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Il Medio Oriente dopo Trump

Joe Biden medio oriente

Da vice-presidente di Barack Obama Joe Biden si è occupato molto di politica estera. E anche la sua precedente carriera politica, oltre 35 anni al senato, lo aveva messo di fronte a diverse crisi internazionali. La politica estera della futura amministrazione sarà quindi anche il risultato di un percorso piuttosto lungo e di un’esperienza diretta, sul campo, di diversi anni.

C’è molta attesa, ovviamente, per capire come si riposizioneranno gli Stati Uniti dopo quattro anni di America First e di isolazionismo. Il dossier più delicato sarà probabilmente quello cinese, mentre quello a noi più vicino sarà quello delle relazioni tra Washington e l’Unione Europea. Ma il mondo osserverà con attenzione anche le mosse di Joe Biden in Medio Oriente, una regione dalla quale dipendono spesso diverse questioni d’interesse globale, dal mercato energetico ai flussi migratori, passando per l’integralismo islamico.

In generale possiamo dire che l’arrivo di Biden alla Casa Bianca non porterà una rivoluzione nei rapporti tra Stati Uniti e Medio Oriente, ma alcuni cambiamenti ci saranno, e saranno anche importanti..

La priorità sarà l’Iran. Biden cercherà sicuramente di riattivare l’accordo sul programma nucleare firmato nel 2015 proprio dall’amministrazione Obama. Non lo farà senza una contropartita, e chiederà a Teheran di fare un passo indietro nello sviluppo della tecnologia nucleare. Il governo americano non potrà nemmeno compensare le perdite economiche provocate dalle tante sanzioni di Trump, ma attraverso cercherà di rassicurare gli iraniani sul fatto che da questo momento si tornerà alla diplomazia. Da capire anche se verranno ritirate le sanzioni non direttamente legate al programma nucleare. In questo delicato riavvicinamento a Teheran potrebbe essere importante il supporto dell’Europa, che in questi anni ha cercato di tenere in piedi, in realtà con pochi risultati, l’intesa di cinque anni fa.

Il probabile riavvicinamento all’Iran avrà anche altre conseguenze in Medio Oriente, per esempio sui rapporti con le monarchie del Golfo, che sul piano regionale sono, insieme a Israele, i nemici di Teheran.
Anche qui non ci dovrebbero essere rivoluzioni, ma la promessa di prestare molta più attenzione ai diritti umani potrebbe raffreddare i rapporti con gli Emirati Arabi e soprattutto con l’Arabia Saudita. Questo vale per quello che succede all’interno di questi paesi – la repressione del dissenso – ma anche all’esterno, pensate al caso Khashoggi oppure alla guerra in Yemen.
La futura amministrazione Biden potrebbe per esempio bloccare la vendita di armi a Riad.
Tutto questo potrebbe essere bilanciato dal tentativo di promuovere e facilitare un dialogo proprio tra Iran e le monarchie del Golfo.

Anche l’attuale governo israeliano potrebbe essere un po’ preoccupato del cambio della guardia alla Casa Bianca. Preoccupato ma non troppo. Netanyahu sta infatti per perdere “il migliore amico di Israele mai stato alla Casa Bianca” (le sue parole), ma l’alleanza storica tra i due paesi non verrà toccata. Anzi, Biden lascerà probabilmente l’ambasciata americana a Gerusalemme e confermerà anche il riconoscimento delle Alture del Golan, al confine siriano, come territorio israeliano.
Oltretutto durante la campagna elettorale il candidato democratico ha definito come molto positivo il riconoscimento di Israele da parte di Emirati Arabi, Bahrain e Sudan, voluto e negoziato proprio dall’amministrazione uscente di Donald Trump.
Come in passato difficile invece ipotizzare un impegno specifico per la pace tra israeliani e palestinesi. L’amministrazione democratica dovrebbe comunque riattivare i finanziamenti diretti o indiretti, attraverso le Nazioni Unite, all’Autorità Nazionale Palestinese, così come dovrebbe riaprire la sua rappresentanza a Washington.

Questi i principali dossier.
Rimangono poi Nord Africa, Turchia e Siria.
In Nord Africa non sono attesi grossi cambiamenti, se non una maggiore rigidità nei confronti del presidente egiziano al-Sisi, ancora una volta per la questione dei diritti umani e chissà se questo porterà a un atteggiamento diverso anche da parte dell’Europa.
I rapporti con la Turchia, temono ad Ankara, potrebbero essere un po’ più difficili. In campagna elettorale Biden ha criticato per esempio più volte l’intervento turco nel Nagorno-Karabakh, nel sud del Caucaso.
In Siria, infine, dovrebbe essere confermato l’approccio di Trump. Gli Stati Uniti manterranno una minima presenza nel nord-est, la zona a maggioranza curda, dove l’unico cambiamento potrebbe essere un maggior dialogo con le organizzazioni politiche e militari che negli anni scorsi hanno fatto il lavoro sporco nella guerra allo Stato Islamico. Probabilmente nulla di più. Fu in effetti la stessa amministrazione Obama, con Biden come vice-presidente, a mollare fin da subito l’opposizione siriana a causa della radicalizzazione dei gruppi armati e dell’intervento di diversi attori regionali. Rimarranno le sanzioni al regime di Assad.

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    Emanuele Valenti
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Cinque giorni in un carcere della Bielorussia

bielorussia

Sono almeno 7mila le persone arrestate in Bielorussia dal 9 agosto, quando la piazza ha cominciato a contestare il risultato delle elezioni che hanno confermato Alexander Lukashenko. Dalla caduta dell’Unione Sovietica il potere non si era mai trovato di fronte a una mobilitazione così importante, che oltretutto è cresciuta giorno dopo giorno con le notizie di violenze e soprusi da parte delle forze di sicurezza nei centri di detenzione.

