta il percorso con i 5 Stelle.

Il palazzo della Regione Umbria
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    Massimo Alberti
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Armi, in vigore il nuovo decreto

armi da fuoco

Per una volta siamo primi in Europa.
Da oggi l’Italia è il primo Paese a recepire la direttiva europea 853/2017, una direttiva pensata in chiave antiterrorismo che il governo usa per allargare le maglie del possesso di armi.

L’iter di recepimento della direttiva era già iniziato col governo Gentiloni-Minniti, ma Salvini ne ha sfruttato ogni appiglio per mettere in circolazione un numero di armi maggiore. Un atto frutto del “patto di sangue” firmato da Salvini con la lobby delle industrie armiere a luglio all’Hit Show di Vicenza, la fiera di settore dove il ministro ha promesso anche altri passi: non solo la già annunciata legge che allarga la legittima difesa, ma anche la revisione dei criteri di accesso al porto d’armi.

Perché la direttiva non muta i criteri di accesso alla licenza – già piuttosto laschi in verità: basta essere incensurati, non essere tossicodipendenti o alcolisti cronici, non soffrire di turbe mentali o psichiche e fare un corso di una mezza giornata – ma aumenta la possibilità per i detentori di licenza di avere più armi.

I punti chiave: aumento da 6 a 12 delle armi sportive detenibili, autorizzazione ai tiratori sportivi di detenere armi catalogate come “tipo guerra”, denuncia alle autorità delle nuove armi tramite un apposito portale, e paradossalmente anche un criterio più restrittivo: la riduzione della durata della licenza da 6 a 5 anni.

C’è poi un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi: cade l’obbligo di avvisare i propri conviventi del possesso di armi. Un bel problema in un Paese dove l’unico reato in forte aumento sono i femminicidi tra le mura domestiche.

Quando siamo stati chiamati a dare il nostro parere in commissione abbiamo chiesto in tutti i modi di tenere una forma di obbligo. Inizialmente era anche previsto, ma poi è stato tolto” spiega Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e di Difesa.

Il problema storico dell’Italia è che il Ministero dell’Interno non fornisce dati sulle armi effettivamente in circolazione. Le stime più accreditate parlano di un numero tra i 4 e i 10 milioni, in mano a circa 1 milione di detentori di porto d’armi. Un giro d’affari di 100 milioni di euro per i 1.300 punti vendita al dettaglio di armi e munizioni destinato ad aumentare, perchè l’Italia ha voglia di armarsi.

Secondo un report della commissione europea di 4 anni fa, il più recente di questo tipo, il 14% di chi ha un’arma da fuoco dichiara di averla per difesa personale. Ma forse è un dato sottostimato, perchè qui iniziano i problemi: secondo i dati elaborati dalla Polizia di Stato negli ultimi due anni, le richieste di licenza per difesa personale sono diminuite del 4,7%, ma sono aumentate complessivamente del 30,8% le licenze per il tiro sportivo e per la caccia. Questo si traduce in 200mila persone in più che si iscrivono ai poligoni.

La spiegazione del perchè è piuttosto facile: avere una licenza per uso sportivo è molto più semplice, a prescindere dall’uso effettivo che poi se ne farà. Spiega infatti a Panorama Marco Tiberi, ex poliziotto e istruttore di tiro al Poligono nazionale di Cecina, che negli ultimi 24 mesi c’è stato un progressivo e costante aumento di persone che si sono iscritte al poligono di tiro con la licenza sportiva. Il 90% sono di uomini che hanno un’età superiore ai 35 anni e appartengono per lo più al ceto medio. Ma solo il 20% si iscrive alle gare e inizia un percorso agonistico.

Dunque, perchè lo fanno?

Un altro istruttore, il carabiniere Antonino Troia, lo spiega a l’Espresso in modo ancora più esplicito: “In Italia c’è un bisogno crescente di sicurezza, di sentirsi protetti nella propria abitazione o per strada. Un bisogno primario, legato all’esigenza di sopravvivere di fronte a una minaccia incombente, grave e attuale per la vita“.

Questo, lo aggiungiamo noi, nonostante tutti gli indicatori dicano chiaramente che i reati sono in calo. Questo autunno arriverà in aula il tema della legittima difesa (la riforma dell’articolo 52 del codice penale) che avrà come fulcro centrale l’intervento sulla proporzionalità tra difesa/offesa. “Si costruisce il bisogno di sicurezza e poi si danno risposte come questa”, dice ancora Biatta.

Il governo si appresta dunque a mettere in circolo più armi e a renderne l’uso più facile in un Paese colmo di rancore ed incattivito verso i più deboli.

Una prospettiva che preoccupa anche chi le armi le maneggia per lavoro. Daniele Tissone è un poliziotto con tanti anni di esperienza ed è anche il segretario del sindacato di polizia della Cgil:

“Siamo davvero preoccupati. Siamo già il primo Paese in cui gli omicidi vengono commessi con armi da fuoco legalmente detenute, escludendo gli Stati Uniti. I poligoni possono anche insegnare a sparare, ma non potranno mai insegnare quando è davvero necessario usare un’arma e come usarla in una situazione di pressione. Non sarà un deterrente per ridurre i reati, anzi, rischiamo un’escalation di scontri a fuoco”.

armi da fuoco

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    Massimo Alberti
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Verona: “Ci hanno gettato benzina addosso”

coppia aggredita verona

Barbara aggressione ai danni di una coppia gay di Verona, già vittima di un’aggressione a sfondo omofobo lo scorso agosto, quando Angelo Amato e il marito Andrea Gardoni, furono picchiati in piazza Bra da un gruppo di persone perché si stavano tenendo per mano.

La notte scorsa i due sono stati svegliati in piena notte da alcuni rumori proveniente dall’esterno della loro villetta alle porte del comune di Grezzana. Gardoni, 23 anni, è uscito a controllare e si è visto lanciare addosso della benzina. L’aggressore – o gli aggressori, le indagini sono in corso – è fuggito senza, per fortuna, riuscire ad appiccare l’incendio. All’indomani sono anche state rinvenute delle scritte sulla facciata dell’abitazione e sull’automobile della coppia, una svastica e la scritta “Vi metteremo tutti nelle camere a gas”.

