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Spagna, Vox: “Siamo diversi dalla Lega”

Vox in Spagna

Le ultime elezioni spagnole hanno sancito a pieno titolo l’ingresso di Vox nella politica spagnola. Il partito di estrema destra ha ottenuto più del 10%. Ed è probabile che la percentuale salga nei prossimi mesi, già dalle elezioni europee di fine maggio.

Ma cosa è Vox? Cosa c’è dietro al suo successo? Qual è il suo messaggio?

Si tende a inserire questo partito nel calderone dell’estrema destra populista, sempre più popolare in diversi paesi europei. Ma in realtà siamo di fronte a un fenomeno diverso, da certi punti di vista unico.

Ne abbiamo parlato con Ivan Espinosa de los Monteros, vice-segretario per le relazioni internazionali di Vox e uno dei più stretti collaboratori del leader Santiago Abascal.

Cosa c’è dietro al successo di Vox?

Sono almeno due i motivi per i quali è imprescindibile il nostro ingresso nella scena politica.

Innanzitutto la difesa chiara e ferma del valore più importante per il nostro paese, la sua unità. Sono secoli che la Spagna si basa sulla convivenza e su una precisa configurazione. Si tratta di una delle nazioni più antiche d’Europa e del mondo, con una storia gloriosa, e sostanzialmente con pochi problemi gravi, tranne quando li creiamo noi. Ecco negli ultimi anni siamo stati noi a creare il problema dell’indipendentismo. È una battaglia interna, non ci sono fattori esterni. La responsabilità è dei nostri politici, tutti, non solo degli indipendentisti. Per esempio di chi nel corso degli anni ha dato ai nazionalisti e agli indipendentisti spazio, potere e rappresentanza. Sto pensando per esempio agli accordi con gli indipendentisti catalani per un appoggio parlamentare.

Partito Popolare e Partito Socialista hanno agito più volte in coordinamento con il nazionalismo. Hanno fatto concessioni. Per interesse, perché avevano dei complessi, per mancanza di convinzione e fermezza, spesso perché non credevano nella nostra nazione. Ho sentito alcuni politici spagnoli dire che la Spagna è una nazione di nazioni. Una barbarità.

Questo primo motivo è molto spagnolo. Non ci sono altri paesi che si vergognino del loro passato, della loro storia, dei loro simboli, della loro bandiera, del loro sistema costituzionale. In Spagna invece sì, c’è chi si vergogna di tutto questo. Qui è importante l’identità, ma attenzione quando si fanno parallelismi con partiti identitari o nazionalisti europei. La Spagna presenta similarità con gli altri paesi europei, ma da questo punto di vista è differente, quindi noi non siamo come i partiti identitari europei.

C’è poi un secondo motivo che rende indispensabile la nostra presenza, la difesa della libertà. Il nostro paese è sempre più regolato e controllato da uno stato intrusivo e ideologizzato. Non solo dal punto di vista economico. Per esempio l’ideologia è totalitaria anche quando si parla di genere dai tempi di Zapatero, e questo ha fatto moltissimi danni. Per esempio la legge che dovrebbe proteggere le donne in Spagna è una legge unica al mondo. Una legislazione specifica solo per gli uomini, tribunali solo per gli uomini.

Secondo me su questo il vostro messaggio non è molto chiaro? Infatti molti hanno scritto che siete contro le donne..

Non c’è altro paese al mondo che viola il principio secondo cui siamo tutti uguali di fronte alla legge. Qui no. Qui siamo tutti uguali, con l’eccezione degli uomini che ricevono un trattamento penale distinto. Oltretutto questa legge protegge solo le donne che subiscono violenza all’interno della coppia. L’ideologia di genere vuole applicare questa norma solo all’interno della coppia, mentre la protezione va applicata a tutte le donne, e anche a tutti gli uomini. La legge dovrebbe proteggere tutti allo stesso modo.

Cosa dice Vox del sistema delle autonomie, che regola il rapporto tra lo stato centrale e le regioni spagnole?

Il nostro sistema delle autonomie è un sistema federale sotto un altro nome. È un federalismo esagerato e asimmetrico, che ha causato diversi problemi. Ha origine nella transizione, quando gli spagnoli si volevano riconciliare, tra loro e con il loro passato. Il punto è che in quel momento si attuò con troppa generosità, con l’eccezione dei nazionalisti che misero in campo tutto il loro egoismo. Si pensava di poter risolvere così il problema del nazionalismo. Alla fine siamo invece più divisi e separati di prima. Non solo, alcuni hanno usato il sistema delle autonomie contro la loro stessa nazione. Insomma è un sistema fallito che dobbiamo eliminare.

L’autonomia si giustifica per la protezione delle particolarità territoriali. Certo in Spagna ci sono differenze e particolarità, si parlano lingue diverse. Ricordiamoci però l’uso che è stato fatto delle lingue diverse dal castigliano. Il basco è stato inventato. Il catalano, una lingua molto antica, è stato spesso utilizzato per cambiare la storia, la geografia, la cultura.

Lingue diverse non sono identità nazionali?

Non siamo una nazione di nazioni. Detto questo io non ho niente contro le identità regionali o locali, che sono parte dell’identità nazionale spagnola. Il problema è che da lì si è differenziato molto, troppo. Perché non avere lo stesso sistema sanitario in tutto il paese? Perché non avere la stessa educazione? Oltretutto questo sistema è inefficiente e molto caro.

La stampa, nazionale e internazionale, vi ha presentato come il partito dell’estrema destra spagnola. È così?

Tutte le volte che c’è un fenomeno nuovo si cerca d’inquadrarlo in categorie già esistenti, per paura che risulti incomprensibile. I media parlano di tre cose: Franco, estrema destra e parallelismi con gli altri paesi europei. Ma non è così. Perché siamo diversi dai partiti sovranisti europei? Populismo come reazione alla crisi economica non siamo noi, siamo arrivati dopo. E poi non siamo nemmeno contro l’Europa. Siamo per la libertà. Non siamo nemmeno vicini alla Lega di Matteo Salvini, soprattutto dal punto di vista economico. Salvini non vuole riequilibrare i conti pubblici, noi la pensiamo diversamente. Abbiamo più cose in comune con Fratelli d’Italia.

Ci hanno spinti la crisi catalana e il radicalismo dell’altra parte. Ho già citato la legge contro la violenza di genere, ma c’è anche la battaglia contro i nostri simboli.

Per semplificare ci hanno invece bollati come razzisti, xenofobi, fascisti.

Anche sull’immigrazione non siamo stati compresi. Siamo a favore dell’immigrazione, ma un’immigrazione regolata e legale.

Abbiamo parlato del sistema delle autonomie. Come si può risolvere la crisi catalana?

Innanzitutto ci vuole tempo. Non basteranno quattro, otto, dodici anni. La crisi è vecchia di 40 anni – oltretutto con un passaggio chiave nelle inchieste giudiziarie contro l’ex-uomo forte della Catalogna, Jordi Pujol.

Due cose.

La prima. Bisogna essere molto duri con chi ha messo in piedi tutto questo. Il processo in corso adesso qui a Madrid è solo la punta. Dovrebbero essere processate almeno 300/400 persone. E bisognerebbe avere una posizione molto netta e forte. Per ora lo stato non ha fatto praticamente nulla.

La seconda cosa: ristabilire le relazioni sociali, gli affetti. Ci vorranno tempo, soldi, educazione. Sarà molto difficile. Nella migliore delle ipotesi altri 40 anni.

Dovremo ricostruire. Bisogna però essere consapevoli del fatto che questo sia il punto di passaggio, dal quale lo stato non può più retrocedere. Siamo arrivati al fondo, ora dobbiamo risalire. Non lo faremo noi. Ripeto, ci vorrà parecchio tempo. Noi cercheremo di portare un cambio culturale.

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    Emanuele Valenti
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Voto in Spagna: l’Europa respira

pedro sanchez

La vittoria dei socialisti e i numeri di queste elezioni spagnole ci dicono alcune cose importanti. A prescindere dalla composizione della futura maggioranza di governo.

La prima. Il fronte progressista – seppur molto diverso e variegato al suo interno – è maggioritario nel paese. Nonostante l’ingresso di Vox nel Congresso di Madrid – con meno forza rispetto alle previsioni – la destra, e le posizioni più reazionarie, sono state bocciate dagli elettori. Ieri sera il leader dei socialisti, Pedro Sanchez, ha detto giustamente “il Paese guarda avanti e non indietro”. (altro…)

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Cosa ci insegnano le elezioni spagnole

vox_spagna

Dalle elezioni spagnole 2019 arriva una lezione, un monito, a tutta Europa.

La sorpresa – abbiamo detto – è Vox, il partito di estrema destra che incarna al meglio il nazionalismo spagnolo. Difesa dell’unità nazionale,  riscoperta dei simboli – dal toro alla bandiera – rifiuto aggressivo nei confronti di chi rivendica le differenze di questo paese – gli indipendentisti catalani. Non solo: c’è l’attacco al femminismo, alla legge contro la violenza di genere, all’aborto. (altro…)

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    Emanuele Valenti
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Un futuro sempre più incerto. Per tutti

La Brexit è una vicenda piena di contraddizioni, e le contraddizioni non sono finite. Nonostante l’umiliante sconfitta di ieri sera – mai nella storia parlamentare britannica un primo ministro aveva perso con questi numeri – Theresa May potrebbe rimanere al suo posto.

Questa sera, alle 20 ora italiana, si voterà la mozione di sfiducia presentata da Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista, il principale partito d’opposizione. L’ultima contraddizione è che i conservatori ribelli e gli unionisti nord-irlandesi, che hanno bocciato l’accordo con Bruxelles, hanno già fatto sapere che daranno la loro fiducia alla May.

Se così sarà lei ha già detto che ascolterà tutti i parlamentari, cercherà un nuovo consenso su un possibile accordo modificato e lunedì prossimo si presenterà in parlamento con un piano B. Poi però dovrà andare a fare richieste a Bruxelles, dove nessuno vuole riaprire il negoziato vero e proprio.

Se invece il parlamento dovesse sfiduciarla ci saranno due settimane di tempo nella quali la May o qualcun altro potranno ancora provare a mettere in piedi una maggioranza. Se nessuno fosse in grado di ottenerla si andrà allora a elezioni anticipate.

Il problema è la tempistica. La Brexit è fissata al 29 marzo. Londra potrebbe chiedere una proroga all’Unione Europea, per la quale è necessario il consenso di tutti gli altri stati membri dell’Unione Europea (e qualcuno potrebbe mettersi di traverso), oppure potrebbe ritirare l’articolo 50 e quindi tutta la Brexit. Questo per evitare di uscire dall’Unione senza accordo. La comunità economico-finanziaria britannica è terrorizzata da questa eventualità. Ma per fare un passo indietro sarebbe necessario ancora una volta il voto del parlamento, anche se su questo non c’è una precisa legislazione.

Ma a prescindere da quello che succederà tutta questa storia ha messo a nudo i tanti problemi di questo paese. La crisi dell’ordine costituzionale – Scozia e Irlanda del Nord sono sempre più lontane da Londra e l’Inghilterra è ormai un altro paese rispetto al resto del Regno Unito. La distanza tra la classe politica e gli elettori – i britannici hanno chiesto una cosa che governo e parlamento non sono in grado di realizzare. Gli effetti pericolosi delle crisi e delle trasformazioni economiche degli ultimi 30/35 anni – le parole contro gli immigrati e gli stranieri, che si possono sentire ovunque uscendo dalle zone ricche, sono il risultato di un’insicurezza sociale ed economica che arriva da lontano. Una chiave questa che ci può aiutare a comprendere, almeno in parte, quello che sta succedendo anche in altri paesi, Italia compresa. E al giorno d’oggi capire, prevenire e agire sarebbe molto più utile che non attaccare i politici che soffiano sul fuoco.

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La complessità saudita

Jamal Khashoggi

La vicenda Khashoggi è ormai un gigantesco caso internazionale.

Con il passare dei giorni l’Arabia Saudita sta facendo delle ammissioni, ma il quadro non è ancora chiaro. Soprattutto non è chiaro chi sia il mandante dell’omicidio che sta mettendo in discussione le relazioni tra la casa reale saudita e il resto del mondo.

Detto questo il caso Khashoggi ci sta fornendo elementi importanti per comprendere il periodo che sta attraversando l’Arabia Saudita e la natura delle sue relazioni con la comunità internazionale, soprattutto con l’Occidente.

Per la casa reale – per Re Salman e il principe Mohammed Bin Salman – l’omicidio Khashoggi è più che imbarazzante. Difficile che l’ordine di eliminare l’editorialista del Washington Post nel consolato saudita di Istanbul sia partito dal giovane principe ereditario, ma visto che una buona parte del potere risiede ormai nelle sue mani non lo si può considerare estraneo al caso. La vera domanda è se questo alla fine gli costerà il posto, oppure se la casa reale deciderà di andare avanti, con il rischio però di avere in futuro un monarca giovane – quindi con una lunga prospettiva di vita – ma con una reputazione già rovinata ancora prima di diventare il re di un paese così importante.

Sul fronte interno questa storia conferma le ovvie contraddizioni del piano di riforme messo in campo dallo stesso Mohammed Bin Salman, e anche la lettura superficiale che di questo è stata fatta spesso qui in Occidente.

Tra le riforme ci sono alcune aperture sociali. Per esempio la patente alle donne, e la possibilità per le mogli di fare domanda di divorzio. Sembrano riforme di facciata ma per la società saudita – dove la discriminazione di genere è tra le più radicate al mondo – hanno un notevole significato e indicano sul serio una volontà di cambiamento. Ma anche in questo caso, anche quando si può parlare di apertura, non siamo di fronte a un processo di democratizzazione. Mohammed Bin Salman è andato in giro per il mondo per convincere politici e imprenditori che il suo paese stava cambiando e che era il momento di fare grandi affari, andando oltre il petrolio. Ma il processo di cambiamento non includeva e non include – Khashoggi conferma – un mutamento in chiave democratica e nemmeno una nuova considerazione dei diritti umani. Era chiaro prima e lo è ancora di più adesso. Il punto è modernizzare la società e diversificare il sistema economico per la stessa sopravvivenza del regno. La necessità di modernizzare spiega anche la rottura con i religiosi più conservatori, che oltretutto il principe ereditario aveva bisogno di allontanare dai circoli del potere.

Sul piano internazionale il caso Khashoggi ci fa invece riflettere sull’estrema complessità delle relazioni tra Riad e l’Occidente.
Questa settimana molti governi e molti imprenditori hanno boicottato la grossa conferenza finanziaria di Riad. Ma alcuni sono andati lo stesso a parlare con ministri e funzionari. In due giorni sarebbero stati conclusi accordi per oltre 50miliardi di dollari. Questo ci conferma come per l’Occidente non sia così semplice cancellare relazioni economiche e strategico-politiche – per esempio Riad come alleato americano in Medio Oriente in chiave anti-iraniana – costruite nei decenni scorsi. Trump ha citato i posti di lavoro dietro ai contratti per gli armamenti. Vale anche per altri paesi.

Le contraddizioni nei rapporti tra Riad e Occidente erano già evidenti con i bombardamenti sauditi in Yemen. Non è ovviamente una giustificazione ma è un tentativo di osservare la realtà con tutte le sue sfumature.

La vicenda Khashoggi sta mostrando tutta la complessità che gira intorno all’Arabia Saudita.

Jamal Khashoggi
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Il confine della discordia

Confine Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord

L’isola d’Irlanda è divisa dal 1921, da quando una parte importante, oggi la Repubblica d’Irlanda, ottenne l’indipendenza dall’impero britannico.
A Londra il famoso leader irlandese, Michael Collins, accettò la spartizione dell’isola, che il governo britannico vendette come temporanea.
Le sei contee nord-orientali, quelle dove la maggioranza della popolazione era protestante e contraria all’indipendenza, rimasero sotto la giurisdizione di Londra e andarono sotto il nome di Irlanda del Nord o Ulster (anche se storicamente il termine Ulster indicava un’area geografica più vasta).

I nazionalisti del nord tentarono a più riprese, ma senza successo, di arrivare a un’Irlanda unita. Il periodo più caldo cominciò nel 1968. La guerra tra IRA (Esercito Repubblicano Irlandese) ed esercito britannico, con l’importante partecipazione dei gruppi paramilitari protestanti, andò avanti fino al 1998, quando venne siglato l’Accordo del Venerdì Santo. Le parti concordarono che il Nord Irlanda sarebbe rimasto, per il momento, all’interno del Regno Unito, ma allo stesso tempo venne prevista una profonda integrazione economico-commerciale tra le due parti dell’isola.

Con gli anni il confine tra nord e sud è diventato praticamente invisibile. In sostanza l’accordo del 1998 ha creato una situazione nella quale, almeno dal punto di vista economico-commerciale, si tratta quasi di un unico paese.
Ma come fare adesso che con la Brexit quella frontiera sta per diventare l’unica frontiera terrestre tra il Regno Unito e l’Unione Europea? La discussione di questi giorni, e in realtà degli ultimi due anni, è proprio su questo.

L’Europa insiste per non tornare a un confine vero e proprio. Dicono lo stesso il governo di Dublino (Repubblica d’Irlanda) e i nazionalisti del nord. Posizione diversa invece quella degli unionisti-protestanti nord-irlandesi (che oltretutto appoggiano il governo di Theresa May nel parlamento britannico) favorevoli a mantenere intatti i legami con Londra. Mantenere lo status-quo, quindi una forte integrazione tra le due parti dell’isola e un confine quasi inesistente, vorrebbe prevedere dire uno status speciale per il Nord Irlanda all’interno del Regno Unito. Ma questo secondo molti conservatori sarebbe il primo passo verso la perdita dell’Irlanda del Nord.

Ma cosa è oggi la frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord? Ogni giorno almeno 30mila persone attraversano il confine per andare a lavorare senza alcun controllo da una parte e dall’altra. Tra Dublino e Belfast c’è un’autostrada senza interruzioni. Gli scambi commerciali valgono ogni anno miliardi di euro. Il turismo è un’industria unica. Così come il mercato energetico.

Ma la questione interessa ogni sfera della vita degli irlandesi. Per esempio la Contea del Donegal, nel nord-ovest, è sotto la Repubblica, ma la città più vicina è Derry, dall’altra parte del confine. La maggior parte della gente del Donegal gravita intorno a Derry, anche quando ha bisogno di assistenza sanitaria. A Derry tra le altre cose c’è un’importante centro per la cura dei tumori. L’assistenza sanitaria è un altro elemento forte della cooperazione tra Nord e Sud.

Il rischio non è il ritorno alla guerra civile al Nord, ma quello di cancellare vent’anni d’integrazione economica e di abitudini quotidiane, con gravi ricadute per gli abitanti di tutta l’isola d’Irlanda.

Confine Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord

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A rischio l’alleanza tra Arabia Saudita e Usa?

Jamal Khashoggi - Caso diplomatico Arabia Saudita-Usa

Il presidente turco, Erdogan, è tornato a chiedere chiarezza sulla scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi, dieci giorni fa, subito dopo il suo ingresso nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul.
Erdogan ha chiesto a Riad di presentare le immagini che proverebbero – come dicono i sauditi – che Khashoggi abbia lasciato l’edificio che ospita la missione consolare. Anche Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti faranno di tutto per fare chiarezza. Khashoggi viveva da tempo negli Stati Uniti, da quando non era più in linea con la casa reale saudita.

La vicenda rimane molto misteriosa ma è già un grosso caso diplomatico, che potrebbe modificare addirittura alcuni equilibri geopolitici.
Khashoggi scriveva per il Washington Post. Diversi esponenti dell’amministrazione Trump hanno chiesto a Riad di fare chiarezza e di farlo in fretta. L’Arabia Saudita non è solamente un attore fondamentale nella geopolitica del Medio Oriente, è anche il principale alleato degli americani nel mondo arabo. Se dovesse essere confermata la versione dei media turchi, che in questi giorni hanno citato diversi funzionari di Ankara, e cioè che Khashoggi sia stato ucciso all’interno del consolato saudita di Istanbul, Washington non potrebbe far finta di niente.
Anche il governo britannico, uno degli sponsor – e uno dei fornitori di armi – di Riad, ha usato parole molto dure. Il ministero degli Esteri ha detto che Londra potrebbe dover ripensare la sua relazione con l’Arabia Saudita.