Tra le 7mila persone finite in carcere c’è Cristina, una giovane donna di 27 anni che è rimasta in prigione per cinque giorni. Cristina si occupa di marketing e comunicazione. In passato ha studiato e lavorato all’estero. Alla vigilia delle elezioni si era registrata per fare l’osservatrice elettorale. Il suo racconto è rappresentativo di quello che sta succedendo in Bielorussia in questo momento. Non parla solamente delle violenze della polizia, ma ci dice che a Minsk qualcosa sta cambiando, e che molti cittadini, soprattutto i più giovani, non hanno più paura di chiedere che questo cambiamento sia anche rapido.

Cosa è successo il 9 agosto?

Il giorno delle elezioni in Bielorussia la rete internet è stata completamente bloccata. Non era possibile comunicare via web. Abbiamo dovuto usare gli sms oppure le telefonate tradizionali.
Verso le sei del pomeriggio, come altri osservatori elettorali indipendenti, ho ricevuto un messaggio dal mio coordinatore, che mi avvertiva della possibilità e del rischio di essere arrestata perché avevo seguito in prima persona tutto il processo elettorale. Io non avevo visto nulla di strano, ma avevo osservato il voto anticipato – molto utilizzato in Bielorussia la settimana prima della data ufficiale – dove spesso si verificano brogli. Infatti pare che già alle quattro del pomeriggio di domenica 9 agosto risultasse un numero di votanti più alto degli aventi diritto. Probabilmente avevano aggiunto voti fasulli nei giorni precedenti. Le autorità avevano quindi tutto l’interesse a far sì che alla chiusura dei seggi non ci fossero in giro osservatori indipendenti in grado di fare una denuncia. Molti colleghi sono stati arrestati proprio tra le sei e le otto. Io sono stata fortunata. Da dentro la scuola che faceva da seggio elettorale dove mi trovavo ho visto arrivare un pulmino bianco con la targa rossa. Sono riuscita a uscire dal retro con altri osservatori senza farmi notare. Ma sul retro dell’edificio abbiamo notato un altro mezzo, questa volta senza targa, con di fianco quattro o cinque uomini piuttosto robusti vestiti di nero con degli anfibi ai piedi. Un abbigliamento chiaramente militare. Siamo riusciti a passare inosservati anche lì e ad andare via.
Per capire qualcosa di più ho deciso di andare davanti alla scuola dove avevo votato. Dopo le otto, alla chiusura dei seggi, ha iniziato ad arrivare altra gente. La pubblicazione dei voti, tradizionalmente fatta con un foglio affisso sulla porta d’ingresso, ritardava e quando è stata fatta gli osservatori locali mi hanno confermato essere chiaramente falsa. Loro avevano contato molti più votanti della candidata dell’opposizione, Tikhanovskaya, rispetto a quelli riportati dopo lo scrutinio. Erano sicuri di aver visto e contato molte più persone con il simbolo elettorale della Tikhanovskaya. Tre o quattro volte i 145 riportati sul foglio affisso all’ingresso della scuola.
Abbiamo così deciso di protestare. Eravamo alcune decine di persone. Prima siamo andati davanti alla sede della commissione elettorale e poi nel centro di Minsk. Qui sono cominciati gli scontri con la polizia e per la prima volta in vita mia ho visto gli agenti utilizzare proiettili di gomma, cannoni ad acqua e granate stordenti. Non li avevo mai visto usare tutta quella forza. A un certo punto, quando in realtà avevamo deciso di lasciare la manifestazione, ci siamo trovati circondati dagli agenti. Ancora una volta proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Non ci rimaneva che cercare un nascondiglio. Nessun manifestante, per quello che ho visto io, era armato. La gente aveva solo bandiere e gridava slogan contro il governo. Quando la polizia ha attaccato qualcuno ha reagito, ma solo in quel momento. Ripeto, questo è quello che ho testimoniato io. Ci siamo nascosi in un piccolo cortile, pensando di essere al sicuro, ma mi sbagliavo. Dopo poco sono arrivati e ci hanno arrestato. Eravamo in cinque. Era circa l’una e mezza, le due di notte, tra domenica 9 e lunedì 10 agosto.

Come è stato il momento dell’arresto?

Ci hanno chiesto almeno due volte le nostre generalità e poi, in maniera piuttosto brusca, ci hanno messo dentro un furgoncino blindato. All’interno c’erano almeno una decina di mini-celle. Mi hanno fatta mettere sulle ginocchia, con la testa sul pavimento e le mani legate dietro la schiena con un filo di plastica dura molto stretto. Con me, nella mia mini-cella, c’era un’altra ragazza, alla quale non sono state legate le mani. Un agente ha iniziato a parlare con lei e le ha chiesto perché fosse andata alla manifestazione. Lei ha risposto che era con il marito, che oltretutto era lì con lei anche in quel momento. Il poliziotto le ha chiesto chi fosse e quando lei lo ha indicato lui lo ha colpito per almeno tre volte con un pugno in faccia. È stata la prima volta che ho visto le forze di sicurezza usare tanta violenza davanti ai miei occhi.
Nel tragitto verso il centro di detenzione gli agenti ci hanno umiliato in continuazione, soprattutto noi donne. Ci dicevano: “siete solo degli animali! Cosa vi è saltato in mente di andare a manifestare? Voi donne poi dovreste solo stare a casa a cucinare e pulire!”. A un certo punto ci hanno trasferito su un altro mezzo. In tutto, prima di arrivare a destinazione, è passata circa un’ora, durante la quale ho cercato in qualche modo di prepararmi a quello che sarebbe potuto succedere dopo.

Quanti giorni sei rimasta in prigione e in quali condizioni?

