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La mappa del potere economico-finanziario in Italia ai tempi di COVID-19

La mappa del potere economico e finanziario in Italia potrebbe essere in corso di ridefinizione. Diversi indizi portano in questa direzione. Almeno quattro.

1) Il tentativo di Leonardo Del Vecchio di Luxottica di salire al 20% nel capitale di Mediobanca, assumendo di fatto il controllo non solo di piazzetta Cuccia, ma anche della controllata più importante, le Generali.

2) Il blitz di Intesa San Paolo (prima banca italiana) su Ubi Banca (quarta banca italiana); un tentativo di acquisizione che Unicredit (secondo banca del paese) sta cercando di ostacolare nel procedimento in corso davanti all’antitrust. Chi uscirà vincitore da questa partita consoliderà in modo rilevante la propria posizione di potere in Italia.

3) L’ascesa di Carlo Bonomi ai vertici di Confindustria renderà più assertiva la manifestazione di potere degli industriali e la collocherà in opposizione netta al governo PD-M5S.

4) Ultimo indizio, si fa per dire: il ribaltone alla testa del gruppo Gedi (Repubblica-Stampa, Espresso, giornali locali, radio, siti). È uscito di scena quel che restava della famiglia De Benedetti ed è arrivata al suo posto la Exor, la famiglia Agnelli-Elkann. Un terremoto politico-editoriale: licenziato il vecchio direttore Verdelli sostituito con Molinari, cambiata di fatto la linea politica-editoriale del giornale con una sterzata a destra.

Sono quattro indizi che permettono di intravedere i confini labili, le sagome sfumate, di nuove alleanze di potere tra gruppi e società del capitalismo economico e finanziario italiano. Il tutto mentre in Italia stanno arrivando, e ancora arriveranno nei prossimi mesi, miliardi di euro di stanziamenti, fondi, prestiti, aiuti.

Memos ha ricostruito questa mappa del potere, guardando ai soggetti che cercheranno di occupare il crocevia dei flussi di denaro diretti verso l’Italia. Ospite della puntata il giornalista Gianni Dragoni, autore del blog di analisi economiche e finanziarie dal titolo Poteri deboli.

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    Raffaele Liguori
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Repubblica, giornalismo a premi. Dal digitale al paternalismo ottocentesco

stampa coronavirus

Lettera dal Direttore. Succede a Repubblica. Maurizio Molinari, in carica da tre settimane, l’11 maggio scorso scrive a tutte le redazioni e annuncia “il premio del Direttore”.
Lo assegnerà tutte le settimane al miglior giornalista che gli verrà segnalato dalle strutture di governo del giornale. I quadri segnalano e lui decide. Il premio consisterà principalmente in 600 euro lordi in busta paga.

Et voilà, il gioco è fatto: bentornati negli anni ‘50, nel paternalismo di casa Fiat, nell’esaltazione della gerarchia come unica relazione possibile sul posto di lavoro.

È tutto drammaticamente vero, ed è tutto molto importante. Accade nel più grande gruppo in Italia che edita giornali di carta e informazione digitale. Che idea di giornalismo c’è dietro il “premio del Direttore”? Che idea di relazioni sindacali si vuole trasmettere alla FNSI (sindacato giornalisti) e ai redattori e alle redattrici del gruppo? L’arrivo di Molinari è il segno di una svolta, l’avvio dell’era Elkann-Agnelli-Fiat nel gruppo che fu l’Espresso di Caracciolo-Scalfari-DeBenedetti. Una stagione, quella Elkann-FCA, in cui forse rivedremo apparire un nuovo collateralismo tra la grande industria e i settori più conservatori, di destra, della politica e della società italiana. Di tutto questo Memos ha parlato con Ida Dominijanni, giornalista e saggista, scrive su Internazionale e Huffington Post; e con lo storico e politologo Marco Revelli.

Cosa rappresenta l’introduzione di questo premio nei rapporti tra la direzione e i giornalisti di Repubblica? Che idea vi siete fatti ad una prima lettura di questa lettera?

Io l’ho avuta tramite Facebook due sere fa e la mia prima e durevole reazione è stata di pensare che fosse un fake da prendere a ridere. E invece non lo era. La cosa rilevante di questo premio è che ne viene data pubblica notizia sul sito di Repubblica, è qualcosa di cui la direzione va fiera. Io ho preso atto che i giornali sono ormai come le caserme, ci sono i soldati semplici che vengono segnalati al direttore dal caporale. Io continuo a sorridere all’idea di questa riffa alla fine della quale si vince il premio del direttore. Io ho lavorato per trent’anni in un quotidiano, Il Manifesto, e naturalmente l’esperienza non è paragonabile. Lì le regole erano tutt’altre, ma devo dire che in trent’anni di giornalismo una cosa così volgare non l’avevo mai vista. Mi sembra un’idea molto triviale.

Professor Marco Revelli, qual è stata la sua reazione al premio di Repubblica?

Esattamente uguale a quella di Ida Dominijanni. Ho pensato subito a uno scherzo. Mi sono fatto una risata e ho pensato “ecco come viene accolto il nuovo direttore di Repubblica per diminuirne il profilo”. Quando ha scoperto che era vero mi sono cadute le braccia. È una cosa da Corriere Dei Piccoli, non da un quotidiano con la storia che Repubblica. Ricorda un po’ il premio del parroco all’oratorio o quello del maestro alle scuole elementari.
Evidentemente riflette il punto di vista proprietario nei confronti dei media oggi in Italia, in particolare di quel gruppo. È lo stesso sistema che vigeva alla Fiat negli anni ’50 e ’60, quando era il caposquadra che assegnava i micro premi di produzione a proprio esclusivo giudizio, spesso premiando i ruffiani e penalizzando le persone con maggior dignità.
Ho ritrovato un po’ quello stile in questo atteggiamento che tratta un collettivo come una sorta di allevamento nel quale scegliere gli esemplari migliori.

Che modello di relazioni sindacali presuppone un fatto del genere?

Marco Revelli. Provo ad allargare un po’ lo scenario al di là dell’episodio che stiamo giudicando. L’operazione di conquista monopolistica del gruppo GEDI credo sia un’operazione che sta dentro un orizzonte regressivo. È un’operazione che punta ad arrivare attrezzati, da parte di poteri padronali forti, al dopo coronavirus e alla vita che dovrebbe riprendere. Ci sono gruppi proprietari che intendono presentarsi armati in questa fase per dettare le proprie regole in un mondo più duro nel quale l’obiettivo è prendere tutto. Prendere tutto nel nostro Paese, perché quell’operazione punta a ipotecare un quadro di governo nel quale solo gli interessi proprietari contino, solo gli investimenti per la crescita che sono poi il denaro regalato alle imprese e non quelli dell’assistenza e del sostegno alle famiglie. C’è un tesoretto di cui impadronirsi e vogliono arrivarci attrezzati per metterci le mani subito sopra. L’operazione è stata questa: poter influenzare l’opinione pubblica con una leva potente come quel gruppo multimediale che è appunto il gruppo GEDI. Dentro c’è questa idea dei rapporti sociali di tipo servo-padrone. L’idea è quella di far regredire il dipendente a una dimensione servile, e questo sta già avvenendo, nella quale se vuoi mangiare piegati e sgomita per i 600 euro che io direttore metto in palio e assegno a mio insindacabile giudizio.

È un po’ come se ci si stesse preparando al dopo Conte. Anche il sistema dei media si struttura e il gruppo Fiat Chrysler si posiziona e si prepara ad assetti futuri.

Ida Dominijanni. Io sono molto d’accordo con Marco Revelli. Qui stanno arrivando un sacco di soldi che dovremo restituire e invece di pensare seriamente ad un’operazione riformista in grande stile per rimettere in sesto un Paese che è stato massacrato da questo virus si pensa a impossessarsi del tesoretto. Attenzione però, perché magari ci fosse all’orizzonte l’operazione Draghi. Io non ci credo e penso invece che ci sia all’orizzonte un’operazione di respiro molto più corto che si chiama Confindustria: un governo della Confindustria, espressione diretta della Confindustria. Perchè? Perchè il modello lombardo di sviluppo è chiaramente messo in discussione da questa pandemia. Invece che tirarne le conseguenze per cambiarlo, c’è una parte del Paese che punta invece a confermarlo con i metodi più aggressivi possibili. Questo si è visto benissimo e si sta vedendo.

È mai possibile che questa lettera che istituisce il premio scateni simili discussioni e preoccupazioni? Sento già l’eco di qualche voce critica. Lei cosa risponde?

Marco Revelli. Beh, il diavolo si nasconde nei dettagli. Il detto popolare è assai vero. Siamo in presenza di un rischio di regressione e mi stupisco che non se ne abbia la percezione. È una regressione nei rapporti sociali, negli stili di comportamento e negli stili di comunicazione. Questa questa mortifera che ci è passata addosso ci resta impigliata. Possiamo rispondere con una cultura della vita che vuol dire pensare di andare davvero radicalmente oltre e fare in modo che niente sia più come prima perché quello che c’era prima ci ha portati al punto in cui siamo. Oppure possiamo chiuderci nella difesa dei rapporti di potere precedenti che inevitabilmente saranno peggiorati. È una cultura da medioevo che ritorna. Se non prevale una ventata di orgoglio e di dignità ne usciremo come un feudalesimo industriale di cui queste cadute di stile sono una espressione.

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    Raffaele Liguori
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In nome di chi non c’è più, con Giuseppe Costanza (lezioni antimafia)

Lezioni di antimafia, l'auditorium di Radio Popolare

Lezioni di antimafia, quarto incontro nel nostro auditorium il 19 febbraio scorso con Giuseppe Costanza. Il nuovo ciclo di lezioni si intitola “In nome di….Storie e ritratti di donne e uomini contro mafia e corruzione”. Le lezioni di antimafia sono un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzato insieme a Radio Popolare.

“In nome di chi non c’è più” è il titolo della quarta lezione di antimafia. Abbiamo ospitato nel nostro auditorium Giuseppe Costanza, autista personale del giudice Giovanni Falcone. Costanza era a bordo dell’auto con Falcone e la moglie Francesca Morvillo il giorno della strage di Capaci, il 23 maggio del 1992, ed è uno dei sopravvissuti a quella strage insieme ai tre agenti di scorta che seguivano l’auto di Falcone: Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello.

Giuseppe Costanza nell'auditorium di Radio Popolare per il ciclo di Lezioni di antimafia
Giuseppe Costanza

Lezioni antimafia, l'auditorium di Radio Popolare

La sintesi di ciascuna lezione di antimafia sarà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’appuntamento in auditorium (qui il podcast della sintesi).

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    Raffaele Liguori
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In nome del futuro, con Federica Cabras e Ilaria Meli (lezioni antimafia)

Lezioni di antimafia, l'auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare

Lezioni di antimafia, terzo incontro nel nostro auditorium il 5 febbraio scorso. Il nuovo ciclo di lezioni si intitola In nome di….Storie e ritratti di donne e uomini contro mafia e corruzione. Le lezioni di antimafia sono un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzato insieme a Radio Popolare.

In nome del futuro è il titolo della terza lezione di antimafia. Abbiamo ospitato nel nostro auditorium Federica Cabras (dottoranda in studi sulla criminalità organizzata), autrice insieme a Nando dalla Chiesa del libro “Rosso Mafia. La ‘ndrangheta a Reggio Emilia”; e Ilaria Meli (ricercatrice di Cross, l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata) impegnata negli ultimi anni in ricerche e studi sulle mafie autoctone a Roma.

Federica Cabras (a destra) e Ilaria Meli nell'auditorium di Radio Popolare per il ciclo Lezioni di antimafia
Ilaria Meli e Federica Cabras

La sintesi di ciascuna lezione di antimafia sarà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’appuntamento in auditorium (qui il podcast della sintesi).

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    Raffaele Liguori
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In nome della libertà di impresa, Vincenzo Linarello (lezioni antimafia)

Lezioni di antimafia, secondo incontro nel nostro auditorium il 22 gennaio scorso con Vincenzo Linarello.

Il nuovo ciclo di lezioni si intitola “In nome di….Storie e ritratti di donne e uomini contro mafia e corruzione”. Le lezioni di antimafia sono un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzato insieme a Radio Popolare.

“In nome della libertà di impresa è il titolo della seconda lezione di antimafia. Abbiamo ospitato nel nostro auditorium Vincenzo Linarello, presidente di Goèl.

Goèl è un gruppo cooperativo, una comunità di persone, imprese e cooperative sociali che si oppongono alla ‘ndrangheta. E’ nato nel 2003.

«Goèlha raccontato il presidente Linarello – conta 12 cooperative sociali, 2 cooperative di conferimento agricolo, due associazioni di volontariato, una fondazione e 29 aziende. Siamo presenti nella Locride, ma anche in altre località della Calabria, così come a Milano e Roma. Diamo lavoro stabile a 348 persone e abbiamo 8 milioni di euro di valore aggregato della produzione». Sono questi i numeri di Goèl, numeri importanti in Calabria.

«Siamo comunque piccoli di fronte alla ‘ndrangheta – ha aggiunto Vincenzo Linarello – e allora ci siamo chiesti come opporci a questo mostro? Il punto – sostiene il presidente di Goèl – è non solo dimostrare che la ‘ndrangheta è cattiva, ma che è fallimentare».

Vincenzo Linarello, presidente del gruppo cooperativo Goèl nell'auditorium di Radio Popolare per il ciclo lezioni di antimafia
Vincenzo Linarello, presidente di Goèl, a lezioni di antimafia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sintesi di ciascuna lezione di antimafia sarà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’appuntamento in auditorium (qui il podcast della sintesi).