In fondo questa vicenda mette a nudo le contraddizioni del progetto di riforme del principe ereditario Mohammed Bin Salman, che tra l’altro prevede alcune aperture sociali, come quelle nei confronti delle donne.
La scomparsa di Khashoggi ci ricorda però la natura autoritaria della casa reale saudita.
Grazie alla nuova immagine del Paese che aveva costruito Mohammed Bin Salman, lo stesso principe ereditario era stato nei mesi scorsi proprio a Londra e Washington. Senza dimenticare che Trump aveva già scelto Riad per la sua prima trasferta internazionale. Potremmo già essere in una nuova fase, che però non conosciamo.

Jamal Khashoggi - Caso diplomatico Arabia Saudita-Usa
Jamal Khashoggi in un frame
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    Emanuele Valenti
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Primo ottobre, un anno dopo

Catalogna

Il primo ottobre del 2017 rimarrà una data chiave nella storia catalana e in quella spagnola. Uno spartiacque. Una frattura che segna un prima e un dopo.

Per gli indipendentisti catalani è il punto di non ritorno. Le violenze della polizia e poi gli arresti dei leader del movimento sono stati l’ultima manifestazione di uno Stato, quello spagnolo, incapace di risolvere i conflitti in maniera democratica. Quindi non c’è alternativa alla secessione.

Per la Spagna – intesa come apparato statale nel suo complesso – il referendum e la successiva dichiarazione d’indipendenza hanno invece messo a nudo la strategia della leadership indipendentista, che per forzare Madrid alla trattativa ha provocato una pericolosa polarizzazione della società catalana.

Due visioni, come al solito opposte.

Ma il primo ottobre 2017 ha detto molte altre cose.

Quello catalano è un problema politico che richiede una soluzione politica. Il cambio di governo a Madrid la scorsa primavera, con i socialisti al posto dei popolari, ha riaperto i canali del dialogo. Pedro Sanchez non è Mariano Rajoy e tantomeno Albert Rivera, leader di Ciudadanos, il partito di destra nato proprio in Catalogna e proprio in chiave anti-catalana che sta raccogliendo sempre più consensi. Ma di un referendum sull’autodeterminazione i socialisti non vogliono sentir parlare. Dalle loro concessioni – fino a quando rimarranno al governo – dipenderà però il futuro delle relazioni tra Madrid e Barcellona.

Lo stato spagnolo sta accusando una transizione che non ha mai fatto fino in fondo i conti con il franchismo. I fatti dello scorso autunno hanno scoperto il deficit democratico. La Spagna è una democrazia, ma ci sono alcune zone d’ombra.

Il movimento indipendentista non è fatto solo dai nazionalisti catalani. A differenza di quello che hanno scritto in molti, dietro alla spinta secessionista c’è una profondo senso di comunità e l’adesione a un progetto progressista. Per molti la secessione è l’unico modo per staccarsi da uno Stato nel quale, proprio per quel deficit democratico, non si riconoscono più. In parte il nazionalismo catalano è un nazionalismo civico, che va oltre l’identità nazionale. Un concetto difficilissimo da comprendere.

La leadership catalana si è spinta fino in fondo convinta che alla fine lo stato spagnolo avrebbe accettato di negoziare. Così non è stato. La sua strategia non era ben definita e questo ha messo a rischio la società civile che aveva sposato il progetto della secessione con una continua mobilitazione di piazza, per fortuna pacifica.

L’Europa ha dimostrato per l’ennesima volta la sua debolezza.

Barcellona ha forzato le tappe anche nella convinzione che Bruxelles avrebbe chiesto al governo spagnolo l’apertura di un negoziato. Ma l’Unione Europea, che ha già molti altri problemi, non è andata oltre il suo status di organizzazione che tiene insieme i singoli Stati nazionali. In realtà la Commissione Europea avrebbe dovuto forzare il dialogo molto prima, evitando così di arrivare al primo ottobre.

Come era già stato evidente nel caso scozzese, i movimenti indipendentisti possono anche essere portatori di progetti progressisti. È difficile da comprendere, a maggior ragione nell’Europa dei populismi, ma in alcuni casi il nazionalismo può essere tranquillamente la bandiera di rivendicazioni democratiche. Non a caso la società catalana, così come quella scozzese, sono fortemente europeiste (basta citare la Brexit). Comprenderlo e accettarlo sarebbe per l’Europa un importante passo in avanti, anche per combattere il populismo dilagante di oggi.

Le comunità autonome spagnole, le nostre regioni, godono, almeno alcune, di una forte autonomia. La Catalogna è tra queste. Ma autonomia amministrativa non vuol sempre dire autonomia reale. Nonostante la decentralizzazione decisa con la costituzione del 1978 lo stato mantiene un forte potere di controllo. Una riforma in senso federale avrebbe evitato lo scontro di oggi. Dovrebbe valere anche per il futuro…

Catalogna

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    Emanuele Valenti
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Putin non è ancora isolato

Donald Trump e Vladimir Putin

Che significato avrà l’incontro tra Putin e Trump il prossimo 16 luglio a Helsinki?

Non siamo più ai tempi della Guerra Fredda, quando Mosca e Washington erano le capitali delle due uniche superpotenze. E non siamo nemmeno nella fase successiva alla caduta del Muro di Berlino e dell’impero sovietico, quando gli Stati Uniti, unica potenza mondiale, approfittarono delle ovvie difficoltà in cui si trovavano i russi.

Oggi è molto più difficile decifrare l’ordine globale. Lo è ancora di più dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Ma Russia e Stati Uniti rimangono sempre due attori fondamentali delle relazioni internazionali. Comprendere le loro mosse ci può aiutare a capire qualcosa di più della politica internazionale.

Negli ultimi mesi è stata molto evidente la distanza tra Mosca – già sotto sanzioni per la Crimea – e Occidente. Gli stessi collaboratori di Putin hanno ammesso il rischio di doversi preparare a un lungo periodo d’isolamento rispetto a Europa e Stati Uniti. La vicenda Skripal, l’ex-spia russa avvelenata a Salisbury in Gran Bretagna, ha provocato l’espulsione di decine di diplomatici russi. Non solo. Poche settimane fa Australia e Olanda hanno accusato ufficialmente la Russia per l’abbattimento dell’aereo della Malaysian Airlines sull’Est dell’Ucraina nel luglio 2015.

Mercoledì scorso, nonostante la forte opposizione di Mosca, i paesi membri dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche hanno deciso che l’OPAC potrà nuovamente indicare i responsabili degli attacchi chimici. È atteso il rapporto sull’attacco dello scorso aprile a Duma, nella Ghouta Orientale, in Siria, che potrebbe indicare le responsabilità del regime di Damasco.

Tutto questo ci dice che i rapporti tra Russia e Stati Uniti sono in una fase critica, probabilmente la più critica dalla fine della Guerra Fredda.
Ma altri segnali che ci dicono che la Russia non è completamente isolata: l’incontro Putin-Trump, la richiesta del presidente americano, all’ultimo G7 in Canada, di riammettere Mosca nel club dei grandi, i lavori per il gasdotto North Stream 2 tra Russia e Germania che procedono a buon ritmo, la Russia come vetrina del calcio mondiale.

Difficile prevedere il risultato dell’incontro del 16 luglio. Non dovrebbero essere fatti annunci particolari. Russia e Stati Uniti sono in disaccordo su diverse questioni, basta citare le crisi in Siria e in Ucraina. Ma il contesto è quello di un paese e di un presidente, Putin, che finora resistono bene al tentativo d’isolamento da parte dell’Occidente.

Donald Trump e Vladimir Putin
Foto dal sito ufficiale del Cremlino http://kremlin.ru
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    Emanuele Valenti
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“Fare giornalismo? In Montenegro è quasi impossibile”

fare il giornalista in Montenegro

L’agguato di questa settimana a Podgorica contro la giornalista Olivera Lakic ci ha ricordato quanto sia difficile fare informazione in Montenegro. Olivera Lakic è rimasta ferita a una gamba e ora è in ospedale. Non è stato il primo attacco contro di lei e non è stato nemmeno il primo attacco contro i giornalisti in Montenegro in questi anni.

Nel paese balcanico, che aspira a entrare nell’Unione Europea, la libertà di stampa è sempre più a rischio. Indagare sui legami tra politica e criminalità organizzata può anche costare la vita. Mihailo Jovovic è il caporedattore del quotidiano Vijesti, lo stesso per il quale lavora Olivera Lakic.

Cosa può essere successo?

Non sappiamo esattamente. Ma sono sicuro che ci sia un legame con quello che lei ha scritto. Olivera si occupa di criminalità organizzata, corruzione, sicurezza, intelligence. Deve essere stato qualcosa che ha scritto, che ovviamente non è piaciuto. Non è stato il primo attacco contro Olivera Lakic. Nel 2011 diverse minacce, nel 2012 il primo agguato e ora quello di pochi giorni fa. Quella sera qualcuno ha chiamato il nostro direttore, che abita vicino al luogo dell’agguato. La cosa incredibile è che quando è arrivato è stata Olivera a consolarlo, non il contrario. Olivera diceva: “non ti preoccupare, è solo la gamba”. Questo vuol dire che lei era ed è ben consapevole del fatto che avrebbero potuto ucciderla con un colpo alla testa. Vive con la consapevolezza di poter essere uccisa in qualsiasi momento. Penso sia stato l’ultimo avvertimento.

Quanto è difficile fare il giornalista in Montenegro?

È molto difficile. Sono pochi i giornalisti e i media che fanno seriamente il loro lavoro, quelli che cercano di rispettare il compito che dovrebbero avere tutti i mezzi d’informazione in ogni democrazia. So che è difficile ovunque, ma da noi lo è ancora di più. Quando i leader politici, nel nostro caso specifico anche il presidente Milo Dukanovic, dicono bruttissime cose sui giornalisti solo perché stanno indagando sugli affari dei loro membri della famiglia, sui possibili legami con la mafia dei loro membri della famiglia, il nostro lavoro diventa difficile. E attenzione, questi sono gli stessi nodi che impediscono al Montenegro di entrare nell’Unione Europea.

Quindi la politica ha grosse responsabilità?

I politici dovrebbero risolvere casi come questo. Ma non hanno risolto nemmeno il 90% dei casi precedenti, circa 50 negli ultimi 10 o 15 anni, 25 contro i lavoratori del mio giornale, Vijesti. Quindi sì, hanno grosse responsabilità. Quando i politici ti chiamano mafioso, nemico dello stato, fascista o l’essere peggiore sulla faccia della terra, come ha fatto il presidente due settimane fa per le inchieste sugli affari di suo figlio, il lavoro dei giornalisti diventa impossibile. Non dico che il presidente Dukanovic sia il mandante degli agguati e degli attacchi contro i giornalisti, ma approfittando della sua posizione sta facendo di tutto per attaccare i pochi giornalisti che fanno seriamente il loro lavoro. Alcuni media vicini al governo non hanno nemmeno dato la notizia dell’attacco contro Olivera. Per tornare alla sua domanda, fare il giornalista in Montenegro è molto molto difficile…quasi impossibile.

fare il giornalista in Montenegro

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    Emanuele Valenti
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Le conseguenze della rottura USA-Iran

Veduta di Teheran, capitale dell'Iran

Donald Trump aveva diverse opzioni. Le sanzioni americane nei confronti dell’Iran, congelate dal 2016, sono sostanzialmente divise in due grossi pacchetti. Uno per il petrolio, un altro per le altre attività economiche e commerciali iraniane.

Il presidente americano ha preso la decisione più drastica: ha annullato il congelamento di tutte le sanzioni. Come ha confermato il Tesoro e anche il neo-consigliere per la sicurezza nazionale, il falco John Bolton, la reintroduzione non sarà immediata. Le compagnie straniere, soprattutto europee – gli Stati Uniti non hanno mai ripreso rapporti commerciali diretti con Teheran – avranno tra i 3 e i 6 mesi di tempo per dimostrare di aver annullato i contratti in essere. Alcune sanzioni verranno reintrodotte entro il 6 agosto, altre entro il 4 novembre.

Sulla carta questo vuol dire che ci sarebbe ancora il tempo per la diplomazia, ma la decisione della Casa Bianca sembra drastica. Qui il problema è soprattutto europeo. I governi europei, lo hanno ribadito anche subito dopo le parole di Trump, vorrebbero salvare l’accordo, ma per fare questo dovrebbero coprire le loro aziende che rischiano di essere sanzionate dagli americani.

L’Iran aveva ripreso a fatica l’export di petrolio, soprattutto verso Turchia ed Europa. Era l’unica voce in vera ripresa per la sua economia e ora questa voce rischia di venir meno.

Il rapporto difficile con l’Europa

Si prospettano quindi settimane complicate per le cancellerie europee. Ancora ieri sera Francia, Germania e Gran Bretagna, che firmarono l’intesa del 2015, hanno detto che vogliono salvare l’accordo con l’Iran. Ma per fare questo dovrebbero consentire alle loro compagnie di fare affari con Teheran nonostante le sanzioni americane.

C’è già la questione dei dazi su acciaio e alluminio. Il dossier iraniano porterebbe a una guerra commerciale, a una rottura profonda, tra le due sponde dell’Atlantico.
Gli europei sono disposti a questo? Non lo sappiamo ma probabilmente no.

Il Medio Oriente

C’è poi il Medio Oriente e la stabilità in una regione dove i conflitti non mancano.

Trump avrebbe voluto un nuovo accordo che tenesse dentro, oltre al nucleare, il programma missilistico di Teheran, e il contenimento dell’influenza iraniana in Medio Oriente. Come risponderà ora l’Iran? Cercherà di consolidare le sue posizioni in Siria, in Libano, in Yemen, in Iraq?

In queste ore i servizi israeliani e il Pentagono hanno denunciato “strani”movimenti militari iraniani in Siria. Una coincidenza? Nelle ultime settimane abbiamo visto una tensione crescente tra Iran e Israele proprio in Siria. C’è poi la contrapposizione storica Iran-Arabia Saudita. Sauditi e israeliani criticavano da tempo l’accordo sul nucleare.

Se l’Iran dovesse decidere di consolidare le sue posizioni e i suoi interessi in Medio Oriente, queste due contrapposizioni potrebbero diventare ancora più pericolose.

Veduta di Teheran, capitale dell'Iran

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    Emanuele Valenti
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The Handmaid’s Tale, al via la seconda stagione

Il poster di The Handmaid's Tale

Il racconto dell’ancella non è mai passato di moda, anzi: dal 1985, quand’è stato pubblicato, in poi, si è installato nelle liste delle letture obbligate, fossero elenchi di imprescindibili romanzi femministi o di irrinunciabili titoli distopici. Quando lo sceneggiatore Bruce Miller e la regista Reed Morano, qualche anno fa, hanno cominciato a lavorare a un adattamento seriale del libro di Margaret Atwood, hanno dunque suscitato subito trepidazione e attesa tra le varie generazioni di lettori, mai pienamente soddisfatti dall’unico altro adattamento, un film del 1990. Ma nessuno poteva aspettarsi che la serie tv The Handmaid’s Tale sarebbe andata in onda in un momento in cui l’America stessa sembra avvicinarsi a una distopia, con l’ultra-destra al potere, i diritti di donne e minoranze sotto attacco, perfino una neolingua nelle fake news (non è un caso che sia Il racconto dell’ancella sia 1984 di Orwell siano balzati ai primi posti nelle classifiche dei bestseller).

Per tutto il 2017, la serie tv The Handmaid’s Tale è diventata un simbolo dell’opposizione a Trump, e ha contestualmente raccolto quasi tutti i premi possibili nelle varie cerimonie di settore. Ora la seconda stagione ha, nella necessità di ripetere l’exploit della prima, un compito non facile: innanzitutto perché gli sceneggiatori sono costretti a camminare da soli, senza più il sostegno del romanzo di Atwood, i cui eventi si sono esauriti con la prima annata.

https://www.youtube.com/watch?v=dKoIPuifJvE

Dai primi due episodi, sembra che abbiano deciso di puntare su un’esplorazione più approfondita del mondo futuribile in cui è ambientato il racconto (mostrando per esempio le Colonie, dove le donne che non hanno nessuna utilità per il regime vengono spedite a raccogliere rifiuti tossici finché non muoiono), e anche di dedicarsi a vari personaggi secondari (con aggiunte di peso nel cast, come Bradley Whitford, Cherry Jones e Marisa Tomei).

L’altra sfida è poi, dopo aver dipinto un paesaggio distopico di angosciante e plausibile desolazione, trovare il modo di ipotizzare una via d’uscita e di riscatto: per questo percorso, la serie torna a concentrarsi sulla protagonista June, interpretata straordinariamente da Elisabeth Moss, e su una sua possibile fuga dall’incubo. The Handmaid’s Tale resta, anche in quest’inizio di seconda stagione, un pugno nello stomaco, una storia dura e proprio per questo importante da guardare.

Come già nella prima stagione, i momenti più agghiaccianti sono quelli dedicati ai flashback, che individuano nel nostro presente i semi della catastrofe di domani: l’apparentemente innocente richiesta a una madre di scegliere tra figli e lavoro; l’omofobia più o meno casuale che contamina i rapporti umani. Così The Handmaid’s Tale ci ricorda che l’oppressione può nascondersi anche nei piccoli gesti, e che il peggio sta acquattato a un passo dalla nostra sedicente normalità: vale negli Stati Uniti come qui, e sta a noi, tutti, fare attenzione, tenere gli occhi bene aperti, e resistere, allo stesso modo, con ogni nostra scelta, piccola o grande che sia.

Il poster di The Handmaid's Tale
Foto dal profilo FB ufficiale di The Handmaid’s Tale https://www.facebook.com/handmaidsonhulu/
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    Emanuele Valenti
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“Iran per diplomazia ma può rispondere”

Entro il 12 maggio Donald Trump dovrà decidere se ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015. I governi europei stanno cercando di convincere gli americani a non fare un passo che rischierebbe di aumentare ulteriormente l’instabilità in Medio Oriente. Nei giorni scorsi Angela Merkel ed Emmanuel Macron sono andati alla Casa Bianca, per parlare anche di Iran e della necessità di non far saltare l’intesa con Teheran. Ma c’è chi spinge in direzione opposta. Ieri il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha convocato la stampa per presentare quelle che ha raccontato essere le vere prove dell’imbroglio iraniano. Il governo israeliano sostiene in sostanza che nonostante l’accordo con la comunità internazionale gli iraniani non abbiano mai abbandonato il progetto di costruire la bomba atomica. Le dichiarazioni di Netanyahu non hanno convinto molti analisti, anche negli Stati Uniti, ma arrivano in un momento molto delicato per la stabilità in Medio Oriente, che passa anche dai rapporti tra Iran e Occidente e tra Iran e Israele. Il teatro dello scontro è la crisi siriana.

Abbiamo parlato di tutto questo con Mojtaba Mousavi, analista del quotidiano iraniano Jam-e Jam.

Nelle scorse settimane sono stati colpiti nuovamente interessi iraniani in Siria. Gli israeliani hanno detto più volte di voler bloccare l’espansione iraniana in territorio siriano. C’è il rischio che la situazione possa andare fuori controllo?

È assolutamente possibile che ci sia un’escalation a partire dalla Siria, soprattutto perché Israele non sta rispettando il diritto internazionale, e sta attaccando un paese sovrano violando le norme internazionali. L’Iran sta cercando di fermare Israele, con la politica e la diplomazia. Ma credo che gli israeliani siano interessati a proseguire con le provocazioni. E se sarà così mi sembra di capire che a un certo punto l’Iran risponderà. E questo, come dicevo, non potrà che alimentare ulteriormente la tensione in questa regione. I vertici dello stato hanno ribadito ancora in questi giorni che non tollereranno altri attacchi e altri danni per mano di elementi esterni. Non hanno citato Israele, ma il riferimento mi sembra molto chiaro.

Che tipo di risposta ci dobbiamo aspettare?