In tutto cinque giorni. Due giorni e mezzo in un centro di detenzione, altri due giorni e mezzo in una prigione vera e propria. Il centro di detenzione è un posto spaventoso. Il personale ci ha trattati come degli animali, non come degli essere umani, in condizioni proibitive. E nessuno di noi era un criminale. Ogni volta che ci rivolgevano la parola era per umiliarci. Non abbiamo mai mangiato. Fino alla fine del secondo giorno non ci hanno nemmeno dato la carta igienica. Per bere c’era invece un lavandino. All’inizio sono stata in una cella per sei persone con altre undici donne, quindi eravamo in dodici. Dal secondo giorno sono invece stata in una cella da quattro persone, con quattro letti, ma eravamo trentasette. Qualcuno stava seduto sui letti, qualcuno sul tavolo, qualcuno su due piccole panche, altri per terra, anche vicino al bagno, che non si poteva chiudere ed emanava un odore insopportabile. Pur di dormire ci siamo sdraiati anche per terra. Le guardie si sono sempre rifiutate di aprire la porta e di far entrare un po’ d’aria. Era impossibile respirare. Tre persone sono svenute. Una ragazza ha avuto un attacco di panico. Anche se non mi hanno picchiata, è come si mi avessero, se ci avessero, torturate. Alla fine del secondo giorno, quando continuavamo a chiedere di aprire la porta, hanno aperto e ci hanno versato addosso dell’acqua ghiacciata. Poi ci hanno fatto uscire in corridoio per qualche minuto. L’unico supporto, con l’intervento di un medico, è stato per una delle ragazze svenute che doveva prendere tutti i giorni delle medicine. Insomma una forte pressione psicologica.

Ma altri detenuti hanno subito violenza fisica?

Sì, è questa stata la cosa più orribile. Abbiamo sentito e visto molto cose. Nella mia cella c’era una ragazza che diceva di essere russa e che aveva i documenti con sé. Ha chiesto in continuazione di poter parlare con la sua ambasciata o almeno di far sapere al personale diplomatico che era stata arrestata. Glielo hanno sempre negato. Una volta, rientrata dopo un interrogatorio, era molto rossa in volto. Ci ha raccontato di essere stata presa a schiaffi. Non aveva segni particolari ma aveva sul serio cambiato colore.
Un’altra ragazza invece al momento di firmare un foglio ha provato a citare i suoi diritti. Dopo due o tre tentativi un agente l’ha picchiata. Una notte poi hanno chiuso anche la piccola finestra sulla porta della cella dalla quale entrava almeno un filo d’aria. Abbiamo protestato. Niente. Poco dopo abbiamo capito il perché. Hanno fatto uscire un ragazzo dalla cella di fronte alla nostra e hanno iniziato a picchiarlo. Lo hanno sbattuto tre o quattro volte contro la nostra porta. Lo hanno colpito a più riprese e alla fine gli hanno gridato: “adesso pulisci tu”. Molti, all’interno della nostra cella, avrebbero voluto tapparsi le orecchie. Alla sera, da una piccola fessura sulla parete che ci permetteva d’intravedere il cortile del centro di detenzione, vedevamo e sentivamo arrivare i mezzi delle forze di sicurezza pieni di gente. A un certo punto, la nostra ipotesi, il centro era probabilmente pieno. I poliziotti facevano così scendere le persone, le picchiavano lì, in cortile, senza nemmeno registrarle. Poi gli ordinavano di andare via e di non farsi più vedere in giro. Dalla cella sentivamo arrivare i blindati, sentivamo le persone, soprattutto ragazzi, gridare dal dolore, e poi sentivamo il personale che diceva: “adesso andate via, più veloce che potete”. Ma alcuni non riuscivano più nemmeno a camminare.

A un certo punto il trasferimento in prigione, giusto?

Sì, il trasferimento è stato un altro momento tremendo. Eravamo tutti raccolti in cortile. Le donne in piedi, gli uomini a terra sulle ginocchia. In quel momento mi sono resa conto che alcuni uomini non avevano più i pantaloni e che sulle loro gambe c’erano dei lividi e degli ematomi giganteschi. Segno evidente delle violenze subite. In alcuni casi le loro gambe erano completamente nere e viola.
A noi donne ci hanno fatto entrare sui veicoli camminando, gli uomini invece sono stati obbligati a correre. Ma alcuni non riuscivano nemmeno a stare in piedi. Le gambe non reggevano, probabilmente alcuni avevano anche delle fratture. Non riuscivano nemmeno a fare mezzo passo. Cadevano a terra. Gli agenti erano lì fermi. Li guardavano e li prendevano in giro, ridendo: “non sapete nemmeno in che direzione andare”. Tutto davanti ai nostri occhi.

E poi altri due giorni e mezzo in carcere…

Sì, e con nostro stupore in prigione è stata tutta un’altra storia, oggi posso dire quasi in vacanza. Celle da due per due persone, personale educato, tre pasti al giorni, acqua. Ci hanno trattato come persone normali. Ci siamo solo accorti che fino a quel momento, era quasi il quarto giorno, nessuno aveva avvisato le nostre famiglie. Ho poi saputo che parenti e amici mi hanno cercata per Minsk per quattro giorni.

Quindi due situazioni completamente diverse. Avete capito la differenza tra le guardie del centro di detenzione e quelle del carcere vero e proprio?

Sono sicuramente due corpi diversi, infatti ho sentito più volte il personale della prigione parlare molto male, con toni anche molto forti, degli agenti del centro di detenzione. E poi le guardie di quest’ultimo non avevano alcun distintivo, nessun simbolo che indicasse l’appartenenza a un corpo di polizia piuttosto che a un altro. In ogni caso sembrava che non avessero alcuna formazione, o comunque una formazione professionale piuttosto bassa. Erano tutti vestiti di nero. Maglietta nera, pantaloni stile militare neri e scarponi. In Bielorussia le forze speciali hanno un simbolo visibile sull’uniforme ma non era il loro caso.

Sappiamo che hai avuto la forza di denunciare alla giustizia quello che ti è successo e quello che hai visto…

Quando mi hanno lasciata andare mi hanno fatto firmare un documento nel quale dichiaravo che non avrei più partecipato a delle manifestazioni. Sul foglio c’era anche scritto che se lo avessi fatto e fossi stata nuovamente arrestata il mio caso sarebbe stato regolato dal diritto penale e non più da quello civile, con una pena molto maggiore rispetto ai pochi giorni di carcere che aveva già fatto. Non potevo non fare niente, per questo ho chiesto ufficialmente che il mio caso venga chiuso e che quel documento che ho firmato non abbia alcun valore legale. Altri hanno fatto lo stesso. Non so cosa succederà, magari il mio ricorso non porterà a nulla. Ma dovevo farlo. Era eticamente giusto denunciare quello che ho visto e quello che ho dovuto passare.

