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Mancata zona rossa a Bergamo. Gallera: “Avremmo potuto farla noi”

Zona Rossa - Giulio Gallera

Dopo giorni di scambi d’accuse, Regione Lombardia e Governo provano a chiudere lo scontro sulla mancata creazione della zona rossa in provincia di Bergamo e Brescia.

Avremmo potuto farla noi? Ho approfondito e affettivamente c’è una legge che lo consente” ha detto oggi l’assessore lombardo al welfare Giulio Gallera. Ieri sera in conferenza stampa era stato il Presidente del consiglio Conte a dire “Ce ne assumiamo tutta la responsabilità”.

E così, con l’ammissione dell’assessore lombardo Gallera, all’indomani dell’ammissione del Presidente del Consiglio Conte, si chiude il cerchio. Governo e Regione Lombardia, dopo aver giocato per settimane allo scaricabarile, ora si assumono in tutta fretta le loro responsabilità: forse per insabbiare velocemente una questione scomoda, forse perché per entrambi è arrivato il richiamo a evitare polemiche ora.

Le responsabilità della mancata creazione della zona rossa a Bergamo e Brescia ormai sono chiare ed equamente divise. Il presidente del consiglio Conte ha avuto sul tavolo due volte, il 3 ed il 5 marzo, la raccomandazione del comitato tecnico scientifico di chiudere Nembro, Alzano e Orzinuovi, ma il governo non lo ha fatto perché voleva che a farlo fosse la Regione.

L’assessore Gallera ha riconosciuto solo oggi che la Regione poteva comunque agire, ma non lo ha fatto perché voleva che a farlo fosse il governo. Tutto a posto? Per nulla. Resta la domanda: perchè nessuno abbia voluto prendere una decisione politica evidentemente ritenuta scomoda? Perché in quelle aree è concentrato un denso tessuto produttivo. E il terzo soggetto coinvolto in questa vicenda, lo ammette candidamente. “Eravamo contrari a fare una zona rossa come a Codogno” dice il capo di confindustria Lombardia Bonometti, in una surreale intervista a The Post Internazionale – che per prima ha sollevato il caso – in cui attribuisce ai tanti allevamenti il veicolo di contagio.

Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione”. ribadisce Bonometti. Il prezzo sul terreno lo hanno pagato quasi 5.000 morti e 300mila contagiati, che di quella decisione sono in parte la conseguenza.

Foto dalla pagina Facebook di Giulio Gallera

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    Massimo Alberti
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La mancata zona rossa di Bergamo e Brescia: le domande senza risposta

zone rossa bergamo brescia

29 marzo 2020

Al tavolo tecnico scientifico che affianca il governo siedono almeno 3 rappresentanti del ministero della salute, il direttore dell’ospedale Spallanzani, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, un delegato della Conferenza delle Regioni, la Protezione Civile, Dunque i rappresentanti di regioni, governo, protezione civile erano perfettamente a conoscenza della raccomandazione del 2 marzo da parte del massimo organo di tutela della salute pubblica italiana, che indicava di fare ad Alzano Lombardo, Nembro, Orzinuovi una zona rossa come nel lodigiano, isolando le aree e chiudendo le aziende.
Il direttore dell’ISS Giovanni Rezza lo ha confermato ai microfoni di Radio Popolare: quella raccomandazione è stata letta e discussa. Ma mai adottata. Perché? Chi non ha voluto ascoltare l’ISS?



Le mancate risposte della protezione civile

Pubblicamente si è sempre parlato di un’ipotesi, ma era qualcosa di più: una precisa indicazione nero su bianco. Quando Regione Lombardia e Governo hanno iniziato il gioco dello scaricabarile su chi doveva prendere misure più drastiche, si basavano su quell’indicazione? La protezione civile ha dato tre diverse spiegazioni, nelle diverse risposte alle domande della giornalista Veronica Di Benedetto Montaccini di The Post Internazionale.
La prima: dopo Lodi non potevamo chiudere altre aree. Ma se la chiusura era necessaria per la salute pubblica, era da fare. E l’ISS ci dice che era necessaria. Quindi perché “non potevano”?
La seconda: da li a poco il governo avrebbe preso un nuovo provvedimento.
Che però arriverà solo 1 settimana dopo, l’8 marzo, stringerà solo sui comportamenti individuali, non toccherà le aziende (per quelle passeranno altre 2 settimane), non isolerà i focolai.
La terza risposta: “le misure adottate dal governo sono state prese in ossequio ai principi di proporzionalità e adeguatezza” ha detto il capo della protezione civile Borrelli. Un’affermazione drammaticamente smentita dai fatti e da migliaia di morti. Se è stata una valutazione scientifica, è stato un drammatico errore. Se invece è stata una scelta politica, qualcuno la deve spiegare.
Perché il mancato isolamento di quelle aree, di quelle migliaia di morti ne è stata di fatto la causa. Lo sa bene il Sindaco di Orzinuovi, che è anche parlamentare e domani presenterà anche un’interpellanza urgente.
Perché queste domande non possono restare senza una risposta, e chi è titolato di quella “non decisione” deve darne conto.

 

“Chiudete Bergamo e Brescia”: L’ISS lo diceva già il 2 marzo, ma è stato ignorato

28 marzo 2020

Una zona rossa nei comuni focolaio di Bergamo e Brescia. È la richiesta che il Consiglio di Sanità ha portato al tavolo tecnico scientifico, che affianca il governo, già il 2 marzo, all’alba della diffusione del contagio. Una richiesta ufficiale mai presa in considerazione. Da lì in poi il virus è dilagato nelle due province, con migliaia di contagiati e di morti.

Medici, sindaci, cittadini lo dicono da tempo: non chiudere le aree focolaio nelle province di Bergamo e Brescia è stato un errore determinante. La conferma arriva da un documento ufficiale che lo metteva nero su bianco, ma è stato ignorato. La notizia compare per la prima volta sul quotidiano online The Post Internazionale il 25 marzo.

Nell’ambito di un reportage da Bergamo, la giornalista Francesca Nava rivela che una nota tecnica dell’Istituto Superiore di Sanità chiedeva che nei comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro e in quello bresciano di Orzinuovi, venisse creata una zona rossa, come quella di Codogno. Quindi aree isolate e chiusura delle imprese.

Sabato 28 marzo la giornalista Nuri Fatolahzadeh del Giornale Di Brescia dà conto della conferma da parte dell’ISS di questo carteggio interno al comitato tecnico scientifico, dove siedono rappresentanti delle regioni, della Protezione Civile, del Ministero della Salute, quindi del governo.

Erano i giorni di “Milano non si ferma”, “Bergamo non si ferma”, quelli degli aperitivi e degli inviti a non fermare il commercio, quelli in cui Confindustria premeva per non fermare le produzioni nonostante fosse già chiaro che in quelle aree il contagio si stesse allargando senza un freno e la nota tecnico scientifica diceva chiaramente questo: si deve chiudere. Non a caso la nota sottolineava la vicinanza di importanti centri urbani, come ulteriore fattore di rischio.
TPI aggiunge che questa nota viene ulteriormente integrata il 5 marzo, ma in questo caso non c’è conferma di chi l’abbia vista. La nota del 2 marzo, però, sul tavolo del comitato tecnico scientifico c’era: lo conferma sempre a TPI la Protezione Civile.

L’abbiamo valutata ma non si poteva chiudere tutto. È stato già doloroso fare quelle zone rosse che abbiamo fatto” sono le risposte preoccupanti che Agostino Miozzo della Protezione Civile dà alle domande di Veronica Di Benedetto Montaccini. “Stavamo valutando e poi è stato deciso il lockdown nazionale”, aggiunge Miozzo. I cosiddetto lockdown nazionale arriva però solo l’8 marzo e, come sappiamo, non chiude le imprese e prende prime blande restrizioni comuni a tutto il territorio, ignorando la situazione specifica di zone di fatto focolaio.

Un primo decreto sulle imprese arriverà solo il 22 marzo, quello definitivo il 25. Nel frattempo nelle province di Bergamo e Brescia i morti ufficiali sono oltre 2.000, ma secondo i sindaci è una cifra ampiamente sottostimata.

Foto dalla pagina Facebook del Dipartimento di Protezione Civile

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    Massimo Alberti
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Il nuovo decreto doveva chiudere le fabbriche e invece le ha riaperte

decreto fabbriche

Doveva essere il decreto che chiudeva le fabbriche, è stato il decreto che le ha riaperte.

L’annuncio di un provvedimento per ridurre il numero di persone in circolazione legate a lavori non necessari, per ridurre la potenziale diffusione del coronavirus, seppur tardivo, era arrivato sabato sera.

Il Presidente del Consiglio Conte era intervenuto dopo giorni di silenzio su questo tema, un silenzio rotto prima dagli scioperi, poi da sindaci e medici di Bergamo e Brescia, che chiedevano a gran voce un decreto per lo stop alle fabbriche per fermare la circolazione di centinaia di migliaia di persone. Si è ripetuto invece lo scenario già visto attorno all’istituzione della zona rossa di Bergamo, invocata da più parti, ma mai nata proprio per le pressioni degli industriali su Regione e governo.

L’annuncio di sabato di Conte ha generato confusione e incertezza, mentre la firma vera e propria è arrivata a sole 12 ore dalla riapertura delle aziende.

Nella versione definitiva vengono recepite praticamente tutte le richieste degli industriali: 80 categorie di imprese considerate essenziali identificate da un codice, apertura degli studi professionali, autocertificazione delle imprese, tre giorni di tempo per adeguarsi.

Il codice in questione si chiama “Ateco”, è quello attraverso cui gli istituti di statistica classificano le attività produttive.

“Lunedì apriamo, poi vedremo”

La giornata di domenica è stata all’insegna delle pressioni di Confindustria sul governo, e dei dubbi di lavoratori ed aziende.

Mentre il presidente degli industriali Boccia chiedeva modifiche a Conte in una lettera pubblica, le associazioni di categoria scrivevano ai loro affiliati invitandoli a tenere aperto, contando proprio sulle ampie concessioni del governo. “Lunedì apriamo, poi vedremo” è il tenore di messaggi e telefonate che i capi del personale hanno mandato ai dipendenti fino a tarda sera. In alcuni casi, l’annuncio delle aperture delle fabbriche e attività è arrivato proprio dopo la firma del decreto.

Insomma anziché chiudere, il decreto ha riaperto molte aziende e fabbriche.

La partita vera si è giocata soprattutto sul settore metalmeccanico, che resterà in buona parte attivo nonostante, secondo il sindacato, ci fossero le condizioni per sospendere gran parte delle produzioni. Il paragrafo chiave che spalanca le maglie del decreto è quello in cui si indica che potranno proseguire le produzioni funzionali al mantenimento delle filiere necessarie, previa autocertificazione: di fatto un liberi tutti, secondo i sindacati, cui si uniscono i dubbi di quali imprese saranno considerate “strategiche”, e del fatto che molte aziende hanno più di un codice Ateco, allargando ulteriormente le maglie di ciò che potrà restare operativo.

Il problema dei controlli

Resta il problema dei controlli, già di fatto inesistenti sull’applicazione del protocollo tra governo-industriali-sindacato, con poche decine di aziende in cui è stata verificata l’applicazione delle norme di tutela contro il coronavirus.

In questo caso si partirà dall’autocertificazione delle imprese che dovranno comunicare la loro apertura al Prefetto, che solo dopo se lo riterrà opportuno potrà stabilire dei controlli. Di fatto le verifiche restano nell’ambito del rapporto tra azienda e sindacati.

Se molte grosse imprese, dove la presenza del sindacato è radicata, hanno già chiuso i battenti proprio in virtù degli accordi con le RSU, il problema sarà nel tessuto della piccola media impresa dove spesso il sindacato è mal visto e inesistente.

Cosa fa il sindacato?

Mentre domenica diventava sempre più chiaro che nel decreto sarebbero state recepite le modifiche chieste da Confindustria, da Cgil Cisl e Uil si chiedeva di evitare modifiche e per la prima volta veniva evocato uno sciopero generale, che ovviamente non coinvolgesse le filiere essenziali.

Questa mattina però, nel tweet della Cgil la parola “generale” non compariva più.

I sindacati metalmeccanici – come dicevamo è in questo settore che si gioca la partita – hanno già indetto scioperi a livello territoriale iniziati questa mattina in diverse fabbriche in Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia. Dai delegati e dai lavoratori sale la richiesta di uno sciopero generale, confermato invece per mercoledì 25 marzo dal sindacato di Base USB.

Cosa cambierà nei prossimi giorni?

Tirando le somme, oggi e forse fino a mercoledì cambierà ben poco. E anche da giovedì la riduzione sarà probabilmente minima e contraddittoria rispetto a quel “restate a casa” che si continua ad invocare.

Alla rigidità sui comportamenti individuali, ancora non è corrisposta altrettanta fermezza verso le imprese, perdendo ancora giorni preziosi in cui centinaia di migliaia di lavoratori costretti a lavorare per produzioni non essenziali continueranno a circolare su auto, bus, treni, e lavorare senza protezioni adeguate, come molti di loro hanno denunciato a Radio Popolare. Nel timore di mettere a rischio sé stessi, i loro colleghi, i loro cari.

Paure e rabbia ben sintetizzate da uno dei tanti messaggi arrivati in queste ore a Radio Popolare:

Lavoro a Treviglio, nel cuore del focolaio. Domenica mi chiama il mio caporeparto dicendo che da domani è chiuso…. ed entrambi lo davamo per scontato con tutto quello che c’è in piedi. Mi richiama alle 20.30, hanno cambiato idea. Mi dice che domani si lavora. Non siamo una ditta strategica. Quello che mi indispone è con tutto quello che succede in questa area dove si muore come mosche si manda allo sbaraglio come fanti sul Carso la gente… per cosa poi? Carne da macello ecco cosa siamo. Altro che fare giustamente il culo ai vecchietti che non stanno a casa, ai runner o ai finti passeggiatori di cani! Io debbo presentarmi… se non daranno mezzi adeguati di protezione (ma chi li quantifica e qualifica?) me ne verrò via, per fortuna posso permettermelo, coperto dall’articolo 18. Ma molti colleghi sono assunti post Jobs Act o agenzie. Questo giusto per raccontarvi cosa è il lavoro nella civile Lombardia della bassa Bergamasca ai tempi del coronavirus.

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    Massimo Alberti
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Lavori non essenziali durante l’epidemia: 300mila lavoratori costretti a muoversi a Milano

metro - lavori non essenziali

A Milano almeno 300mila lavoratori costretti a muoversi per lavorare in aziende ed imprese non essenziali. E i controlli? Non ci sono.

Meno “passeggiate”, meno jogging, parchi chiusi. Il governo ha deciso di stringere ancora le maglie nei confronti dei comportamenti individuali, con l’obbiettivo di colpire chi esce di casa senza un motivo valido e frenare la diffusione del coronavirus. I provvedimenti però continuano ad ignorare il grosso degli spostamenti non necessari: quelli legati a chi è costretto a spostarsi per lavorare in quei settori ritenuti non essenziali dai decreti del governo.

La gestione di questi settori è stata delegata all’accordo tra governo, sindacati ed imprese, delegando di fatto alla contrattazione ed ai rapporti di forza nelle aziende sia la decisione di chiudere, sia l’applicazione delle misure di sicurezza e tutela di chi lavora.

Ne è nata un’ondata di scioperi che ha attraversato le imprese da nord a sud, laddove la presenza del sindacato è radicata e conflittuale, e che ha imposto la chiusura a molte imprese “non essenziali“.

È successo per lo più in grandi aziende, mentre in piccole e medie imprese, dove il sindacato è meno tollerato dagli imprenditori, si è spesso continuato a lavorare come nulla fosse, nella totale indifferenza delle autorità pubbliche: né il governo, né le regioni, hanno preso provvedimenti restrittivi. Il presidente di Confindustria Lombardia è arrivato a definire “irresponsabili” gli scioperanti.

Il caso più lampante è stato quello di Bergamo, dove le pressioni degli industriali sulle autorità, hanno fermato la pur invocata creazione di una zona rossa attorno ad uno dei focolai più aggressivi del COVID-19, con i risultati drammatici in termini di contagi e di morti che purtroppo conosciamo. Il 28 febbraio Confindustria Bergamo diffondeva un video di rassicurazione destinato ai partner esteri, con un titolo che oggi suona sinistro e di pessimo gusto: “Bergamo is running”, Bergamo sta correndo.

Quanti sono i lavoratori “non essenziali” costretti a lavorare?

Una stima a livello nazionale è estremamente difficile, ma numeri più precisi si possono trovare analizzando i singoli territori. Emblematico è il caso di Milano: “La diga che non deve cedere”, pena l’esplosione del sistema sanitario.

Eppure, mentre polizia, vigili e cittadini indignati danno la caccia al runner o alla signora che accompagna il cane, ogni giorno nell’indifferenza generale 300.000 lavoratori sono costretti dalle loro aziende a spostarsi per svolgere lavori non essenziali.

La stima è della Camera del Lavoro di Milano, che insieme a Radio Popolare ha elaborato i dati. Il calcolo lo spiega Antonio Verona, responsabile del mercato del lavoro della CGIL di Milano.

Ogni giorno nell’area metropolitana di Milano sono circa 1.460.000 i lavoratori attivi. A questo numero ne vanno sottratti circa 400.000 che rientrano in quei settori commerciali e di servizi che sono stati bloccati dai decreti del governo.

Altri 600.000 sono gli addetti alle filiere necessarie: alimentari, sanificazione e pulizie, medico sanitarie. Restano 460.000 lavoratori di imprese non necessarie. Se stimiamo in circa 150 mila gli addetti in smart working o aziende che hanno spontaneamente chiuso, si arriva a quel numero: 300mila persone che ogni giorno sono costrette a muoversi dai loro datori di lavoro, col mezzo privato o affollando gli autobus, venendo così a contatto con altre persone e arrivando poi ai luoghi di lavoro. Quanti di questi ogni giorno affollano i mezzi pubblici?

Difficile dirlo, anche qui non possiamo che ragionare per stime, con un alto margine di errore – certamente al ribasso – che portano a calcolare in circa 150mila i “lavoratori non essenziali” che usano il mezzo pubblico.

Il rischio è doppio: sia per i lavoratori, sia per chi viene a contatto con loro perché costretto invece a spostarsi per necessità. E questi lavoratori sono a loro volta doppiamente in pericolo: sia negli assembramenti cui sono costretti, sia nei luoghi di lavoro dove spesso le misure di sicurezza non vengono rispettate.

“In treno da Bergamo, dal cuore del focolaio”. Le testimonianze e le denunce arrivate a Radio Popolare

Dopo i dati diffusi da Radio Popolare in collaborazione con la Cgil di Milano, sono arrivati tante testimonianze, in molti casi angoscianti.

Semilavorati per mobili, costruzione di banconi per bar e gelaterie, placche per le prese elettriche, nautica, fabbriche di ascensori, al settore metalmeccanico. Lavoratori che si domandano il senso di portare avanti queste produzioni in un momento come questo, impauriti di contagiarsi e contagiare i propri cari e colleghi.

Nord di Milano, ad esempio: azienda che produce pezzi per gli scarichi delle automobili. Spostamenti da e per il capoluogo, con treno e mezzi pubblici, che passano da zone focolaio come Bergamo, Lodi, Cremona. Con le mascherine arrivate solo al 18 marzo e distribuite solo a coloro che lavorano “a contatto”, come se in fabbrica fosse possibile evitare rapporti ravvicinati. Sciopero dei lavoratori che non è servito a convincere l’azienda a chiudere.

Oppure, sempre a nord di Milano, ancora metalmeccanico. Motori per industria e mezzi marini. È la FPT Industrial del gruppo FCA, che aveva già deciso che la fabbrica doveva chiudere entro l’anno. Ma che deve proprio lavorare in questi giorni, anche qui con le mascherine distribuite solo ad una parte dei lavoratori. “Si lavora col doppio disagio di un impiego che non ci sarà più e con la paura del contagio” racconta un operaio, che insieme ai colleghi ancora provano a convincere l’azienda a non riaprire dopo alcuni giorni di stop per adempiere alle misure di sicurezza.

“Non avete le mascherine? Mettetevi la sciarpa”

Facciamo ascensori, niente mascherine perché possiamo stare sufficientemente lontani secondo i capi“. O ancora: “Sto lottando con tutte le mie forze per garantire sicurezza in azienda. Ma ammetto che in questa vicenda non esiste sicurezza sufficiente per metterci al riparo da eventuali rischi. Spero di convincerli a chiudere“, racconta un lavoratore del settore nautico.

Siamo sempre in Lombardia, tra le centinaia di migliaia costrette ogni giorno a spostamenti di massa con auto, treni, autobus per lavorare in aziende di filiere non essenziali.