L’Iran ha diverse opzioni. Ovviamente preferirebbe usare la politica e la diplomazia, ma potrebbe anche aumentare le difese militari siriane in modo che Damasco possa rispondere meglio agli attacchi israeliani. L’obiettivo è abbassare il livello dello scontro e non peggiorare i rapporti con Israele. Ma molto dipenderà da Israele e dalla capacità della comunità internazionale di fermare il governo israeliano.

Il governo iraniano ha paura che gli Stati Uniti escano dall’accordo sul nucleare?

In realtà da quando Trump è al potere gli Stati Uniti non hanno più rispettato l’accordo sul nucleare. E non hanno nemmeno fatto aperture sul fronte commerciale. Quindi stanno già violando l’intesa del 2015. L’Iran sta solo aspettando l’ufficializzazione di tutto questo, che qui prevedono arriverà a breve. L’Iran è pronto a rispondere. E per quello che ho capito dai funzionari governativi l’intenzione è quella di accelerare nuovamente il programma nucleare, cominciando dall’arricchimento dell’uranio. C’è anche la possibilità che Tehran si ritiri dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. Ma molto dipenderà da quello che farà l’Europa.

Quindi la risposta sarà sul programma nucleare?

Certo. L’accordo è sul nucleare. E l’Iran, come richiesto dall’accordo, ha fermato una parte importante del suo programma nucleare. Ma ora gli Stati Uniti lo stanno violando. Quindi è normale e comprensibile che la prima risposta sia la ripresa delle attività nucleari.

Ha citato l’Europa. Tre paesi europei – Francia, Germania e Gran Bretagna – sono firmatari dell’accordo del 2015. Cosa dovrebbero fare per salvare l’intesa?

Gli europei dovrebbero convincere l’Iran che l’accordo possa stare in piedi anche senza gli Stati Uniti. Finora non lo hanno fatto. Le parole del presidente francese Macron, pochi giorni fa dalla Casa Bianca, sono state molto negative per il nostro governo. L’Europa può decidere le sorti dell’accordo ma dovrebbe essere più coraggiosa, incrementare le sue relazioni economiche e commerciali con l’Iran, migliorare i rapporti tra i due sistemi bancari, e fare le dovute pressioni sull’amministrazione Trump.

Netanyahu

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    Emanuele Valenti
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Siria, le bombe “diplomatiche” di Trump

L’operazione militare di Stati Uniti, Francia e Regno Unito in Siria rappresenta il più importante attacco occidentale contro il regime di Damasco dall’inizio della guerra. Dopo sette anni di combattimenti, centinaia di migliaia di vittime, milioni e milioni di profughi, una parte dei paesi occidentali ha deciso di punire Bashar al-Assad. Non per i tantissimi morti fatti dall’esercito siriano e dai suoi alleati, ma per il presunto utilizzo di armi chimiche.

I raid hanno colpito un teatro bellico delicatissimo, dove si incrociano gli interessi di una buona parte della comunità internazionale e quelli di quasi tutti i paesi della regione. La guerra in Siria è anche una perfetta guerra per procura, dove diversi attori esterni cercano di aumentare la loro influenza e ridurre quella dei loro avversari. Se vogliamo un conflitto fatto di molti conflitti.

In questa prospettiva l’intervento occidentale, una novità quasi assoluta, avrebbe potuto rappresentare una variabile in grado di incendiare ulteriormente la situazione. Ma vista la sua natura limitata l’operazione decisa dagli Stati Uniti con il supporto di Francia e Regno Unito non cambierà il corso della guerra. In altre parole i raid ordinati da Trump soddisfano tutti, perché permettono a tutti di mantenere la loro presenza in territorio siriano. La prima ministra britannica, Theresa May, ha detto molto chiaramente che l’intenzione non era l’ingresso nella guerra civile siriana e nemmeno un cambio di regime.

Allora per quale motivo tutto questo rumore? La risposta sta nel termine usato da Trump per definire l’azione militare, “deterrente”. Una buona parte dell’Occidente è convinta che fosse arrivato il momento di ribadire a tutti gli attori della comunità internazionale, non solo in Medio Oriente, che le armi chimiche, e più in generale le armi non convenzionali, non si possono usare. Una specie di ricordo delle regole base. In questa prospettiva il messaggio non è diretto solo ad Assad e suonerebbe così: “State attenti perché non staremo più a guardare”. I britannici ci tenevano a lanciare un messaggio alla Russia dopo la vicenda Skripal, gli americani volevano far sentire la loro voce anche all’Iran (in questo caso spinti da Israele) e magari anche alla Corea del Nord. La Siria quindi era il teatro perfetto dove lanciare questo messaggio.

L’operazione mette però in luce anche tutta l’ipocrisia di Europa e Stati Uniti. In Siria sono morte centinaia di migliaia di persone a causa delle armi convenzionali del regime. E nessuno ha mai mosso un dito. In questi giorni molti siriani, come spesso succede non ascoltati dal sistema mediatico, lo hanno fatto notare più volte. Trump, che pensa di aver fatto quello che gli chiedeva l’opinione pubblica occidentale, ha parlato di atrocità contro la popolazione civile, riferendosi al presunto attacco chimico a Duma dello scorso fine-settimana. Ma quelle scene, bombe chimiche o meno, si ripetono quasi quotidianamente da oltre sette anni. Perché nessuno è intervenuto per fermarle prima?

I raid delle scorse ore non cambieranno quindi il corso della guerra e non provocheranno nemmeno un’immediata reazione russa, visto che gli interessi, i mezzi, e le basi di Mosca non sono stati colpiti. Ma sul lungo e sul medio periodo potrebbero mettere in moto dinamiche al momento ancora sconosciute. In Siria potrebbero provocare un’accelerazione della campagna militare di Assad per riconquistare tutto il paese, a partire dall’ultima roccaforte dell’opposizione, la provincia di Idlib, nel nord. A livello internazionale potrebbero rendere ancora più complicati i rapporti tra Russia e Occidente. Ambienti vicini al Cremlino parlano da settimane dell’arrivo di un lunghissimo periodo di isolamento rispetto a Europa e Stati Uniti. Mosca per tradizione non risponde subito, ma è prevedibile che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi metta in campo la sua risposta a Trump.

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    Emanuele Valenti
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Siria, gli USA ipotizzano un intervento ridotto

Dopo due o tre giorni di dichiarazioni di guerra da parte di Trump i generali sono riusciti a bloccare, almeno per ora, l’istinto del loro presidente.
Nella riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, la notte scorsa, alla Casa Bianca, ha prevalso la linea del capo del Pentagono, Mattis, che ha fatto notare i rischi, i grossi rischi, di un’operazione su larga scala: soprattutto la possibilità di una risposta russa.

L’amministrazione americana è bloccata su un punto: sa che per dare un messaggio chiaro e forte a tutta la comunità internazionale sull’uso delle armi chimiche ci vorrebbe un’operazione non solo simbolica contro Assad, ma sa bene – quello che ha spiegato Mattis – che questo potrebbe portare a una dura risposta da parte di Mosca, che porterebbe la crisi di questi giorni in un territorio assolutamente sconosciuto.

Dal Medio Oriente, questa mattina, arrivano altri segnali di un possibile ridimensionamento della possibile azione americana. I canali di comunicazione con i russi sono sempre aperti e uno dei principali alleati di Assad, il gruppo libanese Hezbollah, ha detto all’agenzia Reuters che salvo colpi di scena e colpi di testa di Trump e Netanyahu, l’attacco, se ci sarà, sarà ridotto.

Ieri parlavamo di tre opzioni per la Casa Bianca.
Sanzioni, attacco simbolico, operazioni militare su larga scala.
Sembra sempre più possibile la seconda opzione. Come e quando ancora impossibile saperlo.

pentagono usa

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    Emanuele Valenti
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La guerra ad alleanze variabili

La Siria continua a essere usate dalle potenze regionali e internazionali per i loro interessi specifici. Succede da diversi anni e succederà ancora in futuro. Militarmente e politicamente la guerra è stata decisa – con la vittoria del regime – ma le violenze andranno avanti, e questo permetterà ai diversi attori esterni di farsi la guerra in territorio siriano ancora per un po’ di tempo. Una guerra per procura, anche se con una caratteristica peculiare del conflitto siriano: le alleanze variabili. Un elemento che ha reso la guerra siriana di difficilissima interpretazione, e che adesso ci può aiutare a leggere l’attacco, questa mattina, contro un’importante base militare nella provincia di Homs, nella Siria centrale.

Mosca e Damasco hanno detto che l’attacco è opera di Israele. Gli israeliani non hanno commentato, ma in passato avevano colpito la Siria diverse volte, spesso proprio senza confermare le loro operazioni. Gli israeliani, per esempio, avevano bombardato quella stessa base lo scorso febbraio. Una nuova operazione è quindi plausibile, soprattutto perché il principale nemico d’Israele, l’Iran, continua a mantenere una costante presenza in territorio siriano. Direttamente o indirettamente, attraverso le milizie sciite coordinate da Tehran, Hezbollah libanesi in testa. Oltretutto tra le vittime di questa mattina ci sono anche dei militari iraniani.

In quest’ottica il fatto che il raid sia arrivato a poche ore dalle minacce di Trump per l’uso di armi chimiche a Douma da parte del regime – notizia ancora impossibile da confermare in maniera indipendente ma altamente probabile – potrebbe essere una coincidenza. In effetti negli ultimi giorni alcuni generali israeliani si erano lamentati del possibile ritiro americano dal nord e dall’est della Siria, dove gli Stati Uniti assistono i curdi nella lotta all’ISIS. Non solo. I continui raid israeliani, se di questo si tratta, stanno mettendo a dura prova anche le buone relazioni tra Israele e Russia, che comunque non sembrano essere a rischio. Nella guerra ad alleanze variabili Israele sta quindi portando avanti la sua agenda in solitario.

Questo però spiega solo parzialmente la complessità della situazione. Gli attori esterni, alcuni lo fanno direttamente altri lo fanno attraverso gruppi armati siriani, si agganciano su un conflitto che è anche un conflitto interno, il cui ultimo capitolo è stato scritto a Douma, nella Ghouta Orientale, alle porte di Damasco. I miliziani di Jaysh al-Islam, finanziati dall’Arabia Saudita, si stanno preparando a lasciare le loro postazioni, diretti nel nord della Siria.
I ribelli hanno accettato di uscire da Douma solo dopo l’attacco chimico di sabato scorso. La popolazione civile è rimasta schiacciata anche questa volta tra la brutalità del regime e l’intransigenza dei gruppi armati dell’opposizione.

Armi chimiche e armi convenzionali

Il copione degli ultimi giorni a Ghouta è stato ampiamente visto in passato: uso di armi chimiche che si aggiunge a quello quotidiano di armi convenzionali, decine di vittime civili, il regime che nega ogni responsabilità, la Russia che parla di complotto internazionale, i gruppi ribelli finanziati dall’esterno che mantengono postazioni a scapito della popolazione civile. L’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche sta raccogliendo informazioni sull’attacco a Douma. La Russia ha già detto che non c’è stato alcun attacco chimico. A breve la discussione arriverà in Consiglio di Sicurezza.

Con la caduta di Douma il regime riprende il controllo su tutta la Ghouta Orientale. Il principale successo militare di Assad dalla caduta di Aleppo, alla fine del 2016. Gli interventi esterni, la creazione di milizie radicali, i bombardamenti israeliani non hanno fermato le atrocità del regime. La guerra è sempre stata combattuta su più piani. Nonostante i proclami i civili siriani non sono mai stati una priorità. Per nessuno degli attori coinvolti.

siria guerra

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Scontro tra Russia e Occidente a colpi di espulsioni

Lo scontro diplomatico di queste settimane tra Russia e Occidente è il più grave dall’annessione della Crimea da parte di Mosca, nel 2014. Diversi analisti scrivono che siamo di fronte a una nuova Guerra Fredda. Che sia sul serio così o meno un dato è certo: i rapporti tra il Cremlino e le cancellerie occidentali non erano così difficili da parecchio tempo.
I segnali non mancano.
L’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov, dopo la convocazione al dipartimento di stato per l’espulsione di 60 suoi diplomatici, lo ha detto molto chiaramente: “è stato danneggiato quel poco che rimaneva delle nostre relazioni con l’America”.

Il comandante delle forze armate russe, il Generale Gerasimov, ha ricordato la pericolosità della strategia di Washington di combattere ogni tentativo di opporsi a un mondo unipolare, con ovvio riferimento al desiderio di supremazia da parte degli Stati Uniti. Il ministro degli esteri di Mosca, Lavrov, è stato ancora più diretto, accusando l’amministrazione americana di aver fatto pesanti pressioni sui governi europei affinché espellessero – come poi è successo – decine e decine di diplomatici russi.

Perchè l’Europa è così unita?

Questo è uno degli elementi più interessanti, e anche di più difficile comprensione, di tutta questa vicenda. Per quale motivo i paesi europei, e se vogliamo tutti i paesi occidentali, hanno reagito in maniera ferma e soprattutto compatta dopo l’avvelenamento della ex-spia russa in Gran Bretagna Sergei Skripal? L’unità europea ha stupito tutti, probabilmente anche Vladimir Putin, che ha sempre puntato sulle divisioni, sulle paure, sulle incertezze dell’Occidente per portare avanti la sua agenda. Lo si è visto per esempio in Siria e in Ucraina, seppur in due contesti radicalmente diversi fra loro.

Le risposte possono essere diverse: le pressioni americane, la necessità di ritrovare compattezza di fronte a un nemico esterno – stesso discorso vale per Putin quando critica l’Occidente per consolidare la sua posizione interna – la necessità di affermare che alcune linee rosse non si possono superare. Da questo punto di vista l’attacco con un agente chimico sul territorio di un paese europeo potrebbe essere stato il casus belli che molti aspettavano. Sempre che siano stati sul serio i russi.

Sappiamo come queste risposte non siano sufficienti. Anche perché nonostante l’idea che regna in Occidente di un paese pericoloso con un leader cattivo, la Russia di Putin ha molti punti deboli. Non stiamo parlando di una super-potenza capace di arrivare in tutto il mondo e di tentare possibili nuovi alleati con un’ideologia molto ben definita. In sostanza la Russia non è l’Unione Sovietica, e in parte sta rispondendo oggi al poco lungimirante e rapidissimo allargamento a est della NATO negli anni scorsi. Quasi tutti gli analisti sono concordi sul fatto che siamo di fronte a una potenza regionale, che domina in un’area geografica relativamente vicina, con alcune eccezioni, come la Siria.

Cosa sta succedendo davvero?

A maggior ragione, se questo è il contesto, la risposta europea – e torniamo al punto di partenza – sembra esagerata. Quindi, ancora: cosa sta succedendo?
L’Europa è in una fase delicata, lo sappiamo. Brexit, governi che vanno in ordine sparso, leader politici populisti, mancanza di una vera guida, differenze – almeno fino a ieri – anche e proprio sulla politica nei confronti della Russia. L’inattesa compattezza nei confronti di Mosca potrebbe quindi essere il primo passo di un processo che nelle intenzioni dovrebbe portare a una vera e più concreta unità.

In questa prospettiva va fatta una precisazione. L’espulsione di diversi diplomatici russi danneggerà sicuramente la politica del Cremlino, visto che molti di loro – dicono i governi occidentali – sono membri dei servizi di sicurezza, quindi sulla carta impegnati in attività di spionaggio. Ma nella pratica si tratta ancora di misure simboliche, seppur importanti. Per colpire veramente la Russia bisognerebbe concentrarsi sui suoi interessi finanziari, sui suoi investimenti, sui suoi capitali. Pensate agli investimenti degli oligarchi russi a Londra, per esempio.
Questo non è ancora successo. Segno che forse l’Europa, seppur più compatta rispetto a ieri, non è ancora così unita.

ambasciata russia

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    Emanuele Valenti
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“Vi racconterò la notte peggiore della mia vita”

Questa settimana cade il settimo anniversario dell’inizio della guerra siriana.

Le prime manifestazioni contro il regime, i primi arresti, la prima repressione da parte di uno stato che per la sua storia non poteva che rispondere in quel modo.

Sette anni dopo la guerra siriana è diventata tante altre cose. Attori esterni, potenze regionali, estremismo islamico, l’intervento della Russia, l’ISIS, i morti, i feriti, i profughi. La rivolta, la rivoluzione come la chiamavano i giovani attivisti dell’opposizione, non esiste più. Ma la guerra va avanti.

C’è la campagna turca ad Afrin contro i curdi, ci sono i bombardamenti russi e siriani su Idlib e sulla Ghouta Orientale.

Abbiamo chiesto a un medico siriano che vive nella Ghouta Orientale di scegliere un momento di questi sette anni e di raccontarcelo.

Fino alla scorsa settimana questo medico viveva ad Hamouria. Ma proprio a causa di quello che ci ha raccontato ora si sposta con la famiglia da un centro all’altro alla ricerca di un riparo.

Proprio oggi un nuovo convoglio della Croce Rossa è riuscito a raggiungere la principale città della Ghouta Orientale, la città di Douma.

Vi racconterò la notte peggiore di tutta la mia vita.

Era la notte tra mercoledì 7 e giovedì 8 marzo. Ero nella mia città, Hamouria. A un certo punto, come succede quotidianamente, il regime ha cominciato a bombardare pesantemente proprio sulla nostra zona. L’operazione è durata parecchie ore, fino all’alba. Ho contato circa 250 bombe, che hanno distrutto tutto quello che potete immaginare. Hanno colpito anche l’ospedale, con i barili bomba lanciati dagli elicotteri. Come al solito ci sono stati tanti morti.

Verso le 22 hanno iniziato a usare missili carichi di cloro. Più di uno, su diverse zone della città. Un missile è atterrato proprio vicino al nostro sotterraneo. Abbiamo sentito un forte odore di cloro. Eravamo circa 30 persone. Ho cercato di aiutare chi iniziava ad avere problemi respiratori. Ci siamo messi quello che avevamo davanti alla bocca e al naso, per respirare il meno possibile il cloro. Diverse presone avevano bisogno immediatamente di cure mediche, ma l’ospedale era stato bombardato quindi non potevamo muoverle. In realtà anche la strada che portava all’ospedale era piena di grosse buche o veri e propri crateri causati dalle bombe…

Molte di quelle persone che erano con me sono morte. Soprattutto donne e bambini. Nove donne e 12 bambini.

Siamo rimasti lì per almeno dieci ore. Ho curato gli altri con quel poco materiale medico che avevo con me. A causa del cloro avevano tutti problemi al naso e agli occhi, alcuni avevano attacchi di vomito e facevano fatica a respirare. Ho fatto il possibile, li assistevo uno a uno…

È stato un momento terribile, per me, per loro e per le loro famiglie. Per tutti quelli che erano bloccati in quel sotterraneo…

La mattina sono uscito. E ho visto quello che avevano fatto le bombe durante la notte. Tutto distrutto. Più di 20 edifici completamente rasi al suolo.

Questo è quello che succede nella Ghouta Orientale. Tante persone che hanno bisogno di cure, d’interventi in emergenza, ma non si possono spostare perché intorno a loro è stato tutto distrutto e perché le strade sono troppo pericolose.

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    Emanuele Valenti
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I gruppi anti-Assad a Ghouta

Quello che sta succedendo a Ghouta è molto simile a quello che successe ad Aleppo più di un anno fa, alla fine del 2016. Allora, dopo un lungo assedio, i ribelli accettarono di essere trasferiti a Idlib, nel nord-ovest della Siria. Non sappiamo come finirà l’assedio di Ghouta. Secondo notizie che girano nei circoli diplomatici a Damasco e secondo previsioni che le Nazioni Unite hanno condiviso con le organizzazioni umanitarie presenti a Damasco (documenti che Radio Popolare ha potuto vedere) il regime e i russi non sarebbero sul serio interessati a un accordo con i ribelli. La previsione è che i bombardamenti continuino ancora per alcune settimane. Ma allo stesso tempo il governo siriano vuole, prima o poi, mettere nuovamente le mani su quella regione e salvo colpi di scena ci riuscirà. Ovviamente se i ribelli si dovessero arrendere il processo sarebbe più rapido.