Massimo Alberti ha intervistato Angelo Amato, che gli ha raccontato cosa è accaduto e a che punto sono le indagini.

Stavo dormendo, così come stava dormendo anche Andrea, perché eravamo ritornati a casa da circa un’oretta e mezza ed eravamo stanchi. Siamo andati a dormire, ma per noi è difficile perché al minimo rumore non riusciamo a dormire, specialmente Andrea. Lui dice che si è svegliando perché ha sentito un rumore e ad un certo punto ho sentito urlare, “Angelo aiutami!”, e sono andato dalla camera all’ingresso e ho visto tutto cosparso di benzina. Ho chiesto cosa è successo, ma non riusciva neanche a parlare perché piangeva e gli bruciava tutto. Ho messo un attimo il piedi fuori di casa e c’era benzina ovunque anche lì. Ho chiamato subito il 113 chiedendo di mandare un’ambulanza perché Andrea continuava ad urlare come un disperato.

La persona è scappata lasciando lì la tanica di benzina?

Sì, non si sa era una sola persona o se erano più di uno. C’erano delle taniche di benzina lì fuori, non so quante, ce n’erano tante.

Volevano darvi fuoco alla casa?

Presumo di sì.

Tutto questo è iniziato dopo che avete denunciato il vostro aggressore?

Certo. Dal momento che pubblicamente abbiamo avuto il coraggio di metterci la faccia.

E da lì non vi hanno più fatto vivere

No. Esattamente. Più di tanto non posso dire perché ci sono delle indagini in corso. Lasciamogli fare il loro lavoro, fino ad adesso ci hanno dimostrato che sono stati bravi e da tutto questo speriamo che si arrivi ai colpevoli. Non importa chi sia, vogliamo solo che si arrivi ai colpevoli.

A voi resta la paura. Quali sono le conseguenze sulla vostra vita?

Devastanti. Oggi è peggio di ieri e non so domani cosa succederà.

coppia aggredita verona
Foto dal profilo FB di Andrea Gardoni
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Terremoto, due anni di promesse

Arquata del Tronto (AP)

A Genova ci sono ancora le macerie, è passata poco più di una settimana. Non sono le uniche macerie rimaste lì. Ci sono ancora, ad esempio, ad Arquata del Tronto (AP). Siamo in totale emergenza, dice il sindaco, solo che lì sono passati due anni dal terremoto del centro Italia.

Si comincia alle 3.36 con la prima scossa, molto forte, di magnitudo 6.0 con epicentro nella valle del Tronto, tra i comuni di Accumuli ed Arquata del Tronto. Le scosse proseguono fino ad ottobre, poi ancora gennaio. 11mila sfollati, 388 feriti, 303 morti. L’Italia è un Paese fondato, o affondato, sulle macerie. Dove un evento è ancora emergenza dopo due anni, dove per qualsiasi evento strutturale duraturo si tira fuori dalla tasca il termine “emergenza“.

E ancora Brandelli sospesi di vite, ancora macerie, ricordi, lacrime, scricchiolii sotto i piedi ad ogni passo. Troppo qui è ancora“, scrive l’inviato de L’Avvenire da Amatrice. Le zone rosse dei centri storici con le macerie visibili sono ancora lì, strutturali, ormai nel paesaggio urbano. E di ciò che ne resta, tra i cartelli stradali provvisori, provvisori da due anni.

La rimozione delle macerie ormai è programmata, mi auguro che finisca entro la fine dell’anno, come è stato promesso. È essenziale soprattutto per dare fiducia alle persone. Questo probabilmente è il momento peggiore, perchè adesso c’è la convinzione che i prossimi anni saranno così, che si vivrà in maniera precaria e che quello che abbiamo potuto offrire sono le casette, i centri commerciali nuovi e una parte di servizi.

Cercare risposte rischia di diventare persino grottesco ed esercizio retorico tra le promesse fatte dai governi che si sono susseguiti e poco o nulla di concreto, tranne il mega centro commerciale di Castelluccio di Norcia, quello sì che lo hanno iniziato a costruire tagliando in due una delle valli più simboliche d’Italia e della sua ricchezza agroalimentare. Si parla ancora di ripartire, dopo due anni. I sindaci dicono tutti la stessa cosa: la ricostruzione è ferma.

Il punto che deve essere chiaro è che tutto ciò che serve per rimettere a posto i vostri paesi lo mettiamo. Non ci interessa destra o sinistra. (Matteo Renzi)

Le casette, o meglio i moduli abitati, un po’ ci sono e un po’ no. A Posta, altro comune del cratere sismico, le SAE – Soluzioni Abitative di Emergenza, si chiamano così, ancora con quella maledetta parola – ci sono, ma non si possono usare. I moduli abitativi sono già stati assegnati a 18 famiglie, ma sono ancora sigillati perchè mancano le utenze, dice il sindaco Serenella Clarice.

La Regione Lazio le ha consegnate al comune di Posta senza le utente e ha lasciato al comune la patata da risolvere. L’ANAS, per facilitare il tutto, non acconsente a far passare il tubo della corrente vicino alla Salaria, così saranno costretti a far passare un tubo volante che attraversi la Salaria per poter fornire la luce ai nuovi SAE.

Approssimazione, disattenzione, sufficienza.

L’altro terremoto, quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, può cominciare dai piani della Protezione Civile.

Lacrime di coccodrillo. Ve li ricordate i proclami e gli annunci? “Faremo la mappa delle zone sismiche“, “faremo la mappatura degli edifici a rischio“. Il piano nazionale di prevenzione e risposta alle emergenze, che dopo il terremoto sembrava questione di ore, ancora non c’è. Di emergenza ce n’è sempre un’altra pronta a prendere il posto delle altre, per farle dimenticare e far dimenticare le promesse. Così come le responsabilità da scaricare, quelle sì. Le macerie, invece, le hanno scaricate in pochi, forse perchè pesano tanto e comunque meno delle responsabilità.