I racconti ci portano in una fabbrica di autoricambi dell’hinterland di Milano. Decine di persone che arrivano con mezzi, o in automobile insieme, nell’angoscia di avere qualche linea di febbre. “Non ci hanno dato nulla, una boccia di sapone in reparto, il disinfettante ai badge. Niente mascherine, le ha solo chi se le porta. Nei consigli per la sicurezza, ci hanno scritto: se non avete la mascherina mettetevi la sciarpa“.

“Aprire o chiudere? È un calcolo economico”

Fermiamoci per la vita. Sospendere tutte le attività non essenziali e indispensabili alla sopravvivenza” è l’ultimo appello lanciato dai sindacati in Lombardia, ma le istituzioni sembrano sorde. Alcune Regioni come la Campania o l’Emilia-Romagna non hanno atteso il governo per “stringere” sulle passeggiate. Ma si continuano a lasciar aperte le imprese non essenziali.

L’ultimo è stato il Friuli Venezia Giulia: parchi chiusi e supermercati ad orario ridotto, fabbriche a pieno ritmo.

Maurizio Marcon è il segretario regionale della Fiom: “L’80% della metalmeccanica produce beni che in questo momento non rientrano nelle filiere essenziali. Per la maggior parte beni intermedi. Questi, in particolare, sanno perfettamente che se non si fermano ora, saranno costrette a farlo più avanti di fronte al rallentamento del mercato, trovandosi a smaltire le scorte di quel che stanno producendo. Ad esempio, chi ha scelto di non chiudere, penso a tanto nord est ma anche Lombardia che produce per la Germania- sta iniziando a farlo ora perché anche i tedeschi si stanno fermando, o perché, al contrario, non stanno arrivando pezzi da altri paesi. Ma è una scelta di profitto, non di salute: il calcolo che stanno facendo gli imprenditori è proprio questo: quando gli converrà di più fermarsi“.

Molti pensano che sarà più conveniente farlo più avanti: ma in questo calcolo puramente economico, ci sono di mezzo quelle centinaia di migliaia di persone costrette a lavorare a contatto, spostarsi, prendere mezzi.

I controlli inesistenti

L’altro buco nero è quello dei controlli, anche qui è palese la disparità di approccio: dalle campagne martellanti ed a reti unificate sui comportamenti individuali, al silenzio sulla responsabilità delle imprese.

L’accordo tra governo-imprese sindacati non impone un controllo terzo, perciò si va in ordine sparso. E così, se in una settimana polizia, carabinieri, finanza, vigili urbani, ed ora pure i militari hanno controllato oltre un milione e mezzo di persone negli spostamenti in strada e quasi centomila esercizi commerciali, le imprese controllate di cui si ha notizia risultano essere qualche decina, perse tra i trafiletti dei giornali locali.

Si ha conoscenza di controlli delle aziende sanitarie in imprese marchigiane – sopralluoghi ma previa telefonata di avviso – ed in Veneto, sempre nell’ordine delle decine.

La via della diffusione del virus, nell’indifferenza delle istituzioni che dovrebbero decidere, nella consapevolezza di chi ha fatto pressioni per non perdere profitti, sta passando soprattutto da qui.

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    Massimo Alberti
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Elezioni in Umbria: primo test per il governo PD-5Stelle

Il palazzo della Regione Umbria

Umbria centro d’Italia, non solo geografico. La corsa dei capipartito tra Perugia e Terni di questi giorni, in vista delle elezioni in Umbria, è la testimonianza più chiara del valore nazionale del primo voto dopo l’insediamento del governo Pd-5Stelle.

Sotto osservazione è proprio la tenuta dell’alleanza tra Zingaretti e Di Maio dall’assalto del centrodestra tornato unito, seppur a trazione marcatamente leghista.

Domenica si vota con un anno di anticipo per l’inchiesta sulla corruzione nei concorsi della sanità, che ha portato all’arresto del segretario del Pd umbro Gianpiero Bocci e l’assessore regionale alla Salute Luca Barberini, e le dimissioni della Presidente Katiuscia Marini.

La regione è sempre stata governata dal centrosinistra. Ma le 3 città principali, i capoluoghi Perugia, Terni e poi Foligno, oggi hanno sindaci di centrodestra: nn è l’unica indicazione a far pensare ad un imminente cambio epocale anche in regione.

I candidati sono in tutto 9, ma la corsa per vincere sembra limitata a Donatella Tesei, senatrice della Lega ed ex sindaca di Montefalco, candidata del centrodestra unito, e Vincenzo Bianconi, candidato del Partito Democratico insieme al Movimento 5 Stelle. Bianconi è presidente di Federalberghi Umbria.

Puntano ad entrare nel consiglio regionale anche Claudio Ricci, ex sindaco di Assisi, indipendente di centrodestra supportato da liste civiche e Rossano Rubicondi, operaio ed ex sindacalista candidato del Partito Comunista.

Per Bianconi una corsa in salita

Più che i sondaggi, a segnare una partenza ad handicap per Bianconi è l’andamento di tutte le ultime elezioni: dalle regionali del 2015, in Umbria gli equilibri politici sono completamente cambiati.

In 4 anni il PD ha perso quasi un quinto dei suoi voti, passando dai 125.000 del 2015 ai 107000 delle ultime europee. Non va meglio ai 5stelle, che dopo aver triplicato i voti alle politiche del 2018, raccogliendo circa 140.000 preferenze, sono crollati a 65.000 alle europee.

Dove sono andati questi voti? Tra l’astensione e la Lega. Passata dai 49.000 voti del 2015, ai 103.000 del 2018, ai 171.000 delle europee di maggio.

Nel centrodestra sono abbastanza sicuri di vincere. Temono solo che l’alto numero di indecisi possa infine restare nel centrosinistra. Ma il voto identitario non sembra più così granitico. Questo anche a causa delle controversie della candidatura di Bianconi, e lo scandalo sanità che di fatto ha rappresentato la fine del Sistema Umbria, dove l’80% del bilancio riguarda proprio il settore sanitario.

L’Umbria, il PD e le Coop

Sintomatico è il fermento nel mondo cooperativo, storico bacino di voti del centrosinistra con 700 imprese e 20.000 lavoratori, e un peso politico non indifferente.

L’innesco è stato l’uscita pubblica dell’ex presidente delle Cooperative del centro Italia, Giorgio Raggi, che ha duramente criticato la candidatura di Bianconi mettendo pubblicamente in dubbio il suo voto proprio per le simpatie di destra dell’imprenditore, piuttosto note in tutta la regione.

C’è poi qualcosa di completamente oscuro che rende difficile la scelta del voto e che spero possa essere chiarito – ha scritto Raggi in una lunga lettera aperta al commissario del PD umbro Verini – è, come capirai, già difficile convincere i compagni a votare un candidato tifoso della destra fino a ieri, ma la difficoltà aumenta se le posizioni rimangono quelle espresse finora“.

Ad esempio: “Non sono di sinistra né di destra”. Che vuol dire? Se è così cade la motivazione dell’appello al voto contro l’avvento di Salvini e della destra al governo dell’Umbria! E’ evidente che diventa un appello contraddittorio!

Raggi parla a titolo personale” ha cercato di metterci una toppa il suo successore Antonio Bomarsi. Ma la voragine ormai si era aperta. “Le Coop umbre sono autonome, non fanno politica, non hanno candidati e dialogano con tutti” è stato il macigno ribadito in seguito da Dino Ricci, vice-presidente dell’Alleanza delle Cooperative italiane e Presidente di Legacoop Umbria.

Un candidato discusso e un’alleanza difficile

L’alleanza tra Pd e 5 stelle, sulla scia dell’intesa al governo nazionale, arriva dopo un percorso piuttosto difficile, che ha portato a scegliere un candidato civico, con l’obbiettivo di portare via voti allo schieramento opposto. Ma le note simpatie di destra, oltre a creare dubbi nella base, non sono l’unico elemento controverso della candidatura di Bianconi.

L’imprenditore è finito nel polverone per i fondi post-terremoto ottenuti dai suoi hotel a Norcia, il principale comune del Cratere. “Bianconi è il padrone di Norcia”, dicono maliziosamente nell’importante centro turistico dove il candidato possiede buona parte delle strutture alberghiere.

A Ottobre è emerso un potenziale, gigantesco conflitto di interessi. Al 30 settembre gli unici due decreti emanati sulla ricostruzione post sisma sono proprio quelli per gli hotel della sua famiglia.

Nulla di illegale: ma se vincesse, Bianconi da presidente della regione si troverebbe a gestire quegli stessi fondi di cui è anche beneficiario. Lui ha annunciato le dimissioni dalle aziende di famiglia, ma non è certo bastato a placare i malumori in un’area dove la ricostruzione non è mai veramente partita.

Il paradosso è che a sollevare il polverone è stato proprio il PD, con un’interpellanza presentata alcuni mesi prima che Bianconi fosse anche solo lontanamente preso in considerazione come candidato. La stessa interpellanza a cui il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno del centrodestra, ha risposto poco dopo l’ufficializzazione della candidatura.

Per ora nel PD i dissensi si contengono a fatica, ma l’area della ex presidente Marini è pronta alla resa dei conti in caso di un risultato fortemente negativo.

Le elezioni in Umbria e i mal di pancia dei 5 stelle

Non va meglio nel movimento 5 stelle, dove lo scandalo sanità e i conflitti di interesse di Bianconi stanno suscitando più di qualche mal di pancia tra la base.

L’alleanza col PD ha fatto saltare l’immagine di “Partito anti sistema” dei grillini, defilati in una campagna elettorale sottotono segnata più dalle apparizioni di Di Maio che dal lavoro sul territorio, al punto che è stato lo stesso capo politico a dover intervenire:

Molti nostri candidati in Umbria mi hanno detto che ora non possono parlare male del Pd. Io ho risposto: puoi anche farlo, ma sei sicuro che serva ancora parlare male degli altri? Noi dobbiamo parlare di quello che vogliamo fare noi.

Tra i principali portavoce del malcontento c’è la consigliera regionale uscente Maria Grazia Carbonari, colei che con le sue denunce politiche ha sollevato lo scandalo dei concorsi nella sanità, portando all’arresto dei vertici regionali del partito di cui ora i 5 stelle sono alleati. Altro paradosso di queste elezioni.

La Lega e il vento in poppa di Tesei

Sembra invece inarrestabile la corsa di Donatella Tesei. Prima di essere senatrice, è stata per due mandati sindaca di Montefalco. E’ sotto indagine dalla corte dei conti per un buco di circa 1,2 milioni di euro lasciato nelle casse comunali. Punto debole oggetto di attacco dei suoi avversari politici, trasformato in ulteriore punto di forza.

Più che da sprechi o spese poco chiare, il buco sembra generato da copiosi finanziamenti erogati nella zona famosa per la produzione del vino Sagrantino. L’area è esponenzialmente cresciuta in termini economici e strutturali, una delle poche isole felici dell’Umbria, fatto che rende l’accusa di malagestione un’arma spuntata.

Tanto più che è iniziata la corsa per saltare sul suo carro: esponenti del mondo produttivo e cooperativo “spostati” verso il centrodestra, compresi diversi ex dirigenti della Banca Popolare di Spoleto, finita commissariata.

Il centrodestra qui ha una forte matrice conservatrice: non a caso la ritrovata armonia tra Berlusconi, Meloni e Salvini si è celebrata qui in Umbria ospiti dei movimenti pro-vita e pro-famiglia tradizionale. La Lega però non è forte solo nelle aree più ricche della regione.

Elezioni in Umbria e le zone del terremoto

L’Umbria è stata colpita dal Sisma del centro italia del 2016, di cui il 30 ottobre si ricorrerà l’anniversario. Come nel resto delle regioni la ricostruzione è molto in ritardo.

Il cratere conta nella regione una decina di comuni. I più colpiti sono stati Acquasanta, Norcia, la frazione di Castelluccio, il comune di Preci, completamente distrutto.

L’analisi dell’affluenza nelle ultime elezioni non mostra una particolare disaffezione, né un’indicazione univoca. È abbastanza a macchia di leopardo con comuni dove alle ultime tornate ha votato poco più del 50%, e altri dove ha votato quasi il 90%.

Quello che colpisce è l’esplosione della Lega e la “punizione” dei partiti che hanno governato prima. Ad esempio, alle europee: Ad Acquasanta la Lega è arrivata al 53%, a Cascia al 55%, a Norcia al 40% (nel 2018 era al 14%), a Preci al 43 contro il 12 delle precedenti votazioni.

Il caso di Terni, centro e fulcro della campagna elettorale

La Lega è poi particolarmente forte a Terni, ex città rossa e operaia colpita dalla dura crisi industriale della sua fabbrica simbolo, l’Acciaieria AST, che ha trascinato tutto l’indotto.

Abbandonata e trascurata dal potere locale, incapace di trovare un’alternativa all’industria pesante, la città si è buttata verso destra grazie ad una Lega abile nell’indirizzare il malcontento per la disoccupazione e la crisi contro il solito nemico: gli stranieri.

Qui gli immigrati residenti sono circa il 10% della popolazione cittadina, un dato piuttosto alto per le aree interne ma nella media se pensiamo alle aree produttive e industriali. “Qui parli con cinquantenni e sessantenni chiamati Palmiro dai genitori, in onore di Togliatti, ma che oggi sono militanti leghisti” spiega Eugenio Raspi, ex operaio dell’AST licenziato nel 2014 dopo una durissima vertenza, e diventato scrittore.

I suoi libri, “Inox” e “Tuttofumo” sono un affresco puntuale della città e del suo momento difficile.

Non a caso proprio a Terni chiuderanno la campagna elettorale tutti i principali leader politici: venerdì, l’ultimo giorno prima del silenzio, nel giro di poche ore le piazze Ternane ospiteranno Berlusconi, Meloni e Salvini, in contemporanea a Zingaretti, che spera di trovare tra le ciminiere gli ultimi voti per non iniziare con una sconfitta il percorso con i 5 Stelle.

Il palazzo della Regione Umbria
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Armi, in vigore il nuovo decreto

armi da fuoco

Per una volta siamo primi in Europa.
Da oggi l’Italia è il primo Paese a recepire la direttiva europea 853/2017, una direttiva pensata in chiave antiterrorismo che il governo usa per allargare le maglie del possesso di armi.

L’iter di recepimento della direttiva era già iniziato col governo Gentiloni-Minniti, ma Salvini ne ha sfruttato ogni appiglio per mettere in circolazione un numero di armi maggiore. Un atto frutto del “patto di sangue” firmato da Salvini con la lobby delle industrie armiere a luglio all’Hit Show di Vicenza, la fiera di settore dove il ministro ha promesso anche altri passi: non solo la già annunciata legge che allarga la legittima difesa, ma anche la revisione dei criteri di accesso al porto d’armi.

Perché la direttiva non muta i criteri di accesso alla licenza – già piuttosto laschi in verità: basta essere incensurati, non essere tossicodipendenti o alcolisti cronici, non soffrire di turbe mentali o psichiche e fare un corso di una mezza giornata – ma aumenta la possibilità per i detentori di licenza di avere più armi.

I punti chiave: aumento da 6 a 12 delle armi sportive detenibili, autorizzazione ai tiratori sportivi di detenere armi catalogate come “tipo guerra”, denuncia alle autorità delle nuove armi tramite un apposito portale, e paradossalmente anche un criterio più restrittivo: la riduzione della durata della licenza da 6 a 5 anni.

C’è poi un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi: cade l’obbligo di avvisare i propri conviventi del possesso di armi. Un bel problema in un Paese dove l’unico reato in forte aumento sono i femminicidi tra le mura domestiche.

Quando siamo stati chiamati a dare il nostro parere in commissione abbiamo chiesto in tutti i modi di tenere una forma di obbligo. Inizialmente era anche previsto, ma poi è stato tolto” spiega Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e di Difesa.

Il problema storico dell’Italia è che il Ministero dell’Interno non fornisce dati sulle armi effettivamente in circolazione. Le stime più accreditate parlano di un numero tra i 4 e i 10 milioni, in mano a circa 1 milione di detentori di porto d’armi. Un giro d’affari di 100 milioni di euro per i 1.300 punti vendita al dettaglio di armi e munizioni destinato ad aumentare, perchè l’Italia ha voglia di armarsi.

Secondo un report della commissione europea di 4 anni fa, il più recente di questo tipo, il 14% di chi ha un’arma da fuoco dichiara di averla per difesa personale. Ma forse è un dato sottostimato, perchè qui iniziano i problemi: secondo i dati elaborati dalla Polizia di Stato negli ultimi due anni, le richieste di licenza per difesa personale sono diminuite del 4,7%, ma sono aumentate complessivamente del 30,8% le licenze per il tiro sportivo e per la caccia. Questo si traduce in 200mila persone in più che si iscrivono ai poligoni.

La spiegazione del perchè è piuttosto facile: avere una licenza per uso sportivo è molto più semplice, a prescindere dall’uso effettivo che poi se ne farà. Spiega infatti a Panorama Marco Tiberi, ex poliziotto e istruttore di tiro al Poligono nazionale di Cecina, che negli ultimi 24 mesi c’è stato un progressivo e costante aumento di persone che si sono iscritte al poligono di tiro con la licenza sportiva. Il 90% sono di uomini che hanno un’età superiore ai 35 anni e appartengono per lo più al ceto medio. Ma solo il 20% si iscrive alle gare e inizia un percorso agonistico.

Dunque, perchè lo fanno?

Un altro istruttore, il carabiniere Antonino Troia, lo spiega a l’Espresso in modo ancora più esplicito: “In Italia c’è un bisogno crescente di sicurezza, di sentirsi protetti nella propria abitazione o per strada. Un bisogno primario, legato all’esigenza di sopravvivere di fronte a una minaccia incombente, grave e attuale per la vita“.

Questo, lo aggiungiamo noi, nonostante tutti gli indicatori dicano chiaramente che i reati sono in calo. Questo autunno arriverà in aula il tema della legittima difesa (la riforma dell’articolo 52 del codice penale) che avrà come fulcro centrale l’intervento sulla proporzionalità tra difesa/offesa. “Si costruisce il bisogno di sicurezza e poi si danno risposte come questa”, dice ancora Biatta.

Il governo si appresta dunque a mettere in circolo più armi e a renderne l’uso più facile in un Paese colmo di rancore ed incattivito verso i più deboli.

Una prospettiva che preoccupa anche chi le armi le maneggia per lavoro. Daniele Tissone è un poliziotto con tanti anni di esperienza ed è anche il segretario del sindacato di polizia della Cgil:

“Siamo davvero preoccupati. Siamo già il primo Paese in cui gli omicidi vengono commessi con armi da fuoco legalmente detenute, escludendo gli Stati Uniti. I poligoni possono anche insegnare a sparare, ma non potranno mai insegnare quando è davvero necessario usare un’arma e come usarla in una situazione di pressione. Non sarà un deterrente per ridurre i reati, anzi, rischiamo un’escalation di scontri a fuoco”.

armi da fuoco

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Verona: “Ci hanno gettato benzina addosso”

coppia aggredita verona

Barbara aggressione ai danni di una coppia gay di Verona, già vittima di un’aggressione a sfondo omofobo lo scorso agosto, quando Angelo Amato e il marito Andrea Gardoni, furono picchiati in piazza Bra da un gruppo di persone perché si stavano tenendo per mano.

La notte scorsa i due sono stati svegliati in piena notte da alcuni rumori proveniente dall’esterno della loro villetta alle porte del comune di Grezzana. Gardoni, 23 anni, è uscito a controllare e si è visto lanciare addosso della benzina. L’aggressore – o gli aggressori, le indagini sono in corso – è fuggito senza, per fortuna, riuscire ad appiccare l’incendio. All’indomani sono anche state rinvenute delle scritte sulla facciata dell’abitazione e sull’automobile della coppia, una svastica e la scritta “Vi metteremo tutti nelle camere a gas”.

Massimo Alberti ha intervistato Angelo Amato, che gli ha raccontato cosa è accaduto e a che punto sono le indagini.

Stavo dormendo, così come stava dormendo anche Andrea, perché eravamo ritornati a casa da circa un’oretta e mezza ed eravamo stanchi. Siamo andati a dormire, ma per noi è difficile perché al minimo rumore non riusciamo a dormire, specialmente Andrea. Lui dice che si è svegliando perché ha sentito un rumore e ad un certo punto ho sentito urlare, “Angelo aiutami!”, e sono andato dalla camera all’ingresso e ho visto tutto cosparso di benzina. Ho chiesto cosa è successo, ma non riusciva neanche a parlare perché piangeva e gli bruciava tutto. Ho messo un attimo il piedi fuori di casa e c’era benzina ovunque anche lì. Ho chiamato subito il 113 chiedendo di mandare un’ambulanza perché Andrea continuava ad urlare come un disperato.

La persona è scappata lasciando lì la tanica di benzina?