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    Raffaele Liguori
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“Contro la pazzia del capitalismo finanziarizzato”, intervista all’economista Ann Pettifor

Ann Pettifor e il Green New Deal

«Il Green New Deal è la risposta alla pazzia del capitalismo finanziarizzato». E’ la tesi dell’economista britannica Ann Pettifor, co-autrice nel 2008 del primo progetto di transizione ecologica. Un progetto che richiede il cambiamento dell’attuale sistema monetario e finanziario. Anna Pettifor è direttrice di PRIME, un pensatoio di macroeconomisti keynesiani che sostengono il ritorno ad un ruolo positivo del pubblico rispetto allo strapotere attuale del privato. “The Case for the Green New Deal” è il titolo del suo ultimo libro non ancora tradotto in italiano. Del progetto europeo di Green Deal, l’economista britannica dice che è poco ambizioso e con scarse risorse. Ann Pettifor nei giorni scorsi è stata ospite di un incontro alla Fondazione Feltrinelli di Milano insieme al professor Luca Fantacci, storico dell’economia e co-direttore dell’Osservatorio sulle nuove monete dell’università Bocconi. Memos in quell’occasione ha intervistato l’economista britannica.

—–

– Professoressa Ann Pettifor, come va l’economia globale?

«L’economia globale è molto instabile e squilibrata.

Lo squilibrio è determinato dal fatto che c’è più indebitamento rispetto al reddito.

Ci sono disuguaglianze molto grandi che creano delle tensioni, sia economiche che politiche. Sono tensioni che alla fine porteranno ad un crollo. E’ solo una questione di tempo, purtroppo.

Se fossi brava e intelligente potrei dire quando ci sarà questa implosione. Invece, non sono in grado di farlo.

Bisogna vedere quale sarà il fattore scatenante la crisi, quale sarà il punto di rottura. Una catastrofe ecologica, come quella in Australia? Oppure una guerra? Una guerra commerciale, con tensioni e sanzioni? Pensiamo a ciò che è accaduto qualche settimana fa (tra Stati Uniti e Iran, ndr): un tweet e poi una quasi-guerra.

Potrebbe poi succedere qualcosa nel settore finanziario, un qualcosa capace di causare il crollo. Non so cosa sarà, ma comunque un crollo ci sarà».

– Che cosa ha provocato il cambiamento climatico? E’ colpa di un cattivo funzionamento del sistema capitalistico?

«Il modo in cui il capitalismo attuale è strutturato è quello di un capitalismo finanziarizzato. Questo tipo di capitalismo è responsabile della creazione di grandissimi volumi di credito. Un credito che naturalmente diventa poi anche un debito.

E’ un credito che è stato creato dalle banche commerciali, ma soprattutto dal sistema bancario-ombra, lo shadow banking, un sistema bancario che sta oltre le norme.

Il credito così creato viene poi usato per alimentare i consumi e la produzione. A loro volta il consumo e la produzione fanno aumentare ancor di più le emissioni inquinanti.

C’è una connessione, un collegamento tra un capitalismo finanziarizzato e la creazione di credito non regolata.

Dobbiamo capire queste connessioni tra un eccesso di consumo, un eccesso di produzione e le emissioni inquinanti. Purtroppo, molti green activists si concentrano solo sul prodotto finale, cioè sulle emissioni inquinanti oppure solo sul consumo e la produzione. Dobbiamo, invece, concentrarci su come tale consumo viene alimentato.

Quando ero una ragazza, molto tempo fa, non era possibile entrare in un negozio e usare una carta di credito oppure usare un computer per fare acquisti. Bisognava risparmiare per aver abbastanza soldi, lavorare molto.

Adesso, molto semplicemente la banca ti fa credito senza grossi sforzi. Questo capitalismo finanziarizzato ha un ruolo nell’alimentare il consumo e la produzione e quindi negli effetti causati dalle emissioni serra».

– Professoressa Pettifor, per combattere il cambiamento climatico è necessaria una critica del sistema capitalistico?

«Personalmente, non sarei critica solo per il gusto di esserlo.

Io, in realtà, traggo benefici dal sistema capitalistico.

Il problema è che si tratta di un sistema non regolato, normato.

Noi possiamo vivere in un sistema capitalistico, ma non in un sistema che non è gestito. E’ un po’ come chiedere a Tim Cook di lasciare la gestione delle sue aziende alle forze di mercato. E’ impensabile che Tim Cook non gestisca la sua Apple!

Ciononostante, il nostro governo dice che non gestirà i mercati finanziari capitalistici, sostiene che basta dare fiducia alla mano invisibile, al mercato capace di gestire tutto.

E’ una pazzia, ed è al centro dei nostri problemi.

Non dico che dovremmo abolire il capitalismo. Dovremmo solo mantenere il capitalismo gestito, regolato. E dovremmo gestirlo nell’interesse di tutti noi, non nell’interesse dell’1%».

– Professoressa Ann Pettifor, gestire il capitalismo significa anche mettere le mani sull’attuale sistema monetario?

«Il mio punto di vista è che la banca centrale e il ministero del tesoro dovrebbero gestire la creazione di credito.

Attualmente, invece, il credito può essere creato anche attraverso la speculazione che – come si sa – è un po’ come scommettere, fare del gioco d’azzardo. Sono attività rischiose.

Prima della finanziarizzazione, della deregulation della fine degli anni ‘70, se si voleva creare credito bisognava dimostrare che quel credito sarebbe stato usato per scopi produttivi, che avrebbero portato ad un reddito necessario poi per rimborsare quel credito.

Oggi, invece, si può creare il credito senza preoccuparsi dove andrà a finire, se verrà usato o meno per scommettere. Certo, se venisse utilizzato per il gioco d’azzardo o per giocare alla lotteria o ai cavalli, potrebbe anche far vincere un sacco di soldi. Ma questa non è un’attività produttiva! Non è gestita! Quindi, semplicemente, per me la gestione del sistema monetario vuol dire gestione della creazione del credito.

Ma c’è un’altra forma di gestione che è ancora più importante. E’ quella dei flussi di capitali attraverso le frontiere, del denaro che transita dentro e fuori un paese. I flussi possono creare grande instabilità, possono cambiare il valore della valuta, possono avere effetti sui prezzi, e su tutti noi. Quindi bisogna gestire questi flussi di capitale tra le frontiere, non dico controllarli, ma gestirli».

– Che cos’è il Green New Deal (GND), professoressa Ann Pettifor? Come si può definirlo e qual è la relazione con il suo progenitore, il New Deal rooseveltiano?

«Sono veramente felice per questa domanda, perché il Green New Deal ha una forte relazione con quanto Roosevelt fece nel momento in cui diventò presidente degli Stati Uniti. Roosevelt dovette affrontare una crisi ambientale, come quella provocata dalla Dust Bowl, le tempeste di sabbia che colpirono gli Usa negli anni Trenta. Il terreno dei campi era stato eroso, l’agricoltura era difficile da praticare. Ci fu una crisi ecologica ed economica che andava gestita.

La sera in cui fu nominato presidente, Roosevelt decise che avrebbe abolito il sistema monetario allora vigente, il Gold Standard. Che cosa vuol dire? Voleva dire che il presidente avrebbe preso in carica la gestione del sistema finanziario, togliendola a Wall Street e affidandola al governo eletto democraticamente.

Roosevelt mise il governo nel sedile del guidatore e il sistema finanziario nel sedile posteriore. Fu la prima cosa che fece.

Il lunedì mattina, dopo essere stato nominato, chiuse le banche e chiese la restituzione dell’oro detenuto nei loro forzieri. Di fatto smantellò il Gold Standard.

Il Gold Standard era un sistema libero, c’era solo la mano invisibile a controllarne il funzionamento. Il mercato libero gestiva tutto. Ma era un sistema che portava alla deflazione, alla disoccupazione e aveva reso molto difficile, per i governi, affrontare la crisi ecologica. Roosevelt prendendo in carico la gestione del sistema finanziario, portandola nelle mani del governo, riuscì a mobilitare i finanziamenti necessari ad affrontare la crisi ecologica, ma anche a stimolare l’occupazione e a rimettere in sesto l’economia americana. E’ per questa ragione che Roosevelt, tuttora, è il presidente più popolare negli Stati Uniti.

E’ questo il parallelismo che noi abbiamo imparato. Per affrontare il problema ecologico di oggi dobbiamo gestire la finanza. E dobbiamo farlo su una scala particolare: lo stato deve intervenire e il governo deve farsi carico della gestione del sistema finanziario che non dovrebbe stare nelle mani di Francoforte o della City di Londra o di Wall Street. Questa è la cosa più importante che noi diciamo».

– Professoressa Ann Pettifor, Green New Deal (GND) vuol dire grosse quantità di capitali da trovare? Vuol dire cambiamenti nei comportamenti delle persone?

«Fino ad ora i verdi hanno parlato di cambiamenti nei comportamenti, come riciclare, riutilizzare. Sono dei cambiamenti a livello micro. Il GND, invece, parla di macro-cambiamenti e dice che abbiamo bisogno di cambiamenti strutturali, di sistema. Non possiamo pensare di difenderci dalla crisi ecologica senza che ci sia un cambiamento del sistema. Questa è la sfida.
I verdi in passato si concentravano sul livello micro. Non vedevano le implicazioni più generali. Ma il problema è il seguente: è il settore finanziario a creare quel credito che poi alimenta la produzione e conseguentemente le emissioni inquinanti.

Dobbiamo avere una visione più generale.

Ad esempio, guardiamo l’esperienza dei gilet gialli in Francia. Sono persone che vivono nelle aree rurali e non hanno un sistema di trasporto alternativo ai propri furgoncini. Che cosa è successo? Il governo francese ha voluto tassare questi furgoncini, ha voluto che fossero loro a pagare per la crisi ecologica. Ma loro non hanno scelta, non hanno alternativa. Cosa possono fare? Lo stato francese dovrebbe creare un sistema di trasporto alternativo e solo in seguito chiedere ai cittadini di pagare tasse più alte se non lo vogliono usare. Tassare invece queste persone, senza dare loro un’alternativa, mi sembra crudele e sbagliato ed è giusto che la gente si ribelli.

Abbiamo bisogno di un sistema di trasporto alternativo, un sistema energetico alternativo e anche un utilizzo della terra diverso. Questi sono i grandi cambiamenti che ci servono, se vogliamo sopravvivere come civiltà. E ciò ovviamente richiede un intervento dello stato che produce benefici anche per il settore privato. Non penso ad un sistema di tipo sovietico. E’ un’economia mista in cui però lo stato svolge un ruolo adeguato per offrire alternative, in modo che anche i cittadini possano comportarsi diversamente».

– Per concludere, professoressa Ann Pettifor, come giudica il Green Deal presentato nei giorni scorsi dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen?

«Trovo che l’espressione Green New Deal sia molto sexy per molti. Tutti vogliono avere questa etichetta perché li fa sentire bene. Però, quello europeo si chiama Green Deal e non Green New Deal. La signora Von der Leyen non sta copiando Roosevelt, perché – come dicevo prima – Roosevelt ha trasformato il sistema finanziario. Von der Leyen non vuole cambiare il sistema finanziario, anzi vuole che rimanga così. Quindi il problema del Green Deal europeo è che non ha ambizione, non comprende la scala, la portata di ciò che è necessario fare se vogliamo sopravvivere.

Non possiamo tollerare il fatto che i mercati prendano grandi decisioni sul costo del denaro, su quanto denaro possiamo avere, su dove possiamo investire. Pensiamo, ad esempio, al ruolo di Blackrock (fondo di investimento speculativo globale, ndr). Si preoccupano solo del loro interesse e non dell’interesse pubblico.

La signora Von der Leyen vuole mantenere il sistema attuale, a lei va bene far felice Blackrock. Io voglio, invece, che i nostri risparmi siano usati per l’interesse pubblico e non per l’interesse privato del sistema finanziario.

Il Green Deal europeo non affronta tutto questo. Secondo me sono soltanto chiacchiere, è solo un parlare, non c’è una vera azione. Tutti i soldi che Von der Leyen propone sono veramente pochi. Sembrano molti 1,2 trilioni di dollari, la cifra pensata per dieci anni. Certo, se li vincessi alla lotteria sarebbero molti. Ma posso dire che ogni anno l’Unione europea genera redditi per 12-13 trilioni di euro. Quindi 1,2 è veramente poco! Ci vuole invece un vero finanziamento, vogliamo che lo stato gestisca i finanziamenti e non giochi con queste noccioline».

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    Raffaele Liguori
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In nome della madre, Renata Fonte (lezioni antimafia)

Lezioni di antimafia, sono ricominciate l’8 gennaio scorso nell’auditorium di Radio Popolare. Il nuovo ciclo di incontri si intitola “In nome di….Storie e ritratti di donne e uomini contro mafia e corruzione”. Le lezioni di antimafia sono un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzato insieme a Radio Popolare.

“In nome della madre” è il titolo della prima lezione. Abbiamo ospitato nel nostro auditorium Viviana Matrangola, figlia di Renata Fonte.

Viviana ha raccontato la storia di sua madre, giovane donna di 33 anni, con due figlie e un marito, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984. Renata Fonte – assessora alla cultura del comune di Nardò, in provincia di Lecce – viene assassinata per aver difeso la sua terra dalla speculazione edilizia. Le organizzazioni criminali e gli intrecci tra affari e amministrazione pubblica sono il contesto in cui matura l’omicidio. 

L’area nel mirino della speculazione è quella meravigliosa di Porto Selvaggio, a Nardò nel Salento.

All’incontro di due giorni fa, sul palco dell’auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare, c’era anche il professor Nando Dalla Chiesa, presidente della Scuola “Antonino Caponnetto”.

La sintesi di ciascuna lezione di antimafia sarà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’appuntamento in auditorium (qui il podcast della sintesi).