Arquata del Tronto (AP)
Foto | Vigili del Fuoco
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“Più condivisione e niente assegni”

divorzio

L’avvocato Alessandro Simone commenta a Radio Popolare il disegno di legge della Lega sulle separazioni e i doveri dei genitori, “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialitàfirmato dal senatore leghista Simone Pillon e depositato in Commissione Giustizia della Camera.

Ci sono alcune buone intenzioni, ma ci sono anche molta confusione e obblighi difficilmente che saranno difficilmente realizzabili. Si vogliono difendere i padri separati, ma si rischia anche di aumentare i conflitti e le spese da sostenere.

Ci può spiegare cosa cambierebbe per le cause per separazione e divorzio se passasse la proposta Pillon così come è concepita?

La proposta di legge del senatore Pillon, firmata anche da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, prevede espressamente che da oggi in poi, in ogni caso e per tutte le separazioni, i figli debbano stare metà tempo col papà e metà tempo con la mamma o quantomeno per un tempo non inferiore per dodici pernottamenti al mese. Questo è abbastanza complicato se pensiamo a bambini che hanno pochi mesi o pochi anni, nel momento in cui probabilmente hanno maggior bisogno della presenza materna. Dal punto di vista economico il disegno di legge Pillon prevede la completa eliminazione dell’assegno di mantenimento di un genitore a favore dell’altro e il venir meno dell’assegnazione della casa. Questo può anche avere senso quando i genitori hanno un reddito identico o quando non ci sono delle situazioni reddituali o patrimoniali tra i due, ma diventa molto complicato nell’ipotesi in cui ci siano delle divaricazioni tra le possibilità di un genitore e le possibilità di un altro: in questo caso il figlio si vedrebbe costretto a vivere in due ambienti separati o diversi, o quantomeno disomogenei. La legge come terzo punto prevede poi la cosiddetta mediazione familiare, ma in questo caso è stata fatta una leggera confusione. Si parla, infatti, di mediazione familiare e poi si richiamano i concetti della mediazione civile, che è un istituto completamente diverso rispetto alla mediazione familiare. Il punto è che tutti i mediatori familiari dicono che la mediazione per funzionare deve essere volontaria e in questo caso viene attuato un meccanismo che la rende invece obbligatoria. Questo comporterà un notevolissimo aumento dei costi che riguarda chiunque voglia separarsi, perchè prima di poterlo fare sarà obbligato a rivolgersi a un centro di mediazione che, è bene ricordarlo, sarà un ente privato. Questo perchè la legge prevede la cosiddetta clausola di invarianza finanziaria, cioè non ci dovranno essere oneri aggiuntivi per lo Stato.

È una legge che cambia gli equilibri rispetto ad ora tra i due coniugi?

La proposta di legge parte da un punto corretto: non sempre si è applicato il principio della bigenitorialità anche dopo l’intervento della legge sull’affido condiviso del 2006, questo probabilmente per una certa pigrizia della magistratura non specializzata, perchè i Tribunali dove esistono sezioni specializzate applicano dei criteri per cui i figli stanno con entrambi i genitori in maniera più o meno paritetica. La legge parte da questa corretta constatazione, ma arriva a una trasformazione e a creare una nuova ingiustizia: per risolvere la precedente ingiustizia che vedeva le madri preferite rispetto ai padri, qui si mortificano e si annullano completamente le singole storie familiari. Questo è il punto critico del disegno di legge Pillon, che vuole prevedere delle soluzioni identiche e uguali per tutti, quando sappiamo benissimo che ogni famiglia ha la propria storia e ogni bambino, specialmente quando è figlio di genitori separati, deve essere tutelato e protetto dall’evitare che le conseguenze delle scelte dei propri genitori ricadano su di lui. E questa legge non va in quella direzione, purtroppo è una legge molto sbilanciata nei confronti dei genitori e non tiene conto di quello che è il reale interesse dei minori, oltre a presentare degli eventi problemi di incostituzionalità.

In base alla sua esperienza, quali sono i punti deboli e gli eventuali passi in avanti di questa legge?

La legge cerca di rispondere a dei problemi che effettivamente esistono, e cioè la mancata applicazione completa su tutto il territorio nazionale del principio di bigenitorialità. Il punto è che la risposta che viene data è una risposta completamente sbagliata, proprio perchè non si rispettano le singole storia familiari. Ed è una legge che in alcuni tratti sembra voler essere vagamente punitiva nei confronti delle mamme. C’è anche un altro punto molto delicato ed è un peccato che nessuno se ne sia accorto finora: per la prima volta questa legge parla di papà e di mamma, il che sembra andare nella direzione di volere eliminare, almeno dal programma legislativo, le figure delle famiglie arcobaleno. Anche su questo è necessario un ulteriore riflessione. Il senatore Pillon ha detto che è pronto a discuterne e speriamo che lo voglia fare e che il Parlamento voglia farlo attentamente ascoltando sia le associazioni dei papà separati, molto attive in queste vicende e molto a favore di questo progetto di legge, ma anche gli avvocati specializzati e dei magistrati che ogni giorno vedono cosa una cattiva legge può fare nei confronti dei bambini. Il punto poi è uno e uno solo: potremmo scrivere le migliori leggi del Mondo, ma finché non avremo le cosiddette sezioni specializzate, cioè dei giudici che si applichino correttamente e costantemente solo alla materia del dritto delle relazioni familiari non andremo molto lontano.

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intervista Alessandro Simone

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La lista della vergogna

migranti minori

La mappa delle aggressioni razziste dal 1° giugno, giorno dell’insediamento del governo di Giuseppe Conte, si trova su Google Maps ed è stata realizzata da Luigi Mastrodonato. Registra 22 casi di aggressioni fisiche, 9 casi di spari con pistola ad aria compressa e 3 omicidi.