Foto di Human Rights Watch

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    Emanuele Valenti
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La repressione in Bielorussia: “Mai vissuta una cosa del genere”

proteste bielorussia

Il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, si trova davanti alle proteste più importanti da quando governa la ex-repubblica sovietica, nel 1994. Dopo le elezioni di domenica scorsa decine di migliaia di persone sono scese in piazza per contestare il risultato elettorale, che ha confermato Lukashenko, e per chiedere il riconteggio dei voti.

La candidata dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, è fuggita in Lituania, ma questo non ha fermato la protesta, che ormai interessa tutto il Paese. Le forze di sicurezza hanno risposto molto duramente. Centinaia di feriti, almeno due morti, e quasi settemila persone arrestate.

Negli ultimi due giorni sono aumentate le denunce di ripetute violazioni dei diritti umani. Ne abbiamo parlato con Tanya Lokshina, direttrice associata per l’Europa e l’Asia Centrale di Human Rights Watch, che ha appena lasciato Minsk.

Cosa ha visto nei giorni scorsi?

Ero pronta a vedere le violenze della polizia ma quello che mi sono trovata davanti agli occhi nei giorni scorsi mi ha scioccato.
In circa tre giorni sono state arrestate quasi settemila persone, anche se la stragrande maggioranza delle manifestazioni è stata assolutamente pacifica. E in realtà non si è trattato di veri e propri arresti. Gli agenti davano letteralmente la caccia a chi si trovava in strada, gli legavano le mani dietro la schiena, li trascinavano oppure li gettavano dentro i loro mezzi blindati e poi se ne andavano. Per giorni interi ho visto i mezzi della polizia, oppure mezzi senza alcuna segno distintivo ma comunque con a bordo funzionari e agenti, girare a bassa velocità per le vie di Minsk con i portelloni parzialmente aperti, scegliere i loro obbiettivi, far scendere i poliziotti e arrestare con violenza il malcapitato di turno. Se qualcuno riusciva a scappare non lo inseguivano nemmeno, puntavano subito a un altro obiettivo.
So che alla periferia di Minsk i manifestanti hanno costruito delle piccole barricate per fronteggiare la polizia. Nel centro della città io questo non l’ho visto. Ho solo visto tante persone, moltissimi giovani, camminare per la città in piccoli o grandi gruppi. Alcuni cantavano degli slogan: “vattene via”, con ovvio riferimento al presidente uscente Lukashenko, “lascia la Bielourussia” oppure “libertà”. Alcuni cantavano canzoni, battevano le mani, sventolavano bandiere. Niente di più. Altri non facevano nemmeno questo. Ma per le autorità bielorusse essere in strada in questo periodo rappresenta un atto politico e dichiarare l’opposizione al governo e al presidente. Infatti gli agenti non facevano alcuna differenza. Il loro obiettivo era solo arrestare il maggior numero possibile di persone.

È riuscita a parlare con chi è finito in prigione o nei centri di detenzione?

Sì, mi hanno raccontato di condizioni tremende, soprattutto per l’alto numero di detenuti.
La gente è finita in piccole celle sovraffollate. Per esempio una donna mi ha detto di essere stata messa con altre venti donne in una cella con due soli letti, il che le permetteva comunque di sedersi, per terra, sui letti, sul tavolo. Ma dopo poche ore sono arrivate altre trenta donne, e a quel punto non era più possibile nemmeno sedersi, dovevano stare tutte in piedi. Sono state lì per due notti, senza cibo e senz’acqua potabile. A un certo punto, dopo essersi sentita male per la mancanza d’aria e di acqua, ha chiesto di poter vedere un dottore. Visto che le guardie non le davano retta ha cominciato a gridare. A quel punto – mi ha raccontato – una guardia le ha detto che se non avesse smesso subito di alzare la voce l’avrebbe violentata con il suo manganello.
Agli uomini è successo lo stesso, anche loro uno attaccato all’altro in piccole celle. E stando alle testimonianze che ho raccolto pare che praticamente tutti gli uomini arrestati siano stati picchiati.
Già una volta dentro i blindati della polizia con le mani legate dietro la schiena sono stati fatti mettere in ginocchio, con la testa a terra, e tenuti lì in quella posizione per parecchie ore. Arrivati in prigione sono stati colpiti più volte con i manganelli oppure sono stati presi a calci. Praticamente tutti, anche chi non opponeva alcuna resistenza.
Sono 12 anni che lavoro per Human Rights Watch, che intervisto molte vittime di torture in Russia, Ucraina, Bielorussia, Georgia, anche durante conflitti armati, ma una cosa non mi era mai capitata. Di solito gli agenti interrogano i detenuti, cercando i ottenere delle informazioni, il che ovviamente non giustifica la pratica della tortura. Questa volta, in Bielorussia, gli agenti non hanno chiesto niente. Si sono limitati a dire: “vuoi la rivoluzione? Vuoi il cambiamento? Questa è la tua rivoluzione! Questo è il tuo cambiamento!”. L’obbiettivo era impaurire e costringere al silenzio un’intera popolazione, e fare in modo che nessuno protestasse più. Una grossa operazione punitiva.
Oltretutto questa è la prima volta che la polizia bielorussa ha usato proiettili di gomma e granate stordenti con armi automatiche, facendo così centinaia di feriti.

È riuscita ad avere informazioni dagli ospedali, per capire se abbiano ricevuto molte persone, molti feriti?

Personalmente no, non sono riuscita ad andare a visitare gli ospedali. Ma ho visto diversi video di medici che manifestavano con le foto dei feriti che hanno dovuto curare. Ho anche letto i rapporti di alcuni medici che hanno raccontato di aver dovuto curare molte persone. E non dimentichiamoci della pandemia, dell’emergenza sanitaria. Nelle prigioni sono state tenute moltissime persone, senza alcuna precauzione e senza il rispetto delle regole igieniche di base, una vicinissima all’altra per alcuni giorni.

Avete parlato con le autorità?