Sì, non si sa era una sola persona o se erano più di uno. C’erano delle taniche di benzina lì fuori, non so quante, ce n’erano tante.

Volevano darvi fuoco alla casa?

Presumo di sì.

Tutto questo è iniziato dopo che avete denunciato il vostro aggressore?

Certo. Dal momento che pubblicamente abbiamo avuto il coraggio di metterci la faccia.

E da lì non vi hanno più fatto vivere

No. Esattamente. Più di tanto non posso dire perché ci sono delle indagini in corso. Lasciamogli fare il loro lavoro, fino ad adesso ci hanno dimostrato che sono stati bravi e da tutto questo speriamo che si arrivi ai colpevoli. Non importa chi sia, vogliamo solo che si arrivi ai colpevoli.

A voi resta la paura. Quali sono le conseguenze sulla vostra vita?

Devastanti. Oggi è peggio di ieri e non so domani cosa succederà.

coppia aggredita verona
Foto dal profilo FB di Andrea Gardoni
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Terremoto, due anni di promesse

Arquata del Tronto (AP)

A Genova ci sono ancora le macerie, è passata poco più di una settimana. Non sono le uniche macerie rimaste lì. Ci sono ancora, ad esempio, ad Arquata del Tronto (AP). Siamo in totale emergenza, dice il sindaco, solo che lì sono passati due anni dal terremoto del centro Italia.

Si comincia alle 3.36 con la prima scossa, molto forte, di magnitudo 6.0 con epicentro nella valle del Tronto, tra i comuni di Accumuli ed Arquata del Tronto. Le scosse proseguono fino ad ottobre, poi ancora gennaio. 11mila sfollati, 388 feriti, 303 morti. L’Italia è un Paese fondato, o affondato, sulle macerie. Dove un evento è ancora emergenza dopo due anni, dove per qualsiasi evento strutturale duraturo si tira fuori dalla tasca il termine “emergenza“.

E ancora Brandelli sospesi di vite, ancora macerie, ricordi, lacrime, scricchiolii sotto i piedi ad ogni passo. Troppo qui è ancora“, scrive l’inviato de L’Avvenire da Amatrice. Le zone rosse dei centri storici con le macerie visibili sono ancora lì, strutturali, ormai nel paesaggio urbano. E di ciò che ne resta, tra i cartelli stradali provvisori, provvisori da due anni.

La rimozione delle macerie ormai è programmata, mi auguro che finisca entro la fine dell’anno, come è stato promesso. È essenziale soprattutto per dare fiducia alle persone. Questo probabilmente è il momento peggiore, perchè adesso c’è la convinzione che i prossimi anni saranno così, che si vivrà in maniera precaria e che quello che abbiamo potuto offrire sono le casette, i centri commerciali nuovi e una parte di servizi.

Cercare risposte rischia di diventare persino grottesco ed esercizio retorico tra le promesse fatte dai governi che si sono susseguiti e poco o nulla di concreto, tranne il mega centro commerciale di Castelluccio di Norcia, quello sì che lo hanno iniziato a costruire tagliando in due una delle valli più simboliche d’Italia e della sua ricchezza agroalimentare. Si parla ancora di ripartire, dopo due anni. I sindaci dicono tutti la stessa cosa: la ricostruzione è ferma.

Il punto che deve essere chiaro è che tutto ciò che serve per rimettere a posto i vostri paesi lo mettiamo. Non ci interessa destra o sinistra. (Matteo Renzi)

Le casette, o meglio i moduli abitati, un po’ ci sono e un po’ no. A Posta, altro comune del cratere sismico, le SAE – Soluzioni Abitative di Emergenza, si chiamano così, ancora con quella maledetta parola – ci sono, ma non si possono usare. I moduli abitativi sono già stati assegnati a 18 famiglie, ma sono ancora sigillati perchè mancano le utenze, dice il sindaco Serenella Clarice.

La Regione Lazio le ha consegnate al comune di Posta senza le utente e ha lasciato al comune la patata da risolvere. L’ANAS, per facilitare il tutto, non acconsente a far passare il tubo della corrente vicino alla Salaria, così saranno costretti a far passare un tubo volante che attraversi la Salaria per poter fornire la luce ai nuovi SAE.

Approssimazione, disattenzione, sufficienza.

L’altro terremoto, quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, può cominciare dai piani della Protezione Civile.

Lacrime di coccodrillo. Ve li ricordate i proclami e gli annunci? “Faremo la mappa delle zone sismiche“, “faremo la mappatura degli edifici a rischio“. Il piano nazionale di prevenzione e risposta alle emergenze, che dopo il terremoto sembrava questione di ore, ancora non c’è. Di emergenza ce n’è sempre un’altra pronta a prendere il posto delle altre, per farle dimenticare e far dimenticare le promesse. Così come le responsabilità da scaricare, quelle sì. Le macerie, invece, le hanno scaricate in pochi, forse perchè pesano tanto e comunque meno delle responsabilità.

Arquata del Tronto (AP)
Foto | Vigili del Fuoco
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“Più condivisione e niente assegni”

divorzio

L’avvocato Alessandro Simone commenta a Radio Popolare il disegno di legge della Lega sulle separazioni e i doveri dei genitori, “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialitàfirmato dal senatore leghista Simone Pillon e depositato in Commissione Giustizia della Camera.

Ci sono alcune buone intenzioni, ma ci sono anche molta confusione e obblighi difficilmente che saranno difficilmente realizzabili. Si vogliono difendere i padri separati, ma si rischia anche di aumentare i conflitti e le spese da sostenere.

Ci può spiegare cosa cambierebbe per le cause per separazione e divorzio se passasse la proposta Pillon così come è concepita?

La proposta di legge del senatore Pillon, firmata anche da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, prevede espressamente che da oggi in poi, in ogni caso e per tutte le separazioni, i figli debbano stare metà tempo col papà e metà tempo con la mamma o quantomeno per un tempo non inferiore per dodici pernottamenti al mese. Questo è abbastanza complicato se pensiamo a bambini che hanno pochi mesi o pochi anni, nel momento in cui probabilmente hanno maggior bisogno della presenza materna. Dal punto di vista economico il disegno di legge Pillon prevede la completa eliminazione dell’assegno di mantenimento di un genitore a favore dell’altro e il venir meno dell’assegnazione della casa. Questo può anche avere senso quando i genitori hanno un reddito identico o quando non ci sono delle situazioni reddituali o patrimoniali tra i due, ma diventa molto complicato nell’ipotesi in cui ci siano delle divaricazioni tra le possibilità di un genitore e le possibilità di un altro: in questo caso il figlio si vedrebbe costretto a vivere in due ambienti separati o diversi, o quantomeno disomogenei. La legge come terzo punto prevede poi la cosiddetta mediazione familiare, ma in questo caso è stata fatta una leggera confusione. Si parla, infatti, di mediazione familiare e poi si richiamano i concetti della mediazione civile, che è un istituto completamente diverso rispetto alla mediazione familiare. Il punto è che tutti i mediatori familiari dicono che la mediazione per funzionare deve essere volontaria e in questo caso viene attuato un meccanismo che la rende invece obbligatoria. Questo comporterà un notevolissimo aumento dei costi che riguarda chiunque voglia separarsi, perchè prima di poterlo fare sarà obbligato a rivolgersi a un centro di mediazione che, è bene ricordarlo, sarà un ente privato. Questo perchè la legge prevede la cosiddetta clausola di invarianza finanziaria, cioè non ci dovranno essere oneri aggiuntivi per lo Stato.

È una legge che cambia gli equilibri rispetto ad ora tra i due coniugi?

La proposta di legge parte da un punto corretto: non sempre si è applicato il principio della bigenitorialità anche dopo l’intervento della legge sull’affido condiviso del 2006, questo probabilmente per una certa pigrizia della magistratura non specializzata, perchè i Tribunali dove esistono sezioni specializzate applicano dei criteri per cui i figli stanno con entrambi i genitori in maniera più o meno paritetica. La legge parte da questa corretta constatazione, ma arriva a una trasformazione e a creare una nuova ingiustizia: per risolvere la precedente ingiustizia che vedeva le madri preferite rispetto ai padri, qui si mortificano e si annullano completamente le singole storie familiari. Questo è il punto critico del disegno di legge Pillon, che vuole prevedere delle soluzioni identiche e uguali per tutti, quando sappiamo benissimo che ogni famiglia ha la propria storia e ogni bambino, specialmente quando è figlio di genitori separati, deve essere tutelato e protetto dall’evitare che le conseguenze delle scelte dei propri genitori ricadano su di lui. E questa legge non va in quella direzione, purtroppo è una legge molto sbilanciata nei confronti dei genitori e non tiene conto di quello che è il reale interesse dei minori, oltre a presentare degli eventi problemi di incostituzionalità.

In base alla sua esperienza, quali sono i punti deboli e gli eventuali passi in avanti di questa legge?

La legge cerca di rispondere a dei problemi che effettivamente esistono, e cioè la mancata applicazione completa su tutto il territorio nazionale del principio di bigenitorialità. Il punto è che la risposta che viene data è una risposta completamente sbagliata, proprio perchè non si rispettano le singole storia familiari. Ed è una legge che in alcuni tratti sembra voler essere vagamente punitiva nei confronti delle mamme. C’è anche un altro punto molto delicato ed è un peccato che nessuno se ne sia accorto finora: per la prima volta questa legge parla di papà e di mamma, il che sembra andare nella direzione di volere eliminare, almeno dal programma legislativo, le figure delle famiglie arcobaleno. Anche su questo è necessario un ulteriore riflessione. Il senatore Pillon ha detto che è pronto a discuterne e speriamo che lo voglia fare e che il Parlamento voglia farlo attentamente ascoltando sia le associazioni dei papà separati, molto attive in queste vicende e molto a favore di questo progetto di legge, ma anche gli avvocati specializzati e dei magistrati che ogni giorno vedono cosa una cattiva legge può fare nei confronti dei bambini. Il punto poi è uno e uno solo: potremmo scrivere le migliori leggi del Mondo, ma finché non avremo le cosiddette sezioni specializzate, cioè dei giudici che si applichino correttamente e costantemente solo alla materia del dritto delle relazioni familiari non andremo molto lontano.

divorzio

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intervista Alessandro Simone

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La lista della vergogna

migranti minori

La mappa delle aggressioni razziste dal 1° giugno, giorno dell’insediamento del governo di Giuseppe Conte, si trova su Google Maps ed è stata realizzata da Luigi Mastrodonato. Registra 22 casi di aggressioni fisiche, 9 casi di spari con pistola ad aria compressa e 3 omicidi.

“Per Matteo Salvini in Italia non c’è nessun allarme razzismo, è un’invenzione della sinistra che starebbe usando la bassa natalità come scusa per importare migranti”.

Morti, impallinati, picchiati, aggrediti, insultati, ecco la lista di questi due mesi di razzismo in Italia.

Omicidi

Aprilia, 29 luglio. In due lo hanno inseguito convinti che fosse un ladro e lo hanno picchiato. Un marocchino di 43 anni è morto. Sulla dinamica indaga la magistratura.

via Borzoli, Genova, 12 giugno. 20enne ecuadoriano ucciso da un poliziotto durante un TSO.

Piana di Gioia Tauro, 3 giugno. Il sindacalista di base Soumaila Sacko viene ucciso da colpi di fucile: “Gli italiani si scoprono xenofobi e razzisti? Assolutamente no“.

Spari con pistola ad aria compressa

Caserta, 26 luglio. Un ragazzo della Guinea, ospite in un centro di accoglienza, denuncia di esser stato colpito al volto con una pistola.

Vicenza, 26 luglio. Un operaio di origine capoverdiana che lavorava su un ponteggio è stato colpito alle spalle da un pallino.

Roma, 18 luglio. Una bambina rom di 15 mesi viene colpita alla spalla, perforata da un proiettile.

Forlì, 5 luglio. Un ivoriano di 33 anni è colpito all’addome mentre pedala in bicicletta.

Forlì, 2 luglio. Una donna nigeriana denuncia di esser stata ferita ad un piede.

Latina, 11 luglio. Due nigeriani, mentre aspettano l’autobus a Latina Scalo vengono colpiti da sconosciuti a bordo di un’auto.

San Cipriano d’Aversa, 26 luglio. Migrante ferito con una pistola ad aria compressa.

Napoli, 20 giugno. Un ragazzo del Mali viene colpito da due ragazzi armati di fucile a piombini.

Caserta, 11 giugno. Due ragazzi del Mali ospiti di una struttura per migranti vengono colpiti da una raffica di colpi di pistola ad aria compressa sparati da una Panda nera in corsa. Uno è stato ferito all’addome.

“Io non credo che in questo Paese ci sia un allarme razzismo. Secondo me si sta utilizzando questo argomento perchè qualcuno, per sentirsi un po’ di sinistra perchè non lo è più, deve attaccare Matteo Salvini considerandolo di estrema destra” (Luigi Di Maio)

Aggressioni fisiche

Napoli (Via Luca Giordano), 28 luglio. Chiede l’elemosina davanti al negozio, immigrato aggredito da due pescivendoli.

Partinico, 26 luglio. Un migrante senegalese è stato picchiato e insultato al grido di “sporco negro tornatene al tuo Paese” mentre stava lavorando al bar.

Bruzzano, 24 luglio. Cingalese picchiato perchè non parlava italiano.

Atena Lucana, 23 luglio. Aggressione razzista in un centro migranti.

Palermo, 23 luglio. Picchiato davanti a piazza Sant’Anna, un giovane del Bangladesh perde i sensi.

Venezia (Fondamenta Santa Lucia), 10 luglio. Picchiato portabagagli africano. Colpita anche una turista che lo ha difeso.

Claviere, 5 luglio. “Negra di merda, hai solo bisogno di un po’ di cazzo”: donna aggredita mentre partecipa a una manifestazione.

Spotorno, 4 luglio. Aizzano il cane contro un ambulante nero e insultano la donna che lo difende.

Torino (via Pietro Bonfante), 2 luglio. “Mi hanno chiamato negro e picchiato”: aggredito ragazzo del Gabon.

Trento (Via Roma), 30 giugno. “Ti brucio vivo, brutto islamico”: chiede un giorno di malattia, aggredito dal principale.

Sassuolo (Piazza Giuseppe Garibaldi), 23 giugno. Giovane straniero aggredito in centro in piena notte.

Palermo (Via Giacomo Cusumano), 19 giugno. Preso a colpi di pomodoro perchè straniero.

Cagliari (via Francesco Crispi), 17 giugno. Ragazzo dominicano aggredito in centro.

Erba (piazza Padania), 17 giugno. Aggressione in stazione, 42enne italiano ferisce uno straniero.

Palermo (via Salvatore Benfratello), 17 giugno. Tre giovani migranti aggrediti a Ballarò.

Roma (Via Scarpanto), 17 giugno. Aggressione razzista nei confronti di un gruppo di cittadini indiani.

Catania (Via Androne), 16 giugno. Aggredisce lavavetri nigeriano perchè troppo insistente.

Napoli (Via Galileo Ferraris), 12 giugno. Algerino protesta contro un’auto che non si ferma alle strisce pedonali, accoltellato.

Sulmona (Piazza Garibaldi 37), 12 giugno. Irruzione in un centro di accoglienza, migrante ferito.

Ventimiglia (Via Roma), 9 giugno. Straniero aggredito soccorso dai volontari della Croce Verde.

Sarno, 8 giugno. Aggressione a un 26enne colpito con una mazza da baseball.

Moncalieri, 30 luglio. Atleta di origine nigeriana colpita da lancio di uova mentre tornava a casa. L’ipotesi di Carabinieri e Polizia è quella dell’emulazione, ma senza escludere che dietro ad alcuni attacchi possa esserci dell’odio razziale.

“In molti si stanno accorgendo di cosa è successo e spero che questo faccia capire che l situazione non sta peggiorando lentamente, è già davvero al limite” (Daisy Osakue).

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Decreto Dignità, ci vorrà la fiducia?

Luigi Di Maio

Tra la grottesca opposizione da destra del Partito Democratico e i litigi dentro la maggioranza, il Decreto Dignità, provvedimento simbolo del Movimento 5 Stelle, stenta a decollare. Tutto rimandato alla prossima settimana, dunque, per una discussione in Commissione fin qui molto faticosa. E non è detto che l’Aula sia meno complicata.

A rendere più difficili le cose c’è l’opposizione sempre più esplicita di Confindustria. Non solo quella del Presidente nazionale Vincenzo Boccia, che ha definito il testo “antitetico al contratto di programma” perchè si aumenta il costo dei contratti a tempo determinato, ma anche nel cuore del bacino elettorale della Lega, il Veneto, dove gli industriali legati a Confindustria hanno preso duramente posizione:

“Ad accendere la polemica erano state due riunioni di Confindustria Veneto-Centro con la propria base. Centinaia di imprenditori riuniti a Treviso e a Padova dal Presidente Massimo Finco avevano attaccato il provvedimento accusando sostanzialmente il decreto di disincentivare le assunzioni”.

E gli imprenditori se la sono presa in particolare con la Lega, attaccando frontalmente il partito, reo secondo loro di averli traditi, compreso il Presidente della Regione, Zaia. Ma dal Veneto viene anche quel Massimo Colombari, imprenditore vicino ai 5Stelle, che insieme all’imprenditore milanese Arturo Artom è fautore di quella tessitura di ottimi rapporti tra le piccole imprese e l’attuale governo. In una relazione costruita da anni già da Gianroberto Casaleggio e consolidata col fondo per le piccole e medie imprese, dove i Parlamentari 5 Stelle versavano le eccedenze dei loro stipendi.

I nodi da sciogliere restano però legati soprattutto al lavoro, dai voucher all’indennità per le imprese che licenziano, ma anche le norme anti delocalizzazione. Restano anche i consueti contrasti con il Ministro dell’Economia Giovanni Tria, blindato da Mattarella che chiede di rispettare i vincoli dell’Unione Europea quando buona parte del programma economico di Lega e M5S va invece a lavorare in deficit:

“Molto significative ritengo anche le misure che sono state adottate per contrastare la delocalizzazione delle attività produttive e delle attività imprenditoriali” – Giuseppe Conte

I dubbi sull’efficacia di queste norme arrivano anche dai sindacati. Prendiamo proprio le delocalizzazioni, difficile intanto fare dei numeri. Ci ha provato la Cgia di Mestre: tra il 2009 e il 2015 il numero delle partecipazioni all’estero delle aziende italiane è aumentato di quasi il 13%. Se verso la fine del decennio scorso i quasi erano quasi 32mila, nel 2015 hanno sfiorato i 36mila.

Ancora più difficile capire il numero di imprese che hanno chiuso l’attività in Italia per trasferirsi all’estero. Ci hanno provato due ricercatori, Matteo Gaddi e Nadia Garbellini, elaborando i dati del 2016 di Eurofound dedicati alle ristrutturazioni di impresa negli otto Paesi europei più industrializzati: 222mila posti di lavoro persi. Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Italia nell’ordine i Paesi che demoralizzano di più. La domanda è ovviamente come evitarlo.

In Italia una legge esiste già. Un articolo del 2014 passato proprio grazie al Movimento 5 Stelle prevede che se un’azienda beneficia di contributi pubblici ed entro 3 anni va all’estero con riduzione di almeno il 50% del personale, perderà quel beneficio. I 5Stelle, con la loro proposta, continuano dunque su questa strada fin qui, però, poco o per nulla incisiva.

“Si va in aula giovedì con la discussione generale. Io sarò in Aula in questi giorni per seguire tutto” – Luigi Di Maio

Intanto alla Camera il via libera definitivo atteso per il 2 agosto va in là. Al Senato il Decreto Dignità sarà esaminato dal 6 agosto e se i tempi si restringessero ulteriormente si alzerebbero le quote dell’ipotesi della richiesta di una fiducia. Ci sarà poi una pausa estiva, ma il decreto scade il 12 settembre e questo rende forte la preoccupazione che i tempi per approvarlo prima della pausa estiva non ci siano. Non farebbe una grande differenza sul piano concreto, ma per Di Maio sarebbe uno smacco clamoroso sul piano dell’immagine.

Luigi Di Maio

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La Polizia, lo Straniero, la Dignità

Costretto ad abbassarsi i pantaloni in pieno giorno, in pubblico, per una perquisizione.

E’ successo intorno alle 17,30 di martedì 24 aprile in Piazza Susa, a Milano. Il trattamento è stato riservato ad un uomo, pelle scura, fermato per un controllo da due poliziotti mentre si trovava seduto sul marciapiede insieme ad altre persone.

Dopo una prima perquisizione, gli agenti gli hanno fatto abbassare i pantaloni lasciandolo in mutande davanti ai passanti esterefatti.

