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Il nuovo ciclo di lezioni di antimafia è online

lezioni di antimafia 2021

Tornano le lezioni di antimafia a Radio Popolare.
Ideate dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzate insieme a Radio Popolare, le lezioni riprendono lunedì 11 gennaio per il quinto ciclo.

Il tema di quest’anno: “Le molte facce della giustizia e dell’ingiustizia”. Si partirà da una considerazione: il funzionamento della giustizia si intreccia sempre di più con i vizi e le ipocrisie della società italiana. 

Tra gli ospiti di questo quinto ciclo ci saranno Nando dalla Chiesa (presidente della Scuola Caponnetto), Piercamillo Davigo, Lucia Castellano, Gianrico Carofiglio e altri. 

Le lezioni NON si svolgeranno nell’Auditorium di Radio Popolare, come è accaduto per i quattro cicli precedenti. 

Quest’anno sarà possibile seguire le singole lezioni in streaming sui canali YouTube della Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e di Radio Popolare, a partire dalle 21 di lunedì 11 gennaio 2021.

La sintesi di ciascuna lezione verrà trasmessa successivamente a Memos a cura di Raffaele Liguori.

Sul sito di Radio Popolare, alla pagina Lezioni Antimafia, saranno disponibili le versioni integrali delle singole lezioni di questo ciclo (nella stessa pagina si trovano anche le lezioni dei quattro cicli precedenti, vedi link archivio di tutte le puntate). 

iAlla pagina di Memos troverete i podcast con le sintesi delle lezioni.

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    Raffaele Liguori
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COVID-19, con l’arrivo dei vaccini non dimentichiamo le cause profonde della pandemia

cause pandemia

L’arrivo più o meno certificato dei primi vaccini per il COVID-19 sta generando un senso di sollievo. Legittimo. Ciò che invece appare illegittimo e inaccettabile, agli occhi di alcuni scienziati, è la rimozione delle cause profonde della pandemia che potrebbe accompagnare l’arrivo dei vaccini.

Possiamo pensare di debellare COVID-19 ignorando le cause della diffusione della pandemia da virus Sars-CoV-2?

Memos ha ospitato il filosofo delle scienze biologiche Telmo Pievani, grande esperto di teoria dell’evoluzione, docente all’Università di Padova, per farsi guidare in un viaggio all’origine del virus.

Come siamo arrivati fin qui con la pandemia da COVID-19? Il professor Pievani utilizza come guida un importante articolo scientifico pubblicato recentemente sulla rivista americana Cell. Uno dei due autori è il noto immunologo statunitense Anthony Fauci. “L’articolo contiene due tesi“, spiega il professor Pievani: “La prima è che noi essere umani coabitiamo con questi virus da tanto tempo“, mentre la seconda è che “dopo millenni di convivenza con i virus, negli ultimi vent’anni è successo qualcosa di nuovo: una serie di attività umane, di devastazione dell’ambiente, hanno reso molto più probabile il salto di specie di questi virus dagli animali agli umani. Le attività di deforestazione, di commercio illegale di animali esotici, e così via – conclude il filosofo – ci hanno fatto entrare in un’epoca in cui queste pandemie diventano più frequenti e più violente“.

Nell’articolo Fauci e il suo collega accusano l’umanità di essere particolarmente distruttiva nei confronti dell’ambiente in cui vive. Viene dunque da chiedersi, è un artificio retorico che i due studiosi usano, oppure c’è un fondamento concreto? Secondo il professor Pievani i comportamenti descritti nell’articolo sono riportati appropriatamente, e specifica che non sono gli unici paper accademici a confermarlo, anche in casi di ricerche pubblicate da organizzazioni senza un passato storico ecologico. “Tutte queste riviste continuano a pubblicare questi articoli pieni di moniti, e questo perché i dati che i scienziati stanno raccogliendo sono ormai molto approfonditi e molto preoccupanti“, dice Pievani.

La pandemia che ci attanaglia da quasi un anno, quindi, si tratta di un costo ambientale: un conto salato che ci è fornito dopo aver sperperato senza ritegno. “Questa economia capitalista oggi ci costa troppo, e quindi da un punto di vista politico prima che economico non ci conviene più“, afferma Pievani.

Quando i vaccini contro il COVID arriveranno, avremo chiuso i conti con questa pandemia? “Uscire da questa emergenza non basta, perché è una soluzione a questa pandemia, ma quando ne saremo usciti dovremo evitare di perderla nell’oblio“, risponde Pievani. “A differenza per esempio dei terremoti, per i quali possiamo purtroppo fare poco, nel caso delle pandemie possiamo fare tanto. Solo che non lo stiamo facendo“. Pievani si scontra con le abitudini umane dannose all’ambiente e potenzialmente cause di pandemia, come per esempio il caso dei wet market in Cina e i vari animali cacciati per le loro – presunte – proprietà afrodisiache. Vietare internazionalmente pratiche come queste sarebbero, per il professore, “azioni concrete che ridurrebbero in futuro la probabilità di nuove pandemie“.

Le azioni umane, dunque, hanno reso gli umani ancora più vulnerabili, fragili. Un tema che Telmo Pievani ha ripreso nel suo ultimo libro “Finitudine. Un romanzo filosofico su libertà e fragilità” (Raffaello Cortina, 2020).

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    Raffaele Liguori
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La solitudine del capitalismo, diviso tra Oriente e Occidente. Intervista all’economista Branko Milanovic

capitalismo Milanovic

Il capitalismo è l’unico sistema economico sopravvissuto alla fine della guerra fredda. È la tesi dell’economista Branko Milanovic della City University di New York, ospite oggi a Memos. “Capitalism, alone” è il titolo del suo ultimo libro appena tradotto in Italia (“Capitalismo contro capitalismo”, Laterza 2020).

Cosa vuol dire che il capitalismo è rimasto solo, unico sistema economico del pianeta, dagli Stati Uniti alla Cina? Capitalismo contro capitalismo è lo scontro tra due regimi di uno stesso sistema, il capitalismo appunto. Uno scontro tra Occidente e Oriente, tra capitalismo “liberale” e capitalismo “politico”, come li chiama il professor Milanovic.

Quanto durerà l’egemonia solitaria del capitalismo? L’economista serbo prevede tempi lunghi, perché non vede “un’alternativa chiara”. L’ideologia del neoliberismo è stata messa in crisi dal crash finanziario del 2008, ma non il capitalismo. Oggi non esistono alternative, come quella rappresentata da Marx e dal socialismo nell’Ottocento, oppure dalla socialdemocrazia nel Novecento. “Quindi – conclude Branko Milanovic a Memos – se non abbiamo un’alternativa e guardiamo a ciò che succede oggi….beh, ci rendiamo conto che ciò che accade oggi durerà ancora per molto tempo”.

Professor Milanovic, quando la disuguaglianza inizia ad essere un soggetto dell’analisi economica?

È una buona domanda, perché la disuguaglianza nel nostro modo di pensare (principalmente una disuguaglianza tra individui) è diventata concretamente un soggetto di analisi alla fine del XIX secolo. La prima persona a metterla in questi termini moderni fu Vilfredo Pareto. Come forse i suoi ascoltatori sapranno, Pareto era un ingegnere di formazione, fondamentalmente un matematico, interessato ai fenomeni sociali.
Iniziò notando una certa regolarità quando usò i dati fiscali di molte città italiane e parte della Germania, prima dell’unificazione italiana e tedesca.
Fondamentalmente è stato il primo ad aver studiato la disuguaglianza in un modo moderno.
Comunque, la disuguaglianza – in un modo diverso – era già presente in Adam Smith e David Ricardo e in Marx.
Ma questa disuguaglianza era ciò che noi oggi chiamiamo “diseguaglianza funzionale”, che significa disuguaglianza tra capitalisti, lavoratori e proprietari terrieri.
In quei giorni, essenzialmente, il tipo di reddito che ricevevi – supponiamo una rendita dalla terra – immediatamente, nella visione di autori come Marx o Ricardo, ti poneva in una categoria.
In quel senso la disuguaglianza per loro significava una disuguaglianza che dipende dal tipo di reddito che ricevi. Ed è diversa dalla disuguaglianza che percepiamo oggi.

Quando la disuguaglianza ha cominciato ad essere un elemento forte della politica economica? Quando i governi hanno iniziato a prendersi cura della disuguaglianza come un soggetto importante della politica economica, professor Milanovic?

Ciò che i governi hanno iniziato a fare è occuparsi della povertà. La povertà è sempre stata una grossa questione: perchè c’erano tante persone povere; e poi perchè politicamente la povertà è una questione rilevante se vuoi avere stabilità.
Storicamente la povertà era collegata alle istituzioni “caritatevoli” che su base volontaria distribuivano diversi tipi di aiuti alimentari.
Ovviamente anche le chiese hanno avuto un grosso ruolo, non solo le chiese cristiane, ma ad esempio anche le istituzioni religiose nei paesi islamici.
E’ solo con il XIX secolo, nelle società moderne, che la lotta alla povertà diventa una questione e, gradualmente, lo diventano anche le tutele per la stabilità dei redditi in caso di incidenti sul lavoro, disoccupazione, vecchiaia, famiglie numerose.
Su queste basi si fondò il welfare state. Direi che la disuguaglianza è stata sempre affrontata indirettamente, non è mai stata un oggetto di per sé. E’ stata un oggetto indiretto di cui ti occupavi quando volevi essere sicuro che ci fossero poche persone povere, che non ci fossero persone in estrema povertà, soprattutto quando si trovavano in condizioni in cui era impossibile lavorare (ad esempio, quando erano malate).
In questo senso la disuguaglianza potrebbe essere diventata una questione, ma abbastanza tardi, nella seconda parte del XX secolo.

Veniamo al suo libro “Capitalism, Alone”. Lei sostiene che il mondo, la società, è governata da un unico sistema economico: il capitalismo. Quando il capitalismo è rimasto solo?

Io sostengono che esiste un solo sistema economico e quel sistema è il capitalismo. Non è un’affermazione difficile da comprendere, perchè sappiamo tutti che nei paesi capitalistici il modo in cui si produce è lo stesso.
Un po’ più controverso è invece affermare che la Cina è un paese capitalistico. Faccio questa affermazione sulla base di dati empirici. Questi dati raccontano che:
– la maggior parte della produzione cinese è fatta nel settore privato;
– la maggior parte degli investimenti sono fatti privatamente;
– la maggior parte della forza lavoro si trova o nel settore privato oppure è occupata autonomamente.
Se si assume che la Cina è un paese capitalistico, allora si può dire che il mondo è diventato interamente capitalista negli ultimi 20-30 anni.
Ovviamente altre parti del mondo che erano socialiste (come l’Unione Sovietica, la Russia) oggi sono capitaliste. Si tratta di uno sviluppo recente della storia degli ultimi 25-30 anni.

Professor Milanovic, perchè il capitalismo è rimasto solo? E’ stato a causa di ragioni politiche o di altro?