 

Lezioni antimafia, nell'auditorium di Radio Popolare Viviana Matrangola, Nando dalla Chiesa e Raffaele Liguori
Nando dalla Chiesa, Viviana Matrangola e Raffaele Liguori nell’auditorium di Radio Popolare

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    Raffaele Liguori
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Democrazie in Europa, tra cortine e muri

Democrazie in Europa, 1989-2019.
I paesi di Visegrad, dalla transizione democratica alla conversione nazional-populista.
Un “viaggio” di andata e ritorno durato trent’anni.

Nel 1989 Polonia e Ungheria furono decisive nell’abbattere la Cortina di ferro, oggi invece sono determinanti nel costruire nuovi muri.
Trent’anni fa, prima della caduta del Muro di Berlino, Varsavia e Budapest guidarono le transizioni democratiche dell’est; in questo 2019 gli attuali leader di Polonia e Ungheria, Jaroslaw Kaczyński e Viktor Orbàn, sono i fautori della conversione al nazional-populismo e delle democrazie illiberali.

L’alleanza di Visegrad (fondata nel febbraio 1991) fu allora decisiva per l’integrazione europea, per l’unione tra est e ovest, quanto oggi sembra esserlo per la dis-integrazione e per la dis-unione del continente.

Le prossime elezioni europee, con la sfida nazionalista e xenofoba lanciata dai paesi di Visigrad, diranno quanto è profonda la minaccia alla democrazia europea.

Memos da oggi inizia un ciclo di otto puntate dedicato:
– ad un anniversario importante (la dissoluzione della Cortina di ferro nella primavera-estate del 1989)
– e alle elezioni europee del 26 maggio.

Tutti i venerdì da oggi e fino al 17 maggio Memos ospiterà – nelle prime quattro puntate – il racconto di storici, studiosi, giornalisti su quanto successo trent’anni fa lungo la Cortina di ferro, tra Ungheria Polonia e l’allora Germania Est.
Qui l’elenco dei podcast di Memos:

  • Prima puntata con Valentine Lomellini, storica dell’Università di Padova.
  • Seconda puntata con i giornalisti Massimo Nava (Corriere della Sera) e Paolo Soldini (trent’anni fa inviato dell’Unità).
  • Terza puntata con Gabriele Nissim, saggista e giornalista, e Gian Enrico Rusconi, professore emerito di Scienza politica all’Università di Torino.
  • Quarta puntata con David Bidussa, storico sociale delle idee, consulente editoriale della Fondazione Feltrinelli, e Angelo D’Orsi, storico dell’Università di Torino.

Nelle rimanenti quattro puntate, da venerdì 26 aprile a venerdì 17 maggio, ci occuperemo della campagna elettorale europea, con un’attenzione particolare al tema dei diritti e della democrazia.

  • Quinta puntata con Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo, già deputata al parlamento di Strasburgo per due legislature; e con Lorenzo Marsili, co-fondatore del Movimento per la Democrazia in Europa, DiEM 25, insieme a Yanis Varoufakis.
  • Sesta puntata con Rosa Fioravante, studiosa delle ideologie della globalizzazione, filosofa; e Alessandro Somma, giurista, insegna all’Università di Ferrara.
  • Settima puntata con Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University di New York; e con Colin Crouch, professore emerito all’Università di Warwick, in Gran Bretagna, ideatore all’inizio degli anni Duemila del concetto di post-democrazia.
  • Ottava puntata con Marcello Flores, storico all’Università di Siena; e con Yves Mény, politologo alla Luiss di Roma.
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    Raffaele Liguori
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Democrazie in Europa, tra cortine e muri

Democrazie in Europa, 1989-2019. I paesi di Visegrad, dalla transizione democratica alla conversione nazional-populista. Un “viaggio” di andata e ritorno durato trent’anni.

Nel 1989 Polonia e Ungheria furono decisive nell’abbattere la Cortina di ferro, oggi invece sono determinanti nel costruire nuovi muri. Trent’anni fa, prima della caduta del Muro di Berlino, Varsavia e Budapest guidarono le transizioni democratiche dell’est; in questo 2019 gli attuali leader di Polonia e Ungheria, Jaroslaw Kaczyński e Viktor Orbàn, sono i fautori della conversione al nazional-populismo e delle democrazie illiberali.

L’alleanza di Visegrad (fondata nel febbraio 1991) fu allora decisiva per l’integrazione europea, per l’unione tra est e ovest, quanto oggi sembra esserlo per la dis-integrazione e per la dis-unione del continente.

Le prossime elezioni europee, con la sfida nazionalista e xenofoba lanciata dai paesi di Visigrad, diranno quanto è profonda la minaccia alla democrazia europea.

Memos da oggi inizia un ciclo di otto puntate dedicato: – ad un anniversario importante (la dissoluzione della Cortina di ferro nella primavera-estate del 1989) – e alle elezioni europee del 26 maggio.

Tutti i venerdì da oggi e fino al 17 maggio Memos ospiterà – nelle prime quattro puntate – il racconto di storici, studiosi, giornalisti su quanto successo trent’anni fa lungo la Cortina di ferro, tra Ungheria Polonia e l’allora Germania Est. Qui l’elenco dei podcast di Memos:

  • Prima puntata con Valentine Lomellini, storica dell’Università di Padova.
  • Seconda puntata con i giornalisti Massimo Nava (Corriere della Sera) e Paolo Soldini (trent’anni fa inviato dell’Unità).
  • Terza puntata con Gabriele Nissim, saggista e giornalista, e Gian Enrico Rusconi, professore emerito di Scienza politica all’Università di Torino.
  • Quarta puntata con David Bidussa, storico sociale delle idee, consulente editoriale della Fondazione Feltrinelli, e Angelo D’Orsi, storico dell’Università di Torino.

Nelle rimanenti quattro puntate, da venerdì 26 aprile a venerdì 17 maggio, ci occuperemo della campagna elettorale europea, con un’attenzione particolare al tema dei diritti e della democrazia.

  • Quinta puntata con Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo, già deputata al parlamento di Strasburgo per due legislature; e con Lorenzo Marsili, co-fondatore del Movimento per la Democrazia in Europa, DiEM 25, insieme a Yanis Varoufakis.
  • Sesta puntata con Rosa Fioravante, studiosa delle ideologie della globalizzazione, filosofa; e Alessandro Somma, giurista, insegna all’Università di Ferrara.
  • Settima puntata con Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University di New York; e con Colin Crouch, professore emerito all’Università di Warwick, in Gran Bretagna, ideatore all’inizio degli anni Duemila del concetto di post-democrazia.
  • Ottava puntata con Marcello Flores, storico all’Università di Siena; e con Yves Mény, politologo alla Luiss di Roma.
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    Raffaele Liguori
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Approfondimenti

La forza della libertà di stampa

«Giornalismo e mafia. La forza della libertà di stampa».
E’ il titolo del decimo e ultimo incontro del ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospite Sabrina Natali, attivista nel movimento delle Agende Rosse; impiegata grafica a Sassuolo. Sabrina Natali è autrice di un’importante opera di documentazione sul processo Aemilia, il processo che ha svelato la presenza della ‘ndrangheta in Emilia. Sabrina Natali ha trascritto il contenuto del dibattimento processuale e lo ha pubblicato sul sito processoaemilia. Insieme a lei sul palco dell’auditorium anche il professor Nando dalla Chiesa, presidente della Scuola di formazione “Antonino Caponnetto”.
La lezione si è svolta il 15 marzo 2019.

Sabrina Natali e Nando dalla Chiesa
Sabrina Natali e Nando dalla Chiesa

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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    Raffaele Liguori
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Approfondimenti

Calabria, le inchieste difficili e le querele temerarie

«Calabria, le inchieste difficili e le querele temerarie come nuova forma di intimidazione mafiosa».
E’ il titolo del nono incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospite Peppe Baldessarro (52 anni, giornalista di Repubblica, ex direttore di Narcomafie, coautore del Dizionario Enciclopedico delle Mafie; fino alla fine del 2014 è stato redattore del “Quotidiano della Calabria”, dove si è occupato di cronaca politica, nera e giudiziaria. ) e Claudio Campesi (26 anni, con la passione per le inchieste sulle organizzazioni mafiose. Abita a Brescia, ma ha vissuto gli ultimi tre anni nella Piana di Gioia Tauro dove ha curato reportage sul caporalato ‘ndranghetista a Rosarno, sulla prostituzione gestita dalle organizzazioni criminali nigeriane).

La lezione si è svolta il 5 marzo nell’auditorium di Radio Popolare.

Claudio Campesi e Giuseppe Baldessarro

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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    Raffaele Liguori
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Approfondimenti

Concluso il terzo ciclo su giornalismo e mafia

Grazie a tutte e a tutti i partecipanti al terzo ciclo di lezioni di antimafia che si è svolto nell’auditorium di Radio Popolare dall’11 gennaio al 15 marzo 2019.

Il tema degli incontri di quest’anno è stato “Giornalismo e mafia”.

Le lezioni sono state il frutto della collaborazione tra la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e Radio Popolare.

 Negli anni scorsi la collaborazione tra la Scuola Caponnetto e Rp ha portato alla realizzazione di altri due cicli di lezioni di antimafia e degli incontri sui 70 anni della Costituzione.

Grazie a tutte e a tutti coloro che hanno seguito le nuove lezioni, chi nel nostro Auditorium, chi attraverso la trasmissione Memos e chi ascoltando i podcast.

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    Raffaele Liguori
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Approfondimenti

Il caso Montante

«Il caso Montante». E’ il titolo dell’ottavo  incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”. Ospite Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica.

La lezione si è svolta venerdì 1 marzo nell’auditorium di Radio Popolare.

Attilio Bolzoni

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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    Raffaele Liguori
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Approfondimenti

Giornalismo e mafia. La forza della libertà di stampa

Siamo arrivati alla decima e ultima lezione del nuovo ciclo di lezioni di antimafia a Radio Popolare.

Un ciclo frutto della collaborazione tra la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e Radio Popolare che ha permesso di realizzare – anche negli anni scorsi – altri due cicli di lezioni di antimafia e gli incontri sui 70 anni della Costituzione.

Grazie a tutte e a tutti coloro che hanno seguito le nuove lezioni, chi nel nostro Auditorium, chi attraverso la trasmissione Memos e chi ascoltando i podcast.

Il tema degli incontri di quest’anno è stato “Giornalismo e mafia”.

          La Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” ha voluto presentarlo citando uno scritto di Pippo Fava, intellettuale siciliano, drammaturgo e giornalista, fondatore e direttore de’ I Siciliani, ucciso dalla mafia il 5 gennaio del 1984:

          «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società.

          Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo».

(dall’articolo “Lo spirito di un giornale” di Pippo Fava, 11.10.1981).

 

Lezioni di antimafia

decima e ultima lezione

VENERDì 15 marzo 2019 alle ore 21

Auditorium di Radio Popolare – via Ollearo, 5, Milano

Titolo: “Giornalismo e mafia. La forza della libertà di stampa”.

Relatori: Sabrina Natali e Nando dalla Chiesa

Coordina: Raffaele Liguori

Ingresso libero

La sintesi della lezione del 5 marzo scorso con Giuseppe Baldessarro e Claudio Campesi dal titolo “Calabria, le inchieste difficili e le querele temerarie come nuova forma di intimidazione mafiosa ” – sarà trasmessa a “Memos” venerdì 15 marzo alle 20 e sarà poi disponibile in podcast qui e qui.

 

 

Lezione Antimafia 10 2019_03_15

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Calabria, le inchieste difficili e le querele temerarie

Nuovo ciclo di lezioni di antimafia a Radio Popolare. Grazie alla collaborazione con la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” è in corso il terzo ciclo di incontri, dopo quelli degli anni scorsi e dopo gli incontri sulla Costituzione del 2018.

Le lezioni – che si concluderanno il prossimo 15 marzo – si tengono nell’Auditorium di Radio Popolare, in via Ollearo al 5, a Milano. Una sintesi viene trasmessa nel corso della trasmissione Memos.

Il tema degli incontri di quest’anno è “Giornalismo e mafia” e così lo presenta la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”:

Ci sono parole di Pippo Fava che restano, anche a distanza di anni, la guida per tutti coloro che oggi producono informazione. Dai professionisti sui grandi quotidiani ai giovani che scrivono su giornali online di provincia, ai privati cittadini che raccontano i processi ai mafiosi del loro territorio su facebook.

Eccole:

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo». (dall’articolo “Lo spirito di un giornale” di Pippo Fava, 11.10.1981).

Lezioni di antimafia

Nona lezione

eccezionalmente di MARTEDI’, il 5 marzo 2019 alle ore 21

Auditorium di Radio Popolare – via Ollearo, 5, Milano

Titolo: “Calabria, le inchieste difficili e le querele temerarie come nuova forma di intimidazione mafiosa”

Relatori: Peppe Baldessarro e Claudio Campesi

Coordina: Raffaele Liguori

Ingresso libero

 

La sintesi dell’ottava lezione del 1 marzo scorso con Attilio Bolzoni dal titolo “Il caso Montante” – sarà trasmessa a “Memos” venerdì 8 marzo alle 20 e sarà poi disponibile in podcast. Di volta in volta comunicheremo i temi e le date delle singole lezioni.

 

Lezione Antimafia 09 2019_03_05.jpg

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Giornalismo e antimafia

«Giornalismo e antimafia: un confronto di esperienze». E’ il titolo del settimo incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospiti: Luca Bonzanni (dottorando di ricerca in Studi sulla criminalità organizzata all’Università Statale di Bergamo, collabora con il quotidiano L’Eco di Bergamo), Ester Castano (giornalista professionista, lavora per l’agenzia di stampa La Presse, scrive principalmente di criminalità di stampo mafioso al Nord), Sara Manisera (giornalista indipendente, collaboratrice di numerose testate italiane e internazionali, come Al Jazeera, Slate, Deutsche Welle) e Martina Mazzeo (giornalista nella redazione scuola dell’Agenzia di stampa nazionale DIRE; tutor del Laboratorio biennale di Giornalismo Antimafioso, collabora con il corso di Sociologia e Metodi dell’Educazione alla Legalità).