I gruppi armati, come è successo tante altre volte in passato, sono attori importanti, che con le loro strategie hanno contribuito e contribuiscono alla natura della guerra siriana. A Ghouta ci sono diversi gruppi armati. Nella maggior parte dei casi gruppi che si rifanno all’integralismo islamico.

L’organizzazione più numerosa e importante è Jaysh al-Islam, almeno 15mila uomini, fino al 2015 guidata da Zahran Aloush – uno dei più noti leader della rivolta siriana – e una chiara ispirazione islamica. Sulla carta Jaysh al-Islam sponsorizza uno stato basato sulla Sharia (legge islamica). Il suo principale sponsor internazionale sarebbe l’Arabia Saudita.

La seconda organizzazione armata, per dimensioni e importanza, è Faylaq al-Rahman, che si è spartita il controllo del territorio della Ghouta Orientale con Jaysh al-Islam. Si tratterebbe però di un gruppo più laico, vicino all’Esercito Libero Siriano, la prima coalizione dei gruppi armati della rivolta siriana all’inizio della guerra. Queste due organizzazioni si sono scontrate più volte, e le loro differenze sono evidenti anche oggi, nonostante la pressione militare del nemico comune, il regime di Assad.

Questa settimana la prima risposta alla proposta russa – corridoi sicuri per far uscire i miliziani e le loro famiglie – è arrivata proprio dal leader di Faylaq al-Rahman, che parlando con l’agenzia Reuters da Istanbul, in Turchia, ha detto che la Russia punta solo a forzare l’esodo della popolazione civile.

Nonostante si tratti di un’organizzazione meno radicale Faylaq al-Rahman sarebbe alleata con Hay’at Tahrir al-Sham, l’ultima versione del Fronte Nusra, in passato braccio siriano di al-Qaida. Il gruppo è basato soprattutto nel nord, nella provincia di Idlib, e avrebbe a Ghouta solo alcune centinaia di miliziani.

Ci sono anche altre due gruppi armati, Ahrar al-Sham e Nour al-Din al-Zenki. Si sarebbero alleati poche settimane fa. Ahrar al-Sham è uno dei più importanti gruppi armati a livello nazionale. E tra i suoi rivali ci sarebbe il Fronte Nusra.

Le rivalità, come è successo a livello politico, hanno indebolito la causa dell’opposizione e sul terreno hanno complicato le cose. Ma nonostante tutto questo si tratta di organizzazioni che hanno ancora un certo appoggio a livello sociale. I residenti della Ghouta Orientale non sono certo tutti contro il governo, ma essere rimasti sotto assedio per cinque anni, e aver perso amici e familiari sotto le bombe, non può che radicalizzare tutti e spingerli ad affidarsi a chi difende quel territorio, a prescindere dalla sua strategia e ormai anche dalla sua ideologia. Un elemento psicologico ed emotivo che troppe volte viene dimenticato ma che è fondamentale. I gruppi armati, a volte, traggono vantaggio anche da questo.

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    Emanuele Valenti
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La Russia secondo Putin

La Russia è tornata. Lo sapevamo. Vladimir Putin, in un momento particolare, lo ha voluto ribadire.

A poche settimane dalle elezioni che gli consegneranno per la quarta volta le redini del paese il presidente russo ha lanciato un messaggio chiaro: la Russia è una potenza mondiale, nessuno la metterà nell’angolo, e nessuno pensi di poterla attaccare o di attaccare i suoi alleati.

Erano anni che Putin non parlava in maniera così forte, bellicosa, minacciosa, verso l’Occidente.

Diversi analisti russi hanno scritto che il 14esimo discorso alla nazione di Putin, quello di oggi appunto, è diverso da tutti gli altri.

L’appuntamento era importante. Così importante da spostarlo dal Cremlino a un centro convegni nel centro di Mosca, dove era possibile proiettare dei video con il dovuto impatto mediatico.

I video servivano a mostrare le nuove armi russe, sulle quali si costruisce la potenza del paese sullo scacchiere internazionale.

Putin ha puntato soprattutto su armi atomiche, invincibili, che nessun sistema di difesa – ha detto – sarà in grado di bloccare. Nemmeno lo scudo anti-missile americano.

Tra le armi più avanzate un missile cruise con testata nucleare e una gittata praticamente illimitata, in grado di colpire qualsiasi parte del mondo. E poi un altro missile nucleare, sottomarino, a lunga gittata.

Alcuni armamenti presentati oggi dal capo del Cremlino sono già stati testati, altri erano parzialmente noti, altri, invece sono una novità.

Ma la vera novità riguarda la modalità di presentazione e il linguaggio usato.

“Chi non ci ha voluto ascoltare prima – ha tuonato Putin – dovrà farlo adesso”.

Meno di un mese fa il Pentagono presentò il suo nuovo piano di sviluppo per gli armamenti nucleari. Ma la Russia, se si vuole guardare al lungo periodo, sta rispondendo a una scelta americana che va molto più indietro nel tempo, fino al 2001, quando gli Stati Uniti uscirono dal Trattato del 1972 per la riduzione e il controllo dei missili balistici, firmato dall’Unione Sovietica.

Da allora Stati Uniti e NATO si sono spinti fino ai confini russi. Anche la crisi ucraina in fondo va inserita in questo contesto. E appunto, come Putin sta dicendo adesso, Mosca non starà più a guardare.

Anche l’attivismo russo in Siria, dove oltretutto Mosca sta testando nuove armi, come i caccia di ultima generazione, dimostra che il Cremlino si è ormai costruito un nuovo ruolo internazionale, un ruolo molto forte.

Il messaggio, a meno di tre settimane dalle elezioni presidenziali (si vota il 18 marzo), è però anche per i cittadini russi. L’attuale presidente è sinonimo di sicurezza nazionale, ma anche di crescita economica.

Una parte importante del suo discorso Putin l’ha dedicata infatti alle promesse a uso interno: riduzione della povertà, aumento del pil e dell’aspettativa di vita. Secondo i dati dello stesso governo di Mosca i russi che vivono sotto la soglia di povertà sono passati dal 2000 ad oggi da 42 a 20 milioni. “Faremo ancora meglio”, ha detto questa mattina il capo del Cremlino.

Come minimo sentiremo il discorso alla nazione di Putin per altri sei anni, la durata del mandato presidenziale.

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    Emanuele Valenti
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Siria: tregua infranta, nuovi attacchi

La tregua in Siria, così come chiesta dal consiglio di sicurezza sabato scorso, non è mai entrata in vigore. Si trattava di un cessate il fuoco di trenta giorni in tutto il paese. Da martedì, questa volta su richiesta russa, è invece operativa una tregua di cinque ore al giorno per la regione di Ghouta Orientale. La Russia è l’attore forte della crisi siriana, ma un cessate il fuoco di poche ore al giorno non permette l’intervento delle organizzazioni umanitarie. Oltretutto i raid del regime e dell’aviazione di Mosca non si sono mai fermati. Diverse fonti sul posto hanno confermato a Radio Popolare che la maggior parte delle persone vive ormai negli scantinati per evitare le bombe e che nessuno è stato evacuato.

Martedì, a poche ore dall’entrate in vigore della tregua ordinata dal governo russo, abbiamo sentito Mohamad Katoub, della Syrian American Medical Society, la Società Medica Sirio-Americana, che da anni dà supporto a molte strutture sanitarie nelle zone controllate dall’opposizione.

Che notizie avete da Ghouta? Che idea vi siete fatti di quest’ultima proposta di tregua da parte della Russia?

“Non abbiamo grandi aspettative da questo cessate il fuoco. Da quando il consiglio di sicurezza ha chiesto che venga adottata una tregua, lo scorso fine settimana, i nostri ospedali in quella regione hanno già ricevuto più di duecento feriti, tra loro anche sedici persone (sei erano bambini) per un attacco con sostanze chimiche. Nelle nostre strutture sono anche arrivati i cadaveri di oltre trenta persone. Gli attacchi non sono intensi come quelli della scorsa settimana ma continuano a prendere di mira la popolazione civile e le infrastrutture civili. Nelle ultime 48 ore sono stati bombardati ancora due ospedali. Per questo non abbiamo grandi aspettative. La proposta della Russia,un cessate il fuoco per cinque ore al giorno, non è sufficiente. Cinque ore non bastano per un intervento da parte delle agenzie umanitarie. Gli aiuti sono a pochi chilometri di distanza, circa dieci chilometri, ma l’organizzazione e il trasporto sono complessi. Bisogna caricare, viaggiare, scaricare con il supporto degli operatori locali. Non parliamo di una zona piccola. Nella Ghouta Orientale vivono quasi 400mila persone, sotto assedio da cinque anni. Per cinque ore non sono sufficienti”.

Ci dice qualcosa di più dell’attacco chimico dello scorso fine settimana?

“Era domenica sera. Abbiamo ricevuto informazioni dal nostro personale a Ghouta. Avevano appena ricevuto sedici persone con i classici sintomi dell’esposizione al cloro. Sei bambini, quattro donne, e sei uomini. Il nostro personale è molto qualificato ed esperto. Ha operato di fronte a diversi attacchi chimici in passato. Questo è il quarto attacco chimico a Ghouta dall’inizio dell’anno. E l’attacco 197, in tutta la Siria, dall’inizio della guerra”.

Abbiamo parlato più volte con i vostri medici. In che condizioni lavorano?

“A Ghouta ci sono 107 medici, e in totale il personale sanitario è fatto da 800 operatori. I dati non comprendono solo il nostro personale. Un medico ogni 3mila e 600 persone. Prima della guerra in tutto il paese c’era un medico ogni 600 persone. Nel 2010 in Siria c’erano 40mila medici, ora solo 13mila. La maggior parte è scappata. Ovviamente in questo momento i medici hanno un sovraccarico di lavoro e sono impegnati quasi tutto il giorno. Lavorano senza sosta. Non hanno il tempo per curare tutti. Devono fare delle scelte. Soprattutto nelle ultime settimane, quando è salito il numero dei morti e dei feriti a Ghouta, hanno dovuto scegliere, dando la priorità ad alcuni, abbandonandone altri. Ci sono stati almeno 2mila feriti solo la scorsa settimana. In una zona dove mancano medicine e strumentazione per le strutture sanitarie”.

Per le notizie che avete ricevuto in questo periodo, se li ribelli avessero accettato di lasciare la Ghouta l’assedio sarebbe già finito? Ci sono diversi punti di vista su questo, ma lei che idea si è fatto?

“Qui la questione è che la popolazione civile non vuole vivere sotto il governo. La gente non vuole tornare sotto il regime. Guardiamo agli attacchi degli ultimi giorni. Sono state attaccate decine d’infrastrutture civili. Ospedali, scuole, panetterie, acquedotti. Tutto ciò che serve ai civili, non ai ribelli. Anche se i ribelli dovessero accettare di uscire da Ghouta la gente che da cinque anni vive senza cibo per decisione del governo di Damasco non accetterà di tornare sotto il suo controllo. L’uscita dei ribelli non risolverebbe la situazione”.

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    Emanuele Valenti
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Abusi sessuali in cambio di aiuti umanitari

Il dramma nel dramma.

Un’inchiesta della TV pubblica britannica, BBC, ha messo in luce come gli abusi sessuali sulle donne siriane nei punti di distribuzione degli aiuti umanitari siano ormai una costante, nonostante le prime denunce, all’interno del settore umanitario, risalgano ormai a tre o quattro anni fa.

L’inchiesta di BBC copre soprattutto la zona sud della Siria, Deraa e Quneitra. Regioni dove le dinamiche della guerra hanno permesso l’intervento delle Nazioni Unite, di altre agenzie umanitarie e di diverse organizzazioni non governative. Vista la pericolosità della situazione queste organizzazioni si sono però spesso affidate, per il lavoro sul territorio come la distribuzione degli aiuti, ad operatori locali. Il punto, quello che mette in luce l’inchiesta della TV britannica, è che questi abusi si ripetono da anni. Le denunce non sono servite a nulla.

“Le donne e le ragazze – racconta a BBC Danielle Spencer, che ha lavorato per diverso tempo nel settore umanitario in quella regione – devono essere protette. Quando ricevono cibo, medicine, generi di prima necessità, l’ultima cosa di cui hanno bisogno è che gli uomini, da cui dipende la sopravvivenza delle loro famiglie, chiedano a loro prestazioni sessuali in cambio di quegli aiuti”.

La prassi invece spesso è proprio questa. Diversi operatori umanitari intervistati da BBC hanno raccontato che i responsabili locali della distribuzione del cibo per le agenzie internazionali chiedono in continuazione alle donne prestazioni sessuali, in molti casi minacciando di non consegnare nulla.

Nel 2015 Danielle Spencer, la fonte che BBC ha scelto di mettere in video, ascoltò le denunce di molte donne in un campo profughi in Giordania. “Siamo di fronte all’esempio perfetto di come lo sfruttamento sessuale sia stato ignorato per anni. I primi rapporti sono del 2014/2015, siamo nel 2018. Quante donne hanno sofferto in questo periodo per la mancanza di supporto nel sud della Siria? Le Nazioni Unite e il sistema hanno scelto che il corpo delle donne potesse essere sacrificato per permettere alla macchina degli aiuti umanitari di andare avanti”.

Nell’estate del 2015 diverse ong e agenzie umanitarie parteciparono a un incontro organizzato dal Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite ad Amman, in Giordania. BBC cita diverse fonti. Tutte confermano che in quell’occasione vennero discussi alcuni rapporti che parlavano proprio di questo. Le Nazioni Unite, interpellate adesso dalla TV britannica, hanno confermato che da allora siano state prese misure per fermare gli abusi. Ma lo stesso Fondo per la Popolazione ONU, in un rapporto intitolato Voci dalla Siria 2018, di pochi mesi fa, parla di un quadro ancora desolante.

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    Emanuele Valenti
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La testimonianza del dottor Fayez

Staffan de Mistura, il mediatore internazionale per la Siria, ha detto che la regione di Ghouta Orientale rischia di diventare una seconda Aleppo.

De Mistura – a capo di una missione impossibile, arrivare alla pace in Siria – si sbaglia di grosso. La zona a est di Damasco è già peggio di Aleppo.

Non è certo il caso di fare la classifica di chi ha sofferto di più, ma per dare un’idea della situazione nella Ghouta Orientale basta ricordare che fino a pochi mesi prima della caduta della città chi viveva nella zona di Aleppo sotto il controllo dei ribelli, seppur in una condizione drammatica, poteva tentare di scappare in direzione nord, verso il confine turco. Gli abitanti di Ghouta, circa 400mila persone, sono sotto assedio almeno da cinque anni.

Le Nazioni Unite hanno detto che non ci sono più parole per commentare quello che sta succedendo.

Il dottor Fayez vive nella Ghouta Orientale. Ci ha detto che non sa più se è in grado di dare qualcosa alla gente che soccorre tutti i giorni. Poi ci ha scritto questo messaggio:

“Il regime ha cominciato con i missili terra-terra, che hanno colpito indiscriminatamente tutto il territorio, facendo tantissime vittime… tra loro ci sono molte donne e molti bambini.

Poi sono partiti gli attacchi dal cielo. Almeno cento attacchi aerei da ieri mattina a questa mattina. Il regime ha usato anche gli elicotteri, che hanno sganciato barili bomba. Il grado di distruzione è impressionante. Nella sola giornata di lunedì ci sono stati più di cento morti. Alcune persone sono ancora intrappolate sotto le macerie delle loro case. La protezione civile lavora senza sosta.

Nella via dove vivo io sono arrivati tre grossi missili. Mentre stavamo aiutando i nostri vicini di casa c’è stato un quarto attacco che ha ucciso altre persone”.

Ormai è impossibile fare un bilancio delle vittime. Come diceva il Dottor Fayez lunedì ci sono stati più di cento morti. Oggi potrebbero essere ancora di più. È evidente come il regime stia cercando di forzare i tempi. Dopo tanti anni vorrebbe riprendere il controllo di una delle ultime zone ancora sotto i ribelli. Secondo diversi fonti, Damasco si starebbe preparando a un’operazione di terra. La Ghouta Orientale doveva essere una delle zone dove Iran, Turchia e Russia avrebbero monitorato una graduale diminuzione delle violenze. Così non è stato. La scusa è che tra i gruppi ribelli ci sono anche miliziani vicini ad Al Qaida, che non ha mai partecipato ad alcun accordo politico.

Per i civili siriani sotto le bombe da anni non rimane che la disperazione, come ci spiega molto bene il Dottor Fayez:

“Penso che chi comanda l’esercito, o in ogni caso chi ha deciso questa operazione sulla nostra zona – che sta ammazzando la popolazione civile – non possa essere definito un essere umano… non merita di essere considerato un essere umano… sono degli assassini… stanno distruggendo tutto, stanno eliminando qualsiasi forma di vita dalla Ghouta Orientale. Quest’ultima offensiva va avanti da tre mesi. Non ci sono più scuole, università… è impossibile lavorare.

E in questa situazione la cosa più brutta è che il mondo si limita a guardare, e in alcuni casi appoggia anche i russi e il regime siriano mentre uccidono dei civili innocenti. Non c’è più umanità…

Nelle ultime 48 ore i ribelli della Ghouta hanno colpito Damasco, facendo delle vittime. Il numero varia a seconda delle fonti. In ogni caso la reazione del regime, come è stato dall’inizio della guerra, è fuori da ogni proporzionalità.

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    Emanuele Valenti
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Ci sarà uno scontro tra Turchia e Siria?

Gli sviluppi dell’intesa tra i curdi e il regime di Assad per la regione di Afrin sono ancora poco chiari. Questa mattina i media di Damasco davano per imminente l’arrivo di truppe fedeli al governo siriano nel nord-est della Siria, zona che Assad abbandonò quasi subito dopo l’inizio della guerra. E la tv di stato siriana avrebbe già cominciato a trasmettere dalla città di Afrin. Ma non si conoscono al momento molti altri particolari.

L’accordo sarebbe esclusivamente militare. Funzionari curdi, citati dall’agenzia Reuters, hanno ribadito più volte nelle ultime 24 ore che non c’è un accordo politico su quella regione. Ma la notizia di oggi ci dice che il futuro del nord della Siria dipenderà proprio dalla natura di questa intesa, che conferma per l’ennesima volta la complessità della guerra, combattuta attraverso una fitta rete di alleanze variabili.

La Turchia ha cominciato la sua seconda campagna nel nord della Siria il mese scorso (la prima fu nel 2016). Obiettivo: impedire che i curdi siriani assumano il controllo di tutto il territorio sotto il loro confine. Il governo turco considera le milizie dello YPG un’emanazione del PKK, da decenni alla testa di una rivolta armata in Turchia.

I curdi siriani sono alleati degli Stati Uniti, per conto dei quali hanno fatto sul campo la guerra all’ISIS. Anche i russi, a fasi alterne, hanno appoggiato i curdi in quella regione. Ma di fronte alla campagna turca si sono fatti tutti indietro. La richiesta di aiuto a Damasco è frutto anche di questa situazione.

Gli scontri tra milizie curde ed esercito siriano sono sempre stati molto rari. In sostanza le parti hanno cercato di evitarsi fin dall’inizio del conflitto, nel 2011. I politici curdi hanno ribadito più volte che di fronte a una marcata autonomia o a uno stato federale sono pronti a rimanere sotto il governo di Damasco. Alcuni hanno accusato i curdi di aver tenuto il piede in due scarpe per tutto il corso della guerra. Quando l’opposizione controllava molto più territorio le città curde, per esempio, furono tra le poche a non abbattere le statue della famiglia Assad. I gruppi ribelli che oggi aiutano la Turchia ad Afrin rinfacciano ai curdi di aver dato un contributo all’assedio di Aleppo. È però vero anche il contrario, e cioè che i curdi sono stati spesso usati da tutti gli attori esterni – attori regionali o internazionali – della guerra siriana.