È rimasto solo perchè ovviamente non c’erano altri concorrenti. Con la fine del socialismo i concorrenti scomparvero. E con la trasformazione della Cina in un paese capitalista scomparve anche un altro concorrente. Ecco che il capitalismo rimane da solo.
Non è un’affermazione controversa, è basata su dati empirici. Se ci si guarda attorno si vede che al mondo non c’è alcun altro modo di organizzare la produzione che non sia quello capitalista.
L’unico modo per sostenere una posizione diversa, come ho detto prima, è considerare la Cina un paese non capitalista.
Empiricamente è difficile sostenerlo, ci si può solo basare sul fatto che il partito al governo in Cina si chiama “partito comunista”. Ma come si sa, partiti diversi hanno nomi diversi e a volte quei nomi però non hanno molto a che fare con la realtà.

Nel suo libro, “Capitalismo contro capitalismo”, lei descrive il capitalismo come un “capitalismo liberale” e un “capitalismo politico”. Il primo è il capitalismo dei paesi occidentali e il secondo è il capitalismo dei paesi orientali. Può dirci qual è il significato che lei vuole attribuire all’espressione “capitalismo liberale” e “capitalismo politico”? Da dove provengono quelle definizioni di “liberale” e “politico”?

Con “liberale” – come la maggior parte delle persone può comprendere velocemente – io uso una definizione di liberal. Non nel senso abituale, ma in quello che John Rawls chiamò “liberal equality” (uguaglianza liberale). Quindi capitalismo “liberale” significa un capitalismo che permette la mobilità sociale e permette due funzioni diverse: una è la tassazione delle eredità e l’altra è l’istruzione pubblica.
Queste due forme che potremmo chiamare di “limitazione del ruolo dell’eredità” sono molto importanti.
Il primo (la tassazione delle eredità) limita l’eredità attraverso il capitale finanziario (diventi ricco solo perchè i tuoi genitori sono ricchi); il secondo limita l’eredità rendendo l’istruzione pubblica accessibile a tutti. Queste due funzioni sono molto importanti.
Ecco cosa intendo per capitalismo liberale, un capitalismo che permette la mobilità sociale.
Il capitalismo politico è il capitalismo che si differenzia dal lato politico, ovvero dal lato sovrastrutturale come dicono i marxisti; nel senso che non è democratico, c’è un partito unico e non ci sono elezioni libere.
Ci sono differenze anche economiche, sulla base del ruolo dello stato.
Nel capitalismo politico il ruolo dello stato è molto rilevante e influenza, interferisce, con la sfera economica. Probabilmente anche di più, nonostante la differenza non sia così ampia come si vuole credere, ma probabilmente di più che in un capitalismo liberale.

Lei dice che entrambi i capitalismi sono malati di qualcosa. Il capitalismo liberale è malato di disuguaglianza, quello politico è malato di corruzione. Questi due processi possono arrivare ad una fine e portare ad una dissoluzione del capitalismo oppure, secondo lei professor Milanovic, esistono dei meccanismi di autoregolazione per il futuro?

Difficile parlare del futuro. Il libro sostiene che le visioni che c’erano negli anni ’90 erano visioni sbagliate. Basti pensare agli assunti che furono fatti allora circa una sorta di fine dello sviluppo umano nel capitalismo liberale (vedi Francis Fukuyama e la fine della storia, ndr).
Negli ultimi 30 anni tali assunti si sono mostrati sbagliati. Quindi, abbiamo diversi sistemi politici organizzati, ma è certamente impossibile dire chi prevarrà.
Secondariamente lo trovo anche semplicistico, perchè potrebbe esserci un terzo tipo di sviluppo nel futuro, oppure potremmo avere una convergenza dei due sistemi di oggi. Faccio riferimento alla possibilità di convergenza sostenendo che la formazione delle élite nei due sistemi, apparentemente diversa, potrebbe portare allo stesso risultato in un tipo di sistema liberale come gli Stati Uniti.
Ci potrebbe essere un potere economico trasformato in un potere politico. In altre parole, si può avere l’unificazione delle élites, economica e politica…
Dall’altra parte, nel caso del capitalismo politico, come la Cina, anche qui ci può essere l’unificazione delle élites, ma in questo caso l’élite è politicamente potente e usa il potere politico per accedere al potere economico.

Che tipo di politiche si possono decidere nei paesi occidentali a “capitalismo liberale” per affrontare le disuguaglianze? In questi casi si parla di politiche distributive e pre-distributive. Cosa significano, quali sono le differenze professor Milanovic?

Si tratta di politiche differenti, che non si escludono reciprocamente. I paesi non seguono necessariamente una di queste politiche escludendo l’altra.
Di solito nelle economie avanzate le politiche più importanti sono quelle distributive. Spiego la differenza tra le due.
La politica di redistribuzione è una politica che permette di fare del “marketing”, avviene prima della tassazione e dei trasferimenti sociali.
Successivamente si usa la tassazione diretta e i trasferimenti sociali (benefici per i disoccupati, assegni familiari, pensioni) per redistribuire reddito.
La politica di pre-distribuzione, invece, ha un obiettivo diverso. L’obiettivo delle politiche pre-distributive è quello di uniformare (rendere uguali) le cosiddette “dotazioni” o “donazioni”, ciò che le persone portano sul mercato con il loro patrimonio umano e le loro risorse finanziarie.
L’obiettivo è quello di garantire un uguale accesso a quei patrimoni e rendere uguale (equalize) anche la distruzione di quegli assets. Se si mettono in atto queste azioni, allora l’ammontare delle politiche distributive non sarà cospicuo.
Questa è la differenza tra le due politiche.
Si può avere una tassazione relativamente bassa e dei trasferimenti sociali anche loro relativamente bassi, se si ha un’uguaglianza abbastanza alta in termini di dotazioni di lavoro e di capitale.

Professor Milanovic, praticare politiche distributive o pre-distributive presuppone avere un ruolo molto attivo del governo in economia. E’ ciò che vedremo nei prossimi mesi, un ruolo sempre più attivo dei governi per contenere quella diffusione delle disuguaglianze che abbiamo visto negli ultimi anni?

È una buona domanda. Vede, per affrontare la disuguaglianza ma anche la povertà, non c’è altro strumento importante che non sia il governo. Semplicemente non esiste un altro strumento. E lo dico anche per spiegare che in realtà sono d’accordo con quelle persone che sostengono che non è una responsabilità sociale delle imprese occuparsi di disuguaglianza e povertà. Sono d’accordo, recentemente ho letto anche dei buoni articoli sul tema.
Il ruolo del governo è semplicemente quello di decidere leggi e regolamentazioni che potrebbero limitare l’abilità di accumulazione di grandi patrimoni o il loro trasferimento alle generazioni future.
Non è qualcosa che può essere fatto, ad esempio, da istituzioni caritatevoli e da decisioni individuali.
Gli effetti di queste decisioni individuali sono molto più piccoli, se li paragoniamo al ruolo del governo.
Il ruolo del governo è assolutamente essenziale. E’ sbagliato vedere il governo come qualcosa che sta fuori di noi. Fondamentalmente è un contratto sociale, noi partecipiamo al governo come cittadini. Non c’è altra istituzione – eccetto il governo – che possa compiere una politica di redistribuzione.
In realtà si tratta proprio di una delle sue funzioni chiave…il governo è l’istituzione che ha il monopolio sul potere ed è anche l’unica istituzione che ha il monopolio sul nostro reddito (ovviamente, attraverso le tasse).

Professor Milanovic, 40 anni fa la svolta neoliberale irrompe come una forza rivoluzionaria. Reagan e Thatcher sono i principali attori di questa rivoluzione. Pensa che oggi siamo arrivati ad un nuovo punto di svolta, che siamo al termine di quel percorso iniziato 40 anni fa, anche per gli effetti negativi esercitati dalla pandemia?

Sono d’accordo su questo punto. Se legge quanto scritto dal direttore del Financial Times, e cioè che il neoliberismo è finito, allora si potrebbe effettivamente credere che questo sia il caso, visto che loro hanno sostenuto il neoliberismo per molto tempo. Penso, in realtà, che il punto di svolta sia stato la crisi del 2007-2008.
La crisi di oggi è insolita, perchè di per sè non è una crisi economica. E’ successa a causa di un evento esterno che ha fatto precipitare l’economia.
Penso che la crisi finanziaria sia stata più influente nel far succedere quel cambiamento ideologico (la fine del neoliberismo, ndr). A differenza della rivoluzione di Reagan e Thatcher, questo cambiamento è molto più sotterraneo. In altre parole, nel caso di Thatcher e Reagan c’era un punto molto chiaro, perfino ovvio, nel 1979 o nel 1980, e cioè che la politica economica (o altre politiche) dovesse essere modificata. Oggi il rifiuto ideologico del neoliberismo è molto più sotterraneo e non è seguito da alcun tipo di politica realmente diversa. In realtà, ciò che è stato notevole tra il 2008 e il 2018 è che in nessun paese abbiamo avuto un cambiamento sostanziale nella politica, nonostante la crisi ideologica del neoliberismo. E’ molto diverso da quanto accaduto negli anni ’80.

Una domanda sulle elezioni, la vittoria di Biden, professor Milanovic. Cosa prevede possa accadere, che tipo di cambiamenti ci saranno negli Stati Uniti. Alcuni esponenti del partito democratico durante la campagna elettorale hanno parlato della necessità di tornare indietro alla normalità. Cosa pensa?

La chiamano normalità perchè penso sia la più prevedibile, visti i comportamenti individuali del presidente. Non penso che gli anni tra il 2008 e il 2016 siano stati particolarmente normali, visto il fatto che erano gli anni della crisi finanziaria globale, gli anni in cui la classe media negli Stati Uniti non aveva avuto alcun aumento del reddito reale. Se anche dovessi tornare indietro a questo tipo di normalità, non penso che questa sia di per sè una normalità desiderabile. Inoltre, ciò che le persone dimenticano è che questo tipo di normalità è ciò che ha permesso l’avvento di Trump.
Non è come il virus, che arriva in modo esogeno, Donald Trump non arriva da un altro pianeta. È arrivato dall’interno di quel particolare mondo politico ed economico ed è all’interno di quel sistema che lui ha vinto le elezioni e all’interno di quel sistema lui ha trovato oltre 70 milioni di persone che negli Stati Uniti hanno votato per lui. Sono molto scettico su ciò che potrebbe significare quel ritorno alla normalità.

Al contrario quali sono i principali cambiamenti di cui hanno bisogno gli Stati Uniti?
Penso che nel settore economico la maggior parte delle persone valuta che ci sia bisogno di cambiamenti abbastanza enormi e difficili da realizzare.
Si va da una diversa tassazione di diverse forme di reddito, aliquote marginali più alte (che ovviamente esistevano nel passato, ma ora non più), cambiamenti nell’istruzione, nelle infrastrutture, cambiamenti per quello che viene chiamato il Green New Deal.
Si tratta di questioni che richiedono un enorme ammontare di fondi e di decisioni politiche. Penso che nessuna di queste probabilmente accadrà nei prossimi quattro anni. Fondamentalmente avremo un governo più stabile ai vertici dell’amministrazione, mentre tutto il resto sarà più o meno lo stesso.