“Per Matteo Salvini in Italia non c’è nessun allarme razzismo, è un’invenzione della sinistra che starebbe usando la bassa natalità come scusa per importare migranti”.

Morti, impallinati, picchiati, aggrediti, insultati, ecco la lista di questi due mesi di razzismo in Italia.

Omicidi

Aprilia, 29 luglio. In due lo hanno inseguito convinti che fosse un ladro e lo hanno picchiato. Un marocchino di 43 anni è morto. Sulla dinamica indaga la magistratura.

via Borzoli, Genova, 12 giugno. 20enne ecuadoriano ucciso da un poliziotto durante un TSO.

Piana di Gioia Tauro, 3 giugno. Il sindacalista di base Soumaila Sacko viene ucciso da colpi di fucile: “Gli italiani si scoprono xenofobi e razzisti? Assolutamente no“.

Spari con pistola ad aria compressa

Caserta, 26 luglio. Un ragazzo della Guinea, ospite in un centro di accoglienza, denuncia di esser stato colpito al volto con una pistola.

Vicenza, 26 luglio. Un operaio di origine capoverdiana che lavorava su un ponteggio è stato colpito alle spalle da un pallino.

Roma, 18 luglio. Una bambina rom di 15 mesi viene colpita alla spalla, perforata da un proiettile.

Forlì, 5 luglio. Un ivoriano di 33 anni è colpito all’addome mentre pedala in bicicletta.

Forlì, 2 luglio. Una donna nigeriana denuncia di esser stata ferita ad un piede.

Latina, 11 luglio. Due nigeriani, mentre aspettano l’autobus a Latina Scalo vengono colpiti da sconosciuti a bordo di un’auto.

San Cipriano d’Aversa, 26 luglio. Migrante ferito con una pistola ad aria compressa.

Napoli, 20 giugno. Un ragazzo del Mali viene colpito da due ragazzi armati di fucile a piombini.

Caserta, 11 giugno. Due ragazzi del Mali ospiti di una struttura per migranti vengono colpiti da una raffica di colpi di pistola ad aria compressa sparati da una Panda nera in corsa. Uno è stato ferito all’addome.

“Io non credo che in questo Paese ci sia un allarme razzismo. Secondo me si sta utilizzando questo argomento perchè qualcuno, per sentirsi un po’ di sinistra perchè non lo è più, deve attaccare Matteo Salvini considerandolo di estrema destra” (Luigi Di Maio)

Aggressioni fisiche

Napoli (Via Luca Giordano), 28 luglio. Chiede l’elemosina davanti al negozio, immigrato aggredito da due pescivendoli.

Partinico, 26 luglio. Un migrante senegalese è stato picchiato e insultato al grido di “sporco negro tornatene al tuo Paese” mentre stava lavorando al bar.

Bruzzano, 24 luglio. Cingalese picchiato perchè non parlava italiano.

Atena Lucana, 23 luglio. Aggressione razzista in un centro migranti.

Palermo, 23 luglio. Picchiato davanti a piazza Sant’Anna, un giovane del Bangladesh perde i sensi.

Venezia (Fondamenta Santa Lucia), 10 luglio. Picchiato portabagagli africano. Colpita anche una turista che lo ha difeso.

Claviere, 5 luglio. “Negra di merda, hai solo bisogno di un po’ di cazzo”: donna aggredita mentre partecipa a una manifestazione.

Spotorno, 4 luglio. Aizzano il cane contro un ambulante nero e insultano la donna che lo difende.

Torino (via Pietro Bonfante), 2 luglio. “Mi hanno chiamato negro e picchiato”: aggredito ragazzo del Gabon.

Trento (Via Roma), 30 giugno. “Ti brucio vivo, brutto islamico”: chiede un giorno di malattia, aggredito dal principale.

Sassuolo (Piazza Giuseppe Garibaldi), 23 giugno. Giovane straniero aggredito in centro in piena notte.

Palermo (Via Giacomo Cusumano), 19 giugno. Preso a colpi di pomodoro perchè straniero.

Cagliari (via Francesco Crispi), 17 giugno. Ragazzo dominicano aggredito in centro.

Erba (piazza Padania), 17 giugno. Aggressione in stazione, 42enne italiano ferisce uno straniero.

Palermo (via Salvatore Benfratello), 17 giugno. Tre giovani migranti aggrediti a Ballarò.

Roma (Via Scarpanto), 17 giugno. Aggressione razzista nei confronti di un gruppo di cittadini indiani.

Catania (Via Androne), 16 giugno. Aggredisce lavavetri nigeriano perchè troppo insistente.

Napoli (Via Galileo Ferraris), 12 giugno. Algerino protesta contro un’auto che non si ferma alle strisce pedonali, accoltellato.

Sulmona (Piazza Garibaldi 37), 12 giugno. Irruzione in un centro di accoglienza, migrante ferito.

Ventimiglia (Via Roma), 9 giugno. Straniero aggredito soccorso dai volontari della Croce Verde.

Sarno, 8 giugno. Aggressione a un 26enne colpito con una mazza da baseball.

Moncalieri, 30 luglio. Atleta di origine nigeriana colpita da lancio di uova mentre tornava a casa. L’ipotesi di Carabinieri e Polizia è quella dell’emulazione, ma senza escludere che dietro ad alcuni attacchi possa esserci dell’odio razziale.

“In molti si stanno accorgendo di cosa è successo e spero che questo faccia capire che l situazione non sta peggiorando lentamente, è già davvero al limite” (Daisy Osakue).

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Decreto Dignità, ci vorrà la fiducia?

Luigi Di Maio

Tra la grottesca opposizione da destra del Partito Democratico e i litigi dentro la maggioranza, il Decreto Dignità, provvedimento simbolo del Movimento 5 Stelle, stenta a decollare. Tutto rimandato alla prossima settimana, dunque, per una discussione in Commissione fin qui molto faticosa. E non è detto che l’Aula sia meno complicata.