La lezione si è svolta venerdì 22 febbraio nell’auditorium di Radio Popolare.

Martina Mazzeo, Ester Castano, Sara Manisera e Luca Bonzanni (da sinistra)

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Il caso Montante

Nuovo ciclo di lezioni di antimafia a Radio Popolare. Grazie alla collaborazione con la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” è in corso il terzo ciclo di incontri, dopo quelli degli anni scorsi e dopo gli incontri sulla Costituzione del 2018.

Le lezioni – che si concluderanno il prossimo 15 marzo – si tengono nell’Auditorium di Radio Popolare, in via Ollearo al 5, a Milano. Una sintesi viene trasmessa nel corso della trasmissione Memos.

Il tema degli incontri di quest’anno è “Giornalismo e mafia” e così lo presenta la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”:

Ci sono parole di Pippo Fava che restano, anche a distanza di anni, la guida per tutti coloro che oggi producono informazione. Dai professionisti sui grandi quotidiani ai giovani che scrivono su giornali online di provincia, ai privati cittadini che raccontano i processi ai mafiosi del loro territorio su facebook.

Eccole:

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo». (dall’articolo “Lo spirito di un giornale” di Pippo Fava, 11.10.1981).

La mafia, da sempre consapevole dello straordinario potere della comunicazione, cerca costantemente di addomesticare e intimidire chi racconta la realtà con nomi e cognomi.

E’ dunque lecito chiedersi come operino i giornalisti – professionisti e non – che ricostruiscono la verità con fatica e coraggio senza accontentarsi di comunicati stampa preconfezionati. Quali i risultati raggiunti, le soddisfazioni, le amarezze.

Come è doveroso conoscere le difficoltà che incontra un giovane non coperto dagli uffici legali di un grande editore, nell’affrontare querele pretestuose che durano anni e comportano rilevanti spese processuali.

Lezioni di antimafia

Ottava lezione

Venerdì 1 marzo 2019, ore 21, Radio Popolare, via Ollearo, 5, Milano

Titolo: Il caso Montante

Relatori: Attilio Bolzoni

Coordina: Raffaele Liguori

Ingresso libero

La sintesi della settima lezione del 22 febbraio scorso con Ester Castano Martina Mazzeo Sara Manisera Luca Bonzanni dal titolo “Giornalismo e antimafia: un confronto di esperienze” – sarà trasmessa a “Memos” venerdì 1 marzo alle 20 e sarà poi disponibile in podcast. Di volta in volta comunicheremo i temi e le date delle singole lezioni.

 

Lezione antimafia 08 2019_03_01

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    Raffaele Liguori
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Giornalismo, impegno civile: Narcomafie e Libera Informazione

«Giornalismo e impegno civile: le esperienze di Narcomafie e Libera Informazione».

E’ il titolo del sesto incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”. Ospiti Marika Demaria (giornalista, Narcomafie) e Lorenzo Frigerio (Libera Informazione).

La lezione si è svolta venerdì 15 febbraio nell’auditorium di Radio Popolare.

Lorenzo Frigerio e Marika Demaria
Lorenzo Frigerio e Marika Demaria

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Approfondimenti

Giornalismo e antimafia: un confronto di esperienze

Sono riprese le lezioni di antimafia a Radio Popolare. Grazie alla collaborazione con la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” dall’11 gennaio al 15 marzo si svolgerà un nuovo ciclo di incontri, il terzo dopo quelli degli anni scorsi e dopo gli incontri sulla Costituzione del 2018.

Le lezioni si tengono nell’Auditorium di Radio Popolare, in via Ollearo al 5, a Milano. Una sintesi viene trasmessa nel corso della trasmissione Memos.

Il tema degli incontri di quest’anno è “Giornalismo e mafia” e così lo presenta la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”:

Ci sono parole di Pippo Fava che restano, anche a distanza di anni, la guida per tutti coloro che oggi producono informazione. Dai professionisti sui grandi quotidiani ai giovani che scrivono su giornali online di provincia, ai privati cittadini che raccontano i processi ai mafiosi del loro territorio su facebook.

Eccole:

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo». (dall’articolo “Lo spirito di un giornale” di Pippo Fava, 11.10.1981).

La mafia, da sempre consapevole dello straordinario potere della comunicazione, cerca costantemente di addomesticare e intimidire chi racconta la realtà con nomi e cognomi.

E’ dunque lecito chiedersi come operino i giornalisti – professionisti e non – che ricostruiscono la verità con fatica e coraggio senza accontentarsi di comunicati stampa preconfezionati. Quali i risultati raggiunti, le soddisfazioni, le amarezze.

Come è doveroso conoscere le difficoltà che incontra un giovane non coperto dagli uffici legali di un grande editore, nell’affrontare querele pretestuose che durano anni e comportano rilevanti spese processuali.

 

Lezioni di antimafia

Settima lezione

Venerdì 22 febbraio 2019, ore 21, Auditorium Radio Popolare, via Ollearo, 5, Milano

Titolo: Giornalismo e antimafia: un confronto di esperienze

Relatori: Ester Castano, Martina Mazzeo, Sara Manisera, Luca Bonzanni

Coordina: Raffaele Liguori

Ingresso libero

La sintesi della sesta lezione del 15 febbraio scorso con Marika Demaria e Lorenzo Frigerio – dal titolo “Giornalismo e impegno civile: le esperienze di di Narcomafie e Libera Informazione” – sarà trasmessa a “Memos” venerdì 22 febbraio alle 20 e sarà poi disponibile in podcast. Di volta in volta comunicheremo i temi e le date delle singole lezioni.

 

Lezione Antimafia 07 2019_02_02_22

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Approfondimenti

I Siciliani, il racconto della mafia negata

«I Siciliani, il racconto della mafia negata». E’ il titolo del quinto incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospiti Antonella Mascali (Il Fatto Quotidiano) e Antonio Roccuzzo (tg La7).

La lezione si è svolta venerdì 8 febbraio nell’auditorium di Radio Popolare.

Antonella Mascali
Antonio Roccuzzo

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Giornalismo e impegno civile: Narcomafie e Libera Informazione

Sono riprese le lezioni di antimafia a Radio Popolare. Grazie alla collaborazione con la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” dall’11 gennaio al 15 marzo si svolgerà un nuovo ciclo di incontri, il terzo dopo quelli degli anni scorsi e dopo gli incontri sulla Costituzione del 2018.

Le lezioni si tengono nell’Auditorium di Radio Popolare, in via Ollearo al 5, a Milano. Una sintesi viene trasmessa nel corso della trasmissione Memos.

Il tema degli incontri di quest’anno è “Giornalismo e mafia” e così lo presenta la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”:

Ci sono parole di Pippo Fava che restano, anche a distanza di anni, la guida per tutti coloro che oggi producono informazione. Dai professionisti sui grandi quotidiani ai giovani che scrivono su giornali online di provincia, ai privati cittadini che raccontano i processi ai mafiosi del loro territorio su facebook.

Eccole:

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo». (dall’articolo “Lo spirito di un giornale” di Pippo Fava, 11.10.1981).

La mafia, da sempre consapevole dello straordinario potere della comunicazione, cerca costantemente di addomesticare e intimidire chi racconta la realtà con nomi e cognomi.

E’ dunque lecito chiedersi come operino i giornalisti – professionisti e non – che ricostruiscono la verità con fatica e coraggio senza accontentarsi di comunicati stampa preconfezionati. Quali i risultati raggiunti, le soddisfazioni, le amarezze.

Come è doveroso conoscere le difficoltà che incontra un giovane non coperto dagli uffici legali di un grande editore, nell’affrontare querele pretestuose che durano anni e comportano rilevanti spese processuali.

Lezioni di antimafia

Sesta lezione

Venerdì 15 febbraio 2019, ore 21, Radio Popolare, via Ollearo, 5, Milano

Titolo: Giornalismo e impegno civile: le esperienze di Narcomafie e Libera Informazione

Relatori: Lorenzo Frigerio e Marika Demaria

Coordina: Raffaele Liguori

Ingresso libero

La sintesi della quinta lezione dell’8 febbraio scorso con Antonella Mascali e Antonio Roccuzzo – dal titolo “I Siciliani, il racconto della mafia negata” – sarà trasmessa a “Memos” venerdì 15 febbraio alle 20 e sarà poi disponibile in podcast. Di volta in volta comunicheremo i temi e le date delle singole lezioni.

 

Lezione Antimafia 06 2019_02_15

 

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Cronache di mafia a Milano, prima e dopo Crimine Infinito

Cronache di mafia a Milano. Prima e dopo l’operazione Crimine-Infinito del 2010».

E’ il titolo del quarto incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospiti Cesare Giuzzi e Giampiero Rossi (entrambi giornalisti al Corriere della Sera).

La lezione si è svolta venerdì 1 febbraio nell’auditorium di Radio Popolare.

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Approfondimenti

I Siciliani, il racconto della mafia negata

Sono riprese le lezioni di antimafia a Radio Popolare. Grazie alla collaborazione con la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” dall’11 gennaio al 15 marzo si svolgerà un nuovo ciclo di incontri, il terzo dopo quelli degli anni scorsi e dopo gli incontri sulla Costituzione del 2018.

Le lezioni si tengono nell’Auditorium di Radio Popolare, in via Ollearo al 5, a Milano. Una sintesi viene trasmessa nel corso della trasmissione Memos.

Il tema degli incontri di quest’anno è “Giornalismo e mafia” e così lo presenta la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”:

Ci sono parole di Pippo Fava che restano, anche a distanza di anni, la guida per tutti coloro che oggi producono informazione. Dai professionisti sui grandi quotidiani ai giovani che scrivono su giornali online di provincia, ai privati cittadini che raccontano i processi ai mafiosi del loro territorio su facebook.

Eccole:

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo». (dall’articolo “Lo spirito di un giornale” di Pippo Fava, 11.10.1981).

La mafia, da sempre consapevole dello straordinario potere della comunicazione, cerca costantemente di addomesticare e intimidire chi racconta la realtà con nomi e cognomi.

E’ dunque lecito chiedersi come operino i giornalisti – professionisti e non – che ricostruiscono la verità con fatica e coraggio senza accontentarsi di comunicati stampa preconfezionati. Quali i risultati raggiunti, le soddisfazioni, le amarezze.

Come è doveroso conoscere le difficoltà che incontra un giovane non coperto dagli uffici legali di un grande editore, nell’affrontare querele pretestuose che durano anni e comportano rilevanti spese processuali.

Lezioni di antimafia

Quinta lezione

Venerdì 8 febbraio 2019, ore 21, Radio Popolare, via Ollearo, 5, Milano

Titolo: I Siciliani, il racconto della mafia negata

Relatori: Antonella Mascali e Antonio Roccuzzo  

Coordina: Raffaele Liguori

Ingresso libero

 

La sintesi della quarta lezione del 1 febbraio scorso con Cesare Giuzzi e Giampiero Rossi – dal titolo “Cronache di mafia a Milano. Prima e dopo l’operazione Crimine-Infinito del 2010” – sarà trasmessa a “Memos” venerdì 8 febbraio alle 20 e sarà poi disponibile in podcast. Di volta in volta comunicheremo i temi e le date delle singole lezioni.

 

Lezione Antimafia 05 2019_02_08

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Campania, rifiuti illegali: il silenzio infranto

«Rompere il silenzio in Campania: dal ciclo dei rifiuti alle denunce dei collaboratori di giustizia».

E’ il titolo del terzo incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospiti Marilena Natale (collegata da Aversa, Caserta), giornalista di +N, un network campano con sede ad Avellino e Fabrizio Capecelatro, direttore del quotidiano generalista online CiSiamo.info

La lezione si è svolta venerdì 25 gennaio nell’auditorium di Radio Popolare

Marilena Natale e Fabrizio Capecelatro
Marilena Natale e Fabrizio Capecelatro

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Cronache di mafia a Milano

Sono riprese le lezioni di antimafia a Radio Popolare. Grazie alla collaborazione con la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” dall’11 gennaio al 15 marzo si svolgerà un nuovo ciclo di incontri, il terzo dopo quelli degli anni scorsi e dopo gli incontri sulla Costituzione del 2018.

Le lezioni si tengono nell’Auditorium di Radio Popolare, in via Ollearo al 5, a Milano. Una sintesi viene trasmessa nel corso della trasmissione Memos.

Il tema degli incontri di quest’anno è “Giornalismo e mafia” e così lo presenta la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”:

Ci sono parole di Pippo Fava che restano, anche a distanza di anni, la guida per tutti coloro che oggi producono informazione. Dai professionisti sui grandi quotidiani ai giovani che scrivono su giornali online di provincia, ai privati cittadini che raccontano i processi ai mafiosi del loro territorio su facebook.

Eccole:

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo». (dall’articolo “Lo spirito di un giornale” di Pippo Fava, 11.10.1981).

 

La mafia, da sempre consapevole dello straordinario potere della comunicazione, cerca costantemente di addomesticare e intimidire chi racconta la realtà con nomi e cognomi.

E’ dunque lecito chiedersi come operino i giornalisti – professionisti e non – che ricostruiscono la verità con fatica e coraggio senza accontentarsi di comunicati stampa preconfezionati. Quali i risultati raggiunti, le soddisfazioni, le amarezze.

Come è doveroso conoscere le difficoltà che incontra un giovane non coperto dagli uffici legali di un grande editore, nell’affrontare querele pretestuose che durano anni e comportano rilevanti spese processuali.