Ultimissima domanda, professor Milanovic. Per quanto tempo il capitalismo rimarrà da solo?

Guardi, non abbiamo all’orizzonte delle alternative chiare. Se le avessimo avute, avremmo potuto discuterne. All’inizio della nostra conversazione ho citato Pareto. Pareto era anti-socialista, anti-comunista, e quando scrisse contro il socialismo e il comunismo c’erano alternative molto chiare e abbastanza ben delineate. Alcune arrivavano ovviamente da Marx, ma non solo.
La social-democrazia a quei tempi era divisa tra una componente di sinistra e un’altra meno di sinistra. Si trattava comunque di chiare alternative. Oggi non abbiamo un’alternativa che possa considerarsi simile al socialismo per come era il socialismo all’inizio del XX secolo.
Quindi, se non abbiamo un’alternativa e guardiamo a ciò che succede oggi….beh, ci rendiamo conto che ciò che accade oggi è qualcosa che durerà ancora per molto tempo.

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    Raffaele Liguori
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L’antropologo Arjun Appadurai, il COVID-19 e i fallimenti del linguaggio sociale

Arjun Appadurai

Memos ha ospitato un grande studioso della contemporaneità, uno dei principali rappresentanti dell’antropologia culturale. È il professor Arjun Appadurai che insegna “Comunicazione e cultura dei Media” alla New York University.

Arjun Appadurai è uno dei maggiori studiosi della globalizzazione. L’antropologo statunitense di origine di indiana vive a Berlino, dove Memos lo ha raggiunto. Un paio di settimane fa è uscito l’ultimo libro di Appadurai tradotto in italiano. Si intitola “Fallimento” ed è stato scritto insieme a Neta Alexander, studiosa di “Media e arte cinematografica”. Il libro è pubblicato da Raffaello Cortina Editore.

Nell’intervista a Memos il professor Appadurai parla di globalizzazione e COVID-19, di stato e responsabilità, di promesse e fallimenti. L’intervista è di Raffaele Liguori.

Professor Appadurai, sono passati sei mesi dall’inizio della pandemia. Il Covid-19 ha bloccato o rallentato la globalizzazione?

Poichè durante il Covid sono stati fortemente limitati viaggi, aeroporti, comunicazioni e specialmente movimenti di turisti, si pensa che sia stato schiacciato il bottone della pausa sulla globalizzazione e che allo stesso tempo vediamo una sorta di ritorno o di rinascita dello stato-nazione.
Penso che questa non sia un’analisi accurata, perché la globalizzazione continua a far parte del nostro mondo in molti modi.
Voglio dire che: la globalizzazione, come la rivoluzione industriale, come il capitalismo, è qualcosa di irreversibile.
Possiamo contestarli, ma non possiamo riportare indietro le lancette dell’orologio e andare in un mondo precedente la globalizzazione.
Vedo delle evidenze, delle prove, per le quali quasi tutti gli stati-nazione continuano a praticare i loro negoziati sul commercio globale, sul commercio degli armamenti che è molto attivo (in particolare in Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita, India, China), un vero grande business.
Un altro esempio riguarda la finanza globale che controlla molto delle nostre vite e che non ha rallentato per niente.
Questo perché la finanza non si basa su relazioni faccia a faccia, ma soltanto su operazioni digitali. Potrei fare altri esempi come questi, ma voglio dire soltanto che tutto ciò mi convince del fatto che la globalizzazione stia realmente continuando ad un ritmo considerevole.
Allo stesso tempo ci sono alcuni aggiustamenti nel modo in cui lo stato-nazione ha a che fare con la globalizzazione. Perfino gli stati-nazione che sono sotto una grande pressione per chiudere i propri confini, mettere priorità sulla salute dei propri cittadini, tutti questi stati dipendono da collaborazioni e assistenza tecnica, scientifica, medica attraverso i confini.
Perfino al centro della campagna per sconfiggere il Covid ci sono processi di cooperazione e collaborazione internazionale e globale.
Quindi non penso che la globalizzazione sarà trasformata o rallentata o bloccata dal Covid-19.

Professor Appadurai, ascoltando la sua lista sembra che soprattutto la “parte cattiva della globalizzazione” (lo metto tra virgolette) sia ancora viva. Mi riferisco alla finanza, al commercio delle armi. Sembra così.

Alcune di queste cose ovviamente non sono buone, mi riferisco al commercio di armi, oppure al commercio globale di droga o al traffico di esseri umani, oppure alla sorveglianza cibernetica attraverso i confini. Queste sono cose molto, molto cattive.
Le cose buone, invece, non si sono fermate. Ad esempio la condivisione delle informazioni tra paesi, città, società su come affrontare l’emergenza Covid; oppure la condivisione delle conoscenze tecniche sui dati della malattia, oppure la collaborazione scientifica sui vaccini, sulle cure. Queste sono cose che io chiamerei “la parte buona della globalizzazione”.
La globalizzazione ha sempre delle “parti oscure”, ma allo stesso tempo ha anche delle parti positive, perché fornisce una cornice entro la quale può svolgersi non solo la cooperazione e il commercio, ma il cosmopolitismo, l’espansione dell’immaginazione, tutto ciò per fornire un contrappunto alla xenofobia, al localismo.
In questo contesto la globalizzazione ha entrambe le parti. E in ogni dato momento una parte, una faccia, sembra avere una maggiore nostra attenzione. Oggi con il Covid siamo tutti molto preoccupati sui viaggi, sui migranti, sugli estranei. Ma allo stesso tempo vogliamo le nostre merci consegnate da Amazon, vogliamo restare in contatto con i nostri amici attraverso i social media…Si tratta di cose globali…L’intero genere umano vuole il meglio e chiede che siano altri ad occuparsi del peggio. Ma questa è un’utopia.

Tornerò più avanti sul tema della globalizzazione. Professor Appadurai, che tipo di società sono quelle dell’era Covid-19? A che tipo di trasformazioni sociali stiamo assistendo?

Di nuovo. Si può vedere il bicchiere mezzo pieno oppure mezzo vuoto. La parte mezza vuota è ciò che sappiamo: il Covid ha prodotto una quantità enorme di ansia, timore, incertezza. Ha anche prodotto molta delusione, sia nei confronti dello stato che della scienza, per non aver trovato una soluzione, una soluzione magica.
Inoltre il Covid ha allontanato ciascuno di noi dalle abitudini sociali quotidiane: non possiamo vedere le persone faccia a faccia, non possiamo abbracciarle, baciarle, mangiare comodamente con loro. E’ una situazione che in alcuni posti sta migliorando, leggermente, ma non in altri.
Il costo maggiore è che il nostro principale modo di connetterci tra di noi è stato sospeso. Per coloro che tra di noi hanno tecnologie digitali, allora possono sopperire a questa mancanza. Ma per il 60-70% della popolazione mondiale la tecnologia digitale non è disponibile, e quindi vengono ributtati indietro nelle loro famiglie, nelle loro case, nei loro quartieri. Si tratta di costi sociali molto alti.
Questo è ciò che accade da una parte.
Ma dall’altra parte, se si guarda alla Germania, ma anche all’Italia, alla Lombardia, alla Corea, o a molti altri posti, si vede che lo stato non può fare tutto senza che le persone comuni si diano da fare, partecipino allo sforzo, ad esempio indossando le mascherine, mantenendo le distanze sociali, lavandosi le mani, evitando contatti non necessari con estranei.
Senza tutto ciò l’intero sforzo di combattere il Covid sarebbe fallito in modo disastroso, peggio di quanto successo finora.
E questo significa, ed è la migliora notizia dal punto di vista della società, che su base mondiale la società c’entra (society matters), che non siamo solo creature degli stati o dei mercati o delle élite delle grandi aziende, o degli imprenditori del settore hi-tech, ma che la nostra capacità quotidiana di cittadini ordinari c’entra, che si sia a Bombay o a Milano o in Marocco. People matters, society matters. Noi non viviamo in un mondo fatto solo di stati, aziende e mercati. Questa è una vera buona notizia per me!

Professor Appadurai, in uno dei suoi ultimi libri “Scommettere sulle parole” lei sostiene che il crack economico del 2008 è stato un fallimento (tenete a mente questa parola, ascoltatori/trici) del linguaggio. In che senso?

Nel libro “Scommettere sulle parole” sostengo alcune eterodosse argomentazioni dicendo che naturalmente ci sono altri fattori (regolamentazioni deboli, investitori eccessivamente speculativi, una cura inadeguata della sicurezza e delle preoccupazioni degli investitori ordinari), ci sono molti fattori ma sostengo che un fattore – del quale sono rimasto affascinato – è il linguaggio.
Per me il linguaggio è importante perché è lo strumento principale attraverso il quale funzionano i mercati finanziari globali, ad esempio i derivati.
I derivati sono contratti tra traders che lavorano per banche o fondi speculativi. Sono contratti basati sul valore potenziale di qualcosa nel futuro.
Immagina qualcosa che esiste oggi e che ha un valore futuro: io e te facciamo un accordo perché abbiamo idee diverse su quale sarà quel valore in futuro. E’ una scommessa. Ma quando troviamo l’accordo allora si tratta di un contratto.
È semplicemente un accordo secondo il quale se accade “A” io ti pagherò, se succede “B” tu mi pagherai.
È un contratto scritto, ma prima era orale.
E questo è il modo in cui funziona questo enorme mercato multi-miliardario, attraverso qualcuno che dice a qualcun altro: “bene, l’accordo è fatto!”.
È un atto linguistico, è una promessa, non richiede alcunchè di materiale da scambiarsi a mano, eccetto ciò su cui hai scommesso.

Mi scusi professor Appadurai, ciò significa che il collasso finanziario del 2008 è stato il collasso di questo linguaggio di cui lei parla?

Sì, è il collasso di quegli strumenti che avevano basi linguistiche, resi possibili da promesse costruite su basi molto piccole di beni reali, per esempio le case.
I derivati permettono che una normale casa diventi la base di una serie senza fine di transazioni sul futuro (nella forma di contratti, promesse ed altre forme linguistiche). Ma le case erano limitate, non potevano sopportare il peso di questa montagna di promesse, perchè il valore della case non sale all’infinito.
Tutti lo sapevano, ma pensavano che il crack sarebbe accaduto dopo aver incassato i guadagni.
Un giorno la musica si fermò. Era il 2008. La montagna di promesse si frantumò. Il governo americano dovette intervenire usando denaro pubblico per riempire il buco e ripristinare il mercato finanziario.
Sostenevano che senza il mercato finanziario l’intero sistema capitalistico sarebbe fallito e, fallendo, l’intero pianeta si sarebbe frantumato.
E’ ovvio che queste sono idee esagerate, ma va detto che erano le loro ragioni per salvare il sistema nel quale il linguaggio assume la forma di contratto, promesse (scritte e orali).
Tutto ciò non è secondario, ma è la caratteristica principale dell’assumere rischi di un futuro sconosciuto e monetizzarli.
Ecco dove sta il fallimento del linguaggio.
Il fallimento della finanza può essere visto come fallimento del linguaggio.