L’uomo è rimasto così per diversi minuti nella via affollata, prima di farlo rivestire.

foto perquisa

Di tutta la scena è stata testimone una cittadina, che ha scattato anche la foto: “Mi è sembrato un trattamento umiliante e degradante” ha raccontato a Radio Popolare chiedendo l’anonimato.

Non è un protocollo previsto con queste modalità – conferma un operatore di Polizia interpellato da Radio Popolare – Se non ci sono condizioni di pericolo immediato, eventuali perquisizioni approfondite, flessioni, devono avvenire in ambienti consoni, non certo in mezzo alla strada. E’ anche una questione di sensibilità degli operatori.

 In serata Radio Popolare è stata contattata dalla portavoce della Questura di Milano che ha offerto la versione della Polizia, secondo cui sarebbe stato il ragazzo ad abbassarsi i pantaloni e i poliziotti avrebbero cercato più volte di dissuaderlo e di farlo rivestire.
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    Massimo Alberti
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‘Ndrangheta, arrestato Giuseppe Pelle

È finita in queste ore la latitanza di Giuseppe Pelle, 58enne ritenuto dagli inquirenti una figura di spicco della ‘ndrangheta, se non addirittura l’attuale capo dell’intera organizzazione criminale. Latitante dal 2016, Pelle si nascondeva in un’abitazione in una zona impervia nel comune di Condofuri, in provincia di Reggio Calabria e a poche decine di chilometri da San Luca, storica sede della cosca dei Pelle-Vottari.

Un arresto importante nella lotta alla criminalità organizzata in Italia di cui ci ha parlato oggi il Procuratore di Reggio Calabria, Gaetano Paci:

L’importanza di questo arresto la possiamo spiegare attraverso le parole utilizzate dalla Corte di Cassazione che ha condannato definitivamente Pelle, nella quale si dice che Pelle ricopre un ruolo che corrisponde al livello strategico e decisionale di tutta la ‘ndrangheta unitaria e non di una sua singola articolare territoriale. Mi pare che migliore definizione non ci possa essere.

Possiamo definirlo a tutti gli effetti uno dei capi della ‘ndrangheta?

Ripeto, ho voluto evitare l’enfasi che talvolta si cerca di fare a questo tipo di definizione proprio utilizzando le parole del massimo organo giurisdizionale che dà l’idea di cosa è la ‘ndrangheta e soprattutto di quale ruolo avesse assunto Antonio Pelle.

È stato difficile arrivare al suo arresto?

Le operazioni finalizzate alla sua cattura duravano da circa due anni. Questo tempo si è reso necessario per via del favore naturale di cui i latitanti godono in zone particolarmente impervie del territorio calabrese. Infatti lui è stato preso dopo una serie di attività che via via hanno ristretto l’obiettivo fino al nucleo essenziale dei suoi fiancheggiatori in una zona diversa da quella di elezione, perchè lui proviene dal territorio di San Luca ed è stato preso più a sud, in una zona estremamente disagiata del territorio del comune di Condofuri

Quindi godeva ancora di molte protezioni sul territorio?

Non c’è dubbio. Non c’è dubbio.

Il suo ruolo decisionale lo svolgeva anche in questa fase da latitante?

È chiaro. Noi abbiamo gli elementi per sostenere che fosse un boss in piena attività. Non era certo ormai sospesa o in qualche modo inattiva la sua posizione, era pienamente operante e questo dimostra quello che sempre si sostiene a proposito dei latitanti, ossia che la loro presenza sul territorio costituisce una modalità della manifestazione del loro potere di intimidazione e soprattutto per il territorio finisce per essere una forma di intimidazione particolarmente odiosa.

Che contraccolpi sperate che possa avere questo arresto sull’organizzazione criminale?

Certamente in questo modo la famiglia Pelle, il gruppo Pelle, è stato completamente disarticolato. Quanto questo poi si riverberi sul potere decisionale della ‘ndrangheta lo capiremo approfondendo le indagini. Di certo c’è che noi presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria non ci fermiamo e non ci siamo mai fermati tutte le volte che c’è stato l’arresto di un boss di primo piano e abbiamo sempre approfondito le attività di indagine in tutte le direzioni, non solo in quelle militari ma anche in quelle economiche e quelle che riguardano le connessioni di livello politico, istituzionale e così via.

procura reggio calabria

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    Massimo Alberti
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Incendio, la cronaca del nostro inviato

Pernille ha 23 anni e vive al decimo piano del palazzo di via Cogne 20: l’incendio scoppia proprio nell’appartamento accanto al suo. Quando sente le urla e apre la porta di casa, l’atrio è già saturo e denso di fumo: prende la sorella, due asciugamani da mettersi sul volto per respirare, e scappa nel buio. Mezzogiorno è passato da poco: in pochi minuti gli abitanti del palazzo stanno già correndo nel cortile per salvarsi dalle fiamme, mentre la polizia locale blocca la strada, e arrivano almeno una decina di ambulanze e i vigli del fuoco evacuano l’intero edificio. Molti dell’incendio non si sono nemmeno accorti, soprattutto ai piani più bassi. Sono stati i soccorritori ad avvertirli ed a farli uscire di casa. Chi abita ai piani più alti, invece, è corso fuori non appena visto il fumo. I primi feriti escono sulle loro gambe, saranno una decina in tutto gli intossicati, mentre i vigli del fuoco ancora usano le scale per salvare una persona da un balcone.

E’ passata un’ora dall’inizio dell’incendio, ma quando tutto sembra calmarsi, all’improvviso torna la concitazione: i paramedici corrono con una barella, caricano un corpo, fanno il massaggio cardiaco. Accanto una donna sconvolta: “E’ il figlio di una mia amica marocchina, si chiama Haitam, ha 13 anni, non respira più”, mi dice tra le lacrime mentre l’ambulanza corre verso l’ospedale. Altri ragazzini accanto urlano e piangono: “Sì sì, è il nostro amico, dicono”. Haitam era un ragazzo disabile, non è riuscito ad uscire e quando è stato portato fuori era già in arresto cardiaco. E’ ricoverato al vicino ospedale Sacco in condizioni disperate.

Spente le fiamme, per tutto il pomeriggio sono continuati i sopralluoghi alla ricerca di eventuali dispersi e per verificare l’agibilità.

Il palazzo risale agli anni ’90, è una casa popolare di 13 piani, di proprietà comunale e gestita da MM. Vi abitano circa 60 famiglie, fotografia della Milano multietnica: italiani, eritrei, nordafricani, filippini, come Pernille, ragazze e  ragazzi della generazione “ius soli”, nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri. E’ un palazzo in buono stato, e l’attivazione immediata dell’allarme antincendio forse ha evitato il peggio.

Per ora si possono solo fare ipotesi sull’origine dell’incendio. I testimoni raccontano che le fiamme sono state precedute da una piccola esplosione, forse originata da una caldaia privata. “Ma non è ancora possibile parlare delle cause, gli accertamenti sono in corso e dureranno giorni”, spiega l’assessore alla Casa del Comune di Milano Gabriele Rabaiotti. Delle 60 famiglie residenti, la trentina che abita fino al quinto piano potrà rientrare già in serata. Per le altre, il comune provvederà a una sistemazione in alberghi e appartamenti. A tanti di loro, la sistemazione alternativa toccherà per lungo tempo.

Ascolta la testimonianza di Pernille raccolta da Massimo Alberti

testimonianza milano 15.30 incendio Maggioni

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    Massimo Alberti
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Piazza della Loggia. Fine prima parte

L’estradizione in Italia di Maurizio Tramonte applica e chiude la sentenza definitiva sulla strage di Brescia. L’altro condannato, l’83enne fascista di ordine nuovo Carlo Maria Maggi, sta già scontando l’ergastolo ai domiciliari, come di diritto dalle sue condizioni di salute.

Il tentativo maldestro di fuga di Tramonte ha solo allungato i tempi: il suo allontanamento poco prima del verdetto della cassazione il 20 giugno, la fuga in macchina verso il Portogallo, è durata poco: Tramonte era tenuto sotto controllo dai servizi.

La sua è una figura chiave: la “fonte tritone” è il collegamento tra Stato e neofascisti. Se a Maggi è riconosciuto il ruolo organizzativo e di direzione dell’attentato, Tramonte ha partecipato alle riunioni preparatorie – di cui dava conto ai servizi segreti come referente – e aveva offerto la sua disponibilità a piazzare la bomba.

“Giustizia e non vendetta”, ha sempre ripetuto il presidente dell’associazione dei familiari Manlio Milani, che auspicava il ritorno in Italia di Tramonte, l’esecuzione della pena e degli eventuali benefici come da stato di diritto.

In anni di processi Tramonte si è più volte contraddetto ed è tornato sui suoi passi. Non gli ha evitato la condanna. Ma Milani si dice ancora disponibile a incontrarlo e ad aprire un dialogo. “Il suo rientro segna la fine della prima parte della vicenda di piazza Loggia”, sottolinea Milani, riferendosi alle altre due inchieste aperte alla procura di Brescia e dei minori, volte a individuare i mandanti della strage.

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    Massimo Alberti
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Fascisti e Servizi: la verità ora è sentenza

I neofascisti hanno preparato e messo la bomba. Lo Stato sapeva e lasciava fare.
Ci sono voluti 43 anni, un numero di udienze  e di processi di cui è anche solo difficile tenere il conto, ma la bomba che a Brescia, in Piazza della Loggia il 28 maggio del 1974 uccise 8 persone e ne ferì oltre 100 ora ha anche una verità giudiziaria.
Arrivata poco dopo le 23 al termine di una giornata massacrante e di attesa nervosa, al termine di 9 ore ininterrotte di udienza e 3 di camera di consiglio, la sentenza della cassazione ha rigettato i ricorsi delle difese del dirigente veneto di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi e del confidente dei servizi segreti Maurizio Tramonte, la fonte Tritone, e confermato le condanne all’ergastolo della Corte d’appello di Milano, sostenute da un articolata e dettagliata requisitoria del procuratore generale di Cassazione che già aveva fatto ben sperare.
In aula si sono scontrate due tesi: quella delle difese, secondo cui la sentenza di appello si basava sulle dichiarazioni – inattendibili – di Tramonte e di Carlo Digilio, testimone ormai defunto. Testimonianze certo contraddittorie e più volte ritrattate, ma solo parte di una dettagliata articolazione dei fatti, composta da intercettazioni, documenti scritti, un minuzioso lavoro di indagine che ha con chiarezza ricostruito le riunioni preparatorie della strage, portato alla organizzazione, la costruzione della bomba, il trasporto in piazza. Indizi certo, ma univoci coerenti.
Potete immaginare la commozione e le lacrime, tra i presenti, i familiati, gli avvocati, alcuni degli ispettori del Ros che hanno condotto le indagini, ma anche l’incredulità per aver visto con i propri occhi una strage arrivata a sentenza definitiva. La strage di Brescia è la più politica delle bombe, perché mirata contro nemici politici: la bomba esplose durante una manifestazione antifascista. È una sentenza che dovrà anche far riflettere le istituzioni, perché ne evidenzia il ruolo fondamentale nella strategia stragista. Molto si deve alla giudice del Tribunale di appello di Milano Anna Conforti, che ha scritto quella sentenza: un verdetto che a questo punto si può ben definire storico. Ma anche al lavoro minuzioso dei magistrati bresciani Piantoni e De Martino. E alla testardaggine dei familiari,  che davvero mai hanno ceduto in questi anni e che ora, pur con ritardo inaccettabile, ottengono giustizia.
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    Massimo Alberti
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“Un dirigente ha incitato il camion a partire”

“Lo abbiamo sentito tutti, era il capo del personale: ha detto al camionista ‘Vai vai vai vai…’. Lui è partito ad alta velocità e ha travolto i nostri compagni”. Ahmed è delegato sindacale di un’azienda della logistica di Soresina, anche lui, come molti altri colleghi, era davanti ai cancelli della Saem, ditta in appalto alla Gls a Piacenza, in solidarietà ai colleghi impegnati da mesi in una dura vertenza sindacale. E’ ancora sotto shock nel raccontare quegli attimi in cui è stato ucciso Abdesselem el Danaf, ma come i suoi colleghi presenti insiste su quel dettaglio, che se confermato sarà determinante nello spiegare questa morte.

Ci sono molti aspetti di quanto avvenuto che sono da chiarire: forse solo i video delle telecamere di sorveglianza potranno farlo. Anche perché, per ora, le testimonianze dei lavoratori presenti, e la prima versione ufficiale della procura di Piacenza, se coincidono su alcuni elementi, divergono decisamente su altri punti chiave: uno di questi è proprio l’incitamento del dirigente del magazzino che avrebbe innescato la dinamica della morte. C’è da dire che il racconto di Ahmed ai nostri microfoni è molto preciso e circostanziato: il picchetto dei lavoratori si svolge davanti all’uscita dei mezzi. Ma c’è anche un altro varco, che invece è l’ingresso dei camion. E’ da qui al varco di entrata, in contromano, che il camion che travolgerà El Danaf cerca di uscire per aggirare il picchetto. L’autista arriva prudente “si ferma, guarda a destra e a sinistra” spiega Ahmed. Poi però succede qualcosa: un dirigente gli urla di parte, subito. I testimoni fanno nome e cognome. “Antonio Romano, il capo del personale: ‘Vai vai vai vai…’, Gli grida”. E’ in quel momento, dopo le urla del dirigente, che secondo il testimone l’atteggiamento dell’autista diventa da prudente a concitato: parte di colpo a velocità ben oltre i 30 km consentiti in quell’area. Secondo il testimone, un gruppo di lavoratori che era al picchetto distante poche decine di metri si avvicina attirato dalle urla, ed è in quel momento che il camion li travolge. Un lavoratore resta ferito, mentre El Danaf, trascinato per diversi metri, muore.

Cosa coincide e cosa non coincide, con la versione diffusa dalla procura, basata sulla versione della polizia presente al picchetto?

«Quando è avvenuto l’incidente non era in atto alcuna manifestazione all’ingresso della Gls» ha dichiarato il capo della procura di Piacenza Salvatore Cappelleri.

Una manifestazione c’era, su questo non c’è dubbio: El Danaf muore con un megafono in mano, il picchetto non era davanti al varco dal quale è uscito il camion, ma poco poco distante al cancello adibito dall’uscita dei mezzi.

“Quando il Tir è uscito dalla ditta, dopo le regolari operazioni di carico, ha effettuato una manovra di svolta a destra”. La dinamica dell’impatto è in effetti ancora tutta da chiarire, anche il nostro testimone preferisce non sbilanciarsi: “E’ importante essere prudenti”, sottolinea. Ma a quanto sembra, il camion è uscito da un varco dal quale non sarebbe potuto passare. “L’uomo è stato visto correre da solo incontro al camion che stava facendo manovra”. E’ un’altra affermazione del procuratore che si scontra con la versione dei testimoni, e anche con il numero delle persone coinvolte. Oltre ad El Danaf, c’è infatti almeno un altro ferito accertato.

“Escludiamo categoricamente che qualche preposto della Gls abbia incitato l’autista a partire”. Il vero punto di scontro è questo: i racconti dei testimoni, come abbiamo visto, sono dettagliati sulle grida del dirigente, al punto da fare nome e cognome. La procura invece non dà alcun margine di interpretazione, negando la circostanza che sarebbe quella determinante nel portare alla morte di el Danaf.

Ascolta qui la testimonianza di Ahmed

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    Massimo Alberti
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A chi conviene andare in pensione prima?

L’accordo tra governo e sindacati sulle pensioni ormai è a un passo dalla firma.

Sono da chiarire alcuni punti – come la tutela dei “lavoratori precoci”, ovvero chi ha iniziato a lavorare molto presto, con almeno 41 anni di contributi ma sotto l’età per la pensione di vecchiaia – ma l’impianto della cosiddetta APE è sostanzialmente confermato: un prestito bancario coperto dalle assicurazioni per anticipare la pensione.

La riforma Fornero non cambia, ma si introduce una sorta di “toppa”: non attraverso il riconoscimento di un diritto, ma a un costo salato a carico di chi lavora. Sarà infatti il lavoratore che dovrà pagare di tasca propria per lasciare il lavoro a 63 anni – fino a 3 anni e 7 mesi in anticipo sulla pensione di vecchiaia – attraverso una decurtazione dell’assegno che potrà arrivare fino al 20%.

E per farlo dovrà indebitarsi: il costo sarà anticipato dalle banche e ripagato con un mutuo ventennale, la cui rata sarà in parte o del tutto a carico dello Stato per una serie di categorie: disoccupati di lungo periodo, disabili, lavori usuranti.

Si tratta di uno degli aspetti più importanti in via di definizione, anche perché da questo dipende l’investimento che dovrà fare il governo, “circa due miliardi secondo noi, ma non li hanno ancora messi sul tavolo” sottolinea il segretario dello SPI Ivan Pedretti.

Cosa cambierà dunque, e a chi converrà usufruire dell’APE?

Intanto c’è da dire che non sarà per tutti: da strutturale infatti la misura è diventata sperimentale, per i prossimi due anni. Di conseguenza coinvolge solo chi è nato tra il ’51 e il ’54.

Se da un lato il vantaggio sarà indubbiamente per chi – in difficoltà – potrà anticipare l’uscita senza oneri, dall’altro in tanti stanno facendo i conti: ma al di là dei casi singoli, si pone già un problema sociale. “E’ certo una possibilità utile soprattutto per chi fa lavori usuranti, e restituisce un po’ di libertà alle persone per non costringerle a lavorare finché non cadono per terra” – è l’opinione della sociologa Chiara Saraceno – “il problema è che non se la potranno permettere tutti: probabilmente converrà solo alle pensioni più alte: non a quelle troppo basse per avere un reddito solido, ma troppo alte per ricadere nell’esenzione degli oneri”.

Saraceno

Qualche conto in questo senso prova a farlo l’economista Felice Roberto Pizzuti: “Intanto c’è da dire che non c’è alcuna deroga alla legge Fornero, visto che si tratta di un provvedimento a carico del lavoratore-pensionato. Una persona che prevede di avere una pensione di 1000 euro avrà, per tutta la sua vita da pensionato, un assegno di 800-850”. C’è poi un’altra questione importante, considerato che l’aspettativa di vita media in Italia è di 84,7 anni per le donne, e 80,1 anni per gli uomini, quindi al di sotto del periodo di vita ipotetico per ripagare il mutuo. E qui , dopo le banche, entrano in gioco anche le assicurazioni private. “Scatta un problema di copertura assicurativa che implica ulteriori costi, che andranno ancora a scapito del pensionato”, osserva Pizzuti.

Pizzuti

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    Massimo Alberti
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Martina Caironi, la portabandiera italiana

Mancano pochi giorni alla XVa edizione delle Paralimpiadi 2016: si terranno a Rio de Janeiro dal 7 al 18 settembre. Martina Caironi, 26 anni e già medaglia d’oro nei 100 metri a Londra 2012, sarà la portabandiera italiana alla cerimonia d’apertura. “Sono un’ascoltatrice di Radio Popolare, ho anche il vostro adesivo sulla macchina. Vi porterò con me a Rio”, ci dice prima di rispondere alle nostre domande.

Stai per salire sull’aereo per Rio. Come ti senti?

“Sento la tensione, sicuramente di più rispetto a quattro anni fa quando partivo, ancora un po’ ragazzina, per la mia prima Olimpiade. Adesso so cosa vado a fare, so che cosa si aspetta la gente da me, ma sto cercando di affrontarla comunque con un po’ di spensieratezza, per divertirmi”.

Senti la pressione della favorita?

“Sì, anche perché tutti me lo ricordano… E’ vero, parto come favorita nei 100 metri, non nel salto in lungo. So che devo, e voglio, far bene”.

Il fatto di essere portabandiera è motivo di soddisfazione in più o responsabilità in più?

“Certamente mi ha dato un po’ di notorietà in più negli ultimi mesi. Il fatto che abbiano scelto me rimane soprattutto motivo di grande onore. Poi, tra qualche giorno, vi saprò dire quale sarà l’emozione del momento. Per ora ho solo un’idea”.

Hai sentito qualcuno dei tuoi colleghi che hanno già gareggiato a Rio alle Olimpiadi per sapere che cosa ti aspetta?

“Ieri ho incontrato qui a Bergamo Marta Milani, che non ha gareggiato ma era a Rio come riserva per la staffetta, e mi ha raccontato un po’ del villaggio olimpico. Poi, guardando gli account twitter dei vari atleti mi sono fatta un’idea, ma vorrei arrivare lì senza troppe aspettative né con idee preimpostate. Vediamo come sarà”.

Chi saranno le tue principali avversarie?

“Sono sempre le solite, a meno di sorprese. La più temuta è la tedesca Vanessa Low, favorita nel salto in lungo. Nei 100 metri è quella che mi è più vicina”.

Come hai iniziato con l’atletica?

