Approfondimenti

L’Italia di Renzi peggio degli anni ’70

Una classe politica arida di coraggio. Un coraggio che il giurista Stefano Rodotà ha invocato per aprire una vera stagione di riforme sui diritti civili. Eppure, non appena si presenta l’occasione di allargare la sfera dei diritti e cambiare verso iniziano i distinguo e le disponibilità si trasformano in veti.

E’ il caso del progetto di legge sulle unioni civili che sta rischiando di rimanere insabbiato per l’opposizione dei settori più conservatori della maggioranza: Ncd e cattolici del Pd. Il progetto, come è noto, non prevede i matrimoni tra persone dello stesso sesso, ma dà solo la possibilità alle coppie omosessuali di dichiarare la loro unione davanti all’ufficiale dello stato civile. Ne conseguono poi alcuni diritti: l’assistenza ospedaliera, la reversibilità delle pensione. Lo scontro di questi giorni è invece sulla possibilità di adottare il figlio del partner.

Ora, se si guarda a questa discussione con un po’ di distacco, l’Italia di oggi appare più vecchia – meglio dire, più conservatrice – di quanto non fosse quarant’anni fa. Oggi siamo lontani dall’Italia degli anni ’70, quando si approvavano leggi fondamentali per l’affermazione dei diritti civili: la legge sul divorzio, sull’interruzione volontaria di gravidanza, la riforma del diritto di famiglia, la legge Basaglia. Allora si misero le mani su questioni laceranti: l’indissolubilità del matrimonio, gli aborti clandestini, i rapporti familiari tra coniugi, la logica della costrizione nell’affrontare la malattia e il disagio mentale.

Perchè negli anni ’70 si “cambiava verso” sui diritti civili e oggi, invece, sembra che si faccia un po’ di fatica, per usare un eufemismo? Inizia da questo interrogativo la puntata di Memos con Vittoria Franco, studiosa di filosofia, senatrice nelle passate legislature prima dei Ds e poi del Pd; e Adriano Prosperi, storico, professore emerito di storia moderna alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

«E’ una domanda che mi sono posta molte volte – dice Vittoria Franco -. Ho partecipato in una delle legislature passate alla discussione sulla legge 40 sulla procreazione assistita. Lì si toccava con mano la differenza rispetto agli anni ’70, perché quella era una legge crudele, piena di veti. E’ una legge che la Corte costituzionale e diversi tribunali stanno smontando proprio perché ha molte parti incostituzionali. In quel momento, era il 2004, abbiamo toccato con mano la differenza con gli anni ’70: quarant’anni fa il partito di maggioranza relativa era la Dc, partito cattolico. Ciononostante si era potuta formare una maggioranza parlamentare a favore di provvedimenti che per l’epoca erano dirompenti come il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia. Perché tutto ciò succedeva? – si chiede la filosofa Vittoria Franco -. C’era un valore che proviene dalla nostra Costituzione, ancora vivo a quell’epoca: la centralità e l’autonomia politica del parlamento. La Democrazia cristiana in quei momenti cruciali rispettava il valore, il principio dell’autonomia politica rispetto alle gerarchie ecclesiastiche che pure intervenivano, lo sappiamo benissimo, ci sono i documenti a testimoniarlo. Cosa è successo, invece, negli anni scorsi, quando è stata approvata la legge 40? La legge 40 è emblematica del venir meno dell’autonomia del parlamento e della sua centralità. Il venir meno di un partito cattolico, grande, come è stata la Dc, e la conseguente frantumazione degli eredi di quel partito nelle varie coalizioni di governo, ha creato una competizione per ottenere il consenso delle gerarchie vaticane. Voglio ricordare ancora che negli anni ’70 c’era una grande corrente dei cattolici indipendenti, alcuni di loro eletti in parlamento, che avevano aderito a quelle leggi, partecipando ai movimenti di cambiamento. Si era capito che la società era pronta per quei provvedimenti. Tutto ciò non è accaduto più nella legislatura scorsa, quel valore dell’autonomia del parlamento è venuto meno».

Professor Prosperi, anche a lei la stessa domanda: perchè negli anni ’70 si “cambiava verso” sui diritti civili e oggi, invece, no?