Vorrei restare sul tema del linguaggio, professor Appadurai. A proposito del Covid-19 vorrei sapere se lei lo considera un fallimento del linguaggio sociale a vantaggio del linguaggio della scienza biologica. In questi mesi abbiamo dato ascolto principalmente a virologi, epidemiologi, esperti di farmaceutica e abbiamo ascoltato meno gli architetti, gli urbanisti, i designers, etc. C’è stato un fallimento di un linguaggio sociale rispetto ad una lingua bio-scientifica?

Esatto. Direi che sono d’accordo con lei. È un’osservazione molto interessante.
Direi che molti tra i più importanti pensatori in Europa, come Giorgio Agàmben, non sono stati in grado di trasformare le loro idee in una sorta di nuovo pensiero su come affrontare il Covid, su cosa significa, su cosa ci succederà.
Loro guardano il mondo ancora con gli occhi dei decenni passati, delle generazioni precedenti, dei modi di pensare precedenti.
Che si tratti di Agàmben o Zizek, o di altri di altri pensatori europei di primo piano, oppure di pensatori americani come Judith Butler e altri, tutti non sono stati in grado di fornire quel “linguaggio sociale” di cui lei parla e che servirebbe a portarci avanti.
Quindi, lei ha abbastanza ragione.
Come conseguenza abbiamo avuto una notevole esplosione di pronunciamenti scientifici, dibattiti scientifici e informazioni scientifiche che sono state scaricate sulle persone comuni con grande peso, grande velocità e autorità.
Ho scritto altrove di una particolare metrica, numeri, grafici di una enorme complessità che ci hanno sempre affascinati, che non siamo mai stati capaci di comprendere e che non ci ha mai messi d’accordo.
C’è dunque questo travolgente ammontare di cifre scientificamente basate su dati che noi non siamo attrezzati a comprendere.
Di fronte a noi c’è un problema di alfabetizzazione.
Quindi, da un lato sono d’accordo che la scienza contemporanea sia stata la risorsa principale per combattere direttamente il virus come un oggetto fisico.
Questo però non significa che noi comprendiamo tutto ciò che ci viene detto, perchè non siamo istruiti abbastanza per comprendere numeri di tale complessità. Quasi nessuno lo è. Siamo ancora meno attrezzati a comprendere quando ci sono dibattiti fra due scienziati. Come potrò mai esprimere un giudizio quando entrambi quegli scienziati hanno grafici e dati di una tale enorme complessità?
Questo è un grosso problema, l’alfabetizzazione, digitale e scientifica. L’alfabetizzazione su probabilità, proiezioni, numeri. La maggior parte delle persone non ce l’ha.
Dall’altro lato c’è quanto lei indicava, cioè che c’è stata una sorte di “vuoto” dalla parte di ciò che lei ha chiamato “linguaggio sociale” e che io chiamerei in altro modo.
In un mio vecchio libro (“Il futuro come fatto culturale”) ho proposto un contrasto tra “etica della probabilità” e “etica della possibilità”.
Probabilità è la parola nella quale viviamo: numeri, rischi, incertezza, probabilità, proiezioni…si possono usare migliaia di parole, ma sono tutte dalla parte dell’etica della probabilità.
Dall’altra parte abbiamo bisogno di qualcosa di forte, dalla parte dell’etica della possibilità, che è l’etica della speranza, dell’aspirazione, desiderio, immaginazione, ispirazione.
Sono d’accordo con lei completamente nel dire che abbiamo un fallimento relativo da questa parte, cioè dalla parte del linguaggio sociale o del linguaggio delle possibilità che è stato schiacciato dal discorso della probabilità, penso al linguaggio delle scienze mediche e delle scienze correlate.
Noi abbiamo bisogno di queste scienze, ma abbiamo bisogno di un dialogo tra questa lingua e ciò che lei chiama linguaggio sociale. Altrimenti l’intero sforzo diventa unilaterale e noi diventiamo una sorta di consumatori passivi di dati numerici che non comprendiamo; dobbiamo dare la nostra vita a qualcuno che ci dica cosa fare: indossare o meno una mascherina; stare distanti 6 metri e non cinque. Dobbiamo assecondare queste situazioni e ciò non è molto positivo per vite democratiche in salute.
Quindi, sono d’accordo con lei: c’è un fallimento dal lato del linguaggio sociale.

L’idea di futuro che emerge dai suoi studi è un’idea di futuro sempre correlata ad un rischio. “Un futuro su cui possiamo scommettere”, diceva prima. Un meccanismo dei mercati finanziari. Il futuro è solo quel rischio su cui possiamo scommettere o è anche qualcosa d’altro?

Per me è importante che sia anche qualcosa d’altro. Prima dicevo che trasformare il futuro in un rischio, e rendere quel rischio monetizzabile, e poi avere l’1% delle persone che ottiene denaro migliaia di volte superiore al resto delle altre persone, questa è la situazione in cui il futuro diventa solo qualcosa di legato al rischio.
Allo stesso tempo, e in modo simile al caso del Covid, il futuro diventa solamente una proiezione numerica.
Ciò per me non è buono. È ciò che il grande Ulrich Beck ha previsto quando disse che stavamo entrando a livello globale in una “società del rischio”, dove ogni cosa era un rischio, dove le cose che possono accadere possono essere previste e gestite.
Certo Beck non aveva parlato tanto di finanza, ma se oggi analizzassimo la finanza vedremmo che ciò (il rischio) fa parte anche della finanza.
Nel mio libro “Banking on words”, ma anche nel mio libro precedente sul futuro (“Il futuro come fatto culturale”, ndr) ho sempre indicato una critica potenziale a questo tipo di resa completa del futuro a favore di uno scenario di rischio, di una strategia del rischio.
La verità è che – perfino in relazione al rischio – abbiamo dimenticato l’altra parte, che è l’incertezza.
La gente vive molte incertezze. Non dovremmo vergognarci di dire “sono incerto per qualcosa”. Ma dal minuto in cui iniziamo a porre la questione in termini probabilistici, lì vuole dire che abbiamo già cominciato a giocare il gioco del rischio.
Io sono un sostenitore della ricerca di nuovi linguaggi per il futuro, per parlare del futuro, per immaginare il futuro, per discutere nel futuro.
Direi molto semplicemente, e in termini un po’ all’antica, che abbiamo bisogno di prendere in considerazione la qualità tanto quanto la quantità.
Perciò abbiamo bisogno di bilanciare i numeri con altre dimensioni di ciò che è desiderabile nel nostro futuro possibile.
In passato c’è stata un’arena e un discorso che fecero quanto dicevo, ma per molti di noi che oggi sono accademici, o giornalisti come lei, o studiosi o critici, politici…tutto ciò è diventato inadeguato. Questo è il discorso della religione.
La religione in passato parlava di qualità del futuro: redenzione, sopravvivenza, salvezza.
Ma da quando abbiamo perso quel vocabolario, ora la maggior parte di noi ha bisogno di altri vocabolari che possano aiutarci – come cittadini che sono sensibili all’eguaglianza, alla giustizia, libertà e inclusione – a trovare modi per parlare della qualità della nostra vita sociale, delle nostre parole sociali, del nostro paese e del nostro mondo, incluso il pianeta.
Ma se noi ricadiamo sempre sui numeri (quanto si sciolgono i ghiacciai, quanto cresce il livello dei fiumi) c’è un limite a ciò che possiamo fare.
Questo non dovrebbe essere un dialogo sull’utopia, sulle città perfette, sui trasporti perfetti, ma su qualcosa che è attorno a noi, ma non ancora completamente disponibile.
L’espressione “not yet”, non ancora, è quella che ricavo dal filosofo Ernest Bloch, i grandi studi sui principi della speranza.
Bloch usa questa espressione “non ancora”, che significa: qualcosa che è qui, ma non ancora pienamente sviluppata.
Ecco ciò di cui abbiamo bisogno, non l’utopia perfetta, perchè prima di tutto è impossibile e poi perchè diventa velocemente una idea fascista: ci dai tutto, ci dai la tua libertà, e noi ti daremo la perfezione! E’ sempre stata una falsa promessa.
Dunque, ciò è quello che io intendo per qualità e che lei prima definiva in termini di “parte sociale” in opposizione ad una “parte scientifica” del linguaggio.
Tutto ciò è coerente e connesso con i miei desideri e le mie speranze. Troveremo lingue in cui esperti e persone ordinarie possano conversare non tanto attraverso discorsi di alto livello su numeri, grafici, statistiche o finanza, ma attraverso aspetti qualitativi di questioni come il senso della vita, che cosa significa essere felici, cosa significa essere in salute.
Ho usato il termine “social health” (salute sociale) in contrasto al termine “medical health” (salute medica).
La “salute medica” è importante.
Ma la “salute sociale” richiede un altro tipo di attenzione alle relazioni, alla solidarietà, alle reti, che non sta sotto il titolo delle probabilità, dei numeri e delle statistiche.

Fallimento è il titolo del suo ultimo libro. Quando parla di fallimento lei si riferisce a due mondi, Wall Street e Silicon Valley, che “entrambi promuovono l’illusione che la scarsità possa e debba essere eliminata nell’era del flusso senza soluzione di continuità”. Qual è il fallimento che lei analizza, professor Appadurai?

Come sa ho scritto questo libro insieme alla mia coautrice e splendida studiosa Neta Alexander che concentra l’attenzione sul mondo digitale che emerge dalla Silicon Valley.
Poichè io ho studiato di più il mondo della finanza, abbiamo messo insieme le nostre conoscenze e siamo arrivati alla seguente conclusione: uno dei flussi più profondi di questi due regimi, o di queste due forze che arrivano da Silicon Valley e da Wall Street, è che entrambi questi regimi negano qualunque tipo di limite su ciò che possiamo acquistare, di cui possiamo godere, su quanto possiamo essere ricchi….ogni cosa è possibile!
Poi succede che entriamo nei mercati finanziari o nel mondo di Netflix o di Twitter o degli incontri digitali, e diventiamo costantemente o degli sfruttati e impoveriti oppure dei delusi.
In altre parole, le cose buone non accadono dopo tutte le promesse che ogni cosa è possibile, ma il fallimento ci viene trasmesso. Questa cosa è fallita perchè non hai fatto così, perchè non avevi abbastanza banda per connetterti, perchè non hai pulito il computer, perchè non hai imparato questa lingua. Non viene mai detto che la banca o Netflix sono i responsabili.
E poi noi siamo considerati i grimaldelli che tentano di riparare. Ma il processo di aggiustamento non finisce mai. Nel frattempo tutti i fallimenti sono attribuiti ai clienti, ai consumatori, ai cittadini.
E tutte le grandi promesse sono tenute per le persone che controllano le tecnologie hi-tech, le banche, i business digitali.
Loro sono visti come degli alti prelati senza macchia e noi come dei poveri peccatori ai quali è destinato il fallimento.
Noi siamo la causa di ogni fallimento, e loro ci portano tutte le promesse di successo.
Questo è quanto volevamo cogliere nel libro. Spero abbia ricevuto degli elementi di ciò che ho in mente.