A rendere più difficili le cose c’è l’opposizione sempre più esplicita di Confindustria. Non solo quella del Presidente nazionale Vincenzo Boccia, che ha definito il testo “antitetico al contratto di programma” perchè si aumenta il costo dei contratti a tempo determinato, ma anche nel cuore del bacino elettorale della Lega, il Veneto, dove gli industriali legati a Confindustria hanno preso duramente posizione:

“Ad accendere la polemica erano state due riunioni di Confindustria Veneto-Centro con la propria base. Centinaia di imprenditori riuniti a Treviso e a Padova dal Presidente Massimo Finco avevano attaccato il provvedimento accusando sostanzialmente il decreto di disincentivare le assunzioni”.

E gli imprenditori se la sono presa in particolare con la Lega, attaccando frontalmente il partito, reo secondo loro di averli traditi, compreso il Presidente della Regione, Zaia. Ma dal Veneto viene anche quel Massimo Colombari, imprenditore vicino ai 5Stelle, che insieme all’imprenditore milanese Arturo Artom è fautore di quella tessitura di ottimi rapporti tra le piccole imprese e l’attuale governo. In una relazione costruita da anni già da Gianroberto Casaleggio e consolidata col fondo per le piccole e medie imprese, dove i Parlamentari 5 Stelle versavano le eccedenze dei loro stipendi.

I nodi da sciogliere restano però legati soprattutto al lavoro, dai voucher all’indennità per le imprese che licenziano, ma anche le norme anti delocalizzazione. Restano anche i consueti contrasti con il Ministro dell’Economia Giovanni Tria, blindato da Mattarella che chiede di rispettare i vincoli dell’Unione Europea quando buona parte del programma economico di Lega e M5S va invece a lavorare in deficit:

“Molto significative ritengo anche le misure che sono state adottate per contrastare la delocalizzazione delle attività produttive e delle attività imprenditoriali” – Giuseppe Conte

I dubbi sull’efficacia di queste norme arrivano anche dai sindacati. Prendiamo proprio le delocalizzazioni, difficile intanto fare dei numeri. Ci ha provato la Cgia di Mestre: tra il 2009 e il 2015 il numero delle partecipazioni all’estero delle aziende italiane è aumentato di quasi il 13%. Se verso la fine del decennio scorso i quasi erano quasi 32mila, nel 2015 hanno sfiorato i 36mila.

Ancora più difficile capire il numero di imprese che hanno chiuso l’attività in Italia per trasferirsi all’estero. Ci hanno provato due ricercatori, Matteo Gaddi e Nadia Garbellini, elaborando i dati del 2016 di Eurofound dedicati alle ristrutturazioni di impresa negli otto Paesi europei più industrializzati: 222mila posti di lavoro persi. Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Italia nell’ordine i Paesi che demoralizzano di più. La domanda è ovviamente come evitarlo.

In Italia una legge esiste già. Un articolo del 2014 passato proprio grazie al Movimento 5 Stelle prevede che se un’azienda beneficia di contributi pubblici ed entro 3 anni va all’estero con riduzione di almeno il 50% del personale, perderà quel beneficio. I 5Stelle, con la loro proposta, continuano dunque su questa strada fin qui, però, poco o per nulla incisiva.

“Si va in aula giovedì con la discussione generale. Io sarò in Aula in questi giorni per seguire tutto” – Luigi Di Maio

Intanto alla Camera il via libera definitivo atteso per il 2 agosto va in là. Al Senato il Decreto Dignità sarà esaminato dal 6 agosto e se i tempi si restringessero ulteriormente si alzerebbero le quote dell’ipotesi della richiesta di una fiducia. Ci sarà poi una pausa estiva, ma il decreto scade il 12 settembre e questo rende forte la preoccupazione che i tempi per approvarlo prima della pausa estiva non ci siano. Non farebbe una grande differenza sul piano concreto, ma per Di Maio sarebbe uno smacco clamoroso sul piano dell’immagine.

Luigi Di Maio

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    Massimo Alberti
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La Polizia, lo Straniero, la Dignità

Costretto ad abbassarsi i pantaloni in pieno giorno, in pubblico, per una perquisizione.

E’ successo intorno alle 17,30 di martedì 24 aprile in Piazza Susa, a Milano. Il trattamento è stato riservato ad un uomo, pelle scura, fermato per un controllo da due poliziotti mentre si trovava seduto sul marciapiede insieme ad altre persone.

Dopo una prima perquisizione, gli agenti gli hanno fatto abbassare i pantaloni lasciandolo in mutande davanti ai passanti esterefatti.

L’uomo è rimasto così per diversi minuti nella via affollata, prima di farlo rivestire.

foto perquisa

Di tutta la scena è stata testimone una cittadina, che ha scattato anche la foto: “Mi è sembrato un trattamento umiliante e degradante” ha raccontato a Radio Popolare chiedendo l’anonimato.

Non è un protocollo previsto con queste modalità – conferma un operatore di Polizia interpellato da Radio Popolare – Se non ci sono condizioni di pericolo immediato, eventuali perquisizioni approfondite, flessioni, devono avvenire in ambienti consoni, non certo in mezzo alla strada. E’ anche una questione di sensibilità degli operatori.

 In serata Radio Popolare è stata contattata dalla portavoce della Questura di Milano che ha offerto la versione della Polizia, secondo cui sarebbe stato il ragazzo ad abbassarsi i pantaloni e i poliziotti avrebbero cercato più volte di dissuaderlo e di farlo rivestire.
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    Massimo Alberti
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‘Ndrangheta, arrestato Giuseppe Pelle

È finita in queste ore la latitanza di Giuseppe Pelle, 58enne ritenuto dagli inquirenti una figura di spicco della ‘ndrangheta, se non addirittura l’attuale capo dell’intera organizzazione criminale. Latitante dal 2016, Pelle si nascondeva in un’abitazione in una zona impervia nel comune di Condofuri, in provincia di Reggio Calabria e a poche decine di chilometri da San Luca, storica sede della cosca dei Pelle-Vottari.