“Tutto risale a diversi anni fa. Dopo il mio incidente, passeggiavo per i corridoi del centro protesi e ho visto delle fotografie di atleti nell’atto del salto in lungo o della corsa e mi sono incuriosita. Ho chiesto anch’io di poterlo fare, mi è stata data una protesi adatta. Ho scoperto da subito di avere un talento nascosto perché sin dalla prima gara nel 2010 feci il record italiano. Poi, crescendo, ho cominciato a fare le gare internazionali e il resto è venuto da sé, con fatica ovviamente, perché soprattutto negli ultimi anni gli allenamenti si sono intensificati. Anche il mio fisico è cambiato, adesso è molto più atletico, più forte”.

Quindi hai iniziato più che altro per darti da fare dopo il brutto colpo dell’incidente…

“E’ partita più che altro come curiosità – io sono una persona molto curiosa – e quando scopro qualcosa di interessante cerco di afferrarlo. E poi volevo tornare a correre, perché forse voi non vi rendete conto che, con due gambe, se hai voglia di fare una corsettina la fai. Io mi sono resa conto che non potevo più farlo. E sono passata da un estremo all’altro: dal non poter più correre al correre il più veloce possibile in uno stadio alle Paralimpiadi”.

Come si sceglie una protesi per gareggiare a questi livelli?

“Ci sono dei centri specializzati. Le protesi sono anche molto costose, fortunatamente io non le devo pagare grazie a un progetto del Comitato paralimpico che mi consente di scegliere le migliori sul mercato. A seconda del peso, si sceglie una lamina di una determinata rigidità e, a seconda delle esigenze dell’atleta o della specialità: io per esempio ho una lamina di un certo tipo per la corsa – una lamina che abbia la stessa potenza della mia gamba per non ‘sfasare’ la corsa – e un’altra più rigida per il salto in lungo, per essere più reattiva e spingere verso l’alto”.

C’è un divario tecnologico tra i vari Paesi che concorrono alle Paralimpiadi che può fare la differenza nei risultati?

“Sì, ci sono dei Paesi in cui le novità tecnologiche delle protesi arrivano prima. Per esempio a Londra 2012 io correvo con un ginocchio meccanico mentre alcune mie avversarie correvano già con un ginocchio che è quello che uso io ora, che è molto ‘libero’ e più facile da usare. In ogni caso le regole del Comitato paralimpico internazionale prevedono che ogni tipo di protesi sia accessibile a ogni atleta. Poi molto dipende dalle possibilità e dalle competenze tecniche dei vari Paesi”.

Immagino che la protesi da gara non sia la stessa che utilizzi nella vita di tutti i giorni…

“No, è proprio totalmente diversa. Quella che uso per camminare ha un ginocchio elettronico che mi permette anche di fare le scale, di andare a ballare, in bicicletta, in acqua. Io praticamente mi cambio le protesi come voi vi cambiate le scarpe. A seconda dell’attività io mi cambio la gamba”.

Cosa manca secondo te in Italia per far sì che lo sport, come nel tuo caso, possa essere il modo per superare i propri limiti?

“Prima di tutto ci vorrebbe un abbattimento totale delle barriere mentali, culturali. Servirebbero maggiori investimenti e più occasioni di promozione delle attività sportive per atleti disabili. Spero che queste Paralimpiadi vengano seguite, perché davvero ti si può aprire un mondo. E poi sarebbe giusto raggiungere una parità tra Olimpiadi e Paralimpiadi, perché anche noi facciamo fatica quanto loro e anche noi avremmo bisogno di certe attenzioni”.

Quando sono previste le tue gare? Così puntiamo la sveglia…

“La cerimonia di apertura è il 7 settembre. Poi le mie gare saranno il 10, in Italia saranno trasmesse attorno alle 23. Le semifinali il 17 alle 19 ora italiana. E la finale a mezzanotte (ora italiana) del 18”.

 

Ascolta qui l’intervista a Martina Caironi

martina caironi paralimpiadi

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Lavoro per i richiedenti asilo?

La proposta di impiegare stabilmente i richiedenti asilo in lavori socialmente utili fa discutere: ancora troppo vaghe le modalità della proposta del Capo del dipartimento immigrazione del ministero dell’interno, il prefetto Mario Morcone, per ora espressa solo in un’intervista.

Anche perché non si tratta di un fatto nuovo: sono centinaia, se non migliaia, i progetti di integrazione presenti sul territorio, dove i profughi svolgono piccoli lavori di volontariato con e per le comunità dove sono ospitati.

Sono per lo più esempi virtuosi, che hanno l’obbiettivo di non lasciare tutto il giorno le persone chiuse nelle strutture, e farle uscire dall’ombra, renderle visibili ai cittadini, superare gli steccati e la paura: manutenzione di giardini e verde, pulizia delle strade, piccoli aiuti agli anziani.

Dal nord al sud d’Italia sono soprattutto le associazioni ad occuparsene, sulla base di protocolli stilati con gli enti locali. La proposta di Morcone, da quel che se ne può dedurre, sembra voler rendere strutturale questo quadro, con una gestione diretta degli enti pubblici ed una vera e propria retribuzione per i richiedenti asilo. Ed è questo a destare perplessità.

“Non può e non deve diventare una sostituzione di manodopera a basso costo” sottolinea Alice Moggi, assessora ai servizi sociali del comune di Pavia. “Si rischia di creare una concorrenza al ribasso ed una discriminazione”, sottolinea Fulvio Vassallo Paleogo, dell’associazione studi giuridici sull’immigrazione, secondo cui l’obbiettivo deve essere “rendere autonomi i richiedenti asilo, e non cronicizzare l’assistenzialismo”.

“Anche sul nostro territorio sono molto diffuse – spiega Moggi – gestite come volontariato dalle associazioni, ed è la forma che permette di restare nella legalità. Sono attività che servono soprattutto a prendersi cura del bene pubblico, utili all’inserimento sociale delle persone, Il limite alla loro diffusione è proprio perché non è ben chiaro cosa si può fare e cosa no. In questo senso, l’indicazione di incentivare queste attività può essere utile. Ma se sono i comuni a doverlo fare, il dipartimento deve anche dirci come e investire risorse che non possono ricadere solo sui comuni”.

“Devono restare lavori di inserimento sociale – continua Moggi – noi abbiamo già, ad esempio, chi gestisce il verde pubblico, attraverso appalti. Per questo vanno messi dei paletti molto chiari, devono essere attività aggiuntive e non sostitutive, altrimenti si corre il rischio che diventi concorrenza e sostituzione di lavoro a basso costo”.

Per Fulvio Vassallo Paleologo il problema nasce proprio nel momento in cui, da attività sociali in piccole realtà, il lavoro dei profughi diventa un elemento di sistema su vasta scala, sul quale non può esserci discriminazione rispetto alle condizioni di lavoro degli altri cittadini. “Altrimenti – conclude il giurista – resta solo argomento buono su cui fare propaganda politica.”

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    Massimo Alberti
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Non compro l’auto blindata. Ci pensi lo Stato

“E’ come se un chirurgo chiedesse al suo paziente di portarsi le forbici”. Rocco Mangiardi è uno dei due imprenditori calabresi – l’altro è Pino Masciari – testimoni di giustizia contro la ‘ndrangheta a cui il governo ha comunicato che dovranno comprarsi l’auto per la scorta.

Titolare di un negozio di autoricambi a Lamezia Terme, nel 2006 subì un tentativo di estorsione che immediatamente denunciò, testimoniando in tribunale e facendo condannare i boss della ‘ndrangheta. Per questo dal 2009 è stato messo sotto tutela.

Ha continuato a ricevere minacce ma via via si è visto ridurre la scorta: prima un’auto blindata, poi una non blindata con due agenti, poi un solo poliziotto. Nelle scorse settimane a Mangiardi e Masciari è stato comunicato che dal 1° settembre avrebbero dovuto procurarsi da soli l’auto necessaria alla loro tutela.

La decisione è contenuta in una circolare del ministero dell’interno. Grazie ad un ricorso al Tar il provvedimento è stato sospeso almeno fino a fine anno. Ma questo non cancella l’amarezza di Mangiardi: “Non mi hanno dato alcuna spiegazione, lo stato si prenda la responsabilità di dire se ho ancora diritto o meno alla tutela”.

“La guerra contro la ‘ndrangheta non è finita – continua Mangiardi – per cui non so su quali basi abbiano preso questa decisione… Il rischio c’è: ora sono parte civile in un altro processo dove ho denunciato un boss sanguinario che non si è nemmeno mai pentito: la percezione del rischio c’è, posso girare anche senza tutela ma se ne devono prendere la responsabilità”.

L’imprenditore racconta la sua storia, con orgoglio: “Ho denunciato i mafiosi, gente che terrorizza i cittadini: in tribunale li ho indicati uno a uno, ho puntato il dito contro di loro dicendo a quei boss che non li avrei mai pagati: con quei soldi loro adescano i ragazzini per fargli mettere le bombe sotto le serrande dei negozi. Li ho capito che il nostro dito puntato in tribunale è più forte delle loro pistole. Ne vale la pena, ne vale la pena”.

Il tono di Mangiardi è pacato, ma le parole sono scoraggiate: “ Io non ho chiesto nulla allo stato, vivo del mio lavoro, però mi sento un uomo di stato, e ora devo andare con un avvocato e fare ricorso contro lo stato stesso, che vuole togliere la tutela ad un suo cittadino che ha denunciato questi mafiosi? Qualcosa lo devono cambiare, ma per tutti i testimoni di giustizia che ci sono in Italia.”

Se ci sarà necessità, la comprerà, questa macchina? “No. Se devo restare senza tutela, è una responsabilità dello stato. Ma quell’auto non la comprerò. Anche perché – Mangiardi chiude con una battuta – non guido da 10 anni, sarei più preoccupato di questo”.

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    Massimo Alberti
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La lotta alla violenza di genere è una priorità?

I centri antiviolenza che chiudono per mancanza di finanziamenti, i corsi sull’educazione alla parità di genere nelle scuole che restano facoltativi, e contrastati dagli ideologi “anti-gender”, le associazioni antiviolenza tagliate fuori dai tavoli di coordinamento.

“La lotta alla violenza contro le donne è una priorità del governo”, ha detto la ministra con delega alle Pari opportunità, Maria Elena Boschi, dopo gli ultimi due femminicidi in 24 ore, a Caserta e Lucca: 76 donne uccise dall’inizio dell’anno. Ma gli scarsi finanziamenti restano bloccati, in uno scaricabarile tra governo e Regioni: 16 milioni di euro stanziati per il biennio 2013-2014 mai utilizzati da alcune Regioni, come la Lombardia – feudo del centrodestra – ma anche il Lazio guidato dal Pd. E poi ancora: i fondi del 2015-2016 (18 milioni) non sono ancora stati messi a bando dallo Stato.

Soldi che servirebbero come l’ossigeno ai centri antiviolenza, che danno un posto sicuro alle donne e spesso anche un sostegno al reddito, e che contano cinquecento posti, ma secondo il Consiglio d’europa ne servirebbero cinquemila.

Il decreto antiviolenza del 2014 ha sostanzialmente aumentato le pene per i femminicidi, ma ancora una volta i numeri dicono che la repressione, da sola, non funziona: la percentuale di recidiva tra chi è stato condannato per la violenza contro le donne è altissima, 8 su 10 compiono nuovamente lo stesso reato. Un decreto da cui è stato stralciato il piano per introdurre nelle scuole l’educazione alla parità di genere, finita nella “Buona scuola” ma non obbligatoria, esponendo insegnanti e presidi alle crociate ideologiche degli integralisti cattolici e della destra in nome dell’inesistente “gender”, un forte disincentivo a svolgerli, per molte scuole. E, ancora, la cabina di regia che si riunirà l’8 settembre non prevede la presenza delle associazioni, e l’osservatorio nazionale sulla violenza sessuale e di genere, previsto dalla legge, non è mai stato istituito e ad oggi non c’è una data per la sua nascita.

Difficile, in questo quadro, vedere la priorità evocata da Boschi.

Abbiamo rivolto questi interrogativi a Valeria Fedeli, ex sindacalista della Cgil, oggi vicepresidente del senato del Partito democratico, da sempre in prima fila per i diritti delle donne. Le abbiamo chiesto se si sente sconfitta in una battaglia dove hanno prevalso gli equilibri politici e di maggioranza con il centrodestra di Alfano, impedendo così di approvare provvedimenti più efficaci.

“E’ una battaglia aperta – risponde Fedeli – su un tema che non è emergenza ma è strutturale. L’aggravante sul femminicidio non è sbagliata, ma non è sufficiente, vanno incrementati e distribuiti i fondi. Tenerli bloccati è un errore politico grave”. Questo però è esattamente ciò che non è avvenuto.

“Non c’è una consapevolezza del fenomeno – continua Fedeli – lo si legge solo la mattina dopo che una donna che è stato uccisa. Non è una priorità dell’azione”, ammette la vicepresidente del Senato che però difende la ministra Boschi e rivendica i passi avanti fatti dal governo Renzi.

“Boschi ha la delega da solo un mese e mezzo, ora sbloccherà i fondi, e anche le linee guida nei percorsi formativi nelle scuole è uno sviluppo importante”.

Ma perché allora non sono stati resi obbligatori? “Ma anche la Costituzione non viene studiata nelle scuole, è un ritardo culturale complessivo”, si difende la vicepresidente del Senato. “Quando abbiamo chiesto di inserire l’educazione di genere nei percorsi scolastici nel Paese c’è stata un’alzata di scudi, e su questo la democrazia va rispettata, i problemi non sono arrivati dal Pd, ma dall’esterno, ed è già stato difficile mantenere la possibilità dei corsi all’interno della Buona scuola”.

Ascolta qui l’intervista a Valeria Fedeli

FEDELI

 

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    Massimo Alberti
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Il paradosso dei rifiuti di Roma

Pd contro 5 stelle, l’ex amministratore delegato di Ama contro la nuova assessora ai rifiuti. Il cambio di amministrazione nella capitale ha riaperto subito lo scontro su quello che è uno dei problemi endemici della capitale: lo smaltimento dei rifiuti.

Uno dei temi più complessi della modernità, diventato materia strumentale di scontro politico. Con un paradosso: tutti a Roma sembrano essere d’accordo sulle soluzioni, ma sono le responsabilità che hanno portato a questa situazione a far discutere. Una situazione intricata dove è difficile capire dove si fermi il merito,e dove inizi la strumentalizzazione.

Di certo ci sono le due inchieste sull’azienda che deve gestire i rifiuti in città, l’Ama. Il suo ex amministratore delegato Fortini – quindi il numero uno dell’azienda, il suo principale responsabile – dimissionario, e la nuova assessora all’ambiente scelta dai 5 stelle, Paola Muraro, sotto accusa per conflitto di interessi proprio per i 12 anni passati da consulente di Ama.

Tutto nella delicatissima fase dello storico passaggio di poteri nel Comune di Roma, a cui a giorni seguirà anche il rinnovo dei vertici operativi di Ama. “Non c’è dubbio che aver messo Roma sotto i riflettori della politica nazionale abbia deformato la lettura di questa situazione, che è a basso livello di criticità, anche se le criticità ci sono”, osserva Enzo Favoino, uno dei principali esperti di rifiuti in italia: responsabile del centro di ricerca “rifiuti zero” e consulente della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti.

Le fotografie dei rifiuti che appaiono e scompaiono dai giornali, i cumuli nelle strade di alcuni quartieri. “Certo, un’emergenza può scoppiare, ma a Roma c’è da sempre un’emergenza endemica, un sistema precario che va trasformato, senza dubbio: siamo proprio in una fase di cambiamento, dopo la chiusura della discarica di Malagrotta – prosegue Favoino – ma è qui che arriva il paradosso: sul medio e lungo termine c’è una convergenza di vedute, si litiga su cosa fare nell’immediato e sulle relative responsabilità che hanno portato a questa situazione”.

Favoino spiega che la strada iniziò a tracciarla proprio il sindaco del Partito democratico Ignazio Marino – prima che il suo stesso partito ne interrompesse il percorso: raccolta differenziata, riciclo, compostaggio, massimizzazione dei benefici economici delle gestione dei materiali, seguendo il quadro di riferimento europeo. Una strategia che il Movimento 5 stelle, che ha sempre fatto del “rifiuto zero” una delle principali linee di programma, ha confermato.

Tutti apparentemente d’accordo sul merito dunque, eppure prevale lo scontro politico: “Non si può non leggere nell’ottica della politica nazionale ciò che sta succedendo”, prosegue Favoino. “Paola Muraro è persona dalle indubbie competenze, che nessuno, neppure lo stesso Fortini, ha mai smentito. Ma nella politica nazionale si va alla guerra, e il passato di Muraro e i suoi rapporti con Ama vengono utilizzati più o meno strumentalmente per attaccarla, dicendole: non puoi accusarci tu di inefficienza quando sei stata parte della macchina”.

La conclusione di Favoino è amara: “Non voglio entrare in retroscena che non conosco, ma non c’è dubbio che le strategie mediatiche stiano prevalendo du quelle tecniche. E questo è un peccato”.

Ascolta qui l’intervista a Enzo Favoino

FAVOINO

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    Massimo Alberti
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Lo scaricabarile sulle responsabilità

“Possono esserci anche tutti i sistemi automatici del caso, ma se l’uomo sbaglia non c’è scampo”. Il direttore generale di Ferrotramvia Spa Massimo Nitti sembra già aver deciso su chi scaricare la responsabilità dell’incidente ferroviario di Corato. L’inchiesta giudiziaria accerterà dove stanno le colpe e le omissioni che hanno provocato lo scontro frontale tra i due treni. Ma ci sono evidenti carenze del sistema ferroviario, per le quali è già cominciato lo scaricabarile. E le responsabilità politiche ci sono: dagli enti locali fino, in ultima istanza, al governo.

La rete ferroviaria tra Bari e Barletta – di proprietà privata della famiglia Pasquini, gestita in concessione con la Regione Puglia- vive tra futuro e medioevo. Treni e strutture moderne, tranne nei due tratti Bari-Fesca San Girolamo e Ruvo-Barletta. È qui, nei 17 chilometri tra Andria e Corato, che è accaduto l’incidente: non solo a causa del binario unico, ma soprattutto per il sistema di sicurezza a “blocco telefonico”. Un sistema del secolo scorso, utilizzato su circa 300 dei 19mila chilometri di rete ferroviaria italiana e reti concesse, e solo in tratte in cui passano pochi treni al giorno. Rete ferroviaria italiana non lo utilizza più, se non quando saltano per guasti i sistemi automatici. “Come quando va via la corrente e si usano le candele”, spiega un capostazione a Radio Popolare. Sulle Ferrovie del Nord barese però i passaggi quotidiani sono 196, uno ogni 8 minuti. Si “riducono” a 140 in questo periodo dell’anno. Restando nella metafora, come usare una candela per illuminare uno stadio.

Perché allora veniva utilizzato quel sistema di sicurezza antiquato? E chi l’ha consentito?Perché non sono mai stati installati sistemi automatici che, anche in caso di errore umano, possono evitare l’irreparabile?

La storia non è stata magistra vitae. Il 27 gennaio 1992, sulla linea Roma-Velletri, a binario unico, si scontrano due treni alla fermata di Casabianca. Alla stazione di Ciampino viene data la precedenza ad un treno per Velletri, che però è in lieve ritardo. Ma in direzione opposta arrivava un altro convoglio, di cui non era stato verificato il transito. I morti furono sei, tra passeggeri e personale di Ferrovie dello Stato. Anche in questo caso il via libera al passaggio dei treni avveniva per “blocco telefonico”. Risultato: condanna per un capostazione di Ferrovie dello Stato e immediato inizio dei lavori di ammodernamento.

Il nodo da sciogliere è quello della sicurezza, quindi, non tanto del binario unico. E la sicurezza costa, come spiegavamo ieri in questo articolo: passare da un sistema a blocco telefonico ai sistemi di sicurezza automatici consta svariati milioni per chilometro. Ferrotramvia Spa avrebbe coperto le spese con fondi europei stanziati per il raddoppio e l’ammodernamento della linea, da ultimarsi nel 2015. Peccato che di volta in volta siano slittati per intoppi burocratici, ritardi negli espropri dei terreni, e infine per la deliberazione di giunta della Regione Puglia che ha riprogrammato il raddoppio della Corato-Andria dividendolo in due lotti e spostandolo dai Fondi Europei 2007-2013 al 2014-2020. Ed ecco qui che si arriva alla prima responsabilità: Regione Puglia ed enti locali non hanno ammodernato la rete ferroviaria nei tempi previsti.