 

Lezioni di antimafia

Quarta lezione

Venerdì 1 febbraio 2019, ore 21, Radio Popolare, via Ollearo, 5, Milano

Titolo: “Cronache di mafia a Milano. Prima e dopo l’operazione Crimine-Infinito del  2010.

Relatori: Cesare Giuzzi e Giampiero Rossi

Coordina: Raffaele Liguori

Ingresso libero

La sintesi della terza lezione del 25 gennaio scorso con Marilena Natale e Fabrizio Capecelatro – dal titolo “Rompere il silenzio in Campania: dal ciclo dei rifiuti alle denunce dei collaboratori di giustizia ” – sarà trasmessa a “Memos” venerdì 1 febbraio alle 20 e sarà poi disponibile in podcast. Di volta in volta comunicheremo i temi e le date delle singole lezioni.

 

Lezione Antimafia 04 2019_02_01

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Mafia e giornalisti su al Nord

«Mafia e giornalisti su al Nord». E’ il titolo del secondo incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospiti Gianni Barbacetto e Mario Portanova, entrambi giornalisti del Fatto Quotidiano.

La lezione si è svolta venerdì 18 gennaio nell’auditorium di Radio Popolare.

Mario Portanova (a sinistra) e Gianni Barbacetto nell’auditorium di Radio Popolare

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Approfondimenti

Giornalismo e mafia: tra integrazione e conflitto

«Giornalismo e mafia: tra integrazione e conflitto». E’ il titolo del primo incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”. Ospite Nando dalla Chiesa, sociologo all’Università degli Studi di Milano.

La lezione si è svolta venerdì 11 gennaio nell’auditorium di Radio Popolare.

Nando dalla Chiesa
Nando dalla Chiesa

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Via d’Amelio, il grande depistaggio

“Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. È quanto scrivono i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza che, nel marzo 2017, ha visto condannati all’ergastolo – per l’assassinio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta – i boss Salvo Madonìa e Vittorio Tutino. E’ il processo Brosellino quater.

Un falso pentito, Vincenzo Scarantino, pilotato da un gruppo di investigatori. “Un proposito criminoso”, lo definiscono i giudici di Caltanissetta. Che parlano, nelle motivazioni della sentenza, di “suggeritori esterni”, della “attività di investigatori che esercitarono in modo distorto i loro poteri”. Tra questi investigatori c’è Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo, coordinatore delle prime indagini sulla strage di Via d’Amelio, morto nel 2002.

I giudici fanno riferimento a lui quando scrivono che “c’è un collegamento tra il depistaggio (nei processi) e l’occultamento della agenda rossa di Paolo Borsellino”.

“Un collegamento – scrivono sempre i giudici di Caltanissetta – che è sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende”: e cioè, appunto, Arnaldo La Barbera.

Ma perché il depistaggio fu messo in pratica, qual era il suo movente?

I giudici indicano un’ipotesi sul movente che portò alla costruzione del falso pentito Scarantino: la volontà di nascondere la responsabilità di altri soggetti per la strage di Via d’Amelio. “Nel quadro – si legge nelle motivazioni – di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera di Borsellino”.

Quei centri di potere sarebbero “gli ambienti imprenditoriali e politici”, interessati a fare affari con Cosa Nostra, di cui ha parlato un importante pentito – citato dai giudici di Caltanissetta – come Antonino Giuffrè.

“Quanto scrivono i giudici di Caltanissetta è dirompente”, ci ha detto Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.

La cosa più importante è che in questa operazione sono stati messi in bocca a Scarantino elementi veri, reali: che quindi erano conosciuti a chi ha ordito il depistaggio”.

Mio fratello – prosegue – stava indagando sui rapporti tra imprenditoria, mafia e ambienti massonici. E questo si lega anche alla sparizione della sua agenda rossa”.

Agenda che – si legge sempre nelle motivazioni della sentenza di Caltanissetta – “conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato a una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci” (in cui venne ucciso Giovanni Falcone).

Ascolta qui l’intervista a Salvatore Borsellino

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    Raffaele Liguori
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Antonino Caponnetto e lo spirito della Costituzione

Antonino Caponnetto e lo spirito della Costituzione”. E’ il titolo della sesta e ultima lezione del ciclo di incontri sui 70 anni della Costituzione.

Relatore: Nando dalla Chiesa, sociologo, scrittore. E’ presidente onorario di Libera e presidente della Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”. E’ l’ideatore del primo corso universitario in Italia in Sociologia della Criminalità Organizzata, istituito dieci anni fa presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano. Ha scritto numerosi libri sulla mafia, l’ultimo dei quali s’intitola: “Una strage semplice. La verità rimossa che portò a morte Falcone e Borsellino” (Melampo, 2017). Da segnalare una biografia di Antonino Caponnetto dal titolo “Io non tacerò” (Melampo, 2010) in cui Maria Grimaldi ha raccolto i discorsi, le lezioni, gli scritti e le interviste del giudice.

Nando dalla Chiesa
Nando dalla Chiesa

La lezione si è svolta il 18 maggio 2018 alla Casa della Memoria di Milano.

Ascolta qui la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale

Qui il programma completo del ciclo di incontri

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    Raffaele Liguori
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Costituzione, diritti, beni comuni e crisi della democrazia

Costituzione, diritti, beni comuni e crisi della democrazia”. E’ il titolo della quinta lezione del ciclo di incontri sui 70 anni della Costituzione.

Relatore: Luigi Ferrajoli, giurista e filosofo del diritto. Negli anni Sessanta è stato tra i fondatori di Magistratura Democratica, è stato magistrato alla pretura di Prato fino al 1975 . Dal 2014 è professore emerito di filosofia del diritto a Roma Tre. Teorico del diritto di fama internazionale, Ferrajoli ha pubblicato di recente un libro dal titolo “Manifesto per l’uguaglianza” (Laterza, 2018) in cui sostiene che il principio di uguaglianza è la “principale fonte di legittimazione democratica delle pubbliche istituzioni”.

Luigi Ferrajoli
Luigi Ferrajoli

La lezione si è svolta il 10 maggio 2018 alla Casa della Memoria di Milano.

Ascolta qui la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale:

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    Raffaele Liguori
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Costituzione, spartiacque della nostra storia

Costituzione, spartiacque della nostra storia”. E’ il titolo della quarta lezione del ciclo di incontri sui 70 anni della Costituzione.

Relatore: Gherardo Colombo, ex magistrato, scrittore, presidente della casa editrice Garzanti. In oltre 30 anni passati in magistratura, Colombo ha seguito alcune delle principali inchieste della storia giudiziaria italiana: dai fondi neri dell’Iri a Mani Pulite, dall’omicidio Ambrosoli ai processi Imi-Sir/Lodo Mondadori, alla scoperta della P2.

Dal 2007, da quando ha lasciato la magistratura, Colombo ha intensificato la sua attività di “educatore” alla cittadinanza attraverso centinaia di incontri nelle scuole con gli studenti di tutta Italia. E’ autore di diversi saggi dedicati alla cultura della legalità, alla Costituzione, alla sua esperienza di giudice. “Democrazia” (Bollati Boringhieri, 2018) è il titolo del suo ultimo libro.

Gherardo Colombo alla Casa della Memoria
Gherardo Colombo alla Casa della Memoria

La lezione si è svolta il 4 maggio 2018 alla Casa della Memoria di Milano.

Ascolta qui la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale

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    Raffaele Liguori
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Costituzione e garanzie contro poteri criminali e terrorismo

Costituzione, garanzia di democrazia nel contrasto ai poteri criminali e al terrorismo”. E’ il titolo della terza lezione del ciclo di incontri sui settant’anni della Costituzione.

Relatore: Armando Spataro, procuratore capo della Repubblica di Torino. La maggior parte della sua attività di magistrato si è svolta a Milano: ha curato indagini sul terrorismo (Brigate rosse e Prima linea) fino ai primi anni ‘90, successivamente si è occupato di mafia e ‘ndrangheta (l’operazione Wall Street sulla ‘ndrangheta al nord è del 1994); nei primi anni 2000 è stato l’autore, insieme a Ferdinando Pomarici, dell’inchiesta sul rapimento di Abu Omar.

Armando Spataro ha fatto parte del Csm tra il 1998 e il 2002. E’ stato dirigente nazionale dell’Anm. Nel 2011 ha pubblicato un libro che racconta trent’anni di storia giudiziaria italiana di cui Spataro è stato uno dei protagonisti. Il titolo: “Ne valeva la pena. Storie di terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa” (Laterza, 2011).

Armando Spataro
Armando Spataro

La lezione si è svolta il 26 aprile 2018 alla Casa della Memoria di Milano.

Ascolta qui la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale

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    Raffaele Liguori
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Le parole della politica, dopo il 4 marzo

Le parole della politica di oggi attraverso i ragionamenti di un gruppo di ricercatori universitari, comunicatori, attivisti politici, giornalisti, blogger. Tutti sotto i quarant’anni di età. Vivono e/o lavorano tra Milano e Cosenza, Bari e Parigi, Venezia e Londra, Roma. Alcuni di loro sono interlocutori noti, anche per le nostre frequenze. Altri, invece, sono inediti e sempre graditi ospiti di Rp.

Ho chiesto loro di raccontare cosa ha significato il voto del 4 marzo, cosa abbiamo scoperto che non sapevamo e quali conferme sono invece arrivate; i bisogni che hanno trovato risposte e quelli che sono rimasti inascoltati, quale idea di futuro si esprime nella politica.

Messe in fila, le parole raccolte in queste conversazioni (cinque puntate di Memos) rappresentano un lessico ricco e plurale sulla politica.

L’operazione di filtro, e la conseguente parzialità nella raccolta delle parole, ovviamente è tutta da addebitare al sottoscritto.

Prima puntata, 22 marzo 2018 (Di Giacomo, Mazzolini):

giovani, senso comune, populismi, oligarchie, sogni, seduzione

Seconda puntata, 29 marzo 2018 (Fana, Ventura)

protesta, disagio, disillusione, lavoro, malcontento, giovani, futuro, alleanze, cooperazione, sfruttati

Terza puntata, 5 aprile 2018 (Amenduni, Marsili)

interregno, vecchio e nuovo, destra e sinistra; emozioni, paura, bisogni; partito, territorio, marketing, comunicazione

Quarta puntata, 12 aprile 2018 (Farina, Garofalo)

democrazia, giustizia, sinistra; casa, partecipazione, territorio; immobilismo, mafie

Quinta puntata, 19 aprile 2018 (Bianchi, Meli)

futuro, presente, visione, generazioni; classe dirigente, soluzioni; sinistra, uguaglianza, giustizia; sicurezza, mafia, corruzione, immigrazione; risentimento, rivalsa, protesta, casta, lavoro, malessere

Ecco una presentazione degli ospiti:

Dino Amenduni, comunicatore politico e pianificatore strategico di Proforma, agenzia di comunicazione di Bari. Insegna Comunicazione politica ed elettorale all’Università di Bari

Leonardo Bianchi, giornalista e blogger, caporedattore di Vice Italia. E’ autore di “La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento” (Minimum fax, 2017)

Michelangela Di Giacomo, dottorato in Storia contemporanea, ha curato uno dei saggi che compongono il volume “I giovani salveranno l’Italia (Imprimatur, 2018)

Marta Fana, economista, dottoressa di ricerca all’Istituto di Studi Politici di SciencesPo a Parigi, autrice di “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza, 2017)

Pierpaolo Farina, sociologo, dottorando in Studi sulla Criminalità Organizzata all’Università degli Studi di Milano. Fondatore di Wikimafia, la libera enciclopedia online sulle mafie, e curatore del blog “Qualcosa di sinistra”

Sabrina Garofalo, sociologa, ricercatrice presso il Centro di Women and Gender Studies “Milly Villa” dell’università della Calabria di Cosenza, autrice insieme a Ludovica Ioppolo di “Onore e dignitudine. Storie di donne e uomini in terra di ‘ndrangheta” (Falco Editore, 2015)

Lorenzo Marsili, scrittore e attivista politico. E’ tra i fondatori del Movimento “Democrazia in Europa”, DiEM25. E’ autore, insieme a Yanis Varoufakis, di “Il terzo spazio” (Laterza, 2017)

Samuele Mazzolini, ricercatore in Teoria politica alla University of Essex, ha scritto l’introduzione al libro “I giovani salveranno l’Italia” (Imprimatur, 2018)

Ilaria Meli, dottoranda in sociologia all’Università La Sapienza di Roma. E’ stata ricercatrice presso l’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università Statale di Milano

Raffaele Alberto Ventura, autore di “La teoria della classe disagiata” (Minimum Fax, 2017), scrive su Linus e Eschaton.it, lavora a Parigi nell’industria culturale

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    Raffaele Liguori
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Diritti e doveri nella Costituzione e nella realtà

Diritti e doveri nella Costituzione e nella realtà”. E’ il titolo della seconda lezione del ciclo di incontri sui settant’anni della Costituzione.

Relatore: Carlo Smuraglia, presidente emerito dell’Anpi.

Smuraglia è stato partigiano combattente, professore ordinario di diritto del lavoro. Senatore per tre legislature, è stato anche membro della Commissione antimafia e componente del Consiglio superiore della magistratura. Il suo ultimo libro (esce fra due giorni): “Con la Costituzione nel cuore” (Edizioni Gruppo Abele, 2018).

Carlo Smuraglia
Carlo Smuraglia

La lezione si è svolta il 12 aprile 2018 alla Casa della Memoria di Milano.

Ascolta qui la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale

Qui il programma completo del ciclo di incontri

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I fondamenti morali e civili della Costituzione

“I fondamenti morali e civili della Costituzione”. E’ il titolo della prima lezione del ciclo di incontri sui settant’anni della Costituzione.