Non ci abbiamo nemmeno provato. Le condizioni di lavoro erano molto complicate e temevamo di essere arrestati oppure espulsi dal paese. Già prima delle elezioni il governo di Minsk aveva rifiutato l’accredito a molti giornalisti stranieri. Altri sono stati arrestati e poi espulsi in questi giorni. E anche i cronisti locali sono stati trattati come manifestanti. Condizioni pericolose. Parlare con loro avrebbe voluto dire invitarli a mandarci in uno dei centri di detenzione che vi ho appena descritto. Per questo non lo abbiamo fatto.

Foto di Human Rights Watch

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    Emanuele Valenti
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È possibile imparare dagli errori degli altri Paesi sul coronavirus?

coronavirus aeroporto mascherina

La domanda ritorna quotidianamente, ovunque. Che cosa ha imparato un determinato Paese da quello che è successo prima in altre Regioni del Mondo? Per quale motivo nessun sistema sanitario e nessun governo è riuscito a bloccare la diffusione del coronavirus nonostante l’esempio cinese? In altre parole: impossibile imparare dagli errori degli altri sul coronavirus?

Sono alcune delle domande che la rivista Science ha fatto a George Gao, direttore del Centro Cinese per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie. Gao è specializzato nei virus incapsulati, o virus a involucro, proprio come il SARS-CoV-2, il coronavirus di cui parliamo ormai tutti i giorni. Si tratta quindi di una delle persone più informate sulla natura della pandemia che è partita dalla Cina nei mesi scorsi.

Gao difende, comprensibilmente, l’operato delle autorità medico-scientifiche e politiche di Pechino. Ma fornisce allo stesso tempo un quadro molto utile per iniziare a capire per quale motivo la pandemia sembra inarrestabile, anche nei paesi occidentali.

Prima questione. Sulla base della storia cinese dei mesi scorsi George Gao dice che ogni singolo caso va assolutamente isolato, così come i soggetti che sono stati a contatto con lui. E poi sospendere gli eventi pubblici – luoghi di aggregazione – e ridurre al minimo i movimenti.

Un errore che hanno gli altri paesi? Secondo Gao lo scarso utilizzo, soprattutto in un primo momento, delle mascherine sanitarie. Visto che non ci sono farmaci ad hoc e manca ancora un vaccino il rispetto di queste norme – e l’uso delle mascherine è tra queste – è più che fondamentale. L’infezione passa attraverso le goccioline. E quelle goccioline vanno bloccate.

Per far tutto questo, soprattutto per separare i diversi soggetti interessati, ci vuole ovviamente un ottimo coordinamento a livello territoriale e una leadership forte con un’autorità riconosciuta. Quindi un centro che prende le decisioni e un sistema di controllo efficiente. Qui entriamo nella sfera degli scontri politici centro-periferia che stiamo vedendo in Italia ma anche in Spagna, e nella dimensione dei diritti e della libertà. In Cina coordinamento e controlli hanno funzionato, così pare, da noi un po’ meno. Ma allo stesso tempo la Cina non è l’Europa…

Nell’intervista a Science – che risale a qualche giorno fa – Gao fa anche un’altra importante precisazione: il coronavirus è particolarmente resistente. Su diverse superfici può resistere anche a lungo, così come alle alte temperature e all’umidità. Ecco perché diventa fondamentale non farsi scappare nulla, perché chi è asintomatico rischia di portare in giro il virus.

In buona parte cose che già sapevamo, ma che dette da una delle persone che guida la battaglia cinese contro il coronavirus hanno tutto un altro peso.
Gao difende anche il fatto che le autorità cinesi non abbiano subito condiviso con gli altri paesi lo scoppio di una gravissima crisi umanitaria. Anzi, indirettamente conferma che in Cina non tutto è immediato. Quello che scopre la comunità scientifica va poi trasferito alla politica, che valuta come comunicare all’esterno, anche – conclude Gao alla rivista Science – per non alimentare il panico generale.

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    Emanuele Valenti
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Spagna, Vox: “Siamo diversi dalla Lega”

Vox in Spagna

Le ultime elezioni spagnole hanno sancito a pieno titolo l’ingresso di Vox nella politica spagnola. Il partito di estrema destra ha ottenuto più del 10%. Ed è probabile che la percentuale salga nei prossimi mesi, già dalle elezioni europee di fine maggio.

Ma cosa è Vox? Cosa c’è dietro al suo successo? Qual è il suo messaggio?

Si tende a inserire questo partito nel calderone dell’estrema destra populista, sempre più popolare in diversi paesi europei. Ma in realtà siamo di fronte a un fenomeno diverso, da certi punti di vista unico.

Ne abbiamo parlato con Ivan Espinosa de los Monteros, vice-segretario per le relazioni internazionali di Vox e uno dei più stretti collaboratori del leader Santiago Abascal.

Cosa c’è dietro al successo di Vox?

Sono almeno due i motivi per i quali è imprescindibile il nostro ingresso nella scena politica.

Innanzitutto la difesa chiara e ferma del valore più importante per il nostro paese, la sua unità. Sono secoli che la Spagna si basa sulla convivenza e su una precisa configurazione. Si tratta di una delle nazioni più antiche d’Europa e del mondo, con una storia gloriosa, e sostanzialmente con pochi problemi gravi, tranne quando li creiamo noi. Ecco negli ultimi anni siamo stati noi a creare il problema dell’indipendentismo. È una battaglia interna, non ci sono fattori esterni. La responsabilità è dei nostri politici, tutti, non solo degli indipendentisti. Per esempio di chi nel corso degli anni ha dato ai nazionalisti e agli indipendentisti spazio, potere e rappresentanza. Sto pensando per esempio agli accordi con gli indipendentisti catalani per un appoggio parlamentare.

Partito Popolare e Partito Socialista hanno agito più volte in coordinamento con il nazionalismo. Hanno fatto concessioni. Per interesse, perché avevano dei complessi, per mancanza di convinzione e fermezza, spesso perché non credevano nella nostra nazione. Ho sentito alcuni politici spagnoli dire che la Spagna è una nazione di nazioni. Una barbarità.