Non è l’unica, però. Come ha riferito in Parlamento il ministro dei Trasporti Graziano Delrio, la linea dove è avvenuto l’incidente da dieci anni manteneva sostanzialmente quel volume di traffico. Dieci anni, sottolinea il ministro, in cui non si sono rivelati inconvenienti. Ma si può facilmente ribaltare il concetto: in questi dieci anni si è viaggiato in condizioni di altissimo rischio e solo grazie alla grande professionalità di ferrovieri, macchinisti e capistazione è filato tutto liscio. E qui sta la seconda responsabilità: l’evidente sottovalutazione del problema dell’insicurezza sulle linee regionali che si fa in Parlamento, forti del fatto che sulle linee ferroviarie di RFI, i sistemi di sicurezza automatici sono obbligatori.

Se le linee nazionali sono controllate dall’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (ANSF), ente terzo ed indipendente, per le linee in concessione c’è un’organizzazione diversa: l’Ufficio speciale trasporti a impianti fissi (Ustif), un’agenzia alle dirette dipendenze del Ministero dei Trasporti. È proprio l’Ustif ad aver concesso questa deroga anche sulla rete ferroviaria pugliese, in attesa del riammodernamento della linea. Ma la una linea aveva un traffico evidentemente troppo elevato per questo fallace sistema di verifica. A questo punto comincia lo scaricabarile: interpellato sul punto, il viceministro dei Trasporti Riccardo Nencini punta il dito sulla Regione Puglia e sul contratto di Servizio con Ferrotramvia Spa. “Un sistema diverso sarebbe stato certamente utile”, dice a SkyTG24 Nencini, lanciando un’accusa neppure troppo velata. Il nuovo sistema sarebbe arrivato, appunto, con l’ammodernamento della linea. Ma era possibile nel frattempo installare un sistema provvisorio? Esperti e ferrovieri dicono di sì. Sistemi anche economici, come il cosiddetto controllo “blocco elettrico conta-assi”. Ma si tratta, spiega la nostra fonte “di scegliere, da parte delle aziende, di dove investire”. Ed in 10 anni nessuno ha mai pensato di farlo.

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    Massimo Alberti
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La gioia amara degli omosessuali italiani

Anche l’Italia, finalmente, ha una legge sulle Unioni Civili. La Camera dei deputati ha votato prima la fiducia posta dal governo, poi l’approvazione definitiva con il si della maggioranza e di Sel. Il si è arrivato anche dal alcuni deputati di Forza italia; il Movimento 5 stelle si è astenuto.

In piazza, davanti a a Montecitorio, la festa è a metà: l’approvazione è stata accolta tra brindisi e le perplessità per il mancato riconoscimento delle adozioni e la mancata equiparazione al matrimonio. “Siamo contenti perché cambierà la vita di molte persone, ma è meno di quello che ci aspettavamo” spiega un ragazzo in piazza, “siamo felici perché è un passo avanti, però ora servirà il matrimonio” gli fa eco una ragazza.

VOCI UNIONI CIVILI 

La legge, di fatto, è stata imposta all’Italia dopo la condanna per discriminazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2015 per il mancato riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso. Ed è un passo di avvicinamento all’Europa, dove in molti paesi la realtà è il matrimonio egualitario.

Nata dal compromesso tra PD e nuovo centro destra, la legge Cirinnà istituisce la “formazione sociale specifica” che riconosce alle coppie dello stesso sesso buona parte dei diritti e doveri riconosciuti alle coppie etero sposate, in particolare in campo economico: dallo stesso cognome, alla successione, la reversibilità. Ma ne marca anche le differenze, creando di fatto due istituti completamente diversi per etero e omosessuali. Tanti dettagli simbolici e sostanziali, per l’applicazione concreta delle norme, saranno da stabilire nei decreti attuativi, sui quali, c’è da scommetterci, si riaccenderà il confronto politico tra le diverse anime del governo. Nascono anche le convivenze di fatto per le coppie, con un atto però che potrà esser stipulato sono davanti al notaio.

“E’ indiscutibilmente un giorno storico: chiaro che ora serve il matrimonio, ma c’è da tenere conto anche della situazione reale” esulta Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, oggi nella direzione nazionale del Partito Democratico.

MANCUSO

Più cauto Yuri Guaiana, attivista LGBT dell’associazione Certi Diritti: “Certo che è un passo avanti, ma la legge sancisce anche un ghetto giuridico, mettendo nero su bianco che etero e omosessuali sono diversi”.

GUAIANA

Matrimonio egualitario e adozioni sembrano però lontanissimi, per ora.

La stepchild adoption, nelle promesse del PD, dovrebbe essere inserita nella legge di riforma delle adozioni già incardinata al Senato. Ma la norma per l’adozione del figlio del partner – che avrebbe dato riconoscimento a molti bambini – sembra già su un binario morto.

“Non ci sono le condizioni parlamentari per discuterne” ha tagliato corto ieri Matteo Renzi in un’intervista, proprio mentre l’aula votava le unioni civili.

La destra intanto esce divisa: in aula alcuni deputati di Fi hanno votato la legge, i cattolici oltranzisti invocano il referendum abrogativo e minacciano Renzi in vista del voto di ottobre sulla riforma costituzionale.

Matteo Salvini ha invitato i sindaci al boicottaggio e all’obiezione di coscienza, incassando però il no dalla sua alleata Giorgia Meloni che si smarca da Salvini: “Se sarò eletta sindaco a Roma rispetterò la legge”. Stessa posizione da molti sindaci del Carroccio: “Questa legge non mi piace ma ci sono normative che devono essere rispettate. Bisogna che i sindaci sappiano che violando la legge commettono abusi di cui potranno essere responsabili” dice il primo cittadino di Varese Attilio Fontana.

E anche per l’avvocato attivista dei diritti civili Massimo Clara l’obiezione di coscienza non è praticabile: “Sarebbe come rifiutarsi di registrare un atto di nascita”, spiega ai nostri microfoni.

CLARA

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Nella mente dei pedofili

Quando la violenza riguarda i bambini, suscita reazioni forti, viscerali. I fatti di Caivano – un uomo accusato di violenze sessuali e omicidio di una bambina, in un contesto di omertà – è stato uno di questi: pene esemplari, castrazione chimica, fino alle richieste di pena di morte verso il “mostro”. Le pene in Italia si dovrebbero basare su due pilastri: punizione e rieducazione. Qual è la punizione “giusta” per gli autori di questi reati, restando nello stato di Diritto? È possibile un percorso di rieducazione?

Ogni caso fa storia a sé: ma per dare una risposta consapevole, è necessario innanzitutto conoscere. Paolo Giulini e Carla Xella lavorano nelle carceri con i cosiddetti “sex offenders”, gli autori di reati a sfondo sessuale: uomini violenti, stupratori, pedofili. Giulini è criminologo clinico, esperto nel settore penitenziario, mediatore. Carla Xella è psicologa e psicoterapeuta. Hanno fondato il progetto CIPM, Centro Italiano per la Promozione della Mediazione, che in breve tempo è diventato un esempio importante di quali strade si possono seguire in questo campo. Esperienze e riflessioni che hanno scritto in un libro Buttare la chiave? – La sfida del trattamento degli autori di reati sessuali.

Li abbiamo ospitati in un Microfono aperto per discutere di questo tema, delle nostre reazioni, e per farci raccontare chi sono gli autori di reati sessuali, qual è la loro storia, portarci nella loro testa. Un racconto delicato e complesso, che fugge dai luoghi comuni e dalle scorciatoie. Per non dimenticare che l’obbiettivo non è la vendetta, ma evitare chi ci siano nuovi carnefici, e quindi nuove vittime.

“Sono storie diverse: c’è chi abusa perché sfoga la violenza nel sesso, perché è attratto dai minori e non riesce a esprimere la sessualità con gli adulti, c’è chi ha subìto a sua volta violenze. Il nostro primo compito è valutare la loro pericolosità, e seguirli. Ma per farlo bisogna innanzitutto conoscerli”, spiega Carla Xella.

“Il primo passo è chiedersi cosa scatena questa violenza”, spiega Paolo Giulini. “L’esperienza ci fa dire che non è un modo aggressivo di esprimere la sessualità, ma un modo sessuale di esprimere la violenza. È una pratica di dominio e di potere. Noi abbiamo un Paese con leggi molto avanzate sul piano punitivo, estendono il concetto di violenza sessuale a qualsiasi contatto che superi il limite. E nelle carceri gli autori ci finiscono, non è qui il problema. La pena è fondamentale per restituire alla persona la consapevolezza del male compiuto. Ma la risposta solo punitiva o vendicativa non basta da sola a restituire questa consapevolezza, dei danni compiuti e del problema che ciascuno porta in sé.”

Un modello e un’impostazione che ormai si sta allargando perché ritenuta efficace nel prevenire nuove vittime: “Una volta ci chiamavano gli amici dei pedofili – continua Giulini – ma ormai nel nostro ambiente professionale è un aspetto superato e in tutta Italia si stanno avviando progetti che vanno in questa direzione”.

Ascolta qui il Microfono aperto con Paolo Giulini e Carla Xella

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    Massimo Alberti
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Scuola, storie di precariato perenne

Al via il “concorsone” per gli insegnanti precari: solo uno su tre avrà il posto: per gli altri, il futuro è fuori dalla scuola. Le paure, le denunce, le proteste contro la Buona scuola di Renzi, e un grido di allarme: “E’ una macelleria sociale che distrugge la scuola pubblica: ascoltateci, ci riguarda tutti”.

“E come una lotteria: se vinci, sei a posto. Se perdi, sei fuori a vita”.E’ lo spirito con cui migliaia di insegnati precari stanno partecipando al cosiddetto “concorsone”, deciso nell’ambito della riforma della scuola. I posti in palio sono 63.712, su 165.578 docenti precari che partecipano. Solo 1 su 3 ce la farà.

Sono gli insegnanti che in questi anni, nonostante le incertezze, hanno tenuto in piedi la scuola pubblica, nel delicato ruolo di insegnare e formare i ragazzi. Un mondo che meriterebbe di essere valorizzato, ma che in queste ore invece è in fibrillazione perché sente di aver ricevuto l’ennesimo schiaffo, e subito l’ennesimo svilimento della scuola pubblica.

Mi chiamo Corinna: sono un’insegnante abilitata per Lettere per la scuola media e Italiano e materie letterarie per le superiori.

Insegno in una scuola paritaria di Roma da dieci anni. Ho fatto per due volte il commissario alla maturità, ho partecipato a commissioni di esami di Stato, ma nonostante questo, devo ancora dimostrare allo Stato di essere una brava insegnante. Non è bastato seguire all’Università tutti gli esami previsti per l’insegnamento; non è bastato abilitarmi a entrambe le classi di concorso tramite Pas (costati oltre duemila euro presso l’università RomaTre, con ministero e apparati statali accondiscendenti); non bastano, almeno per ora, i ricorsi – sempre a pagamento – per essere inseriti in Graduatoria. Senza considerare che, ammesso che vinca il concorso, alla Statale dove capiterò (e sarà in qualsiasi città del Lazio, anche a centinaia di chilometri da casa mia) dovrò comunque fare il temuto ‘anno di prova’: 180 giorni consecutivi di lavoro, senza ferie né malattia, al termine del quale una commissione, per l’ennesima volta, valuterà se sono o non sono degna di essere considerata ‘insegnante’. Lo Stato chiede veramente troppo da noi.”

Per capire perché basta leggere storie come quella di Corinna, una delle tante arrivate in queste ore a Radio Popolare.

Occorre fare una premessa: al concorso accedono quegli insegnanti che hanno già avuto un’abilitazione – ottenuta con corsi e selezioni piuttosto dure e costose – che, in teoria, avrebbe dovuto garantire l’immissione in ruolo attraverso le graduatorie. La Buona scuola di Renzi però ha cambiato per l’ennesima volta le carte in tavola: quell’abilitazione, ora, non serve più, e per diventare docenti di ruolo bisognerà passare dal concorso. In oltre 100mila però non ce la faranno: per questi insegnanti le porte della scuola sono destinate a chiudersi, per via del vincolo che vieta di rinnovare i contratti a tempo oltre i 36 mesi.

Mi chiamo Chiara,

Ho seguito un percorso abilitante organizzato dall’Università degli Studi di Torino altamente selettivo, che comprendeva la frequenza di corsi tenuti da rinomati docenti universitari, il superamento di  28 esami sia di contenuto disciplinare  che  a carattere trasversale (pedagogia speciale, didattica generale, modelli di insegnamento, docimologia, tecnologie dell’istruzione), al termine del quale è stata discussa una tesi finale di fronte ad una commissione di docenti universitari.

Mi domando ora: perché sostenere un concorso su argomenti sui quali sono stata già valutata da docenti universitari esperti nella materia? da chi sarò valutata? Da docenti come me che non hanno ricevuto la mia formazione e non sono aggiornati sulle ultime norme in materia legislativa? A questo punto ho forti dubbi su qualsiasi esito del concorso, in quanto è molto facile che sia un’estrazione a sorte o, peggio, una selezione su raccomandazione e conoscenze.Forse tutto ciò è servito solo a rimpinguare le casse delle Università senza  avere accesso, come invece è capitato ai nostri predecessori, alle graduatorie che ci avrebbero consentito l’inserimento in ruolo.

Dubbi e paure alimentate dal modo con cui è stato fatto il concorso “con i piedi, ad essere gentili” dice Fabrizio, insegnante di lettere a Bologna.

Il bando del concorso è arrivato solo a fine Febbraio, fino all’ultimo non è chiaro come si svolgeranno le prove, ed a causa dei compensi bassi offerti ai commissari, è stato faticoso costruire le commissioni, per cui molti docenti saranno valutati da altri di fatto meno titolati di loro. E per chi lavora quotidianamente nella scuola, la preparazione è stata ovviamente difficoltosa.

“Mi chiamo Viviana e ho 37 anni.

Insegno dal 2006.Sono laureata in Lingue e Lett. Straniere. Insegno lingua e letteratura inglese e tedesca alle superiori dopo l’abilitazione. Per favore parlate della nostra situazione. ..Dopo anni di precariato (10 anni) svolti in qualunque tipologia di scuola senza demerito dobbiamo superare ancora una durissima selezione per dimostrare la nostra preparazione. ..se non supereremo il concorso, fra 3 anni rischiamo di non lavorare più neanche come supplenti…Vi pare giusto? ?? Non vi sembra che sia inopportuno e umiliante un concorso per noi che abbiamo portato avanti la scuola per anni e che siamo stati abilitati l’anno scorso? Ho speso 3.000 euro per conseguire l’abilitazione PAS sostenendo brillantemente 20 esami in 5 mesi all’Università di Torino…Ora sto nuovamente studiando lo scibile umano (per noi abilitati di inglese è tutto in lingua)…seguendo corsi post lavoro/weekend…vivo da sola lavoro su 2 scuole…è durissimo….”

“E’ una macelleria sociale” dice Valentina, che ha 37 anni e insegna ad Agrigento, in un Sud dove la situazione è ancora più preoccupante: “Continuano a parlare dei 60mila che saranno messi in ruolo… e gli altri?? Lasceranno 200mila cadaveri! cosa dobbiamo fare per farci sentire, dobbiamo darci fuoco?”

TERSTIMONIANZA VALENTINA

Il paradosso è che, in molte situazioni, il concorso non sarebbe neppure necessario, e si traduce in una spesa inutile. E’ il caso dell’Emila Romagna. Ci scrive Alessia:

Laureata in matematica. Abilitata. Precaria da 10 anni. Concorro per la regione Emilia Romagna dove i partecipanti sono 333 e i posti 331 più il 10% per eventuali coperture. Perché spendere i soldi per mandare avanti questa farsa? Perché lamentarsi che non ci sono docenti di matematica e poi non ci assumono? Negli anni migliori della nostra carriera non ci permettono di lavorare, di fare progetti a scuola perché noi siamo solo di passaggio. Perché a noi questo farsa di concorso anche in classi dove ci sono più posti di persone ?”.

La paura, per molti insegnanti, è di trovarsi fuori dal mondo della scuola dopo decine di anni di precariato, magari a 60 anni, come racconta Paolo che insegna Linguaggio e tecnica cinematografica a Roma: “Il concorso abolirà delle persone in carne ed ossa, rovinerà la loro vita. E questo per fare spot elettorale del Governo”.

TESTIMONIANZA PAOLO

In tanti al concorso hanno deciso di non partecipare.

Ci scrive Paola:

No al concorso docenti 2016: una truffa di Stato per tutti i docentiabilitati con P.A.S. (percorsi selettivi in itinere, dal costo di €2.000/3.000,00 a seconda dell’Ateneo e con obbligo di frequenza duranteil servizio). Concorso esoso (oltre 300 milioni di euro di soldipubblici), ingiusto ed iniquo per i candidati precari da anni. Nessunovuole darci voce perché denunciamo una scomoda, ma purtroppo vera etriste realtà. Chiediamo la riapertura e l’inserimento in Graduatoria con unpiano pluriennale di immissioni in ruolo e un concorso per soli titoli.Concorso ai limiti della legalità per aver pubblicato le date delle provescrittesenza avere le commissioni; senza essere a conoscenza del reale fabbisogno di cattedre disponibili sul territorio nazionale, perché prima della scadenza del termine per il piano straordinario di mobilità. Inoltre l’intera categoria è stata umiliata dai compensi indegni proposti dal MIUR ai presidenti e ai commissari.”

Ci sono poi gli esclusi a priori, i docenti di terza fascia, i non abilitati: già usati a tappare i buchi nelle scuole, per le supplenze, e tagliati fuori dal concorso. In molte regioni sono già arrivate centinaia di ricorsi ai Tar, che se accettati rischiano di fattodi invalidare il concorso stesso. Da Vicenza ci scrive Sebastiano:

Noi il concorso non lo facciamo perché ci hanno esclusi… Ma siamo insegnanti con tutti i doveri degli altri e nessun diritto…. È mai possibile in un paese democratico trovarsi in simili situazioni? Per favore parlate di noi… ESISTIAMO!

Siamo destinati a essere espulsi dal mondo della scuola e rimanere senza occupazione. Siamo anche noi docenti, da anni diamo il nostro contributo alla scuola pubblica italiana, non possiamo essere trattati d’un tratto come un peso da scaricare! Abbiamo svolto il nostro lavoro per anni e ora lo Stato, per il quale abbiamo prestato servizio, ci lascia sulla strada… non ci siamo e non possiamo accettare tutto questo, abbiamo famiglia, figli, genitori. A noi è stata del tutto preclusa la possibilità di partecipare al concorso docenti 2016, perché mancanti, secondo la legge, di un requisito fondamentale: l’abilitazione. Un vero controsenso, perché gli stessi insegnanti di terza fascia, per anni e senza abilitazione, hanno svolto quello che è possibile considerare un lungo tirocinio nel mondo della scuola e si sono assunti ogni responsabilità civile e penale al pari degli altri insegnanti, abilitandosi tacitamente sul campo.”

Un mondo della scuola che rischia di diventare un campo di guerra tra poveri: abilitati contro non abilitati, giovani insegnanti contro vecchi insegnanti.

Mi chiamo Silvia, ho 40 anni, lavoro da 12 anni su posti vacanti con contratti da settembre al 30 giugno e mi sono abilitata con corso pas.

Credo che chi sia al governo, indipendentemente dal fatto che l’abbia votato o meno, abbia il diritto di fare le riforme che ritiene più giuste per il paese, ma credo anche che non debba venire meno un senso di responsabilità e di correttezza verso i propri dipendenti.

Non si possono tenere persone in queste condizioni continue di precarietà. Siamo tutti adulti con responsabilità come famiglie e mutui da pagare con cui siamo costretti a fare i conti. Capisco il desiderio della ricerca del super docente, giovane e con livello di inglese B2 però credo che anche l’esperienza sia un tesoro importante. In questo concorso ho meno punti di una ragazza nata nell’88 che ha fatto il Tfa e non ha praticamente mai lavorato. Mi sento presa in giro… Avrei preferito che due anni fa , invece di farmi fare il corso abilitante , mi dicessero: ‘Non abbiamo bisogno di te’. Ma questo non potevano dirlo, perché senza noi precari non riuscirebbero a coprire i posti della scuola.”

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    Massimo Alberti
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“Una legge che penalizza i minori”

“Siamo al paradosso: si è coniugi quando ci si unisce, ma non lo si è più quando si tratta di adottare!

Scappa una riso amaro a Luciano Spina, consigliere presso la Corte d’Appello di Brescia. E non ha dubbi: “E’ una legge che nella nuova formulazione penalizza i più deboli, cioè i minori, e si espone a ricorsi alla corte costituzionale”.

Al Dott. Spina abbiamo chiesto di chiarire un po’ di dubbi: cosa cambia ora con l’emendamento del Governo, cosa succede ora che l’adiozione del figlio del partner è stata stralciata.