«Penso che la scommessa che allora ebbe luogo fu su cosa fossero gli italiani, su come fossero o non fossero cresciuti nella loro vita civile. Vinse chi scommise a favore, persero i partiti impauriti che non misero mano a quelle riforme e dovettero accoglierle come richiesta della società italiana sulla base del referendum. Adesso questa società italiana è di nuovo sotto il giudizio di una classe politica che scommette sulla paura. Scommette – racconta lo storico Prosperi – in maniera straordinariamente anacronistica in base ad un criterio pseudo-religioso, ma scommette soprattutto sul fatto che gli italiani sarebbero impreparati. Ad esempio, secondo questa classe politica gli italiani non sarebbero pronti a cancellare il reato di clandestinità, una delle tante vergogne per cui l’Italia oggi è in coda nell’elenco dei paesi civili europei. Adesso si scommette sulla paura in nome di una immaturità politica del paese tutta da dimostrare. Sembra veramente ridicolo che ci si appelli all’immaturità degli italiani per la questione del reato di clandestinità e anche per questa incredibile, ingiustificabile, limitazione alla legge sulle unioni civili. Il linguaggio è penoso, trovo ridicolo che si metta in discussione la necessità di rafforzare i diritti del bambino con l’adozione da parte del partner. C’è una sorte singolare della nostra nazione, della nostra cultura, della nostra lunga storia: è quella di avere avuto dei poteri di governo affidati a classi che hanno sempre premuto sul pedale del timore e dell’alleanza conservativa, sancita dalla religione, con la gerarchia ecclesiastica. Ciò è tanto più grottesco in questi nostri tempi in quanto il mondo ecclesiastico è davanti ad una vigorosa iniziativa riformatrice da parte di un pontificato che certamente passerà alla storia, per il suo linguaggio e le sue scelte. Le classi politiche di questo paese non hanno più un partito cattolico di riferimento, ma d’altra parte l’attuale Pd ha inglobato anche una forte eredità democristiana. Non dimentichiamo che lo stesso premier Renzi ha partecipato al Family Day anni fa. Quindi – conclude Prosperi – si assiste al caso di classi dirigenti che si affidano ad una idea di religione che trova oggi una gerarchia ecclesiastica che – nella sua somma espressione – è orientata in senso completamente diverso».

Voi dite che oggi c’è una regressione nel ceto politico italiano sul tema della laicità. E ciò accade mentre si torna ad agitare lo scontro tra civiltà: quella cristiana contro quella islamica. Perché accade?

«Stiamo vivendo certamente – dice Prosperi – un momento drammatico della storia europea e anche della storia mondiale. La scommessa che si presenta alle classi politiche europee, che sta dividendo fortemente gli stessi comportamenti dei governi, è investire in direzione di un’apertura alle esigenze della società che cambia – dove ci sono più religioni, più culture – cercando di governarla, di dare segnali positivi, incoraggianti. Abbiamo il modello Merkel, seconda maniera: la cancelliera ha regalato al popolo tedesco l’incredibile dono di sentirsi generoso e accogliente, di cancellare da sé la macchia del male assoluto. Ma abbiamo anche il comportamento della ministra danese che, invece, vuole spogliare gli immigrati dei loro beni, riprendendo modelli di comportamento della più chiusa legislazione di tipo razzista. Il problema della classe politica italiana è quello di riuscire a scovare dalle soffitte di questo paese quella tendenza alla chiusura, all’alleanza con una gerarchia ecclesiastica retriva che ha segnato i momenti peggiori della sua storia. Questa classe politica deve tener conto che oggi è in conflitto non solo con un paese più grande e più adulto di quanto suppone, ma anche con un momento di rinnovamento forte della stessa gerarchia ecclesiastica».

Quindi, voi dite che abbiamo in Italia un ceto politico meno laico mentre accadono due fenomeni contrastanti: da un lato le gerarchie ecclesiastiche si rinnovano e dall’altro c’è una recrudescenza dello scontro di civiltà che, invece, avrebbe bisogno di essere combattuto con forti dosi di laicità. E’ così?

«Sicuramente – dice Vittoria Franco – siamo in un momento in cui il nostro paese è meno laico, ma lo è ormai da molto tempo. Rispetto agli anni ’70, il paese è meno laico non soltanto nel confronto tra credenti e non credenti, ma anche nel confronto tra le appartenenze politiche. Il professor Prosperi diceva: “come se l’Italia non fosse matura”. Beh, non è più tanto questo il problema, perché in particolare sulle unioni civili tutti invece ammettono che l’Italia ha bisogno di una legge che regolamenti la convivenza tra persone dello stesso sesso e di sesso diverso. Direi che il paese è pronto, e anche la politica sarebbe pronta. Cosa prevale, invece? Prevale la contrapposizione, l’appartenenza, la corsa a garantirsi dei consensi da parte di alcune aree dell’opinione pubblica. E’ una pratica della politica che è fatta di contrapposizioni. Lo stesso accade su una questione molto diversa come quella dell’immigrazione».

Ascolta tutta la puntata di Memos

  • Autore articolo
    Raffaele Liguori
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