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Le elezioni più importanti in una generazione


l turchi votano oggi per la seconda volta in pochi mesi.

Il presidente Erdogan spera che il suo partito possa formare un governo forte. Ma il Paese è a rischio implosione e ha bisogno di scelte politiche coraggiose.

Le elezioni di oggi in Turchia sono le più importanti e delicate di un’intera generazione. Dal risultato e dal colore del prossimo governo dipenderà il futuro del paese e non solo.

La Turchia di oggi si trova in una situazione così complessa che quello che succederà qui avrà sicuramente conseguenze in tutta la regione. La Turchia è in una zona geografica particolare, tra l’Europa e il Medio Oriente.

Con l’avvento dell’era Erdogan, nel 2003, Ankara aveva cercato di avvicinarsi all’Europa. Ma i negoziati per l’adesione all’Unione Europea sono andati a rilento e a un certo punto si sono arenati. Per questo motivo e anche per la crescente instabilità del mondo arabo, le autorità turche hanno cambiato progressivamente prospettiva, e negli ultimi anni hanno cominciato a guardare quasi esclusivamente al Medio Oriente, cercando di assumere un ruolo chiave, in grado di dare stabilità a una regione in profonda crisi.

All’inizio l’obiettivo sembrava a portata di mano, ma alla fine invece di esercitare un’influenza positiva sugli altri paesi la Turchia ha iniziato a subire le conseguenze della loro instabilità, a cominciare da quella siriana.

Il risultato è una polarizzazione sempre più profonda tra i sostenitori e gli oppositori del presidente Recep Tayyip Erdogan, un nuovo giro di vita sulla libertà di stampa, la ripresa del conflitto tra lo stato centrale e la guerriglia curda del PKK, un ruolo ambiguo nei confronti dell’ISIS, un rapporto difficile con gli altri membri della NATO, Stati Uniti in testa.

Un alto funzionario del governo turco qui a Diyarbakir ci ha confessato che in queste ore i vertici dello Stato temono una maggiore instabilità politica. Sanno che salvo miracoli il partito di Erdogan, l’AKP (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), non avrà la maggioranza assoluta e quindi stanno già studiando una possibile coalizione di governo.

“L’unica opzione possibile, viste le varie incompatibilità – ci ha detto la nostra fonte – è un’alleanza con il CHP (il Partito Repubblicano del Popolo), nella speranza che possa produrre un esecutivo sufficientemente forte, in grado di tenere sotto controllo il paese”.

Il problema, in effetti, è proprio questo. Un governo debole rischierebbe di portare ulteriore instabilità, ma allo stesso tempo la rigidità crescente dell’AKP, soprattutto nell’ultimo periodo, è tra le cause principali del malumore di unabuona parte della società turca.

Questo è molto chiaro qui nel sud-est, la zona a maggioranza curda, dove il sostegno alla lotta armata del PKK è in aumento. Come capita sempre nelle zone di conflitto. le parti si accusano a vicenda. Ankara sostiene che il conflitto armato sia ripreso per volontà del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), quest’ultimo dice esattamente il contrario.

Il fatto scatenante è stato l’attentato dello scorso luglio a Suruc, nel quale sono morti molti militanti curdi. Secondo il governo è stato opera dello Stato Islamico, ma secondo il PKK i presunti militanti dell’ISIS hanno agito con il via libera dei servizi turchi.

La stessa dinamica si è ripetuta dopo l’attentato di Ankara del 10 ottobre. Ecco perché a questo punto sarà decisivo il risultato ma anche l’approccio politico dell’HDP (il Partito Democratico del Popolo), l’unica forza che dà voce alla comunità curda. Una sua parlamentare qualche giorno fa ci ha spiegato che “il partito è per la pace, perché l’unica possibilità è la ripresa del negoziato tra lo stato e il PKK, con l’appoggio delle forze politiche”.

La nostre fonte all’interno del governo ci ha però ricordato che l’HDP ha ancora un atteggiamento ambiguo quando si parla di violenza politica.

Intanto il prezzo lo sta pagando la popolazione civile. Un tempo la guerra in Kurdistan si combatteva sulle montagne verso il confine iracheno. Oggi gli scontri si sono spostati anche nelle città, come abbiamo raccontato po hi giorni fa dalla città di Nusaybin, sul confine siriano, dove l’esercito e l’ala giovanile del PKK, YDG-H, hanno combattuto per un’intera settimana.

Lo spazio di manovra è minimo e per evitare che anche la Turchia sprofondi nel caos ci vogliono scelte politiche coraggiose.

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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    La battaglia delle idee, contro l’estrema destra. A Pubblica la sintesi del secondo incontro alla Casa della Cultura per il ciclo «Autoritarismi in democrazia» (Osservatorio autoritarismo, Università Statale Milano, Libertà e Giustizia, Castelvecchi) di cui Radio Popolare è media partner (qui il programma https://www.libertaegiustizia.it/wp-content/uploads/2025/11/22-novembre-ciclo-daniela-padoan-1.pdf). Ospite del secondo incontro lo storico Steven Forti (Università Autonoma di Barcellona). «Bisogna tornare alla battaglia delle idee. Non può essere – sostiene lo storico – che chi difende progetti antidemocratici finisca per appropriarsi addirittura della parola democrazia». Per Forti si sta formando un’abitudine alle forme autoritarie del potere. «E’ una questione cruciale per la democrazia. Recuperiamo le idee democratiche, riconquistiamole e diamone di nuove [...] Serve ad immaginare un futuro diverso».

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    Roma. Spin Time: da sede del Giubileo allo sgombero annunciato

    A Roma, nel centrale quartiere Esquilino, c’è un palazzo di 10 piani e 21mila metri quadrati occupato dal 2013, che la Prefettura ha inserito tra 27 immobili del prossimo piano sgomberi (c’è anche CasaPound). Per questo palazzo, che si chiama Spin Time, centinaia di persone stanno firmando una petizione per dire che non si deve e non si può sgomberare una realtà che in più di un decennio ha prodotto scuole, orchestre, laboratori e riviste, una cucina popolare, degli sportelli di assistenza legale, tantissime attività (c’è anche Mediterranea) ed è soprattutto stato un modello di convivenza tra famiglie sfrattate di varie provenienze che dura e produce socialità. Il racconto di questa realtà unica, che nell’ottobre scorso è stata scelta dal Vaticano per ospitare il Giubileo degli oppressi, con associazioni e chiese arrivate dai quattro angoli del pianeta, è affidata a Chiara Compagno, che partecipa a Scomodo, una delle attività culturali interne al palazzo e che ci dice: “Roma è tutta qui, negli anni abbiamo riunito tantissime persone e diversità, siamo un centro che unisce e crea”. L'intervista di Claudio Jampaglia e Cinzia Poli.

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