Un arresto importante nella lotta alla criminalità organizzata in Italia di cui ci ha parlato oggi il Procuratore di Reggio Calabria, Gaetano Paci:

L’importanza di questo arresto la possiamo spiegare attraverso le parole utilizzate dalla Corte di Cassazione che ha condannato definitivamente Pelle, nella quale si dice che Pelle ricopre un ruolo che corrisponde al livello strategico e decisionale di tutta la ‘ndrangheta unitaria e non di una sua singola articolare territoriale. Mi pare che migliore definizione non ci possa essere.

Possiamo definirlo a tutti gli effetti uno dei capi della ‘ndrangheta?

Ripeto, ho voluto evitare l’enfasi che talvolta si cerca di fare a questo tipo di definizione proprio utilizzando le parole del massimo organo giurisdizionale che dà l’idea di cosa è la ‘ndrangheta e soprattutto di quale ruolo avesse assunto Antonio Pelle.

È stato difficile arrivare al suo arresto?

Le operazioni finalizzate alla sua cattura duravano da circa due anni. Questo tempo si è reso necessario per via del favore naturale di cui i latitanti godono in zone particolarmente impervie del territorio calabrese. Infatti lui è stato preso dopo una serie di attività che via via hanno ristretto l’obiettivo fino al nucleo essenziale dei suoi fiancheggiatori in una zona diversa da quella di elezione, perchè lui proviene dal territorio di San Luca ed è stato preso più a sud, in una zona estremamente disagiata del territorio del comune di Condofuri

Quindi godeva ancora di molte protezioni sul territorio?

Non c’è dubbio. Non c’è dubbio.

Il suo ruolo decisionale lo svolgeva anche in questa fase da latitante?

È chiaro. Noi abbiamo gli elementi per sostenere che fosse un boss in piena attività. Non era certo ormai sospesa o in qualche modo inattiva la sua posizione, era pienamente operante e questo dimostra quello che sempre si sostiene a proposito dei latitanti, ossia che la loro presenza sul territorio costituisce una modalità della manifestazione del loro potere di intimidazione e soprattutto per il territorio finisce per essere una forma di intimidazione particolarmente odiosa.

Che contraccolpi sperate che possa avere questo arresto sull’organizzazione criminale?

Certamente in questo modo la famiglia Pelle, il gruppo Pelle, è stato completamente disarticolato. Quanto questo poi si riverberi sul potere decisionale della ‘ndrangheta lo capiremo approfondendo le indagini. Di certo c’è che noi presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria non ci fermiamo e non ci siamo mai fermati tutte le volte che c’è stato l’arresto di un boss di primo piano e abbiamo sempre approfondito le attività di indagine in tutte le direzioni, non solo in quelle militari ma anche in quelle economiche e quelle che riguardano le connessioni di livello politico, istituzionale e così via.

procura reggio calabria

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    Massimo Alberti
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Incendio, la cronaca del nostro inviato

Pernille ha 23 anni e vive al decimo piano del palazzo di via Cogne 20: l’incendio scoppia proprio nell’appartamento accanto al suo. Quando sente le urla e apre la porta di casa, l’atrio è già saturo e denso di fumo: prende la sorella, due asciugamani da mettersi sul volto per respirare, e scappa nel buio. Mezzogiorno è passato da poco: in pochi minuti gli abitanti del palazzo stanno già correndo nel cortile per salvarsi dalle fiamme, mentre la polizia locale blocca la strada, e arrivano almeno una decina di ambulanze e i vigli del fuoco evacuano l’intero edificio. Molti dell’incendio non si sono nemmeno accorti, soprattutto ai piani più bassi. Sono stati i soccorritori ad avvertirli ed a farli uscire di casa. Chi abita ai piani più alti, invece, è corso fuori non appena visto il fumo. I primi feriti escono sulle loro gambe, saranno una decina in tutto gli intossicati, mentre i vigli del fuoco ancora usano le scale per salvare una persona da un balcone.

E’ passata un’ora dall’inizio dell’incendio, ma quando tutto sembra calmarsi, all’improvviso torna la concitazione: i paramedici corrono con una barella, caricano un corpo, fanno il massaggio cardiaco. Accanto una donna sconvolta: “E’ il figlio di una mia amica marocchina, si chiama Haitam, ha 13 anni, non respira più”, mi dice tra le lacrime mentre l’ambulanza corre verso l’ospedale. Altri ragazzini accanto urlano e piangono: “Sì sì, è il nostro amico, dicono”. Haitam era un ragazzo disabile, non è riuscito ad uscire e quando è stato portato fuori era già in arresto cardiaco. E’ ricoverato al vicino ospedale Sacco in condizioni disperate.

Spente le fiamme, per tutto il pomeriggio sono continuati i sopralluoghi alla ricerca di eventuali dispersi e per verificare l’agibilità.

Il palazzo risale agli anni ’90, è una casa popolare di 13 piani, di proprietà comunale e gestita da MM. Vi abitano circa 60 famiglie, fotografia della Milano multietnica: italiani, eritrei, nordafricani, filippini, come Pernille, ragazze e  ragazzi della generazione “ius soli”, nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri. E’ un palazzo in buono stato, e l’attivazione immediata dell’allarme antincendio forse ha evitato il peggio.

Per ora si possono solo fare ipotesi sull’origine dell’incendio. I testimoni raccontano che le fiamme sono state precedute da una piccola esplosione, forse originata da una caldaia privata. “Ma non è ancora possibile parlare delle cause, gli accertamenti sono in corso e dureranno giorni”, spiega l’assessore alla Casa del Comune di Milano Gabriele Rabaiotti. Delle 60 famiglie residenti, la trentina che abita fino al quinto piano potrà rientrare già in serata. Per le altre, il comune provvederà a una sistemazione in alberghi e appartamenti. A tanti di loro, la sistemazione alternativa toccherà per lungo tempo.