Il governo turco ha detto questa mattina che la sua campagna non si fermerà nemmeno di fronte all’intervento del regime o delle milizie pro-governative. Erdogan avrebbe protestato lungamente con Putin durante una conversazione telefonica. Ci sarà uno scontro diretto tra Turchia e Siria? Non è scontato. La mossa di queste ore potrebbe invece far partire forzatamente un negoziato, anche con il coinvolgimento di Russia e Stati Uniti. Assad dice da mesi che il suo obiettivo è riprendere il controllo di tutto il paese, ma alla fine farà quello che gli dicono i russi e in seconda battuta anche gli iraniani, che non dovrebbero entrare nella vicenda di Afrin. Russi e iraniani hanno sulla carta un accordo con la Turchia per la riduzione dei combattimenti in tutto il paese e informalmente per la spartizione del paese in zone d’influenza. C’è anche un accordo tra Stati Uniti e Russia per il sud della Siria, accordo che oggi preoccupa Israele per l’avanzata del regime nella alture del Golan.

Gli interessi esterni, ancora una volta, salvo imprevisti, dovrebbero decidere le sorti e il futuro della regione di Afrin, nord-est della Siria sotto il confine turco.

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    Emanuele Valenti
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Netanyahu rischia il posto?

I guai giudiziari inseguono Benjamin Netanyahu da parecchio tempo.

Il premier israeliano è già stato al potere per 12 anni, anche se non ininterrottamente. La domanda in queste ore è se alla fine le ultime inchieste a suo carico, quelle confermate dal rapporto della polizia israeliana, emesso ieri sera, gli costeranno il posto.

Lui dice di no e molti analisti israeliani sono d’accordo con lui.

“In tutti questi anni ho ricevuto forti pressioni – ha detto Netanyahu – ci sono state almeno quindici inchieste a mio carico, tutte con l’obiettivo di farmi cadere. Ma è sempre finito tutto nel nulla. Sarà così anche questa volta”.

Il quotidiano Haaertz fa notare come la reazione di Netanyahu – niente dimissioni – sia l’unica che gli possa garantire la sopravvivenza politica. Da una posizione di potere – scrive Haaretz – sarà più facile resistere, soprattutto in caso di processo. Le prossime elezioni saranno tra circa un anno e mezzo, nel 2019. I membri del governo, seppur con dei distinguo, hanno confermato la loro fiducia al primo ministro. Ma nonostante tutto questo Netanyahu appare più debole e vulnerabile.

Le inchieste delle polizia sono due. La prima riguarda i rapporti del premier israeliano con alcuni magnati, come il produttore cinematografico Arnon Milchan, che in cambio di doni avrebbe ottenuto da Netanyahu una legge che avrebbe regalato l’esenzione fiscale per dieci anni agli israeliani che tornavano a vivere in Israele. La legge non venne mai approvata.

La seconda inchiesta riguarda invece i rapporti tra Netanyahu e il proprietario del quotidiano Yediot Aharonot, Arnon Mozes. Qui lo scambio era una posizione filo-governativa da parte del giornale per l’aiuto dell’esecutivo nel contenere la crescita di un gruppo editoriale rivale di Yediot Aharonot.

La polizia ha chiesto che Netanyahu venga incriminato. La decisione la prenderà il procuratore generale. Potrebbero anche passare dei mesi.

Israele è anche un importante attore in Medio Oriente. Le ultime frizioni con l’Iran in Siria hanno aggiunto un’ulteriore variabile pericolosa. Ma per ora i guai giudiziari del primo ministro non dovrebbero creare problemi ai rapporti tra Israele e gli altri paesi, come Russia e Stati Uniti. Ma se si dovesse arrivare a un processo diverse cancellerie potrebbero dover valutare se il paese – per loro importante per questioni economiche oppure geopolitiche – sia ancora stabile e il suo governo un partner affidabile.

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    Emanuele Valenti
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Una guerra, tanti conflitti

L’operazione militare americana nell’est della Siria conferma per l’ennesima volta la complessità di questa guerra. Una guerra che ormai tiene dentro diversi conflitti, con attori che di volta in volta cambiano posizione e alleati. Quella siriana, lo abbiamo già detto in passato, è una crisi ad alleanze variabili. Quello che è successo nella regione di Deir al-Zour lo conferma.

Gli Stati Uniti hanno risposto a un attacco contro una base militare dove c’erano dei loro militari insieme ai miliziani curdi delle Forze Democratiche Siriane. I curdi hanno fatto la guerra all’ISIS sul terreno, mentre la coalizione a guida americana bombardava dal cielo. Ma con ogni probabilità l’operazione che ha fatto almeno cento vittime tra le milizie filo-governative (pare non si trattasse di soldati dell’esercito siriano) non è stata ordinata per difendere gli alleati. Washington vuole difendere quel pezzo di territorio a est del fiume Eufrate perché ci sono importanti giacimenti di petrolio – prima in mano all’ISIS – e vuole ribadire la sua presenza nella spartizione delle risorse e delle posizioni strategiche in Siria.

Da alcune settimane gli alleati curdi sono sotto attacco da parte della Turchia nella regione di Afrin, nel nord-est della Siria. Lì gli Stati Uniti non sono intervenuti. Le truppe americane non sono fisicamente ad Afrin, ma nella vicina Manbij per ora non interessata dall’operazione turca, ma in ogni caso la loro inattività contrasta con l’immediata reazione di queste ore a Deir al-Zour. Tutto questo sulla carta, perché come dicevamo la crisi siriana è una crisi ad alleanze variabile e gli americani non sono disposti a fare di tutto per difendere i loro presunti alleati curdi.

La Russia, il principale alleato di Assad, ha criticato gli Stati Uniti, accusandoli di puntare alle risorse economiche siriane. Ha ragione, ma Mosca si comporta esattamente allo stesso modo. Anche i russi hanno sempre cercato di rassicurare i curdi, ma poi hanno concesso lo spazio aereo ai turchi su Afrin. Insomma il solito rebus gepolitico e militare.

Gli americani hanno detto di aver avvisato i funzionari russi della loro operazione a Deir al-Zour. Comunicazioni, tra nemici, che però in questi anni hanno sempre evitato che la guerra siriana – che ogni giorno fa tantissime vittime civili, come a Ghouta e a Idlib – diventasse un conflitto regionale se non globale.

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    Emanuele Valenti
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Grecia-Macedonia, la disputa infinita

La disputa tra Grecia e Macedonia va avanti da oltre un quarto di secolo, dal 1991 e dall’uscita della Macedonia dalla Federazione Jugoslava.

Ma in realtà identità e storia ci portano molto più indietro, ai tempi di Alessandro Magno, 2.300 anni fa. Lui stesso è tra gli oggetti del contendere.

In Grecia le manifestazioni delle ultime due settimane, prima a Salonicco poi ad Atene, hanno dato nuovamente voce al nazionalismo. In piazza c’erano molti sostenitori di Alba Dorata e molti simpatizzanti dell’estrema destra. Ma i sondaggi sembrano indicare un sostegno molto più ampio a chi non vuole fare alcuna concessione ai vicini di casa del Nord. Contro ogni trattativa c’è anche la Chiesa Ortodossa.

Le manifestazioni si sono svolte adesso perché con il 2018 sono ripresi, dopo un lunghissimo stop, i negoziati tra Atene e Skopje. Il governo greco guidato da Tsipras e il neo-esecutivo macedone di Zoran Zaev pensano sia arrivato il momento di risolvere la disputa sul nome dello Stato di Macedonia.

Subito dopo l’uscita dalla Federazione Jugoslava, la Repubblica di Macedonia venne criticata pesantemente da Atene. Macedonia è infatti anche il nome di un’importante regione greca, proprio quella che confina con la Macedonia. Skopje ottenne l’ammissione alle Nazioni Unite nel 1993, con il nome di Ex-Repubblica Jugoslava di Macedonia. Venne anche riconosciuta da molti altri Paesi. Ma Atene ha sempre bloccato, fino a oggi, il suo ingresso nell’Unione Europea e anche nella NATO. Nel 1995 i due Paesi firmarono un accordo riconoscendo la sovranità della controparte e impegnandosi a rispettarne l’integrità territoriale. Ma le cose si fermano lì. Quell’accordo governa ancora oggi le relazioni tra i due Paesi, che essendo vicini di casa hanno legami commerciali importanti ma un rapporto politico ovviamente problematico.

Il precedente governo macedone puntò molto sull’identità nazionale e sul peso della storia. L’aeroporto di Skopje, solo per fare un esempio, è l’aeroporto Alessandro Magno, che costruì il suo impero proprio partendo da questa regione, in realtà dalla zona che coincide con l’attuale regione settentrionale dello stato greco.

Per lungo tempo Atene si è rifiutata di accettare qualsiasi nome che contenesse ancora la parola Macedonia. Ora il governo Tsipras ha una posizione più flessibile. Posizione che però, come dicevamo all’inizio, ha molti nemici. Il ministro degli esteri, Nikos Kotzias, ha ricevuto in queste settimane diverse minacce di morte.

Il contesto internazionale dovrebbe aiutare. Skopje ha migliorato anche le sue relazioni con la Bulgaria, dove c’è un’importante minoranza macedone. L’Unione Europea è favorevole a riaprire il dossier dell’allargamento a Est.

Ma gli ostacoli non mancheranno. Interessi e calcoli politici stanno spingendo la destra greca ad usare la disputa con la Macedonia per rialimentare il nazionalismo. I contrari a un accordo sarebbero ben sopra il 50%. Le cancellerie europee – alle prese con i loro problemi – dovrebbero però stare attenti. Il sud dei Balcani rimane una zona ancora molto instabile, dove i sentimenti potrebbero correre più velocemente della politica e di scelte razionali.

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    Emanuele Valenti
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Taleban attivi in quasi il 70% del territorio

È difficile fare una mappatura del conflitto in Afghanistan. Una buona parte del paese è off-limits. Fuori dalle grandi città regnano diversi gruppi armati. Oltre agli attentati in grande stile nelle zone urbane – quelli che raccontano i media internazionali – ci sono attacchi di ogni tipo su base quotidiana, non coperti dalla stampa ma se sommati tra loro ancora più deleteri.

Un tentativo molto interessante lo ha fatto la britannica BBC, mandando i suoi reporter in giro per tutto il paese per diversi mesi. La loro ricerca è stata appena pubblicata, e racconta un paese dove continua a dominare una sola cosa, la guerra.

Secondo l’inchiesta della TV britannica i taleban controllerebbero direttamente 14 distretti – il 4% del territorio afghano – ma attenzione, sarebbero attivi e presenti nel 66% del paese. Una percentuale più alta rispetto a quella di altre ricerche in passato. Nel territorio sotto la costante minaccia dei taleban vivono 15 milioni di persone. Non siamo solo nelle tradizionali roccaforti del sud, come la provincia di Helmand, ma anche nei distretti dell’est, dell’ovest e del nord.

Alcune aree sono cadute nelle mani dei taleban o sotto la loro minaccia dopo la partenza delle truppe internazionali nel 2014. È successo per esempio proprio ad Helmand, dove britannici e americani persero centinaia di militari. La domanda, ovviamente, è a cosa sia servito l’intervento, durato più di dieci anni, guidato dagli Stati Uniti.

Gli attacchi di questo inizio 2018 hanno confermato anche la capacità d’azione dello Stato Islamico, che sembra voler bilanciare le sue sconfitte in Medio Oriente – Iraq e Siria – con una crescente attività in Afghanistan.

Sempre secondo la ricerca di BBC, l’ISIS sarebbe presente in 30 distretti su 400, ma non ne controllerebbe nemmeno uno. Certo gli attentati degli ultimi giorni dimostrano come dicevamo tutta la sua capacità organizzativa, ma rispetto ai taleban la sua presenza sul territorio è praticamente nulla, confinata a est verso il confine pakistano.

L’anno scorso Donald Trump aumentò di 3mila unità la presenza militare degli Stati Uniti. Oggi in Afghanistan ci sono circa 14mila soldati americani. In questi giorni Trump ha detto che non c’è alcuno spazio di trattativa politica con i taleban. Il governo di Kabul ha confermato. Ma un importante funzionario dell’amministrazione americana ha ricordato che l’obiettivo finale rimane quello. Difficile però ipotizzare quando possa cominciare sul serio una trattativa.

Un ultimo elemento importante da tenere a mente su questo quadrante è il blocco degli aiuti militari degli Stati Uniti al Pakistan, come sempre accusato di garantire rifugio a diverse milizie afghane.

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    Emanuele Valenti
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Idlib, l’ultima campagna militare

Il destino della guerra siriana è segnato da tempo. Assad e i suoi alleati hanno vinto. L’Occidente continua a rimanere alla finestra, in attesa di esercitare un po’ di influenza attraverso la ricostruzione del paese. Putin è il nuovo uomo forte in Medio Oriente. In mezzo il dramma dei civili. Centinaia di migliaia di morti. Oltre dieci milioni di profughi. Una generazione, quella dei più giovani, privata anche del diritto all’istruzione.

Il regime rimarrà al suo posto, ma a governare un paese che in parte non c’è più.

Questa è la direzione, ma sul campo la guerra non è finita. La recente sconfitta – militare – dell’ISIS ha rappresentato un passaggio importante, ma è utile ricordare quanto disse Assad all’inizio della crisi, nel 2011. “Tutti quelli che contestano il regime sono dei terroristi”. Il teorema è stato fatto proprio prima dall’Iran e poi dalla Russia, che hanno permesso ad Assad di rimanere al suo posto.

Quello che sta succedendo nella provincia di Idlib, nord-ovest del paese, sotto il confine turco, spiega molto bene il momento della crisi siriana.

Idlib è l’ultima provincia ancora sotto il controllo dei gruppi ribelli. Alla loro testa i miliziani che provengono dalle organizzazioni un tempo legate ad al-Qaida. Nel corso degli anni sono state trasferite a Idlib centinaia di migliaia di persone, soprattutto civili e miliziani che avevano ottenuto un salvacondotto dalle zone riconquistate dal governo, Aleppo su tutte.

Adesso che il resto del paese è stato più o meno messo al sicuro – dal punto di vista del regime – è arrivato il momento di riprendersi anche Idlib. L’offensiva via terra è cominciata a novembre. A fine anno la guida è passata a uno degli uomini fidati di Assad, il generale Suheli al-Hassan, reduce dalla battaglia contro l’ISIS a Deir ez-Zor, nell’est della Siria. In poche settimane i bombardamenti hanno colpito almeno dieci ospedali.

Le truppe siriane avanzano, anche con il supporto aereo russo, e sarebbero a pochi chilometri da un’importantissima base militare vicino a Maarat al-Numaan. Non siamo lontani dall’autostrada che unisce Damasco ad Aleppo, che passa dalla provincia di Idlib e la cui messa in sicurezza è il primo obiettivo del regime.

Gli scontri e i bombardamenti hanno forzato (dati delle Nazioni Unite) tra le 60 e le 70 mila persone a scappare verso nord. Una fonte di Radio Popolare non lontano dalla città di Idlib ci ha confermato che sono stati rasi al suolo villaggi che in sette anni di guerra non erano mai stati toccati. Molte persone vivono in tende di fortuna. Siamo in pieno inverno anche in Siria, la zona di confine con la Turchia è una zona di montagna. Le temperature sono molto basse.

Il regime non dovrebbe tentare di riprendere tutta la provincia con le truppe di terra. Ci sono più di due milioni e mezzo di persone e ci sarebbero troppe vittime.

Idlib rientra tra le zone per le quali Turchia, Iran e Russia avevano concordato un anno fa una graduale diminuzione dei combattimenti. In molti casi si tratta solo di un annuncio sulla carta. Vale per Idlib e vale per la regione di Ghouta Orientale, periferia di Damasco, sotto continui e intensi bombardamenti.

Ankara ha protestato per la campagna su Idlib, ha posizionato i suoi osservatori nella zona nord della provincia, ha criticato Assad, ma di più non ha potuto fare. A fine gennaio, a Sochi, in Russia, è convocata una conferenza sulla Siria, il seguito del processo di Astana. È la strategia di Putin per tagliare fuori il negoziato mediato dalle Nazioni Unite.

La Turchia, l’ultimo sponsor dell’opposizione, ha accettato di negoziare con Russia e Iran, con la promessa di un’importante zona d’influenza nel nord della Siria, sotto il suo confine. Dove oltretutto ci sono le regioni curde, un elemento molto delicato per Erdogan. Nel nord c’è anche la provincia di Idlib, che prima però – come diceva Assad nel 2011 – “va liberata dai terroristi”.

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    Emanuele Valenti
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Catalogna, e adesso?

Le elezioni di ieri dovevano fotografare la società catalana, la proiezione politico-elettorale della società catalana. Con una partecipazione sopra l’80% possiamo dire che lo abbiano fatto. Qual è la fotografia?

Sostanzialmente quella che già avevamo. Se consideriamo i due blocchi, indipendentisti e costituzionalisti-unionisti, gli equilibri non sono cambiati. Gli indipendentisti hanno vinto, hanno mantenuto la maggioranza, maggioranza sempre risicata e con un paio di seggi in meno, ma sempre maggioranza.

La grande novità in realtà è nel blocco unionista, dove ha stravinto Ciudadanos, un partito di destra nato una decina di anni fa proprio qua in Catalogna in chiave anti-nazionalista. Ciudadanos è stato il partito più votato, anche lui ha vinto queste elezioni, ed è l’espressione della radicalizzazione del fronte unionista. Nei mesi scorsi molti catalani contrari all’indipendenza sostenevano che il governo spagnolo (che nel parlamento di Madrid Ciudadanos appoggiano dall’esterno) non avesse preso una posizione sufficientemente dura. La vittoria di Ciudadanos quindi è un ulteriore problema per il Partito Popolare di Mariano Rajoy al governo a Madrid, che è quasi scomparso dalla mappa elettorale catalana.

Si può governare la Spagna con una presenza quasi nulla in Catalogna? La logica suggerirebbe di no.

Adesso la grande incognita. Cosa succederà nei prossimi mesi? Queste elezioni erano importanti, ma non decisive. Lo sapevamo. Il rischio, e il risultato di ieri lo conferma, è che rimanga tutto come prima. I partiti indipendentisti sono nella condizione di formare un governo. Non solo, per la suddivisione di voti e di seggi, il presidente naturale sarebbe ancora Carles Puigdemont, in esilio a Bruxelles e a rischio arresto se dovesse tornare a Barcellona.

Questo non era un referendum sull’indipendenza, ma alcuni dati sono utili anche in quella prospettiva. Gli indipendentisti hanno il 47,4%, ma con l’alta partecipazione hanno raggiunto il loro record per numero di voti. Gli unionisti hanno poco più del 43%. In mezzo c’è una coalizione di partiti, Catalunya en Comú, che comprende anche Podem la versione catalana di Podemos, da sempre favorevole a un referendum e diversi suoi elettori anche alla secessione. E se si escludono gli elettori di Ciudadanos, ci sono diverse richieste di cambiamento anche all’interno del fronte unionista, per esempio tra i simpatizzanti del Partito Socialista Catalano.

Per concludere. Politicamente questi numeri non sono sufficienti per spingere un’altra volta, nel breve periodo, verso l’indipendenza unilaterale. Ma dicono due cose molto chiare. La prima, il governo spagnolo deve ridare l’autonomia alla Catalogna e ritirare il famoso articolo 155. La seconda, Mariano Rajoy dovrebbe accettare di dialogare e di trattare su qualcosa. Non sull’indipendenza ma su una modifica dello status quo. Lo farà? Con la pressione da destra degli oltranzisti di Ciudadanos, un partito ormai radicato in tutta la Spagna, è quasi impossibile.

Anche qui, come in tutta Europa, ci sarebbe bisogno di statisti di spessore, in grado di guardare al futuro, al lungo periodo, non ai calcoli elettorali del giorno dopo. Ma purtroppo non sembra essere il caso spagnolo.

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    Emanuele Valenti
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Catalogna: oltre i due blocchi?

La crisi di questi ultimi mesi ha polarizzato la società non solo in Catalogna, ma anche in Spagna. Negli ultimi mesi molti, quasi tutti, hanno preso posizione. A favore o contro l’indipendenza. Con il governo spagnolo o con i secessionisti catalani. Con la costituzione e il commissariamento dell’autonomia, oppure con il diritto a decidere rivendicato da Barcellona. È stata come in una partita di calcio, o si stava da una parte o si stava dall’altra.