Relatore: Elvio Fassone, ex magistrato. Fassone è stato senatore per due legislature, ha fatto parte del Consiglio Superiore della Magistratura. E’ autore di “Una costituzione amica” (Garzanti, 2012).

Elvio Fassone
Elvio Fassone

La lezione si è svolta il 6 aprile 2018 alla Casa della Memoria di Milano.

Ascolta qui la sintesi di Memos della lezione:

Qui la versione integrale:

 

Qui il programma completo del ciclo di incontri

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    Raffaele Liguori
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1948-2018, la “Costituzione come risorsa viva”

La Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e Radio Popolare, in collaborazione con l’Anpi provinciale di Milano, hanno organizzato un ciclo di incontri sulla Costituzione che si è tenuto  alla Casa della Memoria di Milano tra il 6 aprile e il 18 maggio 2018.

In sei lezioni sono stati esaminati in modo approfondito i principi della Carta, alla luce della loro attuazione e della loro valorizzazione di una Costituzione da intendere “come risorsa viva.

La sintesi di ogni incontro è stata trasmessa da Radio Popolare,  all’interno di Memos.

Qui potete trovare i podcast di tutte le sei lezioni del ciclo.

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Programma completo:

Venerdì 6 aprile, “I fondamenti morali e civili della Costituzione”. Relatore Elvio Fassone, ex magistrato, scrittore, senatore per due legislature. Introduce Roberto Cenati, presidente provinciale A.N.P.I.

Giovedì 12 aprile, “Diritti e doveri nella Costituzione e nella realtà”. Relatore Carlo Smurgalia, Presidente emerito dell’A.N.P.I.

Giovedì 26 aprile, “La Costituzione: garanzia di democrazia nel contrasto ai poteri criminali e al terrorismo”. Relatore Armando Spataro, Procuratore della Repubblica di Torino.

Venerdì 4 maggio, “La Costituzione, spartiacque della nostra storia”. Relatore Gherardo Colombo, già magistrato , scrittore e Presidente Garzanti

Giovedì 10 maggio, “Costituzione, diritti, beni comuni e crisi della democrazia”. Relatore Luigi Ferrajoli, giurista, autore del “Manifesto per l’uguaglianza”.

Venerdì 18 maggio, “Antonino Caponnetto e lo spirito della Costituzione”. Relatore Nando dalla Chiesa, presidente della Scuola di Formazione Antonino Caponnetto.

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    Raffaele Liguori
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Aspettando il voto del 4 marzo

Per chi ha già deciso come votare, l’attesa delle ultime 48 ore prima delle elezioni sarà probabilmente tutta concentrata sul dopo, sui risultati. Per gli indecisi, per gli elettori last minute, sarà invece ancora il tempo delle domande, dei dubbi, alla ricerca di qualche risposta.
E allora, aspettando il voto del 4 marzo, vi ripropongo le puntate del ciclo “Tutto un programma”, andate in onda a Memos tutti i mercoledì dal 17 gennaio al 21 febbraio scorsi.
Si tratta di sei conversazioni sulla politica e l’Italia alla vigilia del voto.
C’è la filosofa e il politologo, Michela Marzano e Carlo Galli, entrambi parlamentari uscenti e non ricandidati. Il loro, come sentirete, è anche un bilancio personale di cinque anni di legislatura. La prima. C’è poi lo scienziato, il fisico teorico e scrittore di successo Carlo Rovelli, con le sue richieste perentorie ai partiti su temi rilevanti: guerra e armamenti, clima e disuguaglianze. C’è la senatrice ri-candidata, Monica Cirinnà, protagonista di una timida, seppur necessaria, stagione di riforme sui diritti civili. Infine due giornalisti: Christian Raimo, che è anche scrittore ed insegnante, sui fascismi che tornano, e Ida Dominijanni, saggista, sul ritorno del Berlusconi biopolitico.
Buon ascolto!
Qui sotto i link alle singole puntate.
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    Raffaele Liguori
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Una Costituzione attuale e inattuata, dopo 70 anni

Costituzione

Settant’anni fa, il primo gennaio 1948, entrava in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana. Un testo ancora attuale, anche se inattuato in diverse parti. Ne abbiamo parlato a Memos con due costituzionalisti: Andrea Pertici (università  di Pisa) e Massimo Villone (università  di Napoli).

Principi fondamentali, conversazioni sulla Costituzione. E’ il titolo di un ciclo di trasmissioni andate in onda a Memos tra febbraio e maggio del 2015.

In occasione dei 70 anni della Liberazione dal nazifascismo abbiamo riletto i primi 12 articoli (e non solo) della nostra Costituzione. Lo abbiamo fatto con l’aiuto di interpreti d’eccezione: da Stefano Rodotà  a Carlo Smuraglia, da Salvatore Settis a Valerio Onida, Lorenza Carlassare, Marilisa D’Amico, Luigi Bonanate, Gaetano Azzariti, Andrea Pertici e altri.

In questa pagina trovate l’elenco di tutte le puntate del ciclo con i relativi link ai podcast di ciascuna trasmissione.

Ecco l’elenco delle trasmissioni (attenzione: i testi delle presentazioni di ciascuna puntata non sono aggiornati)

Articolo 1

Si comincia con l’articolo 1. Ospiti Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi, partigiano, giurista; e Paolo Caretti, costituzionalista dell’università di Firenze (I diritti fondamentali. Libertà e diritti sociali, Giappichelli, 2011). Articolo 1 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

 

Articolo 2

Seconda puntata di “Principi fondamentali”, l’appuntamento settimanale di Memos con la Costituzione. Tema di oggi, l’articolo 2: dai “diritti inviolabili” ai “doveri inderogabili”. Ospite Valerio Onida, Presidente emerito della Corte Costituzionale, giudice della Consulta dal 1996 al 2005, ha insegnato diritto costituzionale all’Università Statale di Milano (La Costituzione, Il Mulino, 2007). Articolo 2 Cost.: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

 

Articolo 3

Terza puntata di “Principi fondamentali”. Tema di oggi, l’articolo 3: l’uguaglianza. Ospite: Stefano Rodotà, giurista, professore emerito all’Università La Sapienza di Roma dove ha insegnato per anni Diritto Civile. Lo studio dei diritti attraversa tutta la storia della ricerca scientifica del professor Rodotà. “Solidarietà, un’utopia necessaria” (Laterza, 2014) è il titolo del suo ultimo libro. «L’articolo 3 è un articolo straordinario», dice Rodotà. «Se noi, ancora oggi, lo confrontiamo con gli articoli delle altre costituzioni – a cominciare dalla costituzione tedesca del 1949 e dalle altre successive costituzioni – notiamo che non c’è alcun articolo che sia così forte, lungimirante e che abbia innovato profondamente rispetto alle parole chiave dell’eredità della Rivoluzione francese (libertà, eguaglianza, fraternità)». Il professor Rodotà racconta anche dei vuoti presenti nei principi fondamentali della costituzione italiana, in particolare di quel principio della “laicità della repubblica” affermato invece nella costituzione francese. Ma è soprattutto sull’articolo 3 che Rodotà si sofferma in questa puntata di “Principi fondamentali”: «L’articolo 3 della nostra Costituzione, insieme ad altri, ha la virtù di cui parlava Piero Calamandrei: aver creato una “costituzione presbite”, una costituzione capace di guardare lontano. Oggi un articolo come il 3 della nostra Costituzione, sull’uguaglianza – in un momento in cui tragicamente il mondo è prigioniero delle disuguaglianze – mi sembra una guida sicura».

 

Articolo 4

Quarta puntata di “Principi fondamentali”. Tema di oggi, l’articolo 4: il diritto al lavoro e il dovere (ovviamente non coercitivo, come sentiremo) di svolgerlo. Ospite: Ignazio Masulli, storico. Masulli è stato ordinario di Storia del Lavoro all’Università di Bologna. I suoi studi riguardano le trasformazioni strutturali del mondo del lavoro – con riferimento alle rivoluzioni industriali tra Otto e Novecento – e alle modificazioni più recenti del sistema produttivo e del lavoro. Il titolo del suo ultimo lavoro è: “Chi ha cambiato il mondo? La ristrutturazione tardocapitalista, 1970-2012” (Laterza, 2014). Si tratta di un’analisi su come si è affermato il pensiero neoliberista in tutto l’Occidente. «La rilettura della Costituzione – racconta il professor Masulli – serve a ritrovare il senso della cittadinanza, del patto sociale. Un senso che non si costruisce sulle leggi del mercato, ma in base ai diritti e ai doveri, a cominciare da quelli del lavoro».
Articolo 4 – Ignazio Masulli

Articoli 5, 6 e 12

Quinta puntata di “Principi fondamentali”, l’appuntamento settimanale di Memos con la Costituzione. La puntata di oggi riguarda un gruppo di articoli (5, 6 e 12): il principio dell’unità nazionale e il suo simbolo (la bandiera); e poi le autonomie locali e la tutela delle minoranze linguistiche. Ospite: Enzo Balboni, costituzionalista, insegna diritto pubblico comparato all’università Cattolica di Milano. «L’articolo 5 – racconta il professor Balboni – è importante perchè fonda non soltanto il principio di autonomia, ma soprattutto il pluralismo istituzionale: è l’idea che non c’è una sola verità, non c’è un solo indirizzo politico-amministrativo che possa andar bene per tutto il paese. Secondo questo principio pluralistico i soggetti legittimati – come comuni e regioni – possono avere degli indirizzi politico-amministrativi diversi da quelli dello stato».
Articoli 5/6/12 – Enzo Balboni

Articolo 7

Sesta puntata di “Principi fondamentali”. Tema di oggi, l’articolo 7: i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. Ospite: Marilisa D’Amico, costituzionalista all’Università degli Studi di Milano. Vi segnalo due titoli di D’Amico, attinenti al tema di oggi: “Laicità per tutti”, con A. Puccio, Franco Angeli, 2009; “La laicità è donna”, L’Asino d’Oro Edizioni, 2013. L’articolo 7 ha avuto un’origine molto controversa, inizialmente con una forte spaccatura nell’Assemblea Costituente tra i democristiani, da un lato, e il fronte dell’opposizione di socialisti, comunisti e azionisti, dall’altro. Oggetto dello scontro: l’introduzione nella Costituzione repubblicana di quei Patti Lateranensi firmati da Mussolini e dal cardinale Gasparri. Uno scontro ricucito in seguito dalla “svolta” di Togliatti che – con il sì del Pci al testo diventato poi quello definitivo – permise all’articolo 7 di essere approvato con una larghissima maggioranza (350 contro 149). In quell’articolo non c’è alcun riferimento esplicito al principio di laicità, come invece lo si può ritrovare nella costituzione francese. Ciononostante, secondo Marilisa D’Amico è possibile ricostruire le tracce indirette di quel principio di laicità: sia attraverso la lettura congiunta di altri articoli della Carta sia attraverso alcune sentenze della Consulta.
Articolo 7 – Marilisa D’Amico

Articolo 8

Settima puntata di “Principi fondamentali”. Tema di oggi, l’articolo 8: il principio dell’uguaglianza tra le religioni e del pluralismo confessionale. Ospite: Stefano Sicardi, ordinario di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Torino. ..«Nel costruire la Costituzione – racconta il professor Sicardi – ci si trovava di fronte ad un fatto compiuto: i Patti Lateranensi. L’esistenza di quei patti rendeva difficile ripartire da zero nella definizione dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica, tra lo Stato e le altre confessioni religiose. Allora, la soluzione compromissoria che fu trovata per gli articoli 7 e 8 faceva coesistere elementi differenti. Ad esempio: si dice che le confessioni religiose sono ugualmente libere (art.8), ma ciò non significa che siano uguali. Le religioni sono uguali solo nelle loro manifestazioni; sono invece diverse – da quella cattolica – per quanto riguarda i rapporti con lo stato: da un lato abbiamo un sistema concordatario (chiesa cattolica), dall’altro solo le intese (per tutte le altre religioni)».
Articolo 8 – Stefano Sicardi

Articolo 9

Ottava puntata di “Principi fondamentali”. Tema di oggi, l’articolo 9: cultura e ricerca scientifica, tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico. Ospite: Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte. Settis è stato per undici anni (dal 1999 al 2010) direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa. «Il contenuto di questo articolo 9 – racconta il professor Settis – è molto innovativo. “E’ il più originale della Costituzione”, diceva Ciampi quando era presidente della Repubblica, ed io sono d’accordo. E’ interessante notare che i due proponenti dell’articolo 9 siano stati Concetto Marchesi, deputato comunista, anziano professore di latino, e Aldo Moro, giovanissimo giurista democristiano». L’articolo 9 è anche l’espressione dell’incompiutezza della Costituzione repubblicana, tradita dal degrado e dalla svendita del nostro patrimonio storico-artistico. «L’articolo 9 – sostiene Settis – segnala uno dei casi massimi in cui si assiste ad un preoccupante divorzio fra l’altezza dei principi e il pessimo livello delle pratiche amministrative e politiche a cui stiamo assistendo».
Articolo 9 – Salvatore Settis

Articolo 11

Nona puntata di “Principi fondamentali”. Tema di oggi, l’articolo 11: il ripudio della guerra. Ospite: Luigi Bonanate, ordinario di Relazioni internazionali all’Università di Torino. «E’ uno degli articoli più belli della nostra Costituzione», sostiene Bonanate. «La discussione nell’Assemblea Costituente – racconta il professore – fu quasi unanimemente concorde sulla formulazione dell’articolo 11. Togliatti insistette moltissimo sull’importanza delle denuncia più radicale possibile della guerra. La Dc di sinistra, di Dossetti e altri, fu assolutamente consenziente con questa impostazione. Insieme andarono alla ricerca del verbo più perentorio e più forte che si potesse immaginare e “ripudiare” rappresentava il rifiuto totale, senza scappatoie, della guerra». Di Luigi Bonanate sul tema vi segnalo: “Guerra e pace”, Franco Angeli, 1994 – Una storia del pensiero politico degli ultimi due secoli sul tema della guerra e della pace…“La guerra”, Laterza, 2011 – Una ricostruzione della guerra in tutte le sue dimensioni: antropologica, strategica, storiografica, filosofica.
Articolo 11 – Luigi Bonanate