(il doppiaggio dell’intervista è a cura di Massimo Bacchetta)

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    Raffaele Liguori
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I dilemmi della pandemia. Il virus e le sue contaminazioni. Memos e il COVID-19 in quattro puntate

memos covid

Sono trascorsi otto mesi dal primo caso di positività al virus Sars-Cov-2 in Italia. Meno di un anno. Ma il tempo delle emozioni segna un’altra ora. Le lancette del nostro orologio sono state spinte più avanti. La pandemia ha allungato i tempi e ha diviso in due il territorio della nostra vita quotidiana: in un prima e un dopo COVID-19. Troppi i lutti, le sofferenze, gli smarrimenti, gli interrogativi, per stare tutti dentro una manciata di mesi. Otto.

Memos nell’ultima settimana ha girato ai suoi ospiti una parte di quegli interrogativi.

Che cosa è accaduto in questi otto mesi? Quanta e quale paura abbiamo provato? Nel momento più acuto della crisi la stanchezza sembra aver preso il sopravvento. Il logoramento fisico e psicologico è stato anche lui contagioso, è diventato un’esperienza condivisa tra molti (Memos ne ha parlato mercoledì 21 ottobre con la psicologa sociale Chiara Volpato e lo storico della medicina Gilberto Corbellini).

Siamo andati a guardare anche nel futuro, nell’idea che abbiamo di ciò che accadrà. Tra semplici speranze e più solide aspettative. Che cosa sarà della pandemia? Quando arriverà il vaccino? (ad aiutarci sono stati la biologa Stefania Salmaso e l’epidemiologo Paolo Vineis, giovedì 22 ottobre).

In questi mesi, per combattere la pandemia ci siamo chiesti in continuazione cosa dobbiamo fare, come individui, cittadini e cittadine, parti di una comunità. La nostra responsabilità è stata sollecitata a ripetizione. Per adempiere agli obblighi, ai divieti. E la nostra libertà? C’è chi l’ha maltrattata pensando fosse un esercizio di menefreghismo, di egoismo. La mascherina è stata utilizzata da questi come il capro espiatorio delle loro frustrazioni. La libertà, invece, vive nella relazione con l’altro, nell’altro vede un suo limite positivo e bandisce il “me ne frego” (lungo questo percorso Memos è stato accompagnato martedì 20 ottobre dalla filosofa Giorgia Serughetti e dalla teorica della politica Nadia Urbinati).

E di fronte al pericolo della pandemia, al contagio che si diffonde, come reagiamo? Come si difende la salute minacciata? Perchè gli argini smantellati della sanità territoriale, riconosciuti quasi da tutti come essenziali, non vengono ricostruiti? È inevitabile che provvedimenti radicali anti-contagio (come il blocco generalizzato degli spostamenti) si abbattano sul sistema produttivo? (due economisti, Enza Caruso e Andrea Roventini, venerdì 23 ottobre hanno risposto a queste domande di Memos).

Responsabilità e Libertà, Paura e Stanchezza, Speranze e Aspettative, Salute ed Economia. Ecco i dilemmi della pandemia da COVID-19.

(Memos, dal martedì al venerdì dalle 13 alle 13:30, a cura di Raffaele Liguori).

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    Raffaele Liguori
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Recovery Fund, le 6 missioni a cui il governo potrebbe destinare i fondi UE

Consiglio Europee Recovery Fund

È un documento di una trentina di pagine che indica le sei missioni a cui il governo destinerà i fondi europei del Recovery Fund. Sono bozze per ora, ma i singoli capitoli dovrebbero riguardare: digitalizzazione, transizione ecologica; salute, infrastrutture, istruzione e ricerca, inclusione territoriale e sociale.

Il piano italiano, insieme a quelli degli altri Paesi che riceveranno fondi europei, dovrà essere approvato dal Consiglio Europeo, che poi vigilerà sulla coerenza dei piani nazionali con gli obiettivi generali dell’Unione.

Oggi il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, ha tenuto molto alta l’asticella degli obiettivi del Recovery Fund: “Non è un pacchetto di stimolo dell’economia – ha detto – ma è un modo per trasformare il nostro modello economico e sociale”. Un obiettivo ambizioso.

A ruota il commissario all’Economia Gentiloni ha detto che i costi del piano “verranno ripagati con risorse europee” (una eco-tassa o una tassa digitale), e non dei singoli stati. Una novità senza precedenti, quando fu annunciata la prima volta nei mesi scorsi. E poi – ha aggiunto Gentiloni – c’è “il ruolo dello stato in economia che sarà inevitabile e desiderabile”. Anche qui il Commissario europeo si distingue per un profilo attento al cambiamento. Su un punto, però, Gentiloni ha confermato che non ci saranno novità rispetto all’ortodossia europea del passato: è quello delle regole del patto di stabilità. “Oggi sono sospese – ha detto – ma non per sempre”. Dunque ritorneranno con tutto il vigore recessivo dei tempi dell’austerità.

Foto dalla pagina Facebook del Consiglio Europeo

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    Raffaele Liguori
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La mappa del potere economico-finanziario in Italia ai tempi di COVID-19

La mappa del potere economico e finanziario in Italia potrebbe essere in corso di ridefinizione. Diversi indizi portano in questa direzione. Almeno quattro.

1) Il tentativo di Leonardo Del Vecchio di Luxottica di salire al 20% nel capitale di Mediobanca, assumendo di fatto il controllo non solo di piazzetta Cuccia, ma anche della controllata più importante, le Generali.

2) Il blitz di Intesa San Paolo (prima banca italiana) su Ubi Banca (quarta banca italiana); un tentativo di acquisizione che Unicredit (secondo banca del paese) sta cercando di ostacolare nel procedimento in corso davanti all’antitrust. Chi uscirà vincitore da questa partita consoliderà in modo rilevante la propria posizione di potere in Italia.

3) L’ascesa di Carlo Bonomi ai vertici di Confindustria renderà più assertiva la manifestazione di potere degli industriali e la collocherà in opposizione netta al governo PD-M5S.

4) Ultimo indizio, si fa per dire: il ribaltone alla testa del gruppo Gedi (Repubblica-Stampa, Espresso, giornali locali, radio, siti). È uscito di scena quel che restava della famiglia De Benedetti ed è arrivata al suo posto la Exor, la famiglia Agnelli-Elkann. Un terremoto politico-editoriale: licenziato il vecchio direttore Verdelli sostituito con Molinari, cambiata di fatto la linea politica-editoriale del giornale con una sterzata a destra.

Sono quattro indizi che permettono di intravedere i confini labili, le sagome sfumate, di nuove alleanze di potere tra gruppi e società del capitalismo economico e finanziario italiano. Il tutto mentre in Italia stanno arrivando, e ancora arriveranno nei prossimi mesi, miliardi di euro di stanziamenti, fondi, prestiti, aiuti.

Memos ha ricostruito questa mappa del potere, guardando ai soggetti che cercheranno di occupare il crocevia dei flussi di denaro diretti verso l’Italia. Ospite della puntata il giornalista Gianni Dragoni, autore del blog di analisi economiche e finanziarie dal titolo Poteri deboli.

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    Raffaele Liguori
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Repubblica, giornalismo a premi. Dal digitale al paternalismo ottocentesco

stampa coronavirus

Lettera dal Direttore. Succede a Repubblica. Maurizio Molinari, in carica da tre settimane, l’11 maggio scorso scrive a tutte le redazioni e annuncia “il premio del Direttore”.
Lo assegnerà tutte le settimane al miglior giornalista che gli verrà segnalato dalle strutture di governo del giornale. I quadri segnalano e lui decide. Il premio consisterà principalmente in 600 euro lordi in busta paga.

Et voilà, il gioco è fatto: bentornati negli anni ‘50, nel paternalismo di casa Fiat, nell’esaltazione della gerarchia come unica relazione possibile sul posto di lavoro.

È tutto drammaticamente vero, ed è tutto molto importante. Accade nel più grande gruppo in Italia che edita giornali di carta e informazione digitale. Che idea di giornalismo c’è dietro il “premio del Direttore”? Che idea di relazioni sindacali si vuole trasmettere alla FNSI (sindacato giornalisti) e ai redattori e alle redattrici del gruppo? L’arrivo di Molinari è il segno di una svolta, l’avvio dell’era Elkann-Agnelli-Fiat nel gruppo che fu l’Espresso di Caracciolo-Scalfari-DeBenedetti. Una stagione, quella Elkann-FCA, in cui forse rivedremo apparire un nuovo collateralismo tra la grande industria e i settori più conservatori, di destra, della politica e della società italiana. Di tutto questo Memos ha parlato con Ida Dominijanni, giornalista e saggista, scrive su Internazionale e Huffington Post; e con lo storico e politologo Marco Revelli.

Cosa rappresenta l’introduzione di questo premio nei rapporti tra la direzione e i giornalisti di Repubblica? Che idea vi siete fatti ad una prima lettura di questa lettera?

Io l’ho avuta tramite Facebook due sere fa e la mia prima e durevole reazione è stata di pensare che fosse un fake da prendere a ridere. E invece non lo era. La cosa rilevante di questo premio è che ne viene data pubblica notizia sul sito di Repubblica, è qualcosa di cui la direzione va fiera. Io ho preso atto che i giornali sono ormai come le caserme, ci sono i soldati semplici che vengono segnalati al direttore dal caporale. Io continuo a sorridere all’idea di questa riffa alla fine della quale si vince il premio del direttore. Io ho lavorato per trent’anni in un quotidiano, Il Manifesto, e naturalmente l’esperienza non è paragonabile. Lì le regole erano tutt’altre, ma devo dire che in trent’anni di giornalismo una cosa così volgare non l’avevo mai vista. Mi sembra un’idea molto triviale.

Professor Marco Revelli, qual è stata la sua reazione al premio di Repubblica?

Esattamente uguale a quella di Ida Dominijanni. Ho pensato subito a uno scherzo. Mi sono fatto una risata e ho pensato “ecco come viene accolto il nuovo direttore di Repubblica per diminuirne il profilo”. Quando ha scoperto che era vero mi sono cadute le braccia. È una cosa da Corriere Dei Piccoli, non da un quotidiano con la storia che Repubblica. Ricorda un po’ il premio del parroco all’oratorio o quello del maestro alle scuole elementari.
Evidentemente riflette il punto di vista proprietario nei confronti dei media oggi in Italia, in particolare di quel gruppo. È lo stesso sistema che vigeva alla Fiat negli anni ’50 e ’60, quando era il caposquadra che assegnava i micro premi di produzione a proprio esclusivo giudizio, spesso premiando i ruffiani e penalizzando le persone con maggior dignità.
Ho ritrovato un po’ quello stile in questo atteggiamento che tratta un collettivo come una sorta di allevamento nel quale scegliere gli esemplari migliori.

Che modello di relazioni sindacali presuppone un fatto del genere?