Questo primo motivo è molto spagnolo. Non ci sono altri paesi che si vergognino del loro passato, della loro storia, dei loro simboli, della loro bandiera, del loro sistema costituzionale. In Spagna invece sì, c’è chi si vergogna di tutto questo. Qui è importante l’identità, ma attenzione quando si fanno parallelismi con partiti identitari o nazionalisti europei. La Spagna presenta similarità con gli altri paesi europei, ma da questo punto di vista è differente, quindi noi non siamo come i partiti identitari europei.

C’è poi un secondo motivo che rende indispensabile la nostra presenza, la difesa della libertà. Il nostro paese è sempre più regolato e controllato da uno stato intrusivo e ideologizzato. Non solo dal punto di vista economico. Per esempio l’ideologia è totalitaria anche quando si parla di genere dai tempi di Zapatero, e questo ha fatto moltissimi danni. Per esempio la legge che dovrebbe proteggere le donne in Spagna è una legge unica al mondo. Una legislazione specifica solo per gli uomini, tribunali solo per gli uomini.

Secondo me su questo il vostro messaggio non è molto chiaro? Infatti molti hanno scritto che siete contro le donne..

Non c’è altro paese al mondo che viola il principio secondo cui siamo tutti uguali di fronte alla legge. Qui no. Qui siamo tutti uguali, con l’eccezione degli uomini che ricevono un trattamento penale distinto. Oltretutto questa legge protegge solo le donne che subiscono violenza all’interno della coppia. L’ideologia di genere vuole applicare questa norma solo all’interno della coppia, mentre la protezione va applicata a tutte le donne, e anche a tutti gli uomini. La legge dovrebbe proteggere tutti allo stesso modo.

Cosa dice Vox del sistema delle autonomie, che regola il rapporto tra lo stato centrale e le regioni spagnole?

Il nostro sistema delle autonomie è un sistema federale sotto un altro nome. È un federalismo esagerato e asimmetrico, che ha causato diversi problemi. Ha origine nella transizione, quando gli spagnoli si volevano riconciliare, tra loro e con il loro passato. Il punto è che in quel momento si attuò con troppa generosità, con l’eccezione dei nazionalisti che misero in campo tutto il loro egoismo. Si pensava di poter risolvere così il problema del nazionalismo. Alla fine siamo invece più divisi e separati di prima. Non solo, alcuni hanno usato il sistema delle autonomie contro la loro stessa nazione. Insomma è un sistema fallito che dobbiamo eliminare.

L’autonomia si giustifica per la protezione delle particolarità territoriali. Certo in Spagna ci sono differenze e particolarità, si parlano lingue diverse. Ricordiamoci però l’uso che è stato fatto delle lingue diverse dal castigliano. Il basco è stato inventato. Il catalano, una lingua molto antica, è stato spesso utilizzato per cambiare la storia, la geografia, la cultura.

Lingue diverse non sono identità nazionali?

Non siamo una nazione di nazioni. Detto questo io non ho niente contro le identità regionali o locali, che sono parte dell’identità nazionale spagnola. Il problema è che da lì si è differenziato molto, troppo. Perché non avere lo stesso sistema sanitario in tutto il paese? Perché non avere la stessa educazione? Oltretutto questo sistema è inefficiente e molto caro.

La stampa, nazionale e internazionale, vi ha presentato come il partito dell’estrema destra spagnola. È così?

Tutte le volte che c’è un fenomeno nuovo si cerca d’inquadrarlo in categorie già esistenti, per paura che risulti incomprensibile. I media parlano di tre cose: Franco, estrema destra e parallelismi con gli altri paesi europei. Ma non è così. Perché siamo diversi dai partiti sovranisti europei? Populismo come reazione alla crisi economica non siamo noi, siamo arrivati dopo. E poi non siamo nemmeno contro l’Europa. Siamo per la libertà. Non siamo nemmeno vicini alla Lega di Matteo Salvini, soprattutto dal punto di vista economico. Salvini non vuole riequilibrare i conti pubblici, noi la pensiamo diversamente. Abbiamo più cose in comune con Fratelli d’Italia.

Ci hanno spinti la crisi catalana e il radicalismo dell’altra parte. Ho già citato la legge contro la violenza di genere, ma c’è anche la battaglia contro i nostri simboli.

Per semplificare ci hanno invece bollati come razzisti, xenofobi, fascisti.

Anche sull’immigrazione non siamo stati compresi. Siamo a favore dell’immigrazione, ma un’immigrazione regolata e legale.

Abbiamo parlato del sistema delle autonomie. Come si può risolvere la crisi catalana?

Innanzitutto ci vuole tempo. Non basteranno quattro, otto, dodici anni. La crisi è vecchia di 40 anni – oltretutto con un passaggio chiave nelle inchieste giudiziarie contro l’ex-uomo forte della Catalogna, Jordi Pujol.

Due cose.

La prima. Bisogna essere molto duri con chi ha messo in piedi tutto questo. Il processo in corso adesso qui a Madrid è solo la punta. Dovrebbero essere processate almeno 300/400 persone. E bisognerebbe avere una posizione molto netta e forte. Per ora lo stato non ha fatto praticamente nulla.

La seconda cosa: ristabilire le relazioni sociali, gli affetti. Ci vorranno tempo, soldi, educazione. Sarà molto difficile. Nella migliore delle ipotesi altri 40 anni.

Dovremo ricostruire. Bisogna però essere consapevoli del fatto che questo sia il punto di passaggio, dal quale lo stato non può più retrocedere. Siamo arrivati al fondo, ora dobbiamo risalire. Non lo faremo noi. Ripeto, ci vorrà parecchio tempo. Noi cercheremo di portare un cambio culturale.

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    Emanuele Valenti
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Voto in Spagna: l’Europa respira

pedro sanchez

La vittoria dei socialisti e i numeri di queste elezioni spagnole ci dicono alcune cose importanti. A prescindere dalla composizione della futura maggioranza di governo.