“Innanzitutto si crea un paradosso: la legge qualifica come coniugi i contraenti della coppia. Da operatore del diritto stupisce che sia stata espressamente esclusa l’equiparazione allo stato di coniuge solo nel campo dell’adozione. Si è coniugi nel momento dell’unione, ma non quando si va ad adottare. Risalta, nella formulazione di questa norme, il non voler considerare i figli di queste coppie come soggetti di diritto”.

“Chi intende veder riconosciuto il legame col proprio partner all’interno della coppia, dovrà comunque passare dalla strada giudiziaria, con tutti i rischi che questo comporta. Il riconoscimento non è automatico, tribunali diversi hanno deciso in modo diverso. E senza la norma chiara sulla “stepchild adoption” che noi auspicavamo la decisione resterà discrezionale”.

Per Spina “la politica ci critica – spesso a ragione – perchè la magistratura fa da supplente. Poi però è la stessa politica che ci delega a decisioni che le spetterebbero. Stavolta è avvenuto nei confronti dei soggetti più deboli, i minori, che dovevano essere tutelati”.

C’è un dubbio, un timore che circola in queste ore tra le coppie dello stesso sesso che vogliono intraprendere questo percorso: l’esclusione della fedeltà tra gli obblighi introdotti dalla legge, e la maggior facilità dello scioglimento dell’unione, possono influire sul giudizio del magistrato che deve valutare la stabilità di una coppia che deve crescere un figlio?

Almeno su questo punto arriva una rassicurazione.

“Non credo che influirà, fin qui i giudici che hanno deciso favorevolmente, lo hanno fato in assenza di un legame riconosciuto. Il parametro resta sempre e comunque l’interesse del minore”.

C’è da aspettarsi però una valanga di ricorsi: “Una legge così configurata, in questa nuova formulazione, ha aspetti discriminatori che possono prestarsi a possibili rilievi di legittimità costutzionale” conclude Luciano Spina.

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    Massimo Alberti
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Mulder e Scully, indagini fuori tempo massimo

Si è chiuso la sera del 22 febbraio – forse definitivamente – The X-Files, la storica serie della rete Fox che racconta le indagini sul sovrannaturale della coppia di agenti Fbi Mulder e Scully. Un ritorno, a 14 anni di distanza dalla fine della serie e otto anni dopo il film, che ha fatto molto discutere: ha senso riesumare un telefilm che sembra appartenere a un’altra epoca televisiva? Il ritorno ha funzionato?

Nelle intenzioni del creatore Chris Carter, i sei episodi dovevano essere accessibili anche a nuovi spettatori, e non solo quelli storici; in realtà è difficile vedere in X-Files qualcosa di più che un omaggio ai fan di una vita. Anche perché, i 23 anni passati dal primo episodio si vedono tutti. A cominciare dall’impatto visivo: la sigla proposta è quella originale, in tutto e per tutto, ma l’effetto diventa straniante vedendo poi sullo schermo Gillian Anderson e David Duchovny profondamente cambiati nella loro fisionomia.

X-Files then

In un’altra dichiarazione di intenti, Carter annunciava di voler collocare la serie nel nuovo contesto sociale e politico, scegliendo così di puntare su uno degli elementi fondanti, insieme al sovrannaturale: la cospirazione. Il primo dei sei episodi si apre così, con un lungo monologo delle attività di Mulder e Scully, il cui filo conduttore dei casi in cui si imbattono è proprio quello del complotto governativo per nascondere gli Ufo e le altre forme di vita esistenti. E il primo episodio accelera così vertiginosamente su questo aspetto: del resto, siamo nel  post 11 settembre e quella dei complotti e della cospirazione è diventata questione di dibattito comune, tra serio e faceto.

Considerati i pochi episodi, ci si aspetterebbe quindi una miniserie che condensi almeno alcuni degli interrogativi lasciati irrisolti dalla serie storica. Invece X-Files vira subito sui “casi del giorno”, con episodi che in una stagione normale si chiamerebbero riempitivi. Nei quali, tra l’altro, si vede la mancanza di due dei principali autori: il Vince Gilligan che poi creò Breaking Bad, e Frank Spotnitz impegnato con la trasposizione seriale di The Man on the High Castle, il romanzo di fantascienza distopica di Philp K. Dick.

Insomma, era un ritorno necessario? La sensazione è che X-Files sia davvero un telefilm di un’altra epoca, e il suo ritorno decisamente fuori tempo massimo. Si riscatterà con il finale? Arriveranno le tanto attese risposte ai misteri? Lo scopriremo questa notte.

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    Massimo Alberti
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Vinyl, il rock alla velocità della luce

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Martin Scorsese e Mick Jagger

 

Pochi giri di parole: Vinyl era la serie più attesa dell’anno. Ed è uno spettacolo.
Serie evento firmata da Terence Winter (I Soprano, Boardwalk Empire), Martin Scorsese e Mick Jagger. Musica, musica, musica. L’industria discografica e il Rock’n’Roll degli anni Settanta e tutto l’immaginario che possiamo aspettarci da questo, in un episodio pilota che viaggia alla velocità della luce, catapultandoci subito nel mondo di eccessi di Richie Finestra, produttore musicale italo-americano che cerca di rilanciare la sua etichetta discografica in crisi, interpretato da uno strepitoso Bobby Cannavale.

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Richie Finestra interpretato da Bobby Cannavale

 

Un pilot di due ore che di fatto è un film, ricalcando i tratti già visti in Boardwalk Empire: un mondo che ruota attorno a un personaggio principale, circondato da tanti personaggi che approfondiremo con lo scorrere degli episodi. A questo si aggiunge una cura maniacale della ricostruzione scenografica degli anni Settanta, e di quella musicale curata proprio dal leader dei Rolling Stones. Un primo episodio dove c’è tanto punk e tanto blues. E tanta, tanta cocaina. “Avevo un orecchio d’oro, una lingua svelta e due grandi palle, ma il problema diventò il mio naso, dal quale tiravo su qualsiasi cosa”, dice Finestra, personaggio perfettamente rappresentativo del mito dei discografici, in cui molti vedono proprio l’impronta dei mostri sacri del settore con cui Jagger ha lavorato. E chissà quanti altri “dietro le quinte” usciranno dai suoi racconti, che il duo Winter-Scorsese farà suoi.

vinyl billboard

“Quando ho iniziato in questo giro, il Rock’n’Roll veniva definito così: due ebrei e un italiano che registrano quattro negri su un monotraccia. Ora è cambiato così tanto che non è nemmeno più paragonabile a quella cosa di cui tutti avevano paura”. Esordisce così Finestra sulle note di “Personality Crisis” dei New York Dolls, re-incisa appositamente dal frontman David Johanssen. La serie vuole proprio raccontarci questi cambiamenti epocali, nati in un periodo di grande fermento culturale. Negli Stati Uniti la serie va in onda su HBO, in Italia verrà proposta in contemporanea in lingua originale e poi riproposta la sera da Sky, che per l’occasione ha creato anche il canale tematico Sky Atlantic Rocks, con documentari sulla musica degli anni Settanta, e uno speciale “Vinyl Talks” in cui un supergruppo di musicisti italiani ricanterà le canzoni della serie.

 

Guarda qui il trailer:

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    Massimo Alberti
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Mafia capitale sbarca in Campania

Con gli immigrati si fanno i soldi”, dicevano i capi delle cooperative di Mafia Capitale. E non solo a Roma, evidentemente. Stamattina nell’avellinese sono stati chiusi 10 centri di accoglienza. Condizioni igieniche terribili, sovraffollamento, cibo pessimo: tutto per risparmiare ed intascarsi così i soldi pubblici stanziati per i profughi. Alcuni di questi centri erano gestiti da un nome noto: la cooperativa In Opera, infatti, era già commissariata proprio perchè coinvolta nell’inchiesta Mafia Capitale.

L’inchiesta non è stata semplice: ci sono voluti mesi di lavoro, dopo i primi esposti presentati un anno fa dalla Cgil di Avellino, grazie alle segnalazioni degli ospiti dei centri. E sono stati sempre gli stessi profughi a girare al sindacato le fotografie e i filmati fatti con i cellulari che documentavano quelle segnalazioni. Tutto uscito di nascosto, vista l’impossibilità di accedere a quei centri e la totale chiusura anche per la stampa.

E ci è voluto poco per capire che c’era davvero qualcosa da nascondere: centri sporchi, cibo scarso e di pessima qualità, vestiario non fornito, i pochi spiccioli della diaria quotidiana che non venivano pagati.

Quelle immagini sono state consegnate dieci giorni fa alle autorità, e stamattina sono scattati i blitz dei carabinieri dei Nas.

Il sindacato ha chiesto alle istituzioni di attivarsi rapidamente per collocare le circa 500 persone che sono rimaste senza un tetto, anche perchè nei prossimi giorni è previsto l’arrivo di altri 500 profughi.

Radio Popolare ha intervistato il segretario della Camera del Lavoro di Avellino, Vincenzo Petruzziello

Ascolta qui Vincenzo Petruzziello

PETRUZZIELLO SITO

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    Massimo Alberti
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L’Innovazione modello Amazon

Renzi ha deciso: il vice presidente di Amazon Diego Piacentini sarà il nuovo Commissario del governo per il Digitale e l’Innovazione. Inizierà nel corso del 2016, e non avrà alcun compenso per due anni. Una scelta suggellata dallo scambio di tweet tra il Presidente del Consiglio e il numero uno di Amazon, Jeff Bezos, invitato in Italia da Renzi a parlare di Innovazione. Piacentini, in un comunicato-intervista pubblicato sul sito dell’azienda, annuncia che “porterà con sé molte lezioni da Amazon”.

Quali lezioni?

Senza dubbio Amazon è una delle imprese che corrono più veloce: dall’uso dei droni, alla consegna in un’ora, la crescita costante e le continue novità indicano che il modello-Amazon sul mercato funziona, genera profitti.

A quale prezzo, però? Su cosa si fonda l’innovazione del modello-Amazon?

Innanzitutto il modello commerciale: prezzi bassi che hanno l’effetto di azzerare la concorrenza, non solo sul “virtuale” della rete, ma anche nei territori dove amazon opera, uccidendo il piccolo commercio e standardizzando l’offerta culturale. “È il mercato, bellezza!”, si potrebbe osservare. Se da un lato questo dovrebbe portare a chiedersi se davvero è un modello sostenibile ed auspicabile, l’altro interrogativo è come Amazon può permetterselo. Una delle risposte sta nel modello produttivo, criticato e messo sotto accusa per le dure condizioni di lavoro e l’assenza dei diritti sindacali, negli Usa e nelle diverse parti del mondo dove ha dislocato i propri centri di logistica, Italia compresa.Con dei tratti costanti: ritmi di lavoro infernali, ossessione del controllo.

Tra le prime inchieste a rompere il silenzio su Amazon risale al 2011, pubblicata dal The Morning Call che va a parlare con i lavoratori del magazzino situato nella Lehigh Valley, in Pennsylvania. Un capannone gigante dove le temperature ragiungono i 45 gradi, al punto da rendere necessario l’intervento di associazioni sanitarie per obbligare Amazon a piazzare almeno dei ventilatori, e disporre un servizio di ambulanze e di primo soccorso per far fronte ai ripetuti malori dei dipendenti, sottoposti a ritmi di lavoro incessanti e pause ridotte per ottimizzare i tempi di gestione degli ordini.

Il primo vero scandalo mondiale lo crea il giornalista francese Jean-Baptiste Malet. Siamo nel novembre 2012, Malet ha 26 anni e si fa assumere da un’agenzia di lavoro interinale che lo spedisce a lavorare nei depositi di Amazon per 3 mesi. Il risultato sarà il libro “En Amazonie”. Un infiltrato nel “migliore dei mondi”.

“Svolgevo esclusivamente i turni di notte. Cominciavo alle 21 e 30 e il mio lavoro terminava alle 4 e 50. Ufficialmente, secondo l’agenzia interinale, camminavo più di 20 km a turno”, racconta Malet. “Gli operai non hanno accesso a nessun luogo che non gli competa, tutto è registrato tramite l’uso di badge di identificazione. Amazon non vuole che qualcuno possa raccontare quello che succede all’interno della fabbrica, che possa descrivere il suo modello di gestione, la pressione è tale che numerosi lavoratori soffrono di mal di schiena e di depressione”. In diverse interviste Malet spiega: “Il mio lavoro di giornalista è quello di descrivere il mondo, di descrivere la sofferenza della gente, non per voyeurismo o sensazionalismo, ma per prenderne coscienza”.

Nel 2013 il secondo scandalo. La rete televisiva tedesca ARD svela le politiche lavorative nei magazzini tedeschi: lavoratori stranieri costretti a contratti a tempo a 9 euro lordi l’ora, stipati in 7 per camerata in vecchi alberghi in disuso, sorvegliati da vigilantes arruolati tra le file della destra neonazista.

La terza tegola per Amazon arriva da uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, il New York Times, che nell’agosto del 2015 pubblica un’inchiesta altrettanto dura.

Il quotidiano intervista più di cento dipendenti ed ex dipendenti, e i racconti sono ancora gli stessi: turni massacranti, controlli ovunque dentro e fuori dal lavoro. Gli impiegati raccontano di lavorare senza sosta più di 80 ore a settimana, di notte, nel fine settimana e durante le vacanze. Chi non tiene questo ritmo viene di fatto isolato e mobbizzato dagli stessi colleghi, grazie ad un modello basato su una competitività esasperata che spinge i lavoratori stessi a criticare i colleghi, impedendo così la creazione di qualsiasi legame di solidarietà. “Anytime feedback tool” è il nome del sistema di valutazione usato: è ciascun lavoratore a valutare il collega, scrivendolo direttamente ai dirigenti, con un confine tra vita privata e lavorativa inesistente, fino ad arrivare a casi di isolamento di dipendenti malati di cancro, perchè giudicati troppo deboli dai loro stessi colleghi. Stavolta Amazon reagisce, ed in modo scomposto: il NYT viene accusato di scarsa etica giornalistica e di aver condotto una inchiesta superficiale. Poi, il fondatore Jeff Bezos risponde con un’email ai suoi dipendenti, dicendo di non riconoscersi nel contenuto dell’articolo, e scrivendo che “chiunque lavori in un’azienda come quella descritta dal New York Times sarebbe un pazzo a restarci”.

E In italia? Intanto c’è da dire che Amazon ha iniziato a pagare le tasse in Italia solo dal maggio 2015, prima le versava in Lussemburgo. Ma il centro di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, ha aperto nel 2011, e occupa circa 800 persone. Controllo e ritmi di lavoro, la musica non cambia.

«Ogni magazziniere gira con uno scanner, i responsabili sanno quello che hai fatto e quanto ci hai messo. Se non rispetti i tempi previsti, sul display dello scanner arriva un messaggio: devi andare più veloce. Se sbagli collocazioni, dopo 5 errori vieni richiamato», raccontava un lavoratore – ovviamente in forma anonima – al Corriere della Sera.

Racconta un altro lavoratore, sempre in forma anonima, nel 2014 al sito Connessioni precarie. “Credono di essere furbi, organizzano dei party: affittano delle discoteche, pagano ristoranti e tutte queste cose qua: il giorno dopo licenziano tutta la gente. Il giorno dopo, il giorno stesso in cui scadono i contratti, licenziano metà delle persone che stanno lì dentro. Poi magari dopo un mese ritorna a esserci il lavoro e li riassumono per un’altra settimana, fanno contratti di tre giorni, quattro giorni, una settimana e poi li rimandano a casa. Lo fanno non per le persone che vengono licenziate, in realtà anche per loro perché poi le riassumono per poco tempo e poi le licenziano, ma soprattutto per gestire il malcontento che c’è tra le persone che lavorano li dentro perché effettivamente quelli che rimangono sono quelli che devono farsi un mazzo così per gestire il lavoro, perché effettivamente di lavoro ce n’è”.

Una dura lettera firmata “i lavoratori di Amazon” e spedita agli organi di stampa locali nel 2014 si conclude così: “Amazon crede di poter spremere fino all’osso chi produce la sua ricchezza e la sua fama. Non chiediamo di certo privilegi ma semplicemente la possibilità di lavorare nel rispetto della dignità. Troppe volte dietro l’ostentazione di efficienza ed etica le multinazionali nascondono al proprio interno l’esatto opposto. Oggi scopriamo un’altra multinazionale che, sebbene non sconfini mai nell’illegalità (grazie anche alle leggi che gli ultimi governi bipartisan hanno sfornato contro i lavoratori), rende le nostre condizioni non certo idilliache.”

“Amazon è una realtà a luci e ombre. Ma speriamo che non sia questo il modello di innovazione che il governo ha in testa”, dice preoccupato ai nostri microfoni Fiorenzo Molinari, che per la Filccams-Cgil di Piacenza segue l’azienda. O almeno ci prova, a seguirla. “Non abbiamo mai fatto un’assemblea sindacale dentro Amazon. Abbiamo alcuni iscritti, ma non siamo “dentro” in modo strutturale, e l’azienda fa di tutto per ostacolarlo”.

In che modo l’azienda impedisce l’ingresso del sindacato? La risposta è indicativa del clima che si respira nel magazzino: “Questo non posso dirglielo, dovrei citare dei casi specifici, ma non è il momento”, osserva. Molinari descrive Amazon come “una famiglia al contrario”: “In una famiglia i più deboli vengono aiutati, in Amazon i più deboli vengono messi da parte. È un’azienda darwinista, di selezione della specie. Se per innovazione si intende la massima efficienza, il modello americano, beh, speriamo che non sia questo il modello di innovazione che si intende importare”.

La ripetitività delle inchieste, gli elementi comuni, la diffusione in tutti i territori in cui Amazon opera mostrano che questo modello, nel tempo, non è cambiato, e neppure le denunce pubbliche e le inchieste lo hanno scalfito. È davvero il modello di Innovazione che vuole il Governo?

Ascolta l’intervista completa a Fiorenzo Molinari

Fiorenzo Molinari

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L’Europa protegge la lobby delle auto

Il Parlamento Europeo ha deciso: le automobili potranno inquinare di più. Sembra incredibile, ma dopo lo scandalo Wolkswagen, e con mezza Europa in affanno per le polveri sottili, l’Europarlamento ha approvato l’innalzamento dei limiti delle emissioni inquinanti per i veicoli a motore.

“L’Europa si interessa più agli affari delle industrie dell’auto e del petrolio che dei nostri polmoni e della nostra salute, non c’è dubbio”, commenta amaro ai nostri microfoni Giuseppe Onufrio, direttore generale di Greenpeace Italia. Al voto in aula, c’era la richiesta di veto al progetto della Commissione Europea di aumento di questi limiti. Insomma, come spesso accade in alcuni referendum, si trattava di votare sì, per dire no. Sulla carta, c’erano i numeri per approvare la mozione: contro il veto erano Popolari, Liberali e destra, a favore Ecologisti, Socialisti e sinistra. Alla fine i voti di scarto sono stati pochi: 323 contro 317, e determinanti sono stati i 43 eurodeputati socialisti che hanno votato in difformità dal loro gruppo.

Ancor più paradossale: a proporre il veto era stata una mozione approvata in commissione Ambiente. Ieri però il presidente ha votato contro. Ora la Commissione Europea potrà portare avanti il progetto di “aggiornamento” dei limiti imposti dal 2007. Parliamo della principale causa delle polveri fini, gli ossidi di azoto, che secondo l’Agenzia europea dell’ambiente provocano circa 70mila morti l’anno: di fatto vengono più che raddoppiati i limiti consentiti per omologare un veicolo, da 80 a 168 milligrammi per km. Un voto che ha tutto il sapore di una vera e propria sanatoria del cosiddetto Dieselgate, che ha evidenziato non solo i trucchi delle case automobilistiche per mascherare la reale potenza inquinante dei veicoli, ma anche le omissioni di chi doveva controllare ed ha fatto finta di non vedere.

La linea di chi, dopo quello scandalo, chiedeva misure più rigide, ne è uscita di fatto sconfitta. “Il cosiddetto Dieselgate aveva fatto emergere la discrepanza tra i valori delle prove in laboratorio e di quelle su strada, di fato con l’avallo delle agenzie deputate a fare i controlli, come Greenpeace lo denunciamo, inascoltati, da anni” prosegue Onufrio.

Potere delle lobby? Non è affatto un luogo comune parlare di pressione dell’industria automoblistica, che ha già mostrato di avere una forte influenza non solo sul Parlamento e la Commissione Europea, ma anche sui governi nazionali, a partire da quello tedesco, di fatto i principali portatori di interesse delle proprie case produttrici. Non a caso a spingere per l’innalzamento dei limiti era stata proprio Angela Merkel.