Marco Revelli. Provo ad allargare un po’ lo scenario al di là dell’episodio che stiamo giudicando. L’operazione di conquista monopolistica del gruppo GEDI credo sia un’operazione che sta dentro un orizzonte regressivo. È un’operazione che punta ad arrivare attrezzati, da parte di poteri padronali forti, al dopo coronavirus e alla vita che dovrebbe riprendere. Ci sono gruppi proprietari che intendono presentarsi armati in questa fase per dettare le proprie regole in un mondo più duro nel quale l’obiettivo è prendere tutto. Prendere tutto nel nostro Paese, perché quell’operazione punta a ipotecare un quadro di governo nel quale solo gli interessi proprietari contino, solo gli investimenti per la crescita che sono poi il denaro regalato alle imprese e non quelli dell’assistenza e del sostegno alle famiglie. C’è un tesoretto di cui impadronirsi e vogliono arrivarci attrezzati per metterci le mani subito sopra. L’operazione è stata questa: poter influenzare l’opinione pubblica con una leva potente come quel gruppo multimediale che è appunto il gruppo GEDI. Dentro c’è questa idea dei rapporti sociali di tipo servo-padrone. L’idea è quella di far regredire il dipendente a una dimensione servile, e questo sta già avvenendo, nella quale se vuoi mangiare piegati e sgomita per i 600 euro che io direttore metto in palio e assegno a mio insindacabile giudizio.

È un po’ come se ci si stesse preparando al dopo Conte. Anche il sistema dei media si struttura e il gruppo Fiat Chrysler si posiziona e si prepara ad assetti futuri.

Ida Dominijanni. Io sono molto d’accordo con Marco Revelli. Qui stanno arrivando un sacco di soldi che dovremo restituire e invece di pensare seriamente ad un’operazione riformista in grande stile per rimettere in sesto un Paese che è stato massacrato da questo virus si pensa a impossessarsi del tesoretto. Attenzione però, perché magari ci fosse all’orizzonte l’operazione Draghi. Io non ci credo e penso invece che ci sia all’orizzonte un’operazione di respiro molto più corto che si chiama Confindustria: un governo della Confindustria, espressione diretta della Confindustria. Perchè? Perchè il modello lombardo di sviluppo è chiaramente messo in discussione da questa pandemia. Invece che tirarne le conseguenze per cambiarlo, c’è una parte del Paese che punta invece a confermarlo con i metodi più aggressivi possibili. Questo si è visto benissimo e si sta vedendo.

È mai possibile che questa lettera che istituisce il premio scateni simili discussioni e preoccupazioni? Sento già l’eco di qualche voce critica. Lei cosa risponde?

Marco Revelli. Beh, il diavolo si nasconde nei dettagli. Il detto popolare è assai vero. Siamo in presenza di un rischio di regressione e mi stupisco che non se ne abbia la percezione. È una regressione nei rapporti sociali, negli stili di comportamento e negli stili di comunicazione. Questa questa mortifera che ci è passata addosso ci resta impigliata. Possiamo rispondere con una cultura della vita che vuol dire pensare di andare davvero radicalmente oltre e fare in modo che niente sia più come prima perché quello che c’era prima ci ha portati al punto in cui siamo. Oppure possiamo chiuderci nella difesa dei rapporti di potere precedenti che inevitabilmente saranno peggiorati. È una cultura da medioevo che ritorna. Se non prevale una ventata di orgoglio e di dignità ne usciremo come un feudalesimo industriale di cui queste cadute di stile sono una espressione.

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    Raffaele Liguori
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In nome di chi non c’è più, con Giuseppe Costanza (lezioni antimafia)

Lezioni di antimafia, l'auditorium di Radio Popolare

Lezioni di antimafia, quarto incontro nel nostro auditorium il 19 febbraio scorso con Giuseppe Costanza. Il nuovo ciclo di lezioni si intitola “In nome di….Storie e ritratti di donne e uomini contro mafia e corruzione”. Le lezioni di antimafia sono un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzato insieme a Radio Popolare.

“In nome di chi non c’è più” è il titolo della quarta lezione di antimafia. Abbiamo ospitato nel nostro auditorium Giuseppe Costanza, autista personale del giudice Giovanni Falcone. Costanza era a bordo dell’auto con Falcone e la moglie Francesca Morvillo il giorno della strage di Capaci, il 23 maggio del 1992, ed è uno dei sopravvissuti a quella strage insieme ai tre agenti di scorta che seguivano l’auto di Falcone: Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello.

Giuseppe Costanza nell'auditorium di Radio Popolare per il ciclo di Lezioni di antimafia
Giuseppe Costanza

Lezioni antimafia, l'auditorium di Radio Popolare

La sintesi di ciascuna lezione di antimafia sarà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’appuntamento in auditorium (qui il podcast della sintesi).

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    Raffaele Liguori
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In nome del futuro, con Federica Cabras e Ilaria Meli (lezioni antimafia)

Lezioni di antimafia, l'auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare

Lezioni di antimafia, terzo incontro nel nostro auditorium il 5 febbraio scorso. Il nuovo ciclo di lezioni si intitola In nome di….Storie e ritratti di donne e uomini contro mafia e corruzione. Le lezioni di antimafia sono un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzato insieme a Radio Popolare.

In nome del futuro è il titolo della terza lezione di antimafia. Abbiamo ospitato nel nostro auditorium Federica Cabras (dottoranda in studi sulla criminalità organizzata), autrice insieme a Nando dalla Chiesa del libro “Rosso Mafia. La ‘ndrangheta a Reggio Emilia”; e Ilaria Meli (ricercatrice di Cross, l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata) impegnata negli ultimi anni in ricerche e studi sulle mafie autoctone a Roma.

Federica Cabras (a destra) e Ilaria Meli nell'auditorium di Radio Popolare per il ciclo Lezioni di antimafia
Ilaria Meli e Federica Cabras

La sintesi di ciascuna lezione di antimafia sarà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’appuntamento in auditorium (qui il podcast della sintesi).

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    Raffaele Liguori
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In nome della libertà di impresa, Vincenzo Linarello (lezioni antimafia)

Lezioni di antimafia, secondo incontro nel nostro auditorium il 22 gennaio scorso con Vincenzo Linarello.

Il nuovo ciclo di lezioni si intitola “In nome di….Storie e ritratti di donne e uomini contro mafia e corruzione”. Le lezioni di antimafia sono un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzato insieme a Radio Popolare.

“In nome della libertà di impresa è il titolo della seconda lezione di antimafia. Abbiamo ospitato nel nostro auditorium Vincenzo Linarello, presidente di Goèl.

Goèl è un gruppo cooperativo, una comunità di persone, imprese e cooperative sociali che si oppongono alla ‘ndrangheta. E’ nato nel 2003.

«Goèlha raccontato il presidente Linarello – conta 12 cooperative sociali, 2 cooperative di conferimento agricolo, due associazioni di volontariato, una fondazione e 29 aziende. Siamo presenti nella Locride, ma anche in altre località della Calabria, così come a Milano e Roma. Diamo lavoro stabile a 348 persone e abbiamo 8 milioni di euro di valore aggregato della produzione». Sono questi i numeri di Goèl, numeri importanti in Calabria.

«Siamo comunque piccoli di fronte alla ‘ndrangheta – ha aggiunto Vincenzo Linarello – e allora ci siamo chiesti come opporci a questo mostro? Il punto – sostiene il presidente di Goèl – è non solo dimostrare che la ‘ndrangheta è cattiva, ma che è fallimentare».

Vincenzo Linarello, presidente del gruppo cooperativo Goèl nell'auditorium di Radio Popolare per il ciclo lezioni di antimafia
Vincenzo Linarello, presidente di Goèl, a lezioni di antimafia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sintesi di ciascuna lezione di antimafia sarà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’appuntamento in auditorium (qui il podcast della sintesi).

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“Contro la pazzia del capitalismo finanziarizzato”, intervista all’economista Ann Pettifor

Ann Pettifor e il Green New Deal

«Il Green New Deal è la risposta alla pazzia del capitalismo finanziarizzato». E’ la tesi dell’economista britannica Ann Pettifor, co-autrice nel 2008 del primo progetto di transizione ecologica. Un progetto che richiede il cambiamento dell’attuale sistema monetario e finanziario. Anna Pettifor è direttrice di PRIME, un pensatoio di macroeconomisti keynesiani che sostengono il ritorno ad un ruolo positivo del pubblico rispetto allo strapotere attuale del privato. “The Case for the Green New Deal” è il titolo del suo ultimo libro non ancora tradotto in italiano. Del progetto europeo di Green Deal, l’economista britannica dice che è poco ambizioso e con scarse risorse. Ann Pettifor nei giorni scorsi è stata ospite di un incontro alla Fondazione Feltrinelli di Milano insieme al professor Luca Fantacci, storico dell’economia e co-direttore dell’Osservatorio sulle nuove monete dell’università Bocconi. Memos in quell’occasione ha intervistato l’economista britannica.

—–

– Professoressa Ann Pettifor, come va l’economia globale?

«L’economia globale è molto instabile e squilibrata.

Lo squilibrio è determinato dal fatto che c’è più indebitamento rispetto al reddito.

Ci sono disuguaglianze molto grandi che creano delle tensioni, sia economiche che politiche. Sono tensioni che alla fine porteranno ad un crollo. E’ solo una questione di tempo, purtroppo.

Se fossi brava e intelligente potrei dire quando ci sarà questa implosione. Invece, non sono in grado di farlo.

Bisogna vedere quale sarà il fattore scatenante la crisi, quale sarà il punto di rottura. Una catastrofe ecologica, come quella in Australia? Oppure una guerra? Una guerra commerciale, con tensioni e sanzioni? Pensiamo a ciò che è accaduto qualche settimana fa (tra Stati Uniti e Iran, ndr): un tweet e poi una quasi-guerra.

Potrebbe poi succedere qualcosa nel settore finanziario, un qualcosa capace di causare il crollo. Non so cosa sarà, ma comunque un crollo ci sarà».

– Che cosa ha provocato il cambiamento climatico? E’ colpa di un cattivo funzionamento del sistema capitalistico?

«Il modo in cui il capitalismo attuale è strutturato è quello di un capitalismo finanziarizzato. Questo tipo di capitalismo è responsabile della creazione di grandissimi volumi di credito. Un credito che naturalmente diventa poi anche un debito.

E’ un credito che è stato creato dalle banche commerciali, ma soprattutto dal sistema bancario-ombra, lo shadow banking, un sistema bancario che sta oltre le norme.

Il credito così creato viene poi usato per alimentare i consumi e la produzione. A loro volta il consumo e la produzione fanno aumentare ancor di più le emissioni inquinanti.

C’è una connessione, un collegamento tra un capitalismo finanziarizzato e la creazione di credito non regolata.

Dobbiamo capire queste connessioni tra un eccesso di consumo, un eccesso di produzione e le emissioni inquinanti. Purtroppo, molti green activists si concentrano solo sul prodotto finale, cioè sulle emissioni inquinanti oppure solo sul consumo e la produzione. Dobbiamo, invece, concentrarci su come tale consumo viene alimentato.