La prima. Il fronte progressista – seppur molto diverso e variegato al suo interno – è maggioritario nel paese. Nonostante l’ingresso di Vox nel Congresso di Madrid – con meno forza rispetto alle previsioni – la destra, e le posizioni più reazionarie, sono state bocciate dagli elettori. Ieri sera il leader dei socialisti, Pedro Sanchez, ha detto giustamente “il Paese guarda avanti e non indietro”. (altro…)

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    Emanuele Valenti
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Cosa ci insegnano le elezioni spagnole

vox_spagna

Dalle elezioni spagnole 2019 arriva una lezione, un monito, a tutta Europa.

La sorpresa – abbiamo detto – è Vox, il partito di estrema destra che incarna al meglio il nazionalismo spagnolo. Difesa dell’unità nazionale,  riscoperta dei simboli – dal toro alla bandiera – rifiuto aggressivo nei confronti di chi rivendica le differenze di questo paese – gli indipendentisti catalani. Non solo: c’è l’attacco al femminismo, alla legge contro la violenza di genere, all’aborto. (altro…)

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    Emanuele Valenti
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Un futuro sempre più incerto. Per tutti

La Brexit è una vicenda piena di contraddizioni, e le contraddizioni non sono finite. Nonostante l’umiliante sconfitta di ieri sera – mai nella storia parlamentare britannica un primo ministro aveva perso con questi numeri – Theresa May potrebbe rimanere al suo posto.

Questa sera, alle 20 ora italiana, si voterà la mozione di sfiducia presentata da Jeremy Corbyn, il leader del partito laburista, il principale partito d’opposizione. L’ultima contraddizione è che i conservatori ribelli e gli unionisti nord-irlandesi, che hanno bocciato l’accordo con Bruxelles, hanno già fatto sapere che daranno la loro fiducia alla May.

Se così sarà lei ha già detto che ascolterà tutti i parlamentari, cercherà un nuovo consenso su un possibile accordo modificato e lunedì prossimo si presenterà in parlamento con un piano B. Poi però dovrà andare a fare richieste a Bruxelles, dove nessuno vuole riaprire il negoziato vero e proprio.

Se invece il parlamento dovesse sfiduciarla ci saranno due settimane di tempo nella quali la May o qualcun altro potranno ancora provare a mettere in piedi una maggioranza. Se nessuno fosse in grado di ottenerla si andrà allora a elezioni anticipate.

Il problema è la tempistica. La Brexit è fissata al 29 marzo. Londra potrebbe chiedere una proroga all’Unione Europea, per la quale è necessario il consenso di tutti gli altri stati membri dell’Unione Europea (e qualcuno potrebbe mettersi di traverso), oppure potrebbe ritirare l’articolo 50 e quindi tutta la Brexit. Questo per evitare di uscire dall’Unione senza accordo. La comunità economico-finanziaria britannica è terrorizzata da questa eventualità. Ma per fare un passo indietro sarebbe necessario ancora una volta il voto del parlamento, anche se su questo non c’è una precisa legislazione.

Ma a prescindere da quello che succederà tutta questa storia ha messo a nudo i tanti problemi di questo paese. La crisi dell’ordine costituzionale – Scozia e Irlanda del Nord sono sempre più lontane da Londra e l’Inghilterra è ormai un altro paese rispetto al resto del Regno Unito. La distanza tra la classe politica e gli elettori – i britannici hanno chiesto una cosa che governo e parlamento non sono in grado di realizzare. Gli effetti pericolosi delle crisi e delle trasformazioni economiche degli ultimi 30/35 anni – le parole contro gli immigrati e gli stranieri, che si possono sentire ovunque uscendo dalle zone ricche, sono il risultato di un’insicurezza sociale ed economica che arriva da lontano. Una chiave questa che ci può aiutare a comprendere, almeno in parte, quello che sta succedendo anche in altri paesi, Italia compresa. E al giorno d’oggi capire, prevenire e agire sarebbe molto più utile che non attaccare i politici che soffiano sul fuoco.

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    Emanuele Valenti
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La complessità saudita

Jamal Khashoggi

La vicenda Khashoggi è ormai un gigantesco caso internazionale.

Con il passare dei giorni l’Arabia Saudita sta facendo delle ammissioni, ma il quadro non è ancora chiaro. Soprattutto non è chiaro chi sia il mandante dell’omicidio che sta mettendo in discussione le relazioni tra la casa reale saudita e il resto del mondo.

Detto questo il caso Khashoggi ci sta fornendo elementi importanti per comprendere il periodo che sta attraversando l’Arabia Saudita e la natura delle sue relazioni con la comunità internazionale, soprattutto con l’Occidente.

Per la casa reale – per Re Salman e il principe Mohammed Bin Salman – l’omicidio Khashoggi è più che imbarazzante. Difficile che l’ordine di eliminare l’editorialista del Washington Post nel consolato saudita di Istanbul sia partito dal giovane principe ereditario, ma visto che una buona parte del potere risiede ormai nelle sue mani non lo si può considerare estraneo al caso. La vera domanda è se questo alla fine gli costerà il posto, oppure se la casa reale deciderà di andare avanti, con il rischio però di avere in futuro un monarca giovane – quindi con una lunga prospettiva di vita – ma con una reputazione già rovinata ancora prima di diventare il re di un paese così importante.

Sul fronte interno questa storia conferma le ovvie contraddizioni del piano di riforme messo in campo dallo stesso Mohammed Bin Salman, e anche la lettura superficiale che di questo è stata fatta spesso qui in Occidente.

Tra le riforme ci sono alcune aperture sociali. Per esempio la patente alle donne, e la possibilità per le mogli di fare domanda di divorzio. Sembrano riforme di facciata ma per la società saudita – dove la discriminazione di genere è tra le più radicate al mondo – hanno un notevole significato e indicano sul serio una volontà di cambiamento. Ma anche in questo caso, anche quando si può parlare di apertura, non siamo di fronte a un processo di democratizzazione. Mohammed Bin Salman è andato in giro per il mondo per convincere politici e imprenditori che il suo paese stava cambiando e che era il momento di fare grandi affari, andando oltre il petrolio. Ma il processo di cambiamento non includeva e non include – Khashoggi conferma – un mutamento in chiave democratica e nemmeno una nuova considerazione dei diritti umani. Era chiaro prima e lo è ancora di più adesso. Il punto è modernizzare la società e diversificare il sistema economico per la stessa sopravvivenza del regno. La necessità di modernizzare spiega anche la rottura con i religiosi più conservatori, che oltretutto il principe ereditario aveva bisogno di allontanare dai circoli del potere.

