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L’ottimismo corale degli Insingizi

Il canto corale ha una grande tradizione in Africa Australe, dove continua ad essere largamente apprezzato e praticato anche dalle giovani generazioni. A livello internazionale è stato scoperto dal grosso pubblico negli anni ottanta con il successo di Ladysmith Black Mambazo, lanciati dalla loro partecipazione al fortunato album Graceland di Paul Simon, che poi ha prodotto alcuni album della popolare formazione sudafricana. Il canto corale si presenta nel mondo con le più diverse specificità, ma è anche una delle forme di espressione musicale più “trasversali”, più capaci di parlare a tutti, di comunicare ed emozionare, superando le differenze di lingua e cultura. E tanti anni dopo l’exploit di Ladysmith Black Mambazo, il canto corale dell’Africa meridionale non ha cessato di affascinare ascoltatori di altri continenti, come mostra il successo di Insingizi, trio vocale dello Zimbabwe che proprio dai sudafricani Ladysmith Black Mambazo ha tratto ispirazione, oltre che dai compatrioti Black Umfolosi.

Insingizi è stato formato negli anni ottanta – quindi proprio all’epoca del decollo di Ladysmith Black Mambazo – da diversi compagni di scuola di un liceo di Bulawayo, la seconda più importante città dello Zimbabwe dopo la capitale Harare, e si è poi assestato come trio: e uno dei maggiori aspetti della bravura di Insingizi consiste proprio nella loro capacità di mantenere il fascino del canto mbube portandolo dalla dimensione delle formazioni maschili da cui è normalmente interpretato (dalla mezza dozzina di elementi in su) a quella del trio.

Dopo aver inciso nella seconda metà degli anni novanta quattro album per il mercato locale, verso la fine del decennio gli Insingizi si sono trasferiti in Austria per studiare teoria musicale, Austria dove il gruppo continua ampiamente a gravitare. Quindi il successo con il primo album internazionale, Voices of Southern Africa (250 mila copie in Nord America, disco d’oro del Womex, la “fiera” internazionale della world music), confermato poi da un secondo volume dallo stesso titolo uscito nel 2009; nel 2010 hanno ricevuto il Radio France World Music Award. Un successo per sdebitarsi del quale il trio intitola adesso il suo nuovo album African Harmonies. Siyabonga (Arc Music): “siyabonga” in lingua isindebele significa infatti “vi ringraziamo”, rivolto ai fan della formazione.

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Le canzoni dell’album sono per lo più all’insegna dell’ottimismo sull’Africa e dell’orgoglio di essere africani, dichiarato nel brano di apertura, così come in un altro brano quello di appartenere ad una terra che è in parte rilevante responsabile della nascita della maggior parte dei generi musicali oggi ascoltati nel pianeta. Ma ci sono anche raccomandazioni a tenere i bambini lontani da influenze che li possono portare su strade sbagliate, e a non trascurare il pericolo dell’Aids per i giovani. E anche un invito ai leader a far ripartire il paese. Data la delicata situazione nello Zimbabwe, una certa prudenza è comprensibile. L’ultima canzone dice pressapoco: l’economia non sta migliorando, meglio partire e cercare un posto migliore, prima di mettersi nei guai con la legge.

Gli Insingizi, che nel 2013 si sono esibiti in provincia di Milano nell’ambito della rassegna natalizia La musica dei Cieli, e che nella primavera scorsa hanno partecipato in provincia di Bergamo alla rassegna Lo spirito del pianeta, sono nei prossimi giorni di ritorno in Italia con il loro show, di grande comunicativa per l’intreccio di raffinato virtuosismo vocale e vivace impatto coreografico: come Black Umfolosi, anche gli Insingizo si esibiscono nella gumboot dance, la danza che prende il nome dagli stivali di gomma, i gumboots (che avevano dato il titolo ad un brano di Graceland), inventata dai minatori neri sudafricani. Gli Insingizo saranno la sera di Santo Stefano alla Basilica Romana Minore di Besana Brianza, il 27 alla sala Polivalente di Buttrio (Udine) e il 28 all’Auditorium di Precenicco (Udine).

  • Autore articolo
    Marcello Lorrai
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    Le rivolte sono partite stavolta dai lavoratori dei bazar e dall’inflazione, ma in due settimane le istanze sono diventate un movimento generalizzato che riguarda tutte le province e coinvolge anche le minoranze etniche, come ci spiega Paola Rivetti, docente alla Dublin City University (Irlanda), esperta di Iran: “Viviamo in un momento dove informazione e disinformazione sono spesso difficili da separare, ma queste proteste rappresentano sicuramente una minaccia esistenziale per il regime. E la risposta del regime non sembra efficace. Dopo quindici anni di proteste e di risposte sempre più repressive e violente, la piazza vuole la fine del regime”. I dubbi di un intervento militare USA o israeliano non semplificano lo scenario, anzi, come le voci che dalla diaspora vorrebbero già eleggere un nuovo capo sulla testa (come il figlio dell’ex monarca) delle tante differenze da ricomporre nel Paese. Di Paola Rivetti è in uscita per Laterza: "Storia dell'Iran, Rivoluzione, guerra e resistenza (1979-2025)". Ascolta l'intervista di Cinzia Poli e Claudio Jampaglia.

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    Colonialismo e imperialismo. Due concetti che ritornano e forse non se ne sono mai andati. Il dibattito pubblico li usa come sinonimi di alcune eclatanti azioni dell’autoritarismo trumpiano: l’attacco al Venezuela con il rapimento di Maduro, le minacce a mezzo mondo, da Cuba alla Colombia, dalla Groenlandia a Panama. Le ferite del passato, il colonialismo di due e più secoli fa, e il colonialismo di oggi, per alcuni niente di più che protettorati. Pubblica ha ospitato Maria Rosaria Stabili, professoressa emerita di «Storia dell'America Latina» all'università di Roma Tre. Si è occupata nelle sue ricerche di temi come colonialismo, processi di occidentalizzazione, esilio. L’altro ospite è stato Marco Aime, antropologo, africanista e scrittore, già docente di antropologia culturale all'Università di Genova.

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