Ascolta la testimonianza di Pernille raccolta da Massimo Alberti

testimonianza milano 15.30 incendio Maggioni

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    Massimo Alberti
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Piazza della Loggia. Fine prima parte

L’estradizione in Italia di Maurizio Tramonte applica e chiude la sentenza definitiva sulla strage di Brescia. L’altro condannato, l’83enne fascista di ordine nuovo Carlo Maria Maggi, sta già scontando l’ergastolo ai domiciliari, come di diritto dalle sue condizioni di salute.

Il tentativo maldestro di fuga di Tramonte ha solo allungato i tempi: il suo allontanamento poco prima del verdetto della cassazione il 20 giugno, la fuga in macchina verso il Portogallo, è durata poco: Tramonte era tenuto sotto controllo dai servizi.

La sua è una figura chiave: la “fonte tritone” è il collegamento tra Stato e neofascisti. Se a Maggi è riconosciuto il ruolo organizzativo e di direzione dell’attentato, Tramonte ha partecipato alle riunioni preparatorie – di cui dava conto ai servizi segreti come referente – e aveva offerto la sua disponibilità a piazzare la bomba.

“Giustizia e non vendetta”, ha sempre ripetuto il presidente dell’associazione dei familiari Manlio Milani, che auspicava il ritorno in Italia di Tramonte, l’esecuzione della pena e degli eventuali benefici come da stato di diritto.

In anni di processi Tramonte si è più volte contraddetto ed è tornato sui suoi passi. Non gli ha evitato la condanna. Ma Milani si dice ancora disponibile a incontrarlo e ad aprire un dialogo. “Il suo rientro segna la fine della prima parte della vicenda di piazza Loggia”, sottolinea Milani, riferendosi alle altre due inchieste aperte alla procura di Brescia e dei minori, volte a individuare i mandanti della strage.

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    Massimo Alberti
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Fascisti e Servizi: la verità ora è sentenza

I neofascisti hanno preparato e messo la bomba. Lo Stato sapeva e lasciava fare.
Ci sono voluti 43 anni, un numero di udienze  e di processi di cui è anche solo difficile tenere il conto, ma la bomba che a Brescia, in Piazza della Loggia il 28 maggio del 1974 uccise 8 persone e ne ferì oltre 100 ora ha anche una verità giudiziaria.
Arrivata poco dopo le 23 al termine di una giornata massacrante e di attesa nervosa, al termine di 9 ore ininterrotte di udienza e 3 di camera di consiglio, la sentenza della cassazione ha rigettato i ricorsi delle difese del dirigente veneto di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi e del confidente dei servizi segreti Maurizio Tramonte, la fonte Tritone, e confermato le condanne all’ergastolo della Corte d’appello di Milano, sostenute da un articolata e dettagliata requisitoria del procuratore generale di Cassazione che già aveva fatto ben sperare.
In aula si sono scontrate due tesi: quella delle difese, secondo cui la sentenza di appello si basava sulle dichiarazioni – inattendibili – di Tramonte e di Carlo Digilio, testimone ormai defunto. Testimonianze certo contraddittorie e più volte ritrattate, ma solo parte di una dettagliata articolazione dei fatti, composta da intercettazioni, documenti scritti, un minuzioso lavoro di indagine che ha con chiarezza ricostruito le riunioni preparatorie della strage, portato alla organizzazione, la costruzione della bomba, il trasporto in piazza. Indizi certo, ma univoci coerenti.
Potete immaginare la commozione e le lacrime, tra i presenti, i familiati, gli avvocati, alcuni degli ispettori del Ros che hanno condotto le indagini, ma anche l’incredulità per aver visto con i propri occhi una strage arrivata a sentenza definitiva. La strage di Brescia è la più politica delle bombe, perché mirata contro nemici politici: la bomba esplose durante una manifestazione antifascista. È una sentenza che dovrà anche far riflettere le istituzioni, perché ne evidenzia il ruolo fondamentale nella strategia stragista. Molto si deve alla giudice del Tribunale di appello di Milano Anna Conforti, che ha scritto quella sentenza: un verdetto che a questo punto si può ben definire storico. Ma anche al lavoro minuzioso dei magistrati bresciani Piantoni e De Martino. E alla testardaggine dei familiari,  che davvero mai hanno ceduto in questi anni e che ora, pur con ritardo inaccettabile, ottengono giustizia.
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    Massimo Alberti
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“Un dirigente ha incitato il camion a partire”

“Lo abbiamo sentito tutti, era il capo del personale: ha detto al camionista ‘Vai vai vai vai…’. Lui è partito ad alta velocità e ha travolto i nostri compagni”. Ahmed è delegato sindacale di un’azienda della logistica di Soresina, anche lui, come molti altri colleghi, era davanti ai cancelli della Saem, ditta in appalto alla Gls a Piacenza, in solidarietà ai colleghi impegnati da mesi in una dura vertenza sindacale. E’ ancora sotto shock nel raccontare quegli attimi in cui è stato ucciso Abdesselem el Danaf, ma come i suoi colleghi presenti insiste su quel dettaglio, che se confermato sarà determinante nello spiegare questa morte.