Quando ero una ragazza, molto tempo fa, non era possibile entrare in un negozio e usare una carta di credito oppure usare un computer per fare acquisti. Bisognava risparmiare per aver abbastanza soldi, lavorare molto.

Adesso, molto semplicemente la banca ti fa credito senza grossi sforzi. Questo capitalismo finanziarizzato ha un ruolo nell’alimentare il consumo e la produzione e quindi negli effetti causati dalle emissioni serra».

– Professoressa Pettifor, per combattere il cambiamento climatico è necessaria una critica del sistema capitalistico?

«Personalmente, non sarei critica solo per il gusto di esserlo.

Io, in realtà, traggo benefici dal sistema capitalistico.

Il problema è che si tratta di un sistema non regolato, normato.

Noi possiamo vivere in un sistema capitalistico, ma non in un sistema che non è gestito. E’ un po’ come chiedere a Tim Cook di lasciare la gestione delle sue aziende alle forze di mercato. E’ impensabile che Tim Cook non gestisca la sua Apple!

Ciononostante, il nostro governo dice che non gestirà i mercati finanziari capitalistici, sostiene che basta dare fiducia alla mano invisibile, al mercato capace di gestire tutto.

E’ una pazzia, ed è al centro dei nostri problemi.

Non dico che dovremmo abolire il capitalismo. Dovremmo solo mantenere il capitalismo gestito, regolato. E dovremmo gestirlo nell’interesse di tutti noi, non nell’interesse dell’1%».

– Professoressa Ann Pettifor, gestire il capitalismo significa anche mettere le mani sull’attuale sistema monetario?

«Il mio punto di vista è che la banca centrale e il ministero del tesoro dovrebbero gestire la creazione di credito.

Attualmente, invece, il credito può essere creato anche attraverso la speculazione che – come si sa – è un po’ come scommettere, fare del gioco d’azzardo. Sono attività rischiose.

Prima della finanziarizzazione, della deregulation della fine degli anni ‘70, se si voleva creare credito bisognava dimostrare che quel credito sarebbe stato usato per scopi produttivi, che avrebbero portato ad un reddito necessario poi per rimborsare quel credito.

Oggi, invece, si può creare il credito senza preoccuparsi dove andrà a finire, se verrà usato o meno per scommettere. Certo, se venisse utilizzato per il gioco d’azzardo o per giocare alla lotteria o ai cavalli, potrebbe anche far vincere un sacco di soldi. Ma questa non è un’attività produttiva! Non è gestita! Quindi, semplicemente, per me la gestione del sistema monetario vuol dire gestione della creazione del credito.

Ma c’è un’altra forma di gestione che è ancora più importante. E’ quella dei flussi di capitali attraverso le frontiere, del denaro che transita dentro e fuori un paese. I flussi possono creare grande instabilità, possono cambiare il valore della valuta, possono avere effetti sui prezzi, e su tutti noi. Quindi bisogna gestire questi flussi di capitale tra le frontiere, non dico controllarli, ma gestirli».

– Che cos’è il Green New Deal (GND), professoressa Ann Pettifor? Come si può definirlo e qual è la relazione con il suo progenitore, il New Deal rooseveltiano?

«Sono veramente felice per questa domanda, perché il Green New Deal ha una forte relazione con quanto Roosevelt fece nel momento in cui diventò presidente degli Stati Uniti. Roosevelt dovette affrontare una crisi ambientale, come quella provocata dalla Dust Bowl, le tempeste di sabbia che colpirono gli Usa negli anni Trenta. Il terreno dei campi era stato eroso, l’agricoltura era difficile da praticare. Ci fu una crisi ecologica ed economica che andava gestita.

La sera in cui fu nominato presidente, Roosevelt decise che avrebbe abolito il sistema monetario allora vigente, il Gold Standard. Che cosa vuol dire? Voleva dire che il presidente avrebbe preso in carica la gestione del sistema finanziario, togliendola a Wall Street e affidandola al governo eletto democraticamente.

Roosevelt mise il governo nel sedile del guidatore e il sistema finanziario nel sedile posteriore. Fu la prima cosa che fece.

Il lunedì mattina, dopo essere stato nominato, chiuse le banche e chiese la restituzione dell’oro detenuto nei loro forzieri. Di fatto smantellò il Gold Standard.

Il Gold Standard era un sistema libero, c’era solo la mano invisibile a controllarne il funzionamento. Il mercato libero gestiva tutto. Ma era un sistema che portava alla deflazione, alla disoccupazione e aveva reso molto difficile, per i governi, affrontare la crisi ecologica. Roosevelt prendendo in carico la gestione del sistema finanziario, portandola nelle mani del governo, riuscì a mobilitare i finanziamenti necessari ad affrontare la crisi ecologica, ma anche a stimolare l’occupazione e a rimettere in sesto l’economia americana. E’ per questa ragione che Roosevelt, tuttora, è il presidente più popolare negli Stati Uniti.

E’ questo il parallelismo che noi abbiamo imparato. Per affrontare il problema ecologico di oggi dobbiamo gestire la finanza. E dobbiamo farlo su una scala particolare: lo stato deve intervenire e il governo deve farsi carico della gestione del sistema finanziario che non dovrebbe stare nelle mani di Francoforte o della City di Londra o di Wall Street. Questa è la cosa più importante che noi diciamo».

– Professoressa Ann Pettifor, Green New Deal (GND) vuol dire grosse quantità di capitali da trovare? Vuol dire cambiamenti nei comportamenti delle persone?

«Fino ad ora i verdi hanno parlato di cambiamenti nei comportamenti, come riciclare, riutilizzare. Sono dei cambiamenti a livello micro. Il GND, invece, parla di macro-cambiamenti e dice che abbiamo bisogno di cambiamenti strutturali, di sistema. Non possiamo pensare di difenderci dalla crisi ecologica senza che ci sia un cambiamento del sistema. Questa è la sfida.
I verdi in passato si concentravano sul livello micro. Non vedevano le implicazioni più generali. Ma il problema è il seguente: è il settore finanziario a creare quel credito che poi alimenta la produzione e conseguentemente le emissioni inquinanti.

Dobbiamo avere una visione più generale.

Ad esempio, guardiamo l’esperienza dei gilet gialli in Francia. Sono persone che vivono nelle aree rurali e non hanno un sistema di trasporto alternativo ai propri furgoncini. Che cosa è successo? Il governo francese ha voluto tassare questi furgoncini, ha voluto che fossero loro a pagare per la crisi ecologica. Ma loro non hanno scelta, non hanno alternativa. Cosa possono fare? Lo stato francese dovrebbe creare un sistema di trasporto alternativo e solo in seguito chiedere ai cittadini di pagare tasse più alte se non lo vogliono usare. Tassare invece queste persone, senza dare loro un’alternativa, mi sembra crudele e sbagliato ed è giusto che la gente si ribelli.

Abbiamo bisogno di un sistema di trasporto alternativo, un sistema energetico alternativo e anche un utilizzo della terra diverso. Questi sono i grandi cambiamenti che ci servono, se vogliamo sopravvivere come civiltà. E ciò ovviamente richiede un intervento dello stato che produce benefici anche per il settore privato. Non penso ad un sistema di tipo sovietico. E’ un’economia mista in cui però lo stato svolge un ruolo adeguato per offrire alternative, in modo che anche i cittadini possano comportarsi diversamente».

– Per concludere, professoressa Ann Pettifor, come giudica il Green Deal presentato nei giorni scorsi dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen?

«Trovo che l’espressione Green New Deal sia molto sexy per molti. Tutti vogliono avere questa etichetta perché li fa sentire bene. Però, quello europeo si chiama Green Deal e non Green New Deal. La signora Von der Leyen non sta copiando Roosevelt, perché – come dicevo prima – Roosevelt ha trasformato il sistema finanziario. Von der Leyen non vuole cambiare il sistema finanziario, anzi vuole che rimanga così. Quindi il problema del Green Deal europeo è che non ha ambizione, non comprende la scala, la portata di ciò che è necessario fare se vogliamo sopravvivere.

Non possiamo tollerare il fatto che i mercati prendano grandi decisioni sul costo del denaro, su quanto denaro possiamo avere, su dove possiamo investire. Pensiamo, ad esempio, al ruolo di Blackrock (fondo di investimento speculativo globale, ndr). Si preoccupano solo del loro interesse e non dell’interesse pubblico.

La signora Von der Leyen vuole mantenere il sistema attuale, a lei va bene far felice Blackrock. Io voglio, invece, che i nostri risparmi siano usati per l’interesse pubblico e non per l’interesse privato del sistema finanziario.

Il Green Deal europeo non affronta tutto questo. Secondo me sono soltanto chiacchiere, è solo un parlare, non c’è una vera azione. Tutti i soldi che Von der Leyen propone sono veramente pochi. Sembrano molti 1,2 trilioni di dollari, la cifra pensata per dieci anni. Certo, se li vincessi alla lotteria sarebbero molti. Ma posso dire che ogni anno l’Unione europea genera redditi per 12-13 trilioni di euro. Quindi 1,2 è veramente poco! Ci vuole invece un vero finanziamento, vogliamo che lo stato gestisca i finanziamenti e non giochi con queste noccioline».

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    Raffaele Liguori
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In nome della madre, Renata Fonte (lezioni antimafia)

Lezioni di antimafia, sono ricominciate l’8 gennaio scorso nell’auditorium di Radio Popolare. Il nuovo ciclo di incontri si intitola “In nome di….Storie e ritratti di donne e uomini contro mafia e corruzione”. Le lezioni di antimafia sono un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e realizzato insieme a Radio Popolare.

“In nome della madre” è il titolo della prima lezione. Abbiamo ospitato nel nostro auditorium Viviana Matrangola, figlia di Renata Fonte.

Viviana ha raccontato la storia di sua madre, giovane donna di 33 anni, con due figlie e un marito, uccisa dalla mafia il 31 marzo del 1984. Renata Fonte – assessora alla cultura del comune di Nardò, in provincia di Lecce – viene assassinata per aver difeso la sua terra dalla speculazione edilizia. Le organizzazioni criminali e gli intrecci tra affari e amministrazione pubblica sono il contesto in cui matura l’omicidio. 

L’area nel mirino della speculazione è quella meravigliosa di Porto Selvaggio, a Nardò nel Salento.

All’incontro di due giorni fa, sul palco dell’auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare, c’era anche il professor Nando Dalla Chiesa, presidente della Scuola “Antonino Caponnetto”.

La sintesi di ciascuna lezione di antimafia sarà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’appuntamento in auditorium (qui il podcast della sintesi).

 

Lezioni antimafia, nell'auditorium di Radio Popolare Viviana Matrangola, Nando dalla Chiesa e Raffaele Liguori
Nando dalla Chiesa, Viviana Matrangola e Raffaele Liguori nell’auditorium di Radio Popolare

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    Raffaele Liguori
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Democrazie in Europa, tra cortine e muri

Democrazie in Europa, 1989-2019.
I paesi di Visegrad, dalla transizione democratica alla conversione nazional-populista.
Un “viaggio” di andata e ritorno durato trent’anni.