Le elezioni di oggi sono in buona parte proprio lo scontro tra questi due blocchi, quello indipendentista e quello unionista, alcuni direbbero quello nazionalista (termine che secondo noi non descrive alla perfezione il movimento per la secessione della Catalogna) e quello costituzionalista. La cosa più importante, quella che tutti dovremo guardare questa sera, sarà da una parte la somma dei voti dei partiti che meno di due mesi fa appoggiarono la proclamazione d’indipendenza e dall’altra quella dei partiti che difendono invece lo status quo. All’interno dei due blocchi ci sono differenze e interessi che vanno ben oltre il futuro della Catalogna e si proiettano a livello nazionale. Basta citare che gli indipendentisti non si presentano uniti, oppure che il Partito Popolare al governo a Madrid sarà tra i partiti meno votati. Ma le divisioni politiche interne ci fanno perdere di vista la cosa al momento più importante, la contrapposizione tra i due blocchi.

La polarizzazione è tale e la spaccatura è così profonda che potrebbe non esserci una maggioranza chiara. Secondo la maggior parte dei sondaggi è altamente probabile che sia così. In questo caso potrebbe diventare importante chi sta nel mezzo. Chi in questa crisi non si è schierato e ha sempre auspicato una soluzione dialogata e di compromesso, che vada oltre l’indipendenza o il commissariamento della Catalogna. Dal punto di vista politico parliamo di Podemos, del suo alleato catalano En Comú Podem (la formazione della sindaca di Barcellona Ada Colau), di alcune formazioni minori, e di alcuni esponenti del Partito Socialista Catalano, che non è sempre la stessa cosa del PSOE.

A sostenere questa soluzione dialogata, estremamente difficile, possiamo dire quasi impossibile al momento, c’è però anche una parte della società catalana. In questi giorni, alla ricerca di un luogo che potesse rappresentare l’incredibile complessità della Catalogna e la sue tante contraddizioni, siamo finiti a Sant Vicenç dels Horts, nell’area metropolitana di Barcellona. Quasi 30mila abitanti e una popolazione estremamente eterogenea. Il risultato dello sviluppo economico di questa regione negli ultimi decenni. Quindi cittadini stranieri e persone dal resto della Spagna. Sant Vicenç dels Horts è anche la città di Oriol Junqueras, l’ex-vicepresidente o il vice-presidente catalano attualmente in carcere a Madrid. Nonostante la storia di Junqueras, nonostante il suo arresto e nonostante la sua grande popolarità, che va oltre le posizioni politiche, a Sant Vicenç dels Horts molti ci hanno detto che l’indipendenza non è la loro priorità. Anche per chi si sente più catalano che spagnolo. Anche per chi non ha alcuna simpatia per la monarchia e per Mariano Rajoy.

Si tratta di prese di posizione importanti, che in qualche modo formano quella che possiamo definire la zona grigia della crisi catalana. È quasi tutto bianco o nero, ma non proprio per tutti.

Oggi non possiamo dimenticare il deficit democratico della Spagna. In un importante paese europeo ci sono elezioni con candidati in carcere oppure in esilio all’estero per le loro idee politiche. Questo è molto grave. Il partito di governo, il Partito Popolare, è sommerso dai casi di corruzione, ma nessuno dei suoi esponenti è finito in carcere come misura preventiva. La distanza tra Madrid e Barcellona sta anche in questo. Ma lo strappo che i leader indipendentisti hanno promosso in questi anni non ha conquistato proprio tutti. E la soluzione, magari tra molto tempo, potrebbe passare proprio da chi non si è schierato, o da chi ha una posizione molto più sfumata rispetto ai due blocchi contrapposti.

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    Emanuele Valenti
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“La guerra è finita, l’assedio no”

Questi potrebbero essere giorni importanti per il futuro della Siria.

Vladmir Putin, il vincitore della guerra siriana, ha ricevuto a Sochi il presidente iraniano Rouhani e quello turco Erdogan. Il giorno prima gli aveva fatto visita anche Bashar al-Assad. Sul tavolo ci sarebbe un congresso con alcuni rappresentanti dell’opposizione, da tenersi alla fine del conflitto. Il fronte anti-regime vorrebbe che Assad uscisse di scena, ma è politicamente debole. Anche i suoi sponsor – Turchia e Arabia Saudita – hanno abbandonato le richieste con le quali erano entrate in guerra.

Il futuro della Siria lo stanno decidendo russi, iraniani e turchi. I primi due schierati con il regime, gli altri con l’opposizione. Il loro accordo ha già portato alla creazione di alcune zone dove implementare cessate il fuoco a livello locale. La provincia di Idlib, la zona di Homs, il sud della Siria verso il confine con la Giordania, la regione di Ghouta Orientale, alle porte di Damasco. In quest’ultima regione – la stessa dove ci fu il famoso attacco con armi chimiche nel 2013 – i raid russi e siriani non si sono mai fermati. Da tre anni mezzo quasi 400mila persone vivono sotto assedio, nel silenzio totale della comunità internazionale.

Il dottor Orabi Faeyz lavora da cinque anni nella regione di Ghouta Orientale. È supportato dalla Società Medica Siriano-Americana.

Dottor Faeyz, in che condizioni lavora un medico nella regione di Ghouta Orientale?

“Il nostro lavoro è sempre più complicato. Dall’inizio dell’assedio della regione di Ghouta Orientale, nel 2013, abbiamo visto bombe e missili tutti i giorni, in alcuni casi anche con sostanze chimiche. Qui ogni giorno ci sono decine di morti… uomini, donne e bambini. E il materiale medico che abbiamo a disposizione è molto scarso, a causa del blocco – ingiusto – imposto dal governo. Centinaia di pazienti hanno dovuto subire l’amputazione di un arto. Persone con disabilità permanenti, che avrebbero bisogno di cure continue che noi però non possiamo garantire. Noi medici facciamo quello che possiamo. Certo lavoriamo come tutti in condizioni estreme. L’ostacolo principale è rappresentato dalla mancanza di elettricità, nei laboratori e negli ospedali”.

Ricevete ancora aiuti dall’esterno?

“Riceviamo molto poco. Il materiale che mandano le Nazioni Unite è sufficiente ogni volta per pochi giorni. Negli ultimi giorni, a causa delle pesanti operazioni militari, non è arrivato tutto quello che era necessario, per esempio non abbiamo ricevuto il materiale per le operazioni chirurgiche. In alcuni casi non possiamo procedere. Stessa situazione per i generi alimentari e i tanti casi di malnutrizione che abbiamo. Al momento è impossibile entrare o uscire dalla regione di Ghouta Orientale. Io sono qui da cinque anni. E ci sono persone che in tutto questo tempo non hanno mai potuto scappare…”.

Qual è la condizione dei bambini?

“Come dicevo manca ogni tipo di generi alimentari. Ci sono molti casi di malnutrizione. Alcuni bambini sono morti proprio a causa della mancanza di cibo. Si tratta di una carenza che sta rendendo impossibile la vita delle persone, e quindi anche dei bambini. Con la guerra e i continui bombardamenti i più piccoli hanno poi dovuto spesso abbandonare la scuola. Sulle loro case e sulle loro scuole sono state bombardate più volte, spesso anche con sostanze che sulla carta sarebbero proibite”.

La gente si aspetta ancora qualcosa dalla comunità internazionale?

“Questa gente è da anni oggetto di un assedio studiato e strategicamente sofisticato. Il mondo intero ha visto le loro sofferenze, ha visto tante persone morire. Ma nessuno ha cercato una soluzione a questo problema. Qui hanno perso ogni speranza. Non si aspettano più alcun gesto…anche se a volte, nei loro cuori, io riesco a cogliere ancora un po’ di speranza… Forse qualcuno un giorno li aiuterà… Nella regione di Ghouta Orientale ci sono 375mila persone che soffrono a causa di questa guerra ingiusta. Speriamo di riuscire a fare arrivare all’esterno il loro messaggio, la loro richiesta di aiuto. Vi ringrazio…”.

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    Emanuele Valenti
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Putin, il mediatore per il futuro della Siria

Questa potrebbe essere una settimana importante per il futuro della Siria.

A Sochi, in Russia, Vladimir Putin ospiterà mercoledì, il presidente iraniano Rouhani e quello turco Erdogan. Un incontro – ai massimi livelli – tra i paesi che da tempo stanno decidendo il futuro della Siria. Quasi un anno fa Russia, Turchia e Iran crearono il processo di Astana, con l’obiettivo di trovare una soluzione politica alla crisi siriana bypassando le Nazioni Unite, dove ovviamente i loro interessi nazionali andrebbero bilanciati con quelli di altri paesi. Da Astana, in Kazakistan, sono passati anche diversi esponenti dell’opposizione siriana. La Turchia è da sempre schierata con il fronte anti-regime. Ma ad Astana non è mai stato messo in discussione il presidente siriano Bashar al-Assad. Il prezzo che Erdogan ha dovuto pagare per partecipare alla spartizione della torta.

La riunione di Sochi sarà un passaggio fondamentale per il processo di Astana. Lo conferma il faccia a faccia, lunedì sera, sempre a Sochi, tra Putin e Assad. Il presidente siriano è rimasto in territorio russo per poche ore. Giusto il tempo dell’incontro con Putin e i suoi generali. La notizia del viaggio è arrivata solo quando Assad era rientrato a Damasco.

Secondo quanto riportato dal Cremlino i due avrebbero concordato che è arrivato il momento della politica. “La guerra non è ancora finita – hanno detto – ma con la fine dell’ISIS siamo a un punto nel quale bisogna pensare al futuro politico del paese”. Assad – sempre sulla base di quello che racconta il Cremlino – avrebbe anche accettato la possibilità di un negoziato, con chi accetta la via pacifica e rifiuta la violenza. Da ricordare che il regime e i suoi alleati hanno sempre bollato come terroristi tutta l’opposizione armata.

A Sochi ognuno cercherà di far valere le sue posizioni. Gli iraniani vogliono rimanere militarmente in territorio siriano – una posizione che spaventa Israele e Arabia Saudita – e spingono perché Assad rimanga al suo posto. I turchi vogliono che vengano riconosciute le loro aspirazioni nel nord della Siria, nel tentativo di fermare l’avanzata dei curdi, e spingono affinché questi ultimi – la loro grande ossessione – non partecipino a un’eventuale trattativa politica. I russi – la posizione intermedia – potrebbero anche accettare l’uscita di scena di Assad, ma a patto che rimanga intatta la struttura statale siriana, il loro vero punto di contatto e la garanzia della loro influenza nella regione.

Putin, il vincitore che ora veste i panni del mediatore, ha fatto sapere che in questi giorni parlerà al telefono con molti altri leader internazionali e regionali, da Trump al re saudita Salman.

Ma un possibile negoziato richiede una controparte. L’opposizione siriana, come è stato dall’inizio della guerra, nel 2011, è divisa e litigiosa. Proprio mercoledì, ci sarà una riunione del fronte anti-regime a Riad, in Arabia Saudita. Il clima non è dei migliori. Diversi dirigenti si sono dimessi, denunciando pressioni da più parti. Russi e sauditi, sulla carta su posizioni opposte, avrebbero chiesto al fronte anti-regime di accettare il ruolo di Assad e l’inclusione dell’opposizione ufficiale, quella riconosciuta da Damasco, che per il fatto stesso di essere sempre stata riconosciuta dal regime non è una vera opposizione. L’obiettivo della riunione di Riad è quello di selezionare una delegazione unitaria in vista della ripresa, la prossima settimana, dei colloqui di pace di Ginevra organizzati dalle Nazioni Unite. Un processo che in questi anni, per una serie di veti incrociati, non ha mai portato a nulla. Ecco perché la forzatura di Astana, che in questi giorni passa da Sochi, potrebbe avere successo. La via del consenso internazionale non è percorribile. Quelli che hanno vinto la guerra – russi e iraniani – e quelli che accettano lo status quo in cambio di una porzione della torta – turchi – sono nella condizione di decidere il futuro del paese. Da qui le quattro zone con dei cessate il fuoco a livello locale. Dove però, succede in questi giorni nella regione della Ghouta Orientale, alle porte di Damasco, i bombardamenti del regime non si sono mai fermati.

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    Emanuele Valenti
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Il rebus dell’indipendenza catalana

C’è molta confusione intorno alla crisi catalana. Non solo sembra impossibile fare previsioni su quello che succederà. Ci sono enormi difficoltà anche nel comprendere quello che sta succedendo adesso.

Per semplificare dobbiamo fare un esercizio intellettuale ardito, che alcuni potrebbero bollare di fantapolitica, ma in questo momento non ci sono alternative.

A prescindere da quello che succederà oggi e nei prossimi giorni, e a prescindere dal possibile arresto di Carles Puigdemont e dei suoi più stretti collaboratori, ci sono alcuni elementi che ci permettono di dipingere un quadro non così indecifrabile.

Primo. Siamo in Europa Occidentale nel 2017. Non era possibile immaginare una secessione violenta. Il fronte indipendentista – che in queste ore tutti i media e tutti gli analisti spagnoli danno per morto e oltretutto caduto nel ridicolo – non ha abbandonato il suo progetto. Semplicemente perché così gli chiede la sua base sociale. Ma visto che la rottura violenta non era possibile e visto che il piano pratico per l’indipendenza non era pronto, Puigdemont e i suoi potrebbero aver scelto di giocare, ancora per qualche settimana, nel territorio segnato dal governo spagnolo.

Secondo. In quest’ottica si spiegano una serie di cose. La dichiarazione d’indipendenza della Catalogna era sì nella risoluzione votata venerdì scorso dal parlamento di Barcellona. Ma era contenuta nel suo preambolo, che ufficialmente non è stato votato. La presidentessa del parlamento catalano, Carme Forcadell, ha letto proprio quel passaggio, andando in mondovisione, ma quelle righe, almeno formalmente, non sono state messe ai voti. Non solo. Subito dopo la dichiarazione, venerdì pomeriggio, il governo catalano si è riunito, ma senza approvare alcun decreto attuativo per dar seguito all’indipendenza. Nei due giorni successivi l’esecutivo, destituito con l’articolo 155 della costituzione spagnola, ha tenuto un profilo molto basso. Carles Puigdemont ha registrato un breve messaggio trasmesso da TV3, la televisione pubblica catalana, nel quale non ha sfidato apertamente lo stato spagnolo. “Difendiamo pacificamente il nostro progetto”. Era un messaggio per la sua base.

Terzo. Proprio in queste ore i partiti indipendentisti stanno valutando se e come partecipare alle elezioni regionali convocate da Madrid dopo aver preso il controllo della Catalogna. Le elezioni saranno il 21 dicembre. La mossa di Mariano Rajoy ha messo pressione su Puigdemont e sulla classe politica catalana favorevole alla secessione. In questo momento, visto che l’indipendenza non può essere operativa, potrebbero accettare di partecipare al voto. Il governo di Madrid racconterà che tutti hanno finalmente accettato il sistema costituzionale spagnolo e che la scommessa indipendentista è svanita per sempre. Una versione che la base indipendentista non accetterà mai, e che oltretutto, trattandosi di un problema politico secolare, non corrisponderebbe al vero.

Quarto. Da questo punto di vista la dichiarazione di venerdì scorso nel parlamento di Barcellona potrebbe essere stata usata per placare la base e studiare le prossime mosse. Ovviamente in un contesto complicatissimo. Le facce tese di Puigdemont e i suoi, venerdì, lo confermerebbero. Non erano certo le facce di chi aveva appena coronato il sogno di una vita. In questa direzione interpretativa va anche un articolo pubblicato ieri su un giornale catalano (El Punt Avui) a firma di Oriol Junqueras, il vice di Puigdemont. “Dobbiamo prendere delle decisioni difficili, che non saranno d’immediata comprensione. Non escludo mai il ricorso alle urne”. Un’altra volta un messaggio per la base indipendentista.

In sostanza per uscire dall’angolo gli indipendentisti catalani devono studiare una strategia alternativa che si potrebbe concretizzare proprio nella partecipazione alle elezioni del 21 dicembre – quelle convocate da Madrid – presentandole però come elezioni costituenti e allo stesso tempo come un plebiscito per l’indipendenza. Come se fosse il famoso referendum concordato con il governo spagnolo, che sappiamo non ci sarà mai. I partiti indipendentisti si potrebbero presentare in un’unica coalizione, compresi gli anti-capitalisti della CUP, e secondo alcune analisi che cominciano a circolare a Barcellona potrebbero anche candidare esponenti della società civile, non i politici tradizionali. La presidentessa del parlamento catalano, questa mattina, avrebbe confermato che l’organo è stato sciolto, indicando in sostanza di aver accettato il 155.

Quinto e ultimo punto. Anche le organizzazioni e le associazioni della società civile, che in questi anni hanno rappresentato la spina dorsale del movimento indipendentista, stanno tenendo un profilo molto basso. Una fonte all’interno del comitato direttivo dell’Assemblea Nazionale Catalana (quella che ha convocato tutte le grandi manifestazioni a Barcellona e il cui presidente, Jordi Sanchez, è in carcere) ha detto a Radio Popolare che sono sempre in allerta, ma che al momento il messaggio è “andare avanti con la vita normale di tutti i giorni, con molta calma”.

Il passaggio è molto stretto. La strategia potrebbe fallire. Partecipare alle elezioni potrebbe anche essere letto da molti come una resa. Ma visto che non possiamo dare per morto un movimento che coinvolge almeno la metà della società catalana (ieri sera in alcun centri fuori Barcellona si sono tenute assemblee pubbliche per strada) e visto che di fronte all’aggressività di Madrid potrebbero votare per l’indipendenza anche coloro che finora avevano difeso solo un il referendum per l’autodeterminazione, il risultato finale potrebbe essere un nuovo grande colpo di scena. Il rischio c’è. Tra due mesi potremmo ritrovarci nella stessa situazione di oggi. Perché a un certo punto, se si vuole fare una Catalogna indipendente, la rottura ci dovrà essere, e questa volta sul serio. Il movimento indipendentista spera di ampliare ulteriormente la sua base sociale, di mettere Madrid di fronte al fatto compiuto, e di raccogliere qualche tipo di appoggio dalla comunità internazionale. La partita a scacchi è destinata a continuare ancora qualche settimana, ma non può andare avanti all’infinito.

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    Emanuele Valenti
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Senza ritorno

Siamo in un territorio sconosciuto. Nessuno sa quello che succederà e gli stessi protagonisti di questa storia non sanno esattamente che cosa fare. Fino a oggi Madrid e Barcellona hanno giocato a scacchi, attendendo e provando a prevedere la mossa della controparte. Continueranno a farlo, ma in una dimensione nuova e ancora più pericolosa.

Il governo spagnolo deve rispettare la Costituzione e seguire quello che chiede la maggioranza degli spagnoli: ristabilire la legalità in Catalogna. Il governo catalano deve provare a mettere in piedi la nuova repubblica, come proclamato dal parlamento di Barcellona. Ma nella pratica è tutto molto difficile, quasi impossibile.

Lo stato spagnolo ha una presenza minima in Catalogna, la resistenza passiva al commissariamento sarà profonda, impossibile (speriamo) l’uso della violenza.

Allo stesso modo costruire uno Stato che nessuno riconosce metterà i separstisti catalani di fronte alla cruda realtà.

Ci saranno settimane e mesi di limbo. Con due sistemi paralleli. I cittadini catalani dovranno scegliere. A un certo punto Madrid e Barcellona dovranno parlarsi.

Non sappiamo se la Spagna accetterà di perdere la Catalogna, ma la separazione c’è già stata. Non c’è ritorno, anche se la tempistica è sconosciuta.

Hanno perso tutti. Madrid, Barcellona e anche Bruxelles, che ha fatto finta di non vedere un problema gigantesco, che va oltre la legalità costituzionale spagnola.

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    Emanuele Valenti
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“La risposta non può essere solo giudiziaria”

A Barcellona è stata convocata per martedì sera una fiaccolata per chiedere la liberazione dei leader delle due principali organizzazioni indipendentiste della società civile catalana.

Jordi Sánchez, dell’Assemblea Nazionale Catalana, e Jordi Cuixart, di Omnium Cultural, sono stati arrestati ieri per decisione dell’Audiencia Nacional di Madrid con l’accusa di sedizione.