Ci sono molti aspetti di quanto avvenuto che sono da chiarire: forse solo i video delle telecamere di sorveglianza potranno farlo. Anche perché, per ora, le testimonianze dei lavoratori presenti, e la prima versione ufficiale della procura di Piacenza, se coincidono su alcuni elementi, divergono decisamente su altri punti chiave: uno di questi è proprio l’incitamento del dirigente del magazzino che avrebbe innescato la dinamica della morte. C’è da dire che il racconto di Ahmed ai nostri microfoni è molto preciso e circostanziato: il picchetto dei lavoratori si svolge davanti all’uscita dei mezzi. Ma c’è anche un altro varco, che invece è l’ingresso dei camion. E’ da qui al varco di entrata, in contromano, che il camion che travolgerà El Danaf cerca di uscire per aggirare il picchetto. L’autista arriva prudente “si ferma, guarda a destra e a sinistra” spiega Ahmed. Poi però succede qualcosa: un dirigente gli urla di parte, subito. I testimoni fanno nome e cognome. “Antonio Romano, il capo del personale: ‘Vai vai vai vai…’, Gli grida”. E’ in quel momento, dopo le urla del dirigente, che secondo il testimone l’atteggiamento dell’autista diventa da prudente a concitato: parte di colpo a velocità ben oltre i 30 km consentiti in quell’area. Secondo il testimone, un gruppo di lavoratori che era al picchetto distante poche decine di metri si avvicina attirato dalle urla, ed è in quel momento che il camion li travolge. Un lavoratore resta ferito, mentre El Danaf, trascinato per diversi metri, muore.

Cosa coincide e cosa non coincide, con la versione diffusa dalla procura, basata sulla versione della polizia presente al picchetto?

«Quando è avvenuto l’incidente non era in atto alcuna manifestazione all’ingresso della Gls» ha dichiarato il capo della procura di Piacenza Salvatore Cappelleri.

Una manifestazione c’era, su questo non c’è dubbio: El Danaf muore con un megafono in mano, il picchetto non era davanti al varco dal quale è uscito il camion, ma poco poco distante al cancello adibito dall’uscita dei mezzi.

“Quando il Tir è uscito dalla ditta, dopo le regolari operazioni di carico, ha effettuato una manovra di svolta a destra”. La dinamica dell’impatto è in effetti ancora tutta da chiarire, anche il nostro testimone preferisce non sbilanciarsi: “E’ importante essere prudenti”, sottolinea. Ma a quanto sembra, il camion è uscito da un varco dal quale non sarebbe potuto passare. “L’uomo è stato visto correre da solo incontro al camion che stava facendo manovra”. E’ un’altra affermazione del procuratore che si scontra con la versione dei testimoni, e anche con il numero delle persone coinvolte. Oltre ad El Danaf, c’è infatti almeno un altro ferito accertato.

“Escludiamo categoricamente che qualche preposto della Gls abbia incitato l’autista a partire”. Il vero punto di scontro è questo: i racconti dei testimoni, come abbiamo visto, sono dettagliati sulle grida del dirigente, al punto da fare nome e cognome. La procura invece non dà alcun margine di interpretazione, negando la circostanza che sarebbe quella determinante nel portare alla morte di el Danaf.

Ascolta qui la testimonianza di Ahmed

testimonianza-sito

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    Massimo Alberti
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A chi conviene andare in pensione prima?

L’accordo tra governo e sindacati sulle pensioni ormai è a un passo dalla firma.

Sono da chiarire alcuni punti – come la tutela dei “lavoratori precoci”, ovvero chi ha iniziato a lavorare molto presto, con almeno 41 anni di contributi ma sotto l’età per la pensione di vecchiaia – ma l’impianto della cosiddetta APE è sostanzialmente confermato: un prestito bancario coperto dalle assicurazioni per anticipare la pensione.

La riforma Fornero non cambia, ma si introduce una sorta di “toppa”: non attraverso il riconoscimento di un diritto, ma a un costo salato a carico di chi lavora. Sarà infatti il lavoratore che dovrà pagare di tasca propria per lasciare il lavoro a 63 anni – fino a 3 anni e 7 mesi in anticipo sulla pensione di vecchiaia – attraverso una decurtazione dell’assegno che potrà arrivare fino al 20%.

E per farlo dovrà indebitarsi: il costo sarà anticipato dalle banche e ripagato con un mutuo ventennale, la cui rata sarà in parte o del tutto a carico dello Stato per una serie di categorie: disoccupati di lungo periodo, disabili, lavori usuranti.

Si tratta di uno degli aspetti più importanti in via di definizione, anche perché da questo dipende l’investimento che dovrà fare il governo, “circa due miliardi secondo noi, ma non li hanno ancora messi sul tavolo” sottolinea il segretario dello SPI Ivan Pedretti.

Cosa cambierà dunque, e a chi converrà usufruire dell’APE?

Intanto c’è da dire che non sarà per tutti: da strutturale infatti la misura è diventata sperimentale, per i prossimi due anni. Di conseguenza coinvolge solo chi è nato tra il ’51 e il ’54.

Se da un lato il vantaggio sarà indubbiamente per chi – in difficoltà – potrà anticipare l’uscita senza oneri, dall’altro in tanti stanno facendo i conti: ma al di là dei casi singoli, si pone già un problema sociale. “E’ certo una possibilità utile soprattutto per chi fa lavori usuranti, e restituisce un po’ di libertà alle persone per non costringerle a lavorare finché non cadono per terra” – è l’opinione della sociologa Chiara Saraceno – “il problema è che non se la potranno permettere tutti: probabilmente converrà solo alle pensioni più alte: non a quelle troppo basse per avere un reddito solido, ma troppo alte per ricadere nell’esenzione degli oneri”.

Saraceno

Qualche conto in questo senso prova a farlo l’economista Felice Roberto Pizzuti: “Intanto c’è da dire che non c’è alcuna deroga alla legge Fornero, visto che si tratta di un provvedimento a carico del lavoratore-pensionato. Una persona che prevede di avere una pensione di 1000 euro avrà, per tutta la sua vita da pensionato, un assegno di 800-850”. C’è poi un’altra questione importante, considerato che l’aspettativa di vita media in Italia è di 84,7 anni per le donne, e 80,1 anni per gli uomini, quindi al di sotto del periodo di vita ipotetico per ripagare il mutuo. E qui , dopo le banche, entrano in gioco anche le assicurazioni private. “Scatta un problema di copertura assicurativa che implica ulteriori costi, che andranno ancora a scapito del pensionato”, osserva Pizzuti.

Pizzuti

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