Articoli 10 e 11

Siamo arrivati al decimo appuntamento di “Principi fondamentali. Conversazioni sulla Costituzione”. “Principi fondamentali” è un supplemento settimanale di Memos dedicato alla Costituzione, in particolare ai suoi principi fondamentali, a quei primi 12 articoli della nostra Carta. Nella puntata di oggi ci occupiamo di due articoli – l’articolo 10 e l’articolo 11 – i cui principi sono direttamente collegati alle vicende di cui si sta discutendo in queste ore dopo l’ultima strage di migranti che si è compiuta nel mare Mediterraneo. L’ospite di oggi è Lorenza Carlassare, professoressa emerita di diritto costituzionale all’Università di Padova. La conversazione di oggi parte dal diritto d’asilo riconosciuto ai cittadini stranieri così come stabilito dall’articolo 10 della Costituzione. «Sul diritto d’asilo l’Italia non ha mai fatto ciò che doveva. Ricordo – racconta Carlassare – ciò che accadde dopo il golpe di Pinochet in Cile e la caduta di Allende. C’erano allora moltissime persone, cittadini cileni, che venivano perchè era loro impedito l’esercizio delle libertà democratiche. Loro, alcune decine di persone e non migliaia come accade oggi, erano detenuti in campi di prigionia, non potevano uscire: quindi non abbiamo mai mantenuto fede ai nostri principi nemmeno quando era possibile. Adesso la situazione è diventata molto peggiore, però in realtà i diritti non glieli abbiamo mai riconosciuti».
Articoli 10 e 11 – Lorenza Carlassare

Articolo 21

Undicesima puntata di “Principi fondamentali”. Esaurito il ciclo dei primi dodici articoli, quelli che la Costituzione stessa definisce i “Principi fondamentali”, Memos prosegue con l’esame di altri articoli della nostra Carta. Inseriremo arbitrariamente nei princìpi fondamentali della Repubblica alcune parti del testo della Costituzione che trattano temi rilevanti come la libertà di espressione, il diritto alla salute, la libertà della ricerca e dell’insegnamento tra scuola pubblica e scuola privata; la tutela del lavoro, la libertà di impresa e i suoi limiti. Tema di oggi, l’articolo 21: la libertà di manifestazione del pensiero. Ospite: Andrea Pertici, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Pisa. «Con l’articolo 21 – racconta Pertici – ci troviamo tra i diritti fondamentali della Costituzione. La libertà di manifestazione del pensiero non è tra i princìpi – che sono qualcosa di ancor più generale rispetto ai diritti – ma in realtà proprio all’interno dei princìpi fondamentali ci sono molti richiami da cui discende poi l’articolo 21. Per esempio: l’articolo 2 fa riferimento alla “Repubblica che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”: si tratta di una clausola che va ad abbracciare tutti i diritti che sono nella prima parte della Costituzione. Quindi l’articolo 21 è già annunciato e fortemente radicato nei primi dodici articoli, nei princìpi fondamentali».
Articolo 21 – Andrea Pertici

Articolo 32

Dodicesima puntata di “Principi fondamentali”, l’appuntamento settimanale di Memos con la Costituzione. Tema di oggi, l’articolo 32: la salute, diritto dell’individuo e interesse della collettività . Ospite: Vittorio Angiolini, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Milano. La conversazione con il professor Angiolini parte dalla descrizione del “diritto fondamentale alla salute” che i costituenti hanno voluto riconoscere in capo alla persona. A questo diritto spetta un primato assoluto rispetto all’”interesse” alla salute riconosciuto all’intera collettività: si tratta di un interesse che sta alla base dei trattamenti sanitari obbligatori, previsti per legge. L’articolo 32 prevede anche un divieto a quei trattamenti sanitari che non rispettano la “persona umana”: è la fonte del diritto al rifiuto delle cure stabilito dalla giurisprudenza (caso Englaro). Secondo Vittorio Angiolini, però, il diritto al rifiuto delle cure è altro rispetto all’eutanasia:«il diritto al rifiuto delle cure non implica un diritto di morire – come ha stabilito la Cassazione – ma soltanto di lasciarsi morire».
Articolo 32 – Vittorio Angiolini

Articoli 33 e 34

Tredicesima puntata di “Principi fondamentali”. Tema di oggi, gli articoli 33 e 34: la scuola. Ospite: Andrea Morrone, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Bologna. La conversazione con il professor Morrone ruota attorno ai principi generali della Costituzione che si applicano anche alla scuola: la centralità della persona nelle sue relazioni sociali, l’uguaglianza, il pluralismo, la cultura. In questo disegno la scuola pubblica ha un ruolo centrale, è “un organo costituzionale”, come lo aveva definito Piero Calamandrei, uno dei più autorevoli costituenti, fondatore del Partito d’Azione. Punto centrale dell’intervista è la parte dell’articolo 33 che riguarda il rapporto tra scuola pubblica e scuola privata, in particolare quel “senza oneri per lo stato” riferito all’istituzione delle scuole private. Anche qui può valere un’altra citazione di Calamandrei: «…il mandare il proprio figlo alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto farselo pagare? E’ un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese» (discorso al Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma 11 febbraio 1950).
Articoli 33-34 – Andrea Morrone

Articoli 35-38

Quattordicesima puntata di “Principi fondamentali”. Il tema di oggi sono gli articoli dal 35 al 38: il lavoro e i suoi diritti. Ospite: Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma. Il lavoro è il fondamento della Repubblica italiana, visto l’articolo 1 della Costituzione. Non solo. Il lavoro è un diritto legato alla persona e la Repubblica ne promuove “le condizioni che rendono effettivo questo diritto” (art.4). Gli articoli della puntata di oggi sono quelli che aprono il Titolo III della prima parte della Costituzione, che si intitola i “Rapporti economici”. Il professor Azzariti fa notare che in apertura di questa parte i costituenti hanno scelto di mettere non l’impresa, ma il lavoro, come ulteriore segnale della sua centralità. «Ancor prima dell’impresa, dell’iniziativa economica privata – racconta Azzariti – i costituenti hanno posto in apertura di questo “titolo” il lavoro e le sue tutele, sottolineando così – ancora una volta – la dignità del lavoratore».
Articoli 35-38 – Gaetano Azzariti

Articoli 41-43

Quindicesima e ultima puntata di “Principi fondamentali”. Il tema di oggi sono gli articoli dal 41 al 43: l’impresa, la proprietà privata e i limiti posti dalla Costituzione. Ospite: Massimo Luciani, ordinario di Diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma. In questi articoli i costituenti hanno fatto riemergere il carattere speciale della Costituzione italiana, e cioè la centralità della persona e del lavoro rispetto ad altre dimensioni della vita collettiva. Impresa e proprietà private sono garantite dalla Repubblica, ma la legge può prevedere dei limiti in nome dell’utilità sociale e dell’interesse generale. Siamo di fronte ad una concezione dell’impresa da parte dei costituenti opposta a quella che si affermata negli ultimi tre decenni attraverso il pensiero neoliberista. «I costituenti – racconta il professor Luciani – sapevano perfettamente che il mercato non è qualcosa di naturale. Il mercato esiste se ci sono regole e un potere pubblico che ne garantisca il rispetto. Inoltre, i costituenti quando parlano di “utilità sociale”, come nell’articolo 41, si riferiscono ad un concetto dinamico di utilità, ad una sorta di progetto di trasformazione sociale che vada nella direzione indicata dall’articolo 3, la riduzione delle differenze economico-sociali. Gli ultimi anni, invece, sono andati nella direzione opposta: le disuguaglianze anziché ridursi sono aumentate, il solco tra ricchi e poveri è aumentato non solo in termini di ricchezza, ma anche delle capacità culturali, dell’istruzione».
Articoli 41-43 – Massimo Luciani

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    Raffaele Liguori
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L’interessamento del giglio magico per Etruria

Il vero fatto nuovo dell’audizione di Federico Ghizzoni alla commissione sulle banche è quel riferimento fatto dall’ex amministratore delegato di Unicredit a una mail ricevuta da Marco Carrai (nella foto).

Carrai è stato l’uomo ombra di Matteo Renzi negli anni della sindacatura a Firenze. E’ uno dei membri della cerchia stretta, il cosiddetto “giglio magico”, di Renzi.

Imprenditore, Carrai è anche esperto di cybersicurezza (per questa ragione Renzi lo voleva a Palazzo Chigi, ma poi non se ne fece nulla). Carrai è uomo di potere. Al suo matrimonio di tre anni fa, con Renzi testimone, c’erano tra gli altri banchieri, finanzieri, imprenditori: da Viola del Mps, a Palenzona allora vicepresidente di Unicredit, a Cimbri di Unipol, Gros Pietro di Intesa. E poi Tronchetti Provera, il capo di Telecom di allora Recchi, l’ex ad di Fiat Fresco e tanti altri personaggi influenti.

E allora per queste ragioni la rivelazione di oggi di Ghizzoni è importante. Carrai non è un personaggio di seconda fila.

Dunque, Carrai scrive all’ex ad di Unicredit – nel gennaio 2015 dopo l’incontro tra Ghizzoni e la ministra Boschi – e nella mail sollecita una risposta su Banca Etruria: “mi è stato chiesto di sollecitarti per una risposta”, scrive Carrai secondo quanto rivelato da Ghizzoni.

mail

 

E’ la conferma che sui destini di Banca Etruria sono quanto meno interessati un po’ tutti i membri della cerchia stretta di Renzi: lo stesso ex presidente del Consiglio, come detto ieri dal governatore Visco; la ministra Boschi, come confermato da Ghizzoni oggi; e Carrai.

Chi aveva detto a Carrai di scrivere la mail? Ghizzoni se lo è chiesto, come ha raccontato durante l’audizione in commissione, ma poi ha scelto di non chiedere a Carrai chi fossero i suoi “mandanti”. Probabilmente, aggiungiamo noi, perché anche Ghizzoni aveva capito che Carrai voleva dire Renzi, e quindi Boschi. A poco sembra servire il tentativo di Carrai di smarcarsi. Nel pomeriggio di oggi ha fatto sapere che lui era “mandatario” solo di un suo cliente.

Ma l’audizione dell’ex capo di Unicredit di oggi ha dato anche un’altra conferma. E non solo sull’interesse del “giglio magico” per i destini della banca di cui il padre della ministra Boschi era vicepresidente. Ha dato la conferma anche di quanto Ferruccio de Bortoli aveva scritto nel suo libro.

“Boschi chiese a Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”. Sono le parole di De Bortoli.

E oggi Ghizzoni ha detto: “Boschi mi chiese se era pensabile per Unicredit valutare l’acquisizione o comunque un intervento su Banca popolare dell’Etruria”.

De Bortoli non scrive di pressioni, né Ghizzoni parla di pressioni. E allora perché la sottosegretaria Boschi oggi si è sentita sollevata dalle parole dell’ex ad di Unicredit? Boschi infatti oggi ha twittato: “Confermo relazione iniziale di Ghizzoni. Non ho fatto alcuna pressione”.

Ma il punto non sono le pressioni, quanto l’interesse che Boschi e Renzi, e anche Carrai, hanno manifestato verso Banca Etruria e le possibili manovre per salvarla. Un interesse in conflitto, soprattutto per quanto emerso finora su Boschi, con il suo incarico di governo.

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    Raffaele Liguori
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“Centrosinistra? Problema psicoanalitico”

Ferruccio de Bortoli è stato ospite della nostra trasmissione Radiosveglia.

La conversazione con l’ex direttore del Corriere della Sera e del Sole24Ore è iniziata dalla lettura di alcuni titoli dei quotidiani su povertà, immigrazione, Europa. E poi Renzi, il Pd e il centrosinistra. «Non penso sia un problema eminentemente politico”, ha detto l’ex direttore del Corriere riferendosi al ‘tutti contro tutti’ nel centrosinistra. «E’ invece un problema psicoanalitico: da una parte – dice De Bortoli – c’è lo scontro di personalità e dell’altra l’accumulo di rancori personali. Le differenze programmatiche in alcuni casi non sono così ampie. Ci si dovrebbe aspettare, per logica, che il segretario del Pd ad un certo punto dicesse: ‘Abbiamo litigato, abbiamo anche posizioni diverse,  ma perché non proviamo a confrontarci sulle idee?’. Questo, però, non avviene».

D’obbligo un passaggio su Maria Elena Boschi. E’ arrivata la querela annunciata due mesi fa dalla ministra? «No, non l’ho ancora ricevuta ma c’è ancora tempo», ha risposto De Bortoli. Boschi aveva minacciato una querela perché l’ex direttore del Corriere della Sera nel suo libro “Poteri forti (o quasi)” scrive che la ministra si rivolse nel 2015 all’ allora capo di Unicredit Federico Ghizzoni perché valutasse “una possibile acquisizione di Banca Etruria”, la banca di cui è stato vicepresidente il padre di Boschi, Pierluigi. «Quell’ incontro io l’ho citato, non è stato smentito», dice De Bortoli. Inoltre «nel libro di Renzi c’è un’indiretta conferma».

Ascolta l’intervista integrale con Ferruccio De Bortoli

De Bortoli a Radiosveglia

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    Raffaele Liguori
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Stefano Rodotà, la lezione di una vita

Diritto e diritti, proprietà e beni comuni, democrazia e nuove tecnologie, diritto corpo e amore, costituzione e internet.