Per sabato prossimo, 21 ottobre, è stata convocata un’altra manifestazione, sempre a Barcellona.

Il presidente catalano, Puigdemont, ha tempo fino a giovedì mattina per fare marcia indietro, altrimenti il governo spagnolo farà partire la procedura per la sospensione dell’autonomia.

Il portavoce della Generalitat ha fatto capire oggi che il leader catalano non farà alcuna marcia indietro, in modo che sia chiaro se a Madrid puntano sul dialogo oppure sulla repressione.

Abbiamo parlato della crisi catalana con Arnau Gonzalez, storico all’Università Autonoma di Barcellona.

Non possiamo non partire degli ultimi fatti di cronaca: gli arresti dei due leader delle principali associazioni della società civile catalana. Come questo fatto può cambiare il corso degli eventi nei prossimi giorni?

“Le due persone che sono state arrestate non sono dei politici, sono persone della società civile che possono portare in piazza centinaia di migliaia di persone, a far sentire la propria voce che è un’altra cosa rispetto a quella del governo catalano. Quindi penso che la decisione del governo e della giustizia spagnoli di arrestare questi due leader metta ancora più benzina su un problema che è politico e non giudiziario”.

Si sentono sempre due racconti contrapposti in questa vicenda. Madrid e Barcellona raccontano due realtà così diverse. Per quale motivo?

“E’ esattamente così. Per esempio, il governo spagnolo dirà che gli arresti sono solo un’iniziativa dei giudici. Penso che il problema sia generale. La Spagna in questo momento ha un problema politico: la volontà della maggioranza della società catalana di votare in un referendum di autodeterminazione. E’ un problema politico che necessità di un intervento politico, spagnolo e forse anche internazionale. Non è un problema giudiziario. In questo voglio essere molto chiaro, come storico e come professore di una università pubblica. Ci sono tanti argomenti per difendere l’unità della Spagna e altrettanti a favore della indipendenza della Catalogna. La questione è permettere ai cittadini di discutere, di dibattere, di parlare e, semplicemente, di votare. Qualcuno obbietterà che la legge esistente ci permette di vivere in società, insieme con le nostre differenze, ma penso che in questo momento impugnare la legge per impedire alla cittadinanza di esprimersi equivale a ferire la democrazia. Qualcun altro mi dirà che questo è populismo, ma l’unica risposta a questo problema è un referendum. Ed è importante che tutti gli europei capiscano che la Costituzione spagnola è una prigione, è irriformabile. E, come storico, penso che leggi non possano essere così. Devono adattarsi a quello che la società vuole. Noi abbiamo una parte della Spagna che vuole decidere del suo futuro, e forse vuole staccarsi dal Paese per motivi economici, storici, culturali. E l’altra narrazione – quella del nazionalismo di Stato – risponde solo imponendo la prigione della legge. Ma la legge, i tribunali, non sono la soluzione a tutto”.

A proposito di legge, nei giorni scorsi i partiti spagnoli hanno promesso di riformare la Costituzione. Come dobbiamo interpretare questa mossa? Tattica o volontà sincera?

“Come storico osservo che più volte in passato i partiti spagnoli hanno messo sul tavolo una proposta di riforma per tenere a bada l’indipendentismo catalano per poi non farla arrivare da nessuna parte. Pertanto io, in questo preciso momento, non do nessuna credibilità a questa proposta”.

In tutta questa vicenda, quando parliamo di indipendentismo catalano, quanto è importante l’identità nazionale?

“Questo è un punto chiave per capire cosa sta succedendo nella questione catalana. Non mi riferisco soltanto al concetto di nazione o di identità nazionale, ma anche a quello di Stato. Per il nazionalismo di Stato spagnolo, non esiste la volontà di essere spagnolo per volontà propria. Cosa voglio dire? Per esempio che nella società spagnola non c’è spazio per il pensiero di filosofi come il francese Ernest Renan, che nel XIX secolo diceva: evidentemente ci sono delle radici storiche, linguistiche, culturali che formano una comunità nazionale, ma c’è anche un altro elemento e cioè la volontà individuale di far parte di quella comunità nazionale, il sentimento di ogni cittadino. E’ questa la posizione catalana, quella di Renan. Al contrario, quella del nazionalismo spagnolo, prevede solo imposizione, si nasconde dietro i tribunali. Noi invece vogliamo un confronto tra le due posizioni e poi decidere”.

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    Emanuele Valenti
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La rivoluzione che fa paura all’Europa

Carles Puigdemont, diventato in pochi giorni uno dei politici più famosi del mondo, ha già fatto un passo indietro. Difficilmente ne farà due. Soprattutto dopo la chiusura del governo spagnolo.

“Abbiamo chiesto il dialogo, hanno risposto con l’articolo 155. Abbiamo capito”. Così la notte scorsa, su twitter, il presidente catalano. Sulla stessa linea il suo vice Oriol Junqueras: “Presidente Rajoy, la Catalogna si aspetta un dialogo sincero non nuove minacce”. Qui non si fidano della velata promessa di riforma della costituzione, fatta ieri da popolari e socialisti.

Da Barcellona non c’è stata una risposta ufficiale alla richiesta di chiarimenti da parte di Madrid. Sulla carta c’è tempo fino a lunedì.

Ma di fronte al rifiuto di un negoziato alla pari è probabile che Puigdemont vada avanti. Non sappiamo come e quando, ma parliamo di giorni. All’interno del fronte indipendentista, seppur abbia prevalso finora la componente più moderata, c’è chi chiede di proclamare la secessione entro lunedì. E poi c’è l’opzione di elezioni anticipate.

Puigdemont – lo ha fatto con il discorso di martedì – è molto attento alle sensibilità della comunità internazionale. Ma allo stesso tempo non può non tener conto delle aspettative di molti catalani, che si mobilitano da anni.

Non dobbiamo sottovalutare la forza della base sociale dell’indipendentismo, sempre più determinata. “Ci aspettiamo una repressione molto dura – ci hanno detto diverse persone in queste ultime ore – ma non ci sono altre strade percorribili”.

Nessuno osa immaginare cosa possa succedere nei prossimi giorni.

Può sembrare assurdo, nel 2017 in un paese europeo, ma quella catalana è una rivoluzione. Per questo motivo l’Unione Europea è spaventata. È un fenomeno nuovo, che dall’esterno non si vuole o non si riesce a comprendere. In Spagna perché mette in discussione l’unità della nazione spagnola, in Europa perché mancano le categorie mentali per poterlo interpretare ed accettare. Ma attenzione Puigdemont e la sua base sociale sono determinati ad andare avanti. A ogni costo.

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    Emanuele Valenti
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Un futuro tutto da scrivere

Gli attori di questa vicenda si muovono su un palcoscenico, su un territorio sconosciuto, lo abbiamo detto più volte. Bene, dopo il discorso, l’attesissimo discorso di Puigdemont, questo territorio è ancora più sconosciuto.

Fino a un certo punto il presidente della Generalitat ha fatto un intervento molto chiaro, anche molto utile nella ricostruzione del conflitto catalano. Parole nitide, chiare, sincere. Tutto un altro tono rispetto a quello che si era sentito finora da Madrid, anche rispetto al discorso di Re Felipe VI.

Il nostro è un progetto democratico che guarda all’Europa, non siamo dei pazzi e nemmeno dei golpisti. A volte la democrazia – ha detto Puigdemont – va oltre la costituzione”.

Ma la dichiarazione d’indipendenza e la sua immediata sospensione sono per molti, a prescindere dalla loro posizione politica, di difficile comprensione. Nel popolo indipendentista c’è chi parla di tradimento e chi invece di grande mossa strategica. Non si esclude una crisi della maggioranza di governo. Tra chi è contrario alla secessione prevale invece la paura per una situazione che appare ancora più confusa di prima.

Di sicuro Puigdemont ha voluto tranquillizzare la comunità internazionale e le capitali europee. Questo è anche quello che dicevano la notte scorsa fonti del governo catalano. E di sicuro il leader indipendentista ha evitato un’escalation pericolosissima. Con quella mano tesa al dialogo Puigdemont ha lanciato la palla nel campo avversario.

Qui a Barcellona però, e arriviamo al passaggio chiave, sanno bene che con ogni probabilità Madrid non aprirà alcuna trattativa. E così saremo tornati al punto di partenza.

È difficile capire la natura di questo passaggio, ma in fondo la situazione in cui ci troviamo conferma semplicemente una cosa: l’enorme complessità della crisi catalana, una contrapposizione antica di secoli che non si può certo risolvere in poche settimane.

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    Emanuele Valenti
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La Storia nelle mani di Puigdemont

Lo scontro tra Madrid e Barcellona è frutto di una contrapposizione storica, mai risolta. La probabile dichiarazione d’indipendenza che arriverà oggi ha quindi radici profonde.  Nessuno ha mai trovato la chiave per disinnescare un conflitto secolare che ciclicamente si riaccende.

Che piaccia o no, quella che stiamo vivendo è una specie rivoluzione. Che molti, Europa compresa, nascondendosi dietro al mantra della legalità costituzionale, fanno finta di non vedere e di non capire.

Tutto il mondo aspetta le parole, questo pomeriggio, del presidente catalano, Puigdemont. E’ molto probabile che venga dichiarata l’indipendenza, ma con aperture al dialogo e un processo costituente graduale. Al fronte indipendentista sono arrivati appelli al dialogo e inviti alla prudenza. Di fronte alla rigidità del governo spagnolo – dicono qui a Barcellona – non ci sono però alternative. Ricordiamo che nel 2010 Madrid cancellò una parte importante dello statuto di autonomia.

Il clima è pesante. La società catalana è spaccata, la gente teme la reazione di Madrid, l’incertezza economica fa paura, i media – soprattutto quelli spagnoli – fanno politica e non informazione. Le anime dell’indipendentismo sono molte, dal nazionalismo tradizionale e più conservatore a un forte associazionismo di base – risultato della rivoluzione industriale che Madrid non ha vissuto – che in questi anni, tra le altre cose, ha proposto di aprire Barcellona ai migranti.

Puigdemont parlerà alle 18. Al parlamento catalano sono accreditati 150 media internazionali. Fuori è stato convocato un presidio. In serata conosceremo anche la strategia del governo spagnolo.

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    Emanuele Valenti
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Primo ottobre, la rottura finale

Sono successe troppe cose per ricucire lo strappo tra Madrid e Barcellona. Le violenze delle forze di sicurezza spagnole sono state solo l’ultimo atto di una relazione tormentata, che il governo di Mariano Rajoy non ha mai voluto risolvere. “La transizione dopo Franco – dicevano molte persone ieri in fila davanti ai seggi – non è stata fatta bene, ci sono ancora questioni rimaste aperte”. Dopo l’abrogazione di una buona parte dello statuto di autonomia della Catalogna, nel 2010, il governo spagnolo ha sempre rifiutato qualsiasi tipo di negoziato. Gli appelli al dialogo degli ultimi giorni erano solo a uso mediatico.

Il punto è che non sappiamo come avverrà nella pratica questo distacco definitivo. Come e quando la Catalogna diventerà uno stato indipendente. Il presidente catalano Puigdemont ha detto che i catalani si sono conquistati il diritto a dichiarare la loro repubblica e che la questione arriverà a breve al parlamento di Barcellona. Ci sarà una dichiarazione d’indipendenza questa settimana? Molto probabilmente sì. Anche se, nonostante il vergognoso comportamento dello stato spagnolo, questa potrebbe essere una forzatura eccessiva in un momento così delicato.

Perché una forzatura? La notte scorsa il portavoce del governo catalano ha dato i numeri della votazione: 2milioni e 262mila schede scrutinate. Il censo catalano è di 5milioni e 300mila persone. Quindi meno della metà. La Generalitat però sostiene che nelle operazioni della polizia e nella chiusura forzata dei seggi siano state perse circa 770mila schede, 770mila voti già espressi. È plausibile. A favore dell’indipendenza il 90% dei votanti. Ma i numeri, vista la giornata di ieri, sono difficili da verificare. Il referendum non soddisfa i requisiti di legalità, ma quello che è successo va ben oltre.

Il presidente catalano Puigdemont ha fatto anche un forte appello all’Unione Europea: “Dopo quello che è successo non può guardare dall’altra parte”. Per domani, sindacati e associazioni indipendentiste hanno convocato uno sciopero generale. Saranno giornate molto calde.

Un ultimo dato, che dà il senso di quello che è successo ieri: a Badalona, un’importante città catalana con una forte presenza elettorale del Partito Popolare, al governo a Madrid, non è successo nulla, la polizia spagnola non è intervenuta.

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    Emanuele Valenti
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“La miglior fabbrica di indipendentisti? La Spagna”

A tre giorni dal referendum sull’indipendenza della Catalogna non è ancora chiaro se e come i catalani potranno votare.

Di sicuro i fatti di queste ultime settimane hanno fatto crescere l’appoggio al referendum. Non necessariamente all’indipendenza dal resto della Spagna ma sicuramente al diritto all’autodeterminazione.

Dall’estero, però, la questione catalana è ancora piuttosto difficile da comprendere. L’opinione pubblica europea non ha ancora capito per quale motivo nel cuore dell’Europa ci sia una regione che vuole costruire un suo Stato.

Per cogliere l’essenza di questo processo è necessario avere ben chiara la storia della Catalogna e di tutta la Spagna, fino ai giorni nostri. Abbiamo chiesto aiuto allo scrittore catalano Joan Queralt.

“Innanzitutto vorrei fare una precisazione. Quando parliamo del conflitto generato dalla convocazione del primo di ottobre, si fa riferimento al referendum che un mese fa cercava di conoscere l’opinione della società catalana circa la possibilità di rimanere o meno nello Stato spagnolo. In sintesi, parlavamo del diritto dei cittadini di esprimersi e decidere. Votare e votare per l’indipendenza erano cose molto diverse. Un mese dopo, gli attacchi e le offese del governo spagnolo hanno cambiato la situazione. L’80 per cento dei catalani vuole andare a votare ed è aumentata la volontà indipendentista. La torbidezza di Madrid ha legittimato questo cambio. Il conflitto catalano ha esposto alla luce le cuciture del modello democratico del Paese, i suoi limiti, il fallimento della salute democratica.
Sullo sfondo, ciò che sottende è il conflitto tra evoluzione e immobilità, tra il pieno riconoscimento dei diritti sociali e una visone autoritaria del potere. Insomma, tra la costruzione di una democrazia reale e il mantenimento di una democrazia limitata, soggetta a una certa visione ideologica, incapace di rispondere alla richiesta di una parte della società. Ciò che oggi accade in Spagna non è solo un problema tra il nazionalismo catalano e al nazionalismo spagnolo. E’ in sostanza il contrasto tra un progetto di sviluppo che guarda al XXI secolo e un progetto che mira a rimanere ancorato a una visione politica più vicina al XIX secolo. E questa per me è la radice concettuale del problema. In questo contesto l’indipendenza è diventata la bandiera di una parte importante della società catalana per portare avanti questo progetto di cambiamento. Una parte sostanziale della Catalogna non ha scelta alla subordinazione a una Spagna che si oppone a qualsiasi riforma, a una classe politica che non ha altro progetto di futuro se non quello che nacque quasi mezzo secolo fa, e che oggi è definitivamente esaurito. Chiede una democrazia che risponda alle sfide del terzo millennio, nel campo della politica, dell’economia, delle leggi, dei diritti, della libertà. Chiede infine di decidere il proprio destino”.

Per quale motivo molti catalani – anche un mese fa, e forse un anno fa, due anni fa – volevano in ogni caso l’indipendenza? 

“Si parla sempre di indipendentismo e nazionalismo. Ma non necessariamente vanno insieme. Infatti ci sono molti catalani che, senza essere nazionalisti, vogliono uno Stato proprio, di segno repubblicano. Da questo punto di vista per questi catalani gli elementi essenziali dell’indipendenza, al di là delle questioni legate all’identità, lingua, cultura, motivi storici, si basano sul diritto di essere Stato, di avere le loro leggi, di gestire la loro economia, le loro risorse, la loro fiscalità, la politica sociale con piena autonomia. Le decisioni imposte dallo Stato spagnolo ogni volta sono comprese dalla società catalana come una zavorra. Un anno fa, cinque anni fa la Catalogna non aveva questo sentimento nazionalista”.

Quali sono in questo momento, secondo il tuo sentire, i sentimenti prevalenti nella società catalana?

“La sensazione più forte a Barcellona e nel resto della Catalogna è quella di indignazione e totale rifiuto alla reazione del governo spagnolo, al Partito popolare e a una certa Spagna incapace di soddisfare le aspirazioni dei catalani. Madrid ha voluto risolvere il problema catalano con politiche tipiche dei regimi colonialisti, il cui risultato non è altro che ampliare le basi della rivolta catalana. Indignazione e rifiuto che hanno moltiplicato i desideri di autonomia e indipendenza rispetto alla Spagna del Partito popolare, senza dubbio la migliore fabbrica di indipendentisti che è esistita nel Paese negli ultimi anni. Certo, ci sono anche sensazioni di incertezza sul futuro immediato, è ovvio”.

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    Emanuele Valenti
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Referendum catalano: che cosa succederà domenica?

La domanda che tutti si fanno – e che al momento non ha risposta – è che cosa succederà domenica prossima, quando il governo catalano ha convocato il referendum per l’indipendenza dal resto della Spagna. Le notizie che arrivano da Madrid e Barcellona continuano a raccontare la mancanza di dialogo tra le parti.

Ognuno va avanti per la sua strada. La giustizia spagnola, per esempio, ha accettato di indagare per sedizione i manifestanti che la scorsa settimana protestarono contro gli arresti di alcuni alti dirigenti catalani da parte della Guardia Civile.

Vale lo stesso per la politica. L’ex governatore catalano, Artur Mas, ha parlato di un vero e proprio stato di polizia e ha ricordato la pericolosità dei video postati in rete nelle ultime 24 ore, tra questi quelli con centinaia di manifestanti, in Andalusia, avvolti in bandiere spagnole, mentre salutano i poliziotti in partenza per Barcellona, come se dovessero partire per un Paese straniero in guerra.

Il governo spagnolo ha chiesto unità ai partiti politici di fronte all’affronto catalano. La vice di Rajoy, Soraya Sáenz de Santamaria, è intervenuta nel Congresso – il parlamento di Madrid – per dire che la partita è tra la difesa dello stato di diritto e coloro che vogliono rompere lo stato e cancellare la democrazia.

Gli appelli al dialogo in realtà non mancano. L’ultimo, importante, è arrivato dai vescovi spagnoli, che si sono anche offerti come supporto a questo ipotetico dialogo.

Giovedì ci sarà una riunione della polizia catalana, alla quale parteciperà anche il ministero degli interni spagnolo. Potrebbe essere la definitiva rottura per quanto riguarda la gestione dell’ordine pubblico, ma potrebbe anche essere l’occasione per concordare che non ci debbano essere imprevisti e violenze.

La chiave, da questo punto di vista, sarà il comportamento della polizia catalana, los Mossos d’Esquadra, che sulla carta dipende dal governo autonomo di Barcellona, ma che nella pratica è stata messa sotto un comando unificato che dipende dal ministero degli interni di Madrid.

Oggi c’è stata una nuova riunione. Il comandante della polizia catalana, il signor Trapero – lo sentiremo nominare nei prossimi giorni – ha detto che i suoi uomini rispetteranno gli ordini ma con la dovuta proporzionalità, perché alcune direttive sono un rischio per l’ordine pubblico.

E torniamo al punto di partenza, cosa potrebbe succedere?

Al momento l’ordine è quello di impedire che ci siano votazioni in centri chiusi e nell’arco di cento metri da seggi elettorali scelti dagli organizzatori del referendum. Possibile, quindi, che ci sia un grosso atto simbolico, un voto di massa per le strade di Barcellona e di tutta la Catalogna. Con che valore e con che conseguenze politiche, nessuno lo sa.

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    Emanuele Valenti
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Perché i catalani vogliono l’indipendenza?

In tutta la vicenda catalana l’identità nazionale è importante. I catalani hanno una loro cultura, una loro lingua, una storia di secoli.