Nel 1989 Polonia e Ungheria furono decisive nell’abbattere la Cortina di ferro, oggi invece sono determinanti nel costruire nuovi muri.
Trent’anni fa, prima della caduta del Muro di Berlino, Varsavia e Budapest guidarono le transizioni democratiche dell’est; in questo 2019 gli attuali leader di Polonia e Ungheria, Jaroslaw Kaczyński e Viktor Orbàn, sono i fautori della conversione al nazional-populismo e delle democrazie illiberali.

L’alleanza di Visegrad (fondata nel febbraio 1991) fu allora decisiva per l’integrazione europea, per l’unione tra est e ovest, quanto oggi sembra esserlo per la dis-integrazione e per la dis-unione del continente.

Le prossime elezioni europee, con la sfida nazionalista e xenofoba lanciata dai paesi di Visigrad, diranno quanto è profonda la minaccia alla democrazia europea.

Memos da oggi inizia un ciclo di otto puntate dedicato:
– ad un anniversario importante (la dissoluzione della Cortina di ferro nella primavera-estate del 1989)
– e alle elezioni europee del 26 maggio.

Tutti i venerdì da oggi e fino al 17 maggio Memos ospiterà – nelle prime quattro puntate – il racconto di storici, studiosi, giornalisti su quanto successo trent’anni fa lungo la Cortina di ferro, tra Ungheria Polonia e l’allora Germania Est.
Qui l’elenco dei podcast di Memos:

  • Prima puntata con Valentine Lomellini, storica dell’Università di Padova.
  • Seconda puntata con i giornalisti Massimo Nava (Corriere della Sera) e Paolo Soldini (trent’anni fa inviato dell’Unità).
  • Terza puntata con Gabriele Nissim, saggista e giornalista, e Gian Enrico Rusconi, professore emerito di Scienza politica all’Università di Torino.
  • Quarta puntata con David Bidussa, storico sociale delle idee, consulente editoriale della Fondazione Feltrinelli, e Angelo D’Orsi, storico dell’Università di Torino.

Nelle rimanenti quattro puntate, da venerdì 26 aprile a venerdì 17 maggio, ci occuperemo della campagna elettorale europea, con un’attenzione particolare al tema dei diritti e della democrazia.

  • Quinta puntata con Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo, già deputata al parlamento di Strasburgo per due legislature; e con Lorenzo Marsili, co-fondatore del Movimento per la Democrazia in Europa, DiEM 25, insieme a Yanis Varoufakis.
  • Sesta puntata con Rosa Fioravante, studiosa delle ideologie della globalizzazione, filosofa; e Alessandro Somma, giurista, insegna all’Università di Ferrara.
  • Settima puntata con Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University di New York; e con Colin Crouch, professore emerito all’Università di Warwick, in Gran Bretagna, ideatore all’inizio degli anni Duemila del concetto di post-democrazia.
  • Ottava puntata con Marcello Flores, storico all’Università di Siena; e con Yves Mény, politologo alla Luiss di Roma.
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    Raffaele Liguori
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Democrazie in Europa, tra cortine e muri

Democrazie in Europa, 1989-2019. I paesi di Visegrad, dalla transizione democratica alla conversione nazional-populista. Un “viaggio” di andata e ritorno durato trent’anni.

Nel 1989 Polonia e Ungheria furono decisive nell’abbattere la Cortina di ferro, oggi invece sono determinanti nel costruire nuovi muri. Trent’anni fa, prima della caduta del Muro di Berlino, Varsavia e Budapest guidarono le transizioni democratiche dell’est; in questo 2019 gli attuali leader di Polonia e Ungheria, Jaroslaw Kaczyński e Viktor Orbàn, sono i fautori della conversione al nazional-populismo e delle democrazie illiberali.

L’alleanza di Visegrad (fondata nel febbraio 1991) fu allora decisiva per l’integrazione europea, per l’unione tra est e ovest, quanto oggi sembra esserlo per la dis-integrazione e per la dis-unione del continente.

Le prossime elezioni europee, con la sfida nazionalista e xenofoba lanciata dai paesi di Visigrad, diranno quanto è profonda la minaccia alla democrazia europea.

Memos da oggi inizia un ciclo di otto puntate dedicato: – ad un anniversario importante (la dissoluzione della Cortina di ferro nella primavera-estate del 1989) – e alle elezioni europee del 26 maggio.

Tutti i venerdì da oggi e fino al 17 maggio Memos ospiterà – nelle prime quattro puntate – il racconto di storici, studiosi, giornalisti su quanto successo trent’anni fa lungo la Cortina di ferro, tra Ungheria Polonia e l’allora Germania Est. Qui l’elenco dei podcast di Memos:

  • Prima puntata con Valentine Lomellini, storica dell’Università di Padova.
  • Seconda puntata con i giornalisti Massimo Nava (Corriere della Sera) e Paolo Soldini (trent’anni fa inviato dell’Unità).
  • Terza puntata con Gabriele Nissim, saggista e giornalista, e Gian Enrico Rusconi, professore emerito di Scienza politica all’Università di Torino.
  • Quarta puntata con David Bidussa, storico sociale delle idee, consulente editoriale della Fondazione Feltrinelli, e Angelo D’Orsi, storico dell’Università di Torino.

Nelle rimanenti quattro puntate, da venerdì 26 aprile a venerdì 17 maggio, ci occuperemo della campagna elettorale europea, con un’attenzione particolare al tema dei diritti e della democrazia.

  • Quinta puntata con Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo, già deputata al parlamento di Strasburgo per due legislature; e con Lorenzo Marsili, co-fondatore del Movimento per la Democrazia in Europa, DiEM 25, insieme a Yanis Varoufakis.
  • Sesta puntata con Rosa Fioravante, studiosa delle ideologie della globalizzazione, filosofa; e Alessandro Somma, giurista, insegna all’Università di Ferrara.
  • Settima puntata con Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University di New York; e con Colin Crouch, professore emerito all’Università di Warwick, in Gran Bretagna, ideatore all’inizio degli anni Duemila del concetto di post-democrazia.
  • Ottava puntata con Marcello Flores, storico all’Università di Siena; e con Yves Mény, politologo alla Luiss di Roma.
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La forza della libertà di stampa

«Giornalismo e mafia. La forza della libertà di stampa».
E’ il titolo del decimo e ultimo incontro del ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospite Sabrina Natali, attivista nel movimento delle Agende Rosse; impiegata grafica a Sassuolo. Sabrina Natali è autrice di un’importante opera di documentazione sul processo Aemilia, il processo che ha svelato la presenza della ‘ndrangheta in Emilia. Sabrina Natali ha trascritto il contenuto del dibattimento processuale e lo ha pubblicato sul sito processoaemilia. Insieme a lei sul palco dell’auditorium anche il professor Nando dalla Chiesa, presidente della Scuola di formazione “Antonino Caponnetto”.
La lezione si è svolta il 15 marzo 2019.

Sabrina Natali e Nando dalla Chiesa
Sabrina Natali e Nando dalla Chiesa

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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    Raffaele Liguori
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Calabria, le inchieste difficili e le querele temerarie

«Calabria, le inchieste difficili e le querele temerarie come nuova forma di intimidazione mafiosa».
E’ il titolo del nono incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”.

Ospite Peppe Baldessarro (52 anni, giornalista di Repubblica, ex direttore di Narcomafie, coautore del Dizionario Enciclopedico delle Mafie; fino alla fine del 2014 è stato redattore del “Quotidiano della Calabria”, dove si è occupato di cronaca politica, nera e giudiziaria. ) e Claudio Campesi (26 anni, con la passione per le inchieste sulle organizzazioni mafiose. Abita a Brescia, ma ha vissuto gli ultimi tre anni nella Piana di Gioia Tauro dove ha curato reportage sul caporalato ‘ndranghetista a Rosarno, sulla prostituzione gestita dalle organizzazioni criminali nigeriane).

La lezione si è svolta il 5 marzo nell’auditorium di Radio Popolare.

Claudio Campesi e Giuseppe Baldessarro

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Concluso il terzo ciclo su giornalismo e mafia

Grazie a tutte e a tutti i partecipanti al terzo ciclo di lezioni di antimafia che si è svolto nell’auditorium di Radio Popolare dall’11 gennaio al 15 marzo 2019.

Il tema degli incontri di quest’anno è stato “Giornalismo e mafia”.

Le lezioni sono state il frutto della collaborazione tra la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e Radio Popolare.

 Negli anni scorsi la collaborazione tra la Scuola Caponnetto e Rp ha portato alla realizzazione di altri due cicli di lezioni di antimafia e degli incontri sui 70 anni della Costituzione.

Grazie a tutte e a tutti coloro che hanno seguito le nuove lezioni, chi nel nostro Auditorium, chi attraverso la trasmissione Memos e chi ascoltando i podcast.

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    Raffaele Liguori
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Il caso Montante

«Il caso Montante». E’ il titolo dell’ottavo  incontro del nuovo ciclo di “Lezioni di antimafia”. Ospite Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica.

La lezione si è svolta venerdì 1 marzo nell’auditorium di Radio Popolare.

Attilio Bolzoni

Ascolta la sintesi di Memos della lezione

Qui la versione integrale della lezione

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Giornalismo e mafia. La forza della libertà di stampa

Siamo arrivati alla decima e ultima lezione del nuovo ciclo di lezioni di antimafia a Radio Popolare.

Un ciclo frutto della collaborazione tra la Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e Radio Popolare che ha permesso di realizzare – anche negli anni scorsi – altri due cicli di lezioni di antimafia e gli incontri sui 70 anni della Costituzione.

Grazie a tutte e a tutti coloro che hanno seguito le nuove lezioni, chi nel nostro Auditorium, chi attraverso la trasmissione Memos e chi ascoltando i podcast.

Il tema degli incontri di quest’anno è stato “Giornalismo e mafia”.

          La Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” ha voluto presentarlo citando uno scritto di Pippo Fava, intellettuale siciliano, drammaturgo e giornalista, fondatore e direttore de’ I Siciliani, ucciso dalla mafia il 5 gennaio del 1984:

          «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società.

          Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo».

(dall’articolo “Lo spirito di un giornale” di Pippo Fava, 11.10.1981).

 

Lezioni di antimafia

decima e ultima lezione

VENERDì 15 marzo 2019 alle ore 21

Auditorium di Radio Popolare – via Ollearo, 5, Milano

Titolo: “Giornalismo e mafia. La forza della libertà di stampa”.

Relatori: Sabrina Natali e Nando dalla Chiesa

Coordina: Raffaele Liguori

Ingresso libero

La sintesi della lezione del 5 marzo scorso con Giuseppe Baldessarro e Claudio Campesi dal titolo “Calabria, le inchieste difficili e le querele temerarie come nuova forma di intimidazione mafiosa ” – sarà trasmessa a “Memos” venerdì 15 marzo alle 20 e sarà poi disponibile in podcast qui e qui.

 

 

Lezione Antimafia 10 2019_03_15

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    Raffaele Liguori
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