E’ la lezione civile e politica del professor Stefano Rodotà. Per ripercorrerla, ad una settimana dalla sua morte, Memos ha ospitato oggi Ugo Mattei e Juan Carlos De Martin. Due persone legate a Rodotà da una stima reciproca.

Mattei, giurista dell’Università della California e dell’Università di Torino, ha condiviso con Rodotà la campagna sull’«acqua bene comune» che portò ai referendum del 2011. De Martin è ingegnere informatico del Politecnico di Torino, condirettore del Centro NEXA su Internet e Società, un centro di cui il professor Rodotà è stato uno dei garanti.

Ascolta tutta la puntata di Memos

Su radiopopolare.it potete trovare alcune delle numerosissime interviste, le più recenti, che Stefano Rodotà ha concesso generosamente a Radio Popolare nel corso degli anni. Ecco alcuni link: l’intervista sul suo libro “Diritto d’amore”, il commento all’articolo 3 della Costituzione su uguaglianza e solidarietà, un’analisi del binomio “ipocrita” sicurezza-libertà.

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    Raffaele Liguori
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“Unito, ma solo per condividere politiche comuni”

«Che stare insieme sia meglio che stare separati è un’ovvietà. Però per stare insieme bisogna condividere delle proposte di merito».

Lo ha detto a Memos Sergio Cofferati, deputato europeo del gruppo dei Socialisti e Democratici anche se dal 2015 non è più iscritto al Pd. Cofferati, già sindaco di Bologna (2004-2009) e prima ancora segretario generale della Cgil (1994-2002), ha attraversato la storia politica del centrosinistra di questi ultimi vent’anni. E oggi ragiona anche del suo futuro.

«Trovo stucchevole nella discussione di queste settimane, ancora adesso dopo i risultati elettorali – dice l’ex leader della Cgil – il politicismo che porta ad interrogarsi se il centrosinistra debba essere largo o stretto. La mia domanda, che è quella che tante persone mi fanno, è: stare insieme per fare cosa? Io vorrei che si discutesse di questo. Faccio degli esempi: penso che una forza di sinistra che considera il lavoro un valore sociale debba NON fare il Jobs Act. E quindi il Jobs Act va abolito. Se si è d’accordo, poi discutiamo insieme sul come fare. Altro esempio: la legge sulla “buona scuola” va modificata radicalmente; sulle tasse hanno introdotto la “flat tax”, io vorrei una progressività nell’imposizione fiscale come c’era ai tempi del ministro Visentini (tra la metà degli anni ‘70 e gli ‘80, ndr). Vogliamo fare queste cose? Se sono condivise, discutiamo insieme come farle e allora c’è l’unione».

Nell’intervista a Memos Sergio Cofferati parla del leader laburista britannico Corbyn, dell’Europa e del lavoro, dei principi dimenticati dalle politiche dei governi europei (Dichiarazione di Philadelphia, Carta dei diritti fondamentali dell’UE).

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“C’era un’alternativa al regalo di Stato per Intesa”

C’era un’alternativa al regalo del governo a Banca Intesa? Le banche venete (Veneto Banca e Popolare di Vicenza) potevano essere “salvate” prima e in un altro modo?

Il governo ha deciso domenica scorsa per decreto di aiutare con oltre 5 miliardi di euro l’unico soggetto che si è offerto per rilevare le banche venete. Si tratta del gruppo Intesa San Paolo che si prenderà la parte ripulita dai crediti spazzatura delle due banche (cioè sportelli, asset vari e parte del personale) pagando la cifra simbolica di un euro.

Come si è arrivati al crack delle due banche? C’entra la crisi finanziaria internazionale oppure il dissesto dei conti dipende dalla malagestione dei due istituti?

A Memos ne abbiamo parlato con Stefano Fassina, deputato di Sinistra italiana e consigliere comunale a Roma, ex viceministro dell’economia nel governo Letta, economista.

«Il governo – sostiene Fassina – poteva entrare con un suo fondo nel capitale delle due banche e prendersi non solo le parti della “bad bank” (i crediti inesigibili o incagliati), ma anche gli asset redditizi e fare un’operazione che sarebbe potuta diventare vantaggiosa per i contribuenti. Invece, l’esecutivo ha scelto una strada che regala la parte migliore di quelle banche a Banca Intesa, una strada che ancora una volta privilegia gli interessi forti di questo paese».

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Ballottaggi, alleanze in crisi per vincitori e vinti

E’ un lungo elenco di città passate da amministrazioni di centrosinistra a sindaci di centrodestra il risultato prevalente dei ballottaggi di ieri.

Genova è stato il caso più eclatante. La grande città del nord, da sempre con giunte di tradizione di sinistra o progressista, è finita nelle mani di un sindaco, Marco Bucci, che durante la campagna elettorale ha promesso di amministrare la città “come un’impresa”.

Una sconfitta pesante per il centrosinistra genovese che pure si è presentato in una versione larga: Pd, Mdp bersaniano ed ex Sel, una lista arcobaleno con i rappresentanti delle comunità immigrate e gli attivisti LGBT.

Ma anche l’alleanza dei vincitori a Genova scricchiola. La coalizione che ha sostenuto il nuovo sindaco Bucci, la destra classica forzitalia-lega-fratelliditalia, già un minuto dopo la vittoria non è riuscita a nascondere le proprie crepe.

Divisi tra i berlusconiani di Forzitalia soddisfatti, ma non raggianti, per la vittoria genovese, come l’ex ministra Gelmini. E gli altri, i “salviniani” di Forzitalia (con Toti, presidente della regione Liguria in prima linea) insieme ai leghisti ortodossi, a celebrare le tenebre dell’avvenire tracciate dal segretario del Carroccio: “Ci vuole una pulizia di massa, via per via, quartiere per quartiere” (Salvini a Recco, il 18 febbraio scorso).

Memos oggi ha ospitato lo storico Luca Alessandrini, dell’Istituto “Ferruccio Parri” di Bologna, e il vicedirettore della rivista “Il Mulino”, Bruno Simili. Con loro abbiamo parlato della vittoria “dimezzata” della destra, della sconfitta del centrosinistra allargato e del Pd di Renzi, del voto complessivo delle città medio-piccole nell’Italia dell’impoverimento sociale e dell’insicurezza.

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L’Italia e la crisi, tra banche industria e lavoro

La Grande Recessione è iniziata dieci anni fa negli Stati Uniti con la crisi dei mutui ad alto rischio, trasformati poi in titoli spazzatura e venduti a mani basse sui mercati finanziari.

Il 19 luglio 2007 l’allora capo della Federal Reserve Ben Bernanke ammise per la prima volta che la crisi dei subprime avrebbe “chiaramente provocato delle perdite”. Bernanke, durante un’audizione alla commissione bancaria del Senato statunitense, riportò alcune stime di queste perdite: tra i 50 e i 100 miliardi di dollari. Due anni dopo, nel 2009, le stime sui costi della crisi per le banche sarebbero diventate superiori di oltre 30 volte.

A dieci anni di distanza dall’inizio della Grande Recessione negli Stati Uniti, qual è il conto pagato dall’Italia?

Memos ha ospitato oggi lo storico Giuseppe Berta e la statistica sociale Linda Laura Sabbadini.

A dieci anni da quel luglio del 2007 in Italia si parla ancora di banche. Banche travolte dalla crisi globale, ma anche in diversi casi dalla malagestione clientelare locale. Ieri è stata approvata definitivamente dal parlamento la Commissione d’inchiesta sul sistema bancario italiano. Montepaschi, Etruria, CariFerrara, CariChieti, Banca Marche sono alcune delle banche di cui la commissione dovrà occuparsi. Ma quello delle banche è solo uno degli aspetti della crisi di questi dieci anni. Gli altri riguardano l’industria italiana decimata, il lavoro parcellizzato tra stabili e precari, la società frammentata dalle disuguaglianze. E poi l’espansione, anche a causa della crisi, del potere economico delle organizzazioni mafiose. Proprio oggi ne ha parlato il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti nella sua relazione annuale.

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Una prova d’appello per la scuola italiana

Dal “profitto vile che fulmina il pesce” del poeta livornese Caproni alla rivoluzione digitale e il suo rapporto con il lavoro; dall’Italia del boom economico degli anni Sessanta alla relazione tra progresso materiale e civile; dai disastri alle ricostruzioni.

E’ la maturità 2017. Sono i temi su cui per un massimo di sei ore si sono esercitati oggi poco più di mezzo milione di maturandi. La scuola italiana è stata capace di prepararli allo sviluppo di queste tracce? Agli studenti è stata insegnata la storia italiana fino agli anni Sessanta? Hanno letto le poesie di Caproni?

Messa in questi termini, la maturità diventa una prova non solo per i singoli studenti, ma anche per la scuola italiana: un test d’appello sulla capacità dell’istituzione di preparare i giovani all’esame degli esami.

Memos ha ospitato oggi due delle fonti utilizzate dal Miur per le tracce: lo storico Piero Bevilacqua, per il tema sull’Italia del boom economico, e il genetista Edoardo Boncinelli citato per il tema “progresso e civiltà”.

Ospite a Memos anche Marco Rondina, studente di ingegneria informatica del Politecnico di Torino. Da Rondina ci siamo fatti raccontare cosa devono aspettarsi quegli studenti che, dopo la maturità, decideranno di iscriversi all’università (l’anno scorso sono stati 280 mila su 500 mila maturandi).

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Corruzione e cittadini monitoranti contro il malaffare

Anticorruzione pop. E’ semplice combattere il malaffare se sai come farlo”. E’ il titolo di un libro appena uscito per le edizioni del Gruppo Abele.

E’ un libro sulla corruzione. Non parla però solo di corrotti e corruttori, ma di ciò che ciascuno di noi può fare. Noi, potenziali “cittadini monitoranti”.

Il volume, scritto da Leonardo Ferrante e Alberto Vannucci, mette insieme analisi, modelli, riflessioni e proposte sul tema della corruzione. Con un obiettivo: sconfiggere il sistema del malaffare in Italia. Un sistema così diffuso “da mettere in discussione non solo la nostra convivenza, ma il nostro stesso stare al mondo”, ha scritto don Luigi Ciotti nella presentazione.

Anticorruzione pop è anche una miniera di riferimenti bibliografici, con una vasta letteratura sulla corruzione citata di volta in volta nelle note al testo.

I due autori sono stati ospiti oggi a Memos.

Leonardo Ferrante è referente nazionale del settore “Anticorruzione civica e cittadinanza monitorante” di Libera e Gruppo Abele.

Alberto Vannucci, professore di scienza politica all’Università di Pisa. Dal 2010 coordina il Master universitario in “Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione”, costruito con Libera e Avviso pubblico.

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    Raffaele Liguori
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Macron e la solida maggioranza di deputati e astensionisti

Le elezioni in Francia, ieri il secondo turno delle legislative. Ora l’era Macron può cominciare.

Il partito del presidente della repubblica francese (En Marche) ha ottenuto una solida maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale, ma con una fragilissima partecipazione degli elettori. Soltanto il 43,4% degli elettori francesi è andato a votare (al primo turno solo il 50,2%).

Le urne francesi hanno dato anche altre indicazioni: la destra gollista in parlamento ha quasi dimezzato la sua rappresentanza, il partito socialista si è frantumato (da 280 ad una quarantina di seggi); la sinistra di Melenchon ha quasi triplicato i seggi (da 10 a 27), ma è molto al di sotto dei voti che il suo leader aveva preso al primo turno delle presidenziali. Infine la destra xenofoba e nazionalista del Front National (da 2 a 7 seggi) con Marine Le Pen che entra per la prima volta in parlamento.

Cosa farà Macron? Quali politiche proporrà per uscire dalla crisi? Molto è già stato annunciato durante i lunghi mesi di campagna elettorale, a partire dal tema del lavoro su cui Macron sembra voler proseguire la già contestata linea della “loi travail” di Hollande-Valls. Ma ora Macron è atteso alla prova delle decisioni. Sarà un Macron in continuità con le politiche di questi anni o di rottura?

Memos ha ospitato oggi l’economista e sociologo dell’Università Cattolica di Milano, Mauro Magatti; e il politologo Marco Revelli dell’Università del Piemonte Orientale.

«Su Macron ci sono indicazioni frammentarie e interpretazioni diverse», racconta a Memos il professor Magatti. «La sua è una figura emersa ad una velocità strabiliante. C’è chi pensa che Macron possa essere solo il continuatore della politica economica di questi ultimi anni, rappresentante del mondo della finanza, degli interessi francesi. C’è anche chi pensa, invece, che il nuovo presidente possa essere capace di iniziative più coraggiose, di aprire una svolta storica in Francia e in Europa. Credo – conclude Mauro Magatti – che siamo davanti ad un grande punto interrogativo».

Per il politologo Marco Revelli «Macron rappresenta sicuramente una rottura. La Quinta Repubblica, nata tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60, è finita», sostiene Revelli. «Nasce oggi una nuova repubblica che non ha una propria costituzione. E’ questo il primo dato che emerge dalle elezioni. Il secondo è che Macron è un sovrano senza contrappesi in parlamento. La maggioranza assoluta che ha conquistato, con la sua lista En Marche e quella dei MoDem, è straripante. Tuttavia, questa maggioranza non corrisponde alla maggioranza sociale nel paese. Il livello altissimo di astensione, che sfiora il 60%, crea un problema di legittimazione. Ci si attende ciò che i francesi chiamano “il terzo turno”, quello che si gioca nelle piazze. Se non ci sono contrappesi istituzionali, l’unico contrappeso rimane la mobilitazione. E’ questa la grande incognita dell’autunno – conclude Marco Revelli – quando Macron dovrà tradurre in fatti il proprio programma. Un programma per certi versi socialmente “lacrime e sangue”».

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