Le manifestazioni oceaniche di questi ultimi anni a Barcellona si sono sempre svolte l’11 settembre, quando si ricorda la caduta della città e l’arrivo delle truppe borboniche l’11 settembre del 1714.

La dittatura franchista – dal 1939 al 1975 – fece poi il resto, con la repressione di tutte le manifestazioni linguistiche e culturali che non fossero strettamente spagnole o castigliane. Questo ha consolidato l’identità dei catalani, così come dei baschi.

Ma l’indipendentismo catalano non è marcato da un nazionalismo identitario. A Barcellona non vogliono alzare barriere per marcare differenze. Molti cittadini catalani arrivano da altre zone della Spagna e la stessa Barcellona è una delle città più internazionali d’Europa. In sostanza non ci sono problemi di convivenza.

Tra chi manifesta con la bandiera catalana ci sono molte persone, anche molti stranieri, che non avrebbero mai pensato di schierarsi con l’indipendenza. Un motivo ci sarà.

In questi anni la voglia d’indipendenza è cresciuta per altri motivi.

A differenza di quello che scrivono in molti, non si tratta di un progetto della ricca borghesia catalana per non versare più soldi nelle casse dello stato spagnolo. Si tratta del desiderio di costruire uno stato diverso da quello spagnolo, nel quale molti non si riconoscono più, e dal quale molti si sentono attaccati e presi in giro. I media spagnoli, per esempio, stanno facendo da anni un’informazione di parte, senza raccontare motivi e ragioni di questo malessere.

Ci sono anche questioni economiche, certo.

Con la crisi economica il governo centrale ha ridotto il contributo alla Catalogna, nonostante l’importante contributo fiscale che va da Barcellona a Madrid. Il governo catalano ha chiesto più volte, senza successo, di rinegoziare la sua posizione fiscale.

Negli ultimi anni Madrid ha anche accantonato diverse infrastrutture che avrebbero agevolato la vita commerciale della regione catalana.

Il governo catalano ha forzato la mano, convocando un referendum nonostante sia espressione di una risicatissima maggioranza parlamentare.

Ma il governo spagnolo ha fatto il resto, alimentando un movimento indipendentista che era destinato a rimanere minoritario.

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    Emanuele Valenti
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Madrid-Barcellona, relazione pericolosa

Da questa mattina lo scontro tra lo stato spagnolo e la Catalogna ha fatto un ulteriore salto di qualità. In questa dura contrapposizione anche i mezzi d’informazione hanno un ruolo importante. In ogni caso quella di oggi è la notizia più forte delle ultime settimane.

La Guardia Civil ha arrestato 14 funzionari della comunità autonoma catalana. Alcuni sono personaggi politici di peso. Gli agenti hanno perquisito decine di uffici. Nel pomeriggio sono entrati anche nella sede della CUP, uno dei partiti della coalizione che nel parlamento catalano ha sostenuto il referendum per l’indipendenza del prossimo primo ottobre.

Il capo del governo catalano, Carles Puigdemont, ha riunito il suo esecutivo e all’ora di pranzo ha rilanciato il suo piano: “Ci hanno tolto l’autogoverno, non ci rimane che andare a votare domenica primo ottobre per difendere la nostra democrazia da un regime repressivo”.

Per tutta la giornata anche la piazza si è fatta sentire. Migliaia di persone hanno presidiato le diverse sedi del governo catalano dove sono stati eseguiti gli arresti e le perquisizioni. La piazza non è da sottovalutare. In questi ultimi anni l’indipendentismo catalano è partito dal basso. La società ha chiesto alla politica di portare avanti questo progetto e di provare a staccarsi da Madrid. Con ogni probabilità il livello dello scontro politico e istituzionale aumenterà ancora. Dovremo quindi continuare a seguire la piazza.

I funzionari arrestati sono accusati dalla magistratura spagnola di disobbedienza, malversazione, prevaricazione. In sostanza sono accusati di portare avanti l’organizzazione del referendum nonostante il Tribunale Costituzionale Spagnolo lo abbia annullato e dichiarato illegale.

La Spagna rivendica la difesa dello stato di diritto. Lo ha fatto innanzitutto il primo ministro Mariano Rajoy: “La leadership catalana sta violando la legge – dice Rajoy – lo stato deve reagire. Nessuno stato democratico accetterebbe un progetto come quello dell’indipendenza catalana. Sapevano che sarebbe successo tutto questo. Spero – commenta in sostanza Rajoy – che facciano un passo indietro e si torni alla normalità”.

Lo scontro tra Madrid e Barcellona – lo scontro di oggi – cominciò nel 2010, quando il Tribunale Costituzionale cancellò una parte dello Statuto di Autonomia della Catalogna. Allora l’indipendentismo era più che minoritario, neanche il 10 per centro.

Nelle ultime settimane, con l’avvicinarsi del referendum, i toni si sono alzati. Il referendum catalano non ha un supporto normativo e costituzionale. Il sistema spagnolo non prevede la secessione di una delle sue comunità autonome. Il punto è che in questi anni Barcellona ha provato più volte a negoziare una maggiore autonomia. La risposta di Madrid è stata la chiusura totale. Il risultato è il punto pericoloso a cui siamo arrivati oggi.

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Catalogna: bye bye Spagna?

Lo scontro tra Spagna e Catalogna è antico di secoli.

Fino a pochi anni fa sembrava che le parti potessero convivere sotto lo stesso tetto. Oggi non è più così.

Barcellona continua a dire che il primo ottobre ci sarà una consultazione popolare sull’indipendenza. Tre anni fa in una situazione simile – la contrarietà di Madrid – le autorità catalane trasformarono il referendum in una consultazione “non vincolante”. Adesso dicono che in caso di vittoria verrà dichiarata subito l’indipendenza.

La vittoria non è certa. Diversi sondaggi – alcuni anche interni al governo catalano e non resi pubblici – dicono che gli indipendentisti potrebbero non raggiungere il 50%.

Ma la vera domanda è se si arriverà sul serio a un referendum. Il partito socialista spagnolo, all’opposizione a Madrid, sta cercando di spingere il governo Rajoy a trattare. In sostanza a offrire una complessiva riforma della costituzione, che preveda uno stato federale. A Barcellona molti rispondono che ormai è troppo tardi. In effetti nel 2010 il Tribunale Costituzionale Spagnolo annullò il nuovo statuto di autonomia della Catalogna, mostrando la totale chiusura di Madrid a qualsiasi cambiamento dell’assetto statale.

Muro contro muro. Difficile fare previsioni. A oggi il referendum ci sarà.

In quali condizioni e con quali risultati nessuno lo sa.

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Raqqa: scontro finale con Daesh

 

Raqqa non è grande come Mosul, ma la campagna per cacciare l’ISIS dalla città potrebbe essere altrettanto lunga.

Le forze curdo-siriane sono sempre più vicine al centro. Nelle ultime 24 ore – grazie ai raid americani – sono entrate all’interno della zona chiusa dalle mura. In sostanza hanno iniziato a combattere nella parte vecchia della città.

Dopo mesi di avvicinamento sembra essere arrivato il momento decisivo.

In quella zona, però, ci sarebbero ancora più civili, almeno 100mila. Come è successo e succede ancora a Mosul i raid stanno facendo molte vittime civili. Quasi 200 nel mese di giugno secondo le Nazioni Unite.

A Raqqa ci sarebbero ancora 2000 o 2500 miliziani. La maggior parte sarebbe scappata verso la provincia di Deir al-Zour, in buona parte ancora sotto il controllo dell’ISIS.

La caduta di Raqqa, dove sarebbero stati anche pensati alcuni degli attentati in Europa di questi ultimi anni, sarebbe ovviamente un duro colpo per Daesh. Con la presa di Mosul da parte delle forze irachene – Baghdad sostiene che sia questione di giorni – cadrebbe in sostanza lo Stato Islamico, inteso come controllo del territorio. Ma viste le tante divisioni dei suoi nemici e i tanti problemi di quella regione la fine dell’ISIS è tutt’altra storia.

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Siria, confermato l’uso di armi chimiche

Nell’attacco contro una cittadina nel nord della Siria, lo scorso aprile, sono state usate sostanze chimiche. Lo dice un rapporto dell’Organizzazione per la Prevenzione delle Armi Chimiche. La cittadina è Khan Sheikhun. L’attacco fu il 4 aprile. Pochi giorni dopo gli americani bombardarono la base militare siriana dalla quale potrebbero essere partiti i caccia siriani responsabili di quell’azione.

L’Organizzazione per la Prevenzione delle Armi Chimiche non si è pronunciata – non era nel suo mandato – sulle possibili responsabilità, ma ha confermato che sulla cittadina di Khan Sheikhun sono piovute munizioni con sostanze chimiche, vietate dal diritto internazionale, nello specifico il sarin.

Secondo il rapporto gli agenti chimici sarebbero usciti da un cratere, formatosi dopo l’impatto di un grosso proiettile. Alcune sostanze sono state trovate anche nei campioni di sangue e urine prelevati dalle vittime. Ci furono più di 100 morti e oltre 300 persone contaminate. Il rapporto sembra coincidere con il racconto dei testimoni, secondo i quali il sarin fuoriuscì proprio da un razzo o da un grosso proiettile lanciato da un caccia dell’aviazione siriana la mattina del 4 aprile.

Il regime di Damasco e il suo alleato russo sostengono invece che le sostanze fuoriuscirono da un deposito di armi dell’opposizione, colpito dall’aviazione siriana. Resoconti giornalistici hanno negato la presenza di depositi di armi in quella zona. Un’ulteriore inchiesta delle Nazioni Unite dovrà ora stabilire chi fu il responsabile di quell’attacco.

L’uso di armi chimiche è una delle tante questioni controverse della guerra siriana. Nel 2013 un grosso attacco alla periferia di Damasco fece almeno 1.300 morti e portò alla consegna – probabilmente solo parziale – dell’arsenale chimico del regime. La questione è proprio questa, consegna parziale, perché negli anni successivi ci sono stati altri attacchi, mai indagati a fondo ma per i quali è molto difficile escludere responsabilità del governo di Assad.

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“L’estremismo non è solo una questione religiosa”

A Marawi, nelle Filippine, l’esercito sta combattendo ormai da un mese con un gruppo che dice di rifarsi all’ISIS. Marawi, una città di 200mila abitanti, si trova nella regione di Mindanao, nel sud del paese.

Capire questo conflitto può aiutarci a capire qualcosa di più anche di altre situazioni di crisi che coinvolgono gruppi dell’estremismo islamico. Anche se in altre zone del pianeta. Alcune dinamiche, infatti, sembrano ritornare.

Abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere quello che sta succedendo nel sud delle Filippine a Mabel Carumba, del Movimento per la Pace di Mindanao.

Perché un gruppo che dice di rifarsi allo Stato Islamico nelle Filippine?

“Mindanao è la regione dove vive da sempre la maggior parte della popolazione musulmana del paese. L’estremismo islamico, invece, è un fenomeno che risale agli anni ’90, quando iniziò a operare il gruppo Abu Sayyaf. In quel momento il nostro paese divenne famoso proprio per le azioni di questa organizzazione armata. Ma se guardiamo ancora più indietro, alla storia di questa regione, alla storia dell’isola di Mindanao, notiamo che c’è sempre stata anche una lotta, quasi continua, per il diritto all’autodeterminazione. Questa regione ha sempre lottato per la sua indipendenza dalla Repubblica delle Filippine. Il gruppo che ha condotto questa lotta è il Fronte Moro per la Liberazione Nazionale, nato negli anni ’70 durante la dittatura di Ferdinand Marcos. Lo stesso Abu Sayyaf è nato da una costola del Fronte Moro. Alcuni miliziani sono poi andati in Afghanistan e in Medio Oriente. Oggi Abu Sayyaf è radicato soprattutto nel sud di questa regione. Hanno detto più volte che vorrebbero creare uno Stato Islamico e da tempo vivono di attività criminali. Sono terroristi”.

Ma la situazione è ancora più complessa, oggi ci sono anche altre organizzazioni armate, giusto?

“Sì, c’è poi un altro gruppo, anche questo nato da una scissione dal Fronte Moro, un’altra organizzazione che si rifà alla religione islamica che però negozia e parla con il governo. Anche se adesso il processo di pace è congelato, per l’ostruzionismo all’interno del parlamento di Manila.
Ma l’interruzione del processo di pace ha dato vita a un’ulteriore scissione, in un gruppo molto radicale, che si fa chiamare Maute. Il gruppo che opera nella città di Marawi in questi giorni, di cui parla tutto il mondo perché ha giurato fedeltà all’ISIS, allo Stato Islamico”.

Quindi la questione è religiosa e politica?

“Non solo. Sulla carta Mindanao è una delle isola più ricche del paese. Ma la gente vive in estrema povertà. Ci sono molti problemi economici e sociali. La radicalizzazione, quindi, non dipende solo dall’aspetto religioso, ma anche dalla situazione socio-economica. La gente è scontenta, non ha punti di riferimento ed è facile coinvolgerli nella lotta armata”.

Quali sono le responsabilità del governo?

“Il governo filippino pensa di risolvere il conflitto con la linea dura, per esempio con la legge marziale. Ma non funziona. Molta gente pensa che così le cose possano solo peggiorare. La legge marziale non fa altro che alimentare ulteriormente il conflitto e rendere più allettante la prospettiva di una regione controllata dagli estremisti. Poi è vero che Marawi è la principale città islamica di tutte le Filippine, ma a Marawi ci sono anche non musulmani. Per esempio c’è una grande università con studenti che arrivano da fuori”.

Come potrebbe finire l’assedio di Marawi?

I raid aerei continuano. Molte infrastrutture sono state distrutte. Maute è un gruppo minoritario, che non rappresenta la popolazione locale. Il governo sostiene che si siano alleati con Abbu Sayyaf, ma per quello che sappiamo noi questo non corrisponde al vero. La battaglia di queste settimane cominciò quando l’esercito tentò di arrestare, senza successo, un rappresentante di Abu Sayyaf nella città di Marawi, ma parlare di un’alleanza è esagerato. In ogni caso questa situazione conferma l’estrema complessità del problema, al quale va aggiunto il tentativo, da parte di diversi gruppi armati, di attrarre l’attenzione dell’ISIS. La popolazione non supporta Maute, questo gruppo radicale islamico. Molti islamici stanno aiutando la minoranza cristiana a fuggire dalla città. E come dicevo chiedono continuamente al governo di fermare i bombardamenti. Ci sono ancora molti civili intrappolati, non sappiamo quanti, è anche complicato far uscire i cadaveri”.

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L’Iran colpito per la prima volta dall’Isis

Per l’Iran e per il Medio Oriente si tratta di un punto di svolta.

La regione è in fiamme. Ci sono diverse guerre. L’ultimo scontro tra Arabia Saudita e Qatar ha confermato quanto sia instabile questa zona del pianeta. Ma fino a oggi l’Iran era un’eccezione. In tutti questi anni era rimasto uno dei pochi Paesi sicuri, probabilmente il più sicuro. Ora non è più così.

L’Iran confina con Iraq a ovest e con Afghanistan e Pakistan a est. Negli scorsi anni c’erano stati incidenti lungo le zone di confine, ma mai all’interno del Paese e soprattutto mai nel cuore simbolico della Repubblica Islamica, il mausoleo dell’Ayatollah Ali Khomeini.

In queste ore a Teheran sono stati chiusi molti uffici. Anche gli studenti universitari sono stati mandati a casa. Le autorità hanno chiesto alla popolazione di non frequentare luoghi pubblici e affollati. “C’è un clima a cui non eravamo abituati – ci ha raccontato una cittadina di Teheran – in questo momento regna semplicemente il panico”.

Due settimane fa, durante l’ultimo viaggio in Iran, ho avuto la solita sensazione: uno Stato che cerca di controllare tutto in maniera maniacale. Visti, permessi, autorizzazioni per qualsiasi cosa. Sulla carta al sistema non sfugge nulla. Ma quando questa mania del controllo viene portata all’esasperazione, con una grossa macchina burocratica al seguito, gli errori sono possibili. E da questo punto di vista gli attentati di oggi non ci devono stupire.

C’è poi un altro elemento. La sicurezza non è mai garantita da una massiccia presenza militare. Anche i siti che in altri posti vengono considerati sensibili – pensate alle città europee oggi – non sono blindati dalla polizia.

E infine non dimentichiamo che stiamo parlando di un Paese coinvolto fino al collo nelle guerre che si combattono nella regione: Siria, Iraq e Yemen. Ancora prima dell’intervento russo Teheran aveva garantito la sopravvivenza del regime siriano, un tassello fondamentale nell’asse sciita che si contrappone a quello sunnita guidato dall’Arabia Saudita, il nemico numero uno degli iraniani.

L’attacco è stato rivendicato dall’ISIS. Negli ultimi mesi lo Stato Islamico aveva cominciato a prendere di mira Teheran. Ci sono stati almeno 4/5 messaggi, uno anche video, lo scorso marzo, nel quale Daesh minacciava di colpire l’Iran parlando in farsi (la lingua persiana). In Iraq e in Siria l’Iran combatte nel fronte anti-ISIS.

In queste ore gli iraniani puntano però il dito contro i Mojahedin del Popolo, un partito-organizzazione armata da sempre contrario alla Repubblica Islamica, ma che da tempo non è più attivo. I suoi leader si sono trasferiti a Parigi. Unione Europea e Stati Uniti non lo considerano nemmeno più un’organizzazione terroristica. La lettura più comune è che questa formazione abbia agito su richiesta dell’Arabia Saudita ma anche con l’appoggio di cellule dormienti dell’ISIS in Iran.

Questi gli elementi di un quadro molto complesso. Una fonte vicina ai massimi vertici dello Stato iraniano, alla guida suprema l’Ayatollah Ali Khamenei, ci ha detto che “si tratta di un attacco senza precedenti in una realtà sempre più critica”. L’ennesimo elemento di instabilità in Medio Oriente.

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    Emanuele Valenti
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Rouhani, uno spiraglio di libertà

In Iran l’alta partecipazione alle elezioni, come previsto, ha favorito Rouhani e il blocco riformista. I settori più liberali della società iraniana tendono a votare meno rispetto a quelli tradizionalisti, per non legittimare un regime che non riconoscono. Questa volta invece, spaventati dalla avanzata dei conservatori, sono andati a votare, in sostanza accettando un sistema che vorrebbero radicalmente diverso. Ben oltre quello che può offrire il riformista-moderato Hassan Rouhani.

In questo passaggio politico, in queste elezioni presidenziali, c’è la risposta a una delle domande che ci facciamo spesso in Occidente: per quale motivo i giovani iraniani, soprattutto loro, istruiti, colti, aperti al mondo esterno, rimangono all’interno di questo sistema? Per quale motivo non si ribellano?

Pur non essendo un regime completamente totalitario – pensate alla Corea del Nord – l’Iran è una teocrazia, dove i vertici religiosi controllano tutto: società, cultura, politica ed economia. Lasciano però uno spazio dove il presidente possa definire l’indirizzo politico, interno e internazionale. Da qui l’importanza di queste elezioni. Ma la cornice è sempre la stessa, il presidente della Repubblica Islamica si deve muovere rispettando paletti e confini che non dipendono da lui.

Se escludiamo chi ha lasciato il paese, e non sono in pochi, i settori liberali hanno accettato anche loro di muoversi all’ interno di questo spazio. Ribellarsi è troppo pericoloso. “Impossibile”, ci hanno ripetuto in questi giorni.

Quindi l’approccio di Rouhani che – ricordiamo – è un riformista-moderato è la cosa più liberale che l’Iran si possa permettere. E le sue aperture, a loro volta, garantiscono la stessa stabilità del regime, che sa bene come ogni tanto ci voglia una valvola di sfogo.

Tutto il resto – come il sanguinoso intervento in Siria o l’accordo sul nucleare – non dipendono dal presidente. La stabilità iraniana, una rarità in questa regione, dipende anche da questo delicato equilibrio politico e sociale. Mentre lo scontro con il fronte più oltranzista, ovviamente, non è finito. Il candidato conservatore a queste elezioni, Ebrahim Raisi, potrebbe diventare in futuro la Guida Suprema, la massima carica nella gerarchia iraniana.

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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