“Le pressioni delle lobby ci sono state e sono state enormi”, osserva Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi Europei, che con la sua lunga esperienza da Europarlamentare conosce bene i meccanismi che portano a votazioni così importanti. “La rappresentanza italiana, ad esempio, è stata super mobilitata da Confindustria. I deputati francesi sono stati bombardati di mail di lavoratori del settore che li imploravano di votare contro, altrimenti avrebbero perso il lavoro – continua Frassoni – ed è un falso problema: l’innovazione non fa perdere posti di lavoro, semmai ne porta di più. Ma su questo le lobby ci marciano, in malafede”.”Le pressioni ci sono ma a premere il bottone sono gli Eurodeputati. E questo risultato è anche una loro mancanza di responsabilità“, conclude la co-presidente dei Verdi Europei.

“Già ad ottobre era emersa la proposta di innalzare i limiti – ricorda Onufrio – solo che si parlava del 20 per cento; invece addirittura sono stati alzati più del 100 per cento. E dal 2020, quando saranno abbassati, si arriverà comunque ai 120 mg/km, il 50 per cento in più di quelli stabiliti nel 2007. In questo modo si protegge un’industria invece che spingerla ad adottare nuove teconologie ecologiche”.

Ma non è solo un problema di industria automobilistica, ma anche dell’altra potente lobby, quella dei produttori di petrolio. “Da una quindicina d’anni – continua ancora Onufrio di greenpeace – è cresciuto esponenzialmente il parco-auto diesel. Questo perché i petrolieri producono più diesel che in passato. Ma le auto diesel sono anche le più inquinanti.”

Insomma, una “tossicodipendenza” la definisce Onufrio – un circolo vizioso da cui l’Europa ha scelto di non uscire. Ancor più stupefacente, se si pensa che proprio l’UE è stata tra i principali protagonisti a spingere per un accordo alla recente conferenza sul clima, la Cop21 di Parigi “e il settore dei trasporti è tra i principali responsabili anche delle emissioni di Co2, che alterano il clima” conclude Onufrio.

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    Massimo Alberti
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Cosa cambia senza Corpo Forestale

Se ne discuteva da mesi, nella notte il Governo ha deciso: il Corpo Forestale dello Stato sarà smantellato, nonostante l’opposizione della Procura nazionale Antimafia. Gli 8500 dipendenti saranno assorbiti nell’Arma dei Carabinieri. Per l’Antimafia e per le associazioni ambientaliste, in questo modo verrà meno la specificità di un Corpo specializzato negli ecoreati, in costante crescita e businness sempre più determinante per le mafie.

Il Corpo Forestale (da non confondere con gli operai forestali) conta circa 8500 effettivi, che hanno come obbiettivo la prevenzione e repressione dei reati ambientali e agroalimentari, e la tutela delle aree protette. Ed è proprio questo il patrimonio che si rischia di perdere. In un’audizione al Senato, nel novembre 2014, il Procuratore Nazionale antimafia Franco Roberti aveva lanciato l’allarme: “Siamo contrarissimi alla soppressione del Corpo forestale dello Stato, perché sarebbe come togliere all’autorità giudiziaria l’unico organismo investigativo in materia ambientale che dispone delle conoscenze, delle esperienze, del know-how e anche dei mezzi per poter smascherare i crimini ambientali”.

L’accorpamento, denuncia Roberti, “potrebbe rischiare di stemperare di molto il patrimonio di conoscenze e di esperienze e, quindi, la capacità investigativa di questo Corpo”. “Ha ragione il Procuratore Roberti – dice ai nostri microfoni Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – il corpo forestale è la punta di diamante delle Forze dell’ordine per quello che riguarda i reati ambientali”. Le associazioni ambientaliste, inoltre, hanno forti riserve su come verranno tutelate ora le aree protette senza un corpo specifico sull’ambiente. Secondo il Governo si tratta di una riforma necessaria, nella direzione di una maggiore efficienza e di risparmio. Proprio sulla questione dei costi, qualche calcolo aveva provato a farlo il sito Linkiesta.

Oggi il Corpo costa circa 490 milioni di euro l’anno: 460 milioni per il personale – che ovviamente non cambierannno – e 30 milioni per il funzionamento dell’istituzione, compensati dalla media delle sanzioni amministrative intorno ai 28 milioni di euro. E dunque quanto si risparmierebbe dall’accorpamento? Poco o nulla.

Analizzando le gare d’appalto, la sola sostituzione delle divise per il personale, costerebbe oltre 12 milioni di euro. Altri milioni di euro, poi, sarebbero necessari per uniformare le 1700 unità del parco mezzi della flotta aerea. E servirebbero almeno 1,5 milioni di euro per corsi di riqualificazione del personale. Il tutto per un costo totale di quasi 25 milioni di euro, per un risparmio che dunque sarebbe di circa 5 milioni su quasi 500: l’1 per cento.

Sì, ma anche il risparmio ha un prezzo. Secondo l’Antimafia e gli ambientalisti, si pagherà con l’allentamento della lotta alle ecomafie. L’ultimo rapporto annuale di Legambiente, indica che nel 2014 sono stati accertati 29.293 reati in campo ambientale, 80 al giorno, 4 all’ora, in aumento rispetto al 2013.

Un giro di affari di 22 miliardi di euro, 7 in più rispetto all’anno precedente. “Noi auspichiamo che la riorganizzazione possa portare alla nascita di una Polizia Ambientale, – prosegue Ciafani di Legambiente – questi numeri dicono che è una necessità”. “Competenze sul tema ce ne sono anche nell’arma dei Carabinieri, ma è fondamentale una forza specifica. Altrimenti – conclude Ciafani – si concretizzerà la preoccupazione che si sia smontato un pezzo importante della lotta ai delitti ambientali”.

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    Massimo Alberti
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Se diventare papà è un reato

Si definiscono “aspiranti papà” Marco e Paolo. I nomi sono di fantasia, perchè il percorso di GPA, “Gestazione per Altri”, che hanno intrapreso, vietata in Italia, presto potrebbe diventare reato anche per chi come loro la sta portando avanti all’estero.

È il contenuto di un emendamento presentato dai cattolici del Pd, che prevede “l’estensione della punibilità delle pratiche di maternità surrogata se realizzate all’estero da cittadini italiani”. Che in italia fosse illegale lo sapevamo perfettamente quando ci abbiamo pensato, dice Paolo, “ma confrontandoci con altre coppie, abbiamo visto che all’estero, è una strada già battuta e praticabile”. L’emendamento imporrebbe l’obbligo di documentare che non si è ricorsi alla GPA, altrimenti scattano il carcere fino a 12 anni e le sanzioni fino a un milione di euro. Un modo palese per scoraggiare una coppia omosessuale che voglia adottare un figlio.

Eppure la storia di Marco e Paolo è una tra le tante storie di milioni di altre coppie in Italia. Entrambi lavorano in una azienda di forniture elettromedicali, stanno insieme da dieci anni e convivono da otto, da due sono sposati, ovviamente all’estero. Ora vivono in una cittadina della Lombardia.

“Ci siamo sposati in Danimarca, poi abbiamo chiesto se fosse possibile registrare la nostra unione. Ma nel nostro comune non è stato possibile”, continua Paolo. Il desiderio di allargare la famiglia arriva quando il rapporto si fa più solido. “Quando ero single non avevo mai pensato di avere un figlio. Con Marco poi siamo cresciuti come coppia, è cresciuto il nostro amore, ed abbiamo iniziato a pensare ad un progetto per la nostra famiglia, per capire se eravamo in grado di costruire qualcosa di importante che completasse e fosse più grande della nostra coppia. È un desiderio naturale. Ci siamo rivolti a dei terapeuti: è legittimo quello che desideriamo? È giusto? Ci hanno sempre rassicurato: vi amate, siete una famiglia stabile, non può che nascere qualcosa di bello”.

Così inizia la strada da “aspiranti papà”. E per una coppia di uomini, col divieto in Italia, la via è solo una. Racconta ancora Paolo: “Ci siamo confrontati con altri genitori che hanno già avuto questa esperienza per farci consigliare nel modo migliore. Abbiamo scelto il Canada, dove c’è una dimensione più umana e sono molto professionali. Ci siamo rivolti ad un’agenzia specializzata che segue la coppia in tutto il percorso: le donne sono volontarie, il controllo ed i criteri sono rigorosissimi. I costi sono veramente elevati e non sappiamo ancora con precisione cosa comporterà: la procedura prevede che dopo la gravidanza, la partoriente disconosca legalmente il neonato e il giudice sancisca l’adozione, dopo la verifica che sia effettivamente uno di noi il padre biologico. È tutto pubblico e trasparente, nella piena dignità e tutela di tutte le persone coinvolte”.

L’eventuale emendamento porebbe ostacolare questo sogno. “Stiamo a vedere, vedremo poi se questa legge passerà davvero – sospira Paolo -. Ma è assurdo, queste famiglie già ci sono! Ed è fondamentale che venga riconosciuto il diritto di questi bambini. Altro che tutela: adesso è lo stato che viola i loro diritti”. Per questo per Paolo e Marco è fondamentale la “battaglia pacifica e di civilità”, per una legge che riconosca le unioni “non solo delle famiglie omogenitoriali, ma di tutti coloro che decidono di non sposarsi. Perché è una questione di amore: tra noi e per i figli che già ci sono, e che potrebbero arrivare”.

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    Massimo Alberti
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In una lettera le accuse del pensionato suicida

Un uomo di 70 anni di Civitavecchia si è suicidato dopo aver perso tutti i risparmi a causa del decreto salva-banche.

Luigino D’Angelo, ex-operaio Enel, si è impiccato in casa sua il 28 novembre, ma ieri i familiari hanno trovato nel suo PC una lettera che spiega dettagliatamente le ragioni del gesto, un vero e proprio atto d’accusa ora in mano ad un avvocato.

L’uomo era correntista di una delle quattro banche salvate, quella più discussa: D’Angelo presso la banca aveva 110 mila euro in obbligazioni, contanti, un lingotto d’oro: i frutti della sua liquidazione.“Quello del governo è stato un intervento poco avveduto – accusa Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori – qui non siamo di fronte a speculatori delle isole Cayman come qualcuno continua a sostenere, qui siamo di fronte a persone che hanno perso i risparmi di una vita: non si doveva intervenire per salvare le banche a prescindere dalla salvaguardia dei risparmiatori”.

Adusbef e Federconsumatori chiedono al procuratore di Civitavecchia di aprire una indagine per istigazione al suicidio, e mettono in discussione la costituzionalità del decreto con cui il governo è intervenuto.

Per ora alla procura di Civitavecchia è aperto un fascicolo d’ufficio sul suicidio dell’uomo, ma non c’è ancora una indagine sui contenuti della lettera, che sarebbe molto circostanziata nell’indicare nomi, cognomi e modalità con le quali D’Angelo sarebbe stato convinto ad investire in quella forma.

Il meccanismo del decreto salva-banche prevede tra le altre cose anche che le azioni e le obbligazioni subordinate siano interamente svalutate, in pratica rese carta straccia, di fatto mettendo sul lastrico titolari di azioni e obbligazioni subordinate.

Proprio ieri sulla procedura di salvataggio delle banche c’è stato uno scambio di accuse tra Bankitalia e la Commissione Europea. Bankitalia ha accusato la Commissione di aver imposto questo modello di intervento, sapendo che avrebbe danneggiato anche i correntisti. MaBruxelles ha respinto le accuse e chiarito che è stata l’Italia a scegliere questa procedura a fronte di tre ipotesi proposte, tra cui il Fondo Interbancario di Tutela dei depositi, che avrebbe salvaguardato i risparmiatori.

I piccoli risparmiatori coinvolti sono circa 130mila, per un totale di 350 milioni di euro bruciati.

Domenica scorsa hanno manifestato in centinaia davanti a Montecitorio, sostenuti dai parlamentari del movimento 5 stelle: storie di persone comuni, di soldi messi da parte da una vita investiti su consiglio di funzionari di cui si fidavano, dopo un rapporto di anni con quegli istituti di credito da cui si sono sentiti traditi.

Le associazioni di consumatori parlano di un vero e proprio raggiro: prodotti ad alto rischio presentati come sicuri, affiancati alle costanti rassicurazioni sulla solidità del sistema bancario. Proprio per questo ora chiamano in causa anche Bankitalia “che doveva vigilare e non lo ha fatto” denuncia ancora Trefiletti.

Nella legge di stabilità il governo sta pensando ad un intervento che il ministro dell’economia Padoan ha definito di carattere “umanitario”, pertutelare i risparmiatori più deboli, e che coprirebbe però tra i 50 e i 100 milioni, solo un terzo dei risparmi perduti

“Un’elemosina” secondo le associazioni dei consumatori, che preparano ricorsi in sede penale e civile per ottenere i risarcimenti.

 

Rosario Trefiletti

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Immigrazione: un’altra strage di bambini

Anche oggi si contano i morti nelle acque che lambiscono l’Europa. Sei bambini sono morti nell’ennesimo naufragio nel Mar Egeo sulla rotta tra Turchia e Grecia, al largo di Smirne.

Un gommone con a bordo profughi afghani è naufragato alle 2,30 di notte, e non si sa quante persone fossero a bordo: 8 sono state salvate, ma continuano le ricerche di altri possibili dispersi.

Intanto sempre sulla costa di Smirne è stato trovato il corpo di una bambina siriana, che sarebbe annegata in un naufragio di alcuni giorni fa.

Un altro naufragio è avvenuto al largo delle Canarie: un’imbarcazione partita dal Sahara Occidentale si è ribaltata per le pessime condizioni del mare, i morti sarebbero almeno 11.

Secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati, nel 2015 il 30% delle vittime nel Mar Egeo sono stati proprio bambini. “Sono viaggi che coinvolgono interi nuclei familiari, per questo il numero di vittime tra i bambini è così alto”  spiega Raffaella Milano, direttrice del programma Italia-Europa di Save the Children.

“Quando le persone partono per cercare una condizione economica migliore, prima parte il capofamiglia per portare poi il resto dei parenti. Ma queste sono persone che fuggono da luoghi di guerra, ed è tutta la famiglia insieme a scappare”.

Tre mesi fa l’Europa si commuoveva e si indignava per la fotografia del piccolo Aylan, sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Da allora però nulla è cambiato. “L’Europa aveva prospettato dei percorsi sicuri per chi scappa dai campi profughi per arrivare in luoghi sicuri, ma non è mai stato fatto nulla di concreto – denuncia ancora Raffaella Milano di Save The Children – L’unica alternativa sono ancora questi viaggi, affidandosi ai trafficanti, ad altissimo rischio per la propria vita. Per quanto l’Europa è disposta a tollerare ancora tutto questo?”

La strada scelta però, sembra ancora diversa: il governo socialista francese insieme a quello conservatore tedesco chiedono un giro di vite dell’Unione Europea sull’arrivo dei migranti.

I due governi hanno scritto una lettera chiedendo alla Commissione Europea di darsi da fare per ridurre i flussi di immigrati, attraverso il rafforzamento di Frontex, la polizia europea che sorveglia le frontiere per contrastare l’immigrazione.

Dettaglio significativo: la lettera è datata 3 dicembre, ma è stata resa nota solo ora, nel mezzo della campagna elettorale per i ballottaggi delle elezioni regionali in Francia, dopo la vittoria al primo turno dell’estrema destra del Front National.

Ascolta l’intervista a Raffaella Milano di Save the Children

MILANO 19,30 migranti

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    Massimo Alberti
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Pallottole contro il sindaco del rinnovamento

“Ci attaccano perché facciamo cose normali”. Salvatore Fuda è il giovane sindaco di Gioiosa Ionica, in Calabria. Uno che sta faticosamente costruendo cambiamento e buona amministrazione in un territorio bello, pieno di passioni, difficile nel cuore della Locri, così come è  stato descritto dall’ associazione antimafia Da Sud.

Una storia di impegno sociale, dai circoli di Rifondazione Comunista fino alla lista civica “Gioiosa bene comune” con cui, nel 2013, vince a sopresa le elezioni comunali. La notte tra sabato e domenica sconosciuti hanno sparato colpi di pistola contro la sua auto e quella della moglie. “Sono spari contro un’intera comunità e la sua voglia di cambiare” dice con voce provata Salvatore Fuda.

“Non sappiamo chi può essere stato, e questo ci spaventa. Ma speriamo di capirlo presto. Il lavoro sui beni confiscati, sull’amministrazione trasparente… per noi è un lavoro normale. Ecco, questo è il paradosso: qui nella Locride, fare cose “normali” può portare a queste reazioni”. A Fuda è arrivata la solidarietà delle associazioni che si battono contr la ‘ndrangheta, e anche di molti sindaci della zona. Queste le sue parole ai nostri microfoni.

SALVATORE FUDA

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    Massimo Alberti
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Fondi europei vietati ai lavoratori autonomi

Secondo gli ultimi dati della Cgia di Mestre, lo scorso anno la povertà in ambito professionale ha colpito duramente i lavoratori autonomi: un quarto delle famiglie con reddito principale da lavoro autonomo ha vissuto con meno di 10 mila euro annui, e sotto la soglia di povertà totale calcolata dall’Istat.

Partite Iva, Free lance, liberi professionisti sempre più spesso dunque non riescono ad avere un reddito da lavoro sufficiente. Anche per questo, l’applicazione nella legge di stabilità della norma europea che consente l’accesso ai fondi europei per i liberi professionisti, era stata accolta con grande favore. I fondi sono destinati non solo a chi da molto tempo svolge una professione, ma anche e soprattutto a quel mondo del lavoro autonomo sempre più precario, che in questo modo avrebbe avuto un’occasione in più.

Avrebbe. Perchè dopo il passaggio al Senato, alla Camera è spuntato un emendamento che blocca ancora l’accesso a quei fondi. L’emendamento è firmato dalla deputata e responsabile comunicazione del PD Alessia Rotta. Alcune delle associazioni nate per dar voce al mondo del lavoro autonomo, come Confprofessioni, Confassociazioni, Acta e Alta Partecipazione, hanno immediata protestato definendo “incomprensibile” questa decisione.

Tra il governo Renzi e il mondo del lavoro autonomo non corre buon sangue: solo la forte pressione e le proteste delle associazioni avevano infatti costretto il governo a tornare sui suoi passi e bloccare l’aumento della tassazione per i free lance, inizialmente previsto nella legge di stabilità. Ora si apre anche questo fronte, ma stavolta la maggioranza non sembra intenzionata a fare marcia indietro, almeno sull’emendamento.

“Si tratta di una norma mal scritta, che rischia di creare disparità nel mondo del lavoro autonomo – dice ai nostri microfoni Alessia Rotta – per questo abbiamo pensato di cancellarla ed intervenire nel collegato alla legge di stabilità, dove ci sarà il ‘Jobs Act del lavoro autonomo’ che comprenderà anche questo punto”. Per alcune associazioni però la norma poteva già funzionare, e avrebbe consentito di accedere subito ai fondi europei.

Se l’obbiettivo era far chiarezza sulla norma, perchè non modificarla anziché cancellarla? “Meglio fare una buona legge, non è certo un mese o due in più che cambieranno la situazione”, risponde l’On. Rotta, che poi attacca le associazioni che in queste ore stanno protestando: “Altre associazioni di lavoratori autonomi sono con noi, capisco che ci sia un po’ di concorrenza tra di loro”.

Ascolta l’intervista integrale ad Alessia Rotta

Alessia Rotta

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Inquinamento: morti per il traffico delle auto

“In italia il record di morti per inquinamento? È un dato che non mi stupisce affatto”. Sono anni che il professor  Pier Mannuccio Mannucci, direttore scentifico della Fondazione Policlinico di Milano, studia i dati su malattie e decessi per l’inquinamento atmosferico. “L’Italia ha una condizione geografica particolarmente svantaggiosa, soprattutto in Pianura Padana, circondata da montagne e con pochissimo vento”, continua.

Il rapporto dell’agenzia europea per l’ambiente è spietato: dei 491.000 morti in europa per le polveri sottili, biossidio di azoto, e a ltri inquinanti, un quinto sono in Italia. “La causa principale dell’inquinamento nella Pianura Padana è il traffico veicolare”, prosegue. Ma il tema è più grave di quanto non si sappia: infatti i limiti posti dall’Unione europea sono ben al di sopra della soglia di rischio:  “Le polveri sono dannose già a livelli molto al di sotto dei limiti posti dall’Unione Europea, come hanno dimostrato l’Agenzia per l’ambiente degli Stati Uniti e l’Organizzazione mondiale della Sanità. Che è responsabile di queste morti: le pressioni dell’industria automobilistica ha sempre impedito di abbassare i limiti consentiti”.

Fortunatamente in questi anni la situazione è migliorata per il professore: “C’è un’attenzione maggiore al problema e alcune città, come Milano, hanno fatto qualcosa per cambiare la mobilità“. La conferenza di Parigi in corso potrà cambiare qualcosa? “Lo scopo principale è ridurre il riscaldamento globale – commenta il professore – ma è chiaro che tutti i temi, anche quello dell’inquinamento su strada, sono collegati”.

L’intervista a Pier Mannuccio Mannucci

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