Sul piano internazionale il caso Khashoggi ci fa invece riflettere sull’estrema complessità delle relazioni tra Riad e l’Occidente.
Questa settimana molti governi e molti imprenditori hanno boicottato la grossa conferenza finanziaria di Riad. Ma alcuni sono andati lo stesso a parlare con ministri e funzionari. In due giorni sarebbero stati conclusi accordi per oltre 50miliardi di dollari. Questo ci conferma come per l’Occidente non sia così semplice cancellare relazioni economiche e strategico-politiche – per esempio Riad come alleato americano in Medio Oriente in chiave anti-iraniana – costruite nei decenni scorsi. Trump ha citato i posti di lavoro dietro ai contratti per gli armamenti. Vale anche per altri paesi.

Le contraddizioni nei rapporti tra Riad e Occidente erano già evidenti con i bombardamenti sauditi in Yemen. Non è ovviamente una giustificazione ma è un tentativo di osservare la realtà con tutte le sue sfumature.

La vicenda Khashoggi sta mostrando tutta la complessità che gira intorno all’Arabia Saudita.

Jamal Khashoggi
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Il confine della discordia

Confine Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord

L’isola d’Irlanda è divisa dal 1921, da quando una parte importante, oggi la Repubblica d’Irlanda, ottenne l’indipendenza dall’impero britannico.
A Londra il famoso leader irlandese, Michael Collins, accettò la spartizione dell’isola, che il governo britannico vendette come temporanea.
Le sei contee nord-orientali, quelle dove la maggioranza della popolazione era protestante e contraria all’indipendenza, rimasero sotto la giurisdizione di Londra e andarono sotto il nome di Irlanda del Nord o Ulster (anche se storicamente il termine Ulster indicava un’area geografica più vasta).

I nazionalisti del nord tentarono a più riprese, ma senza successo, di arrivare a un’Irlanda unita. Il periodo più caldo cominciò nel 1968. La guerra tra IRA (Esercito Repubblicano Irlandese) ed esercito britannico, con l’importante partecipazione dei gruppi paramilitari protestanti, andò avanti fino al 1998, quando venne siglato l’Accordo del Venerdì Santo. Le parti concordarono che il Nord Irlanda sarebbe rimasto, per il momento, all’interno del Regno Unito, ma allo stesso tempo venne prevista una profonda integrazione economico-commerciale tra le due parti dell’isola.

Con gli anni il confine tra nord e sud è diventato praticamente invisibile. In sostanza l’accordo del 1998 ha creato una situazione nella quale, almeno dal punto di vista economico-commerciale, si tratta quasi di un unico paese.
Ma come fare adesso che con la Brexit quella frontiera sta per diventare l’unica frontiera terrestre tra il Regno Unito e l’Unione Europea? La discussione di questi giorni, e in realtà degli ultimi due anni, è proprio su questo.

L’Europa insiste per non tornare a un confine vero e proprio. Dicono lo stesso il governo di Dublino (Repubblica d’Irlanda) e i nazionalisti del nord. Posizione diversa invece quella degli unionisti-protestanti nord-irlandesi (che oltretutto appoggiano il governo di Theresa May nel parlamento britannico) favorevoli a mantenere intatti i legami con Londra. Mantenere lo status-quo, quindi una forte integrazione tra le due parti dell’isola e un confine quasi inesistente, vorrebbe prevedere dire uno status speciale per il Nord Irlanda all’interno del Regno Unito. Ma questo secondo molti conservatori sarebbe il primo passo verso la perdita dell’Irlanda del Nord.

Ma cosa è oggi la frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord? Ogni giorno almeno 30mila persone attraversano il confine per andare a lavorare senza alcun controllo da una parte e dall’altra. Tra Dublino e Belfast c’è un’autostrada senza interruzioni. Gli scambi commerciali valgono ogni anno miliardi di euro. Il turismo è un’industria unica. Così come il mercato energetico.

Ma la questione interessa ogni sfera della vita degli irlandesi. Per esempio la Contea del Donegal, nel nord-ovest, è sotto la Repubblica, ma la città più vicina è Derry, dall’altra parte del confine. La maggior parte della gente del Donegal gravita intorno a Derry, anche quando ha bisogno di assistenza sanitaria. A Derry tra le altre cose c’è un’importante centro per la cura dei tumori. L’assistenza sanitaria è un altro elemento forte della cooperazione tra Nord e Sud.

Il rischio non è il ritorno alla guerra civile al Nord, ma quello di cancellare vent’anni d’integrazione economica e di abitudini quotidiane, con gravi ricadute per gli abitanti di tutta l’isola d’Irlanda.

Confine Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord

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    Emanuele Valenti
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A rischio l’alleanza tra Arabia Saudita e Usa?

Jamal Khashoggi - Caso diplomatico Arabia Saudita-Usa

Il presidente turco, Erdogan, è tornato a chiedere chiarezza sulla scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi, dieci giorni fa, subito dopo il suo ingresso nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul.
Erdogan ha chiesto a Riad di presentare le immagini che proverebbero – come dicono i sauditi – che Khashoggi abbia lasciato l’edificio che ospita la missione consolare. Anche Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti faranno di tutto per fare chiarezza. Khashoggi viveva da tempo negli Stati Uniti, da quando non era più in linea con la casa reale saudita.

La vicenda rimane molto misteriosa ma è già un grosso caso diplomatico, che potrebbe modificare addirittura alcuni equilibri geopolitici.
Khashoggi scriveva per il Washington Post. Diversi esponenti dell’amministrazione Trump hanno chiesto a Riad di fare chiarezza e di farlo in fretta. L’Arabia Saudita non è solamente un attore fondamentale nella geopolitica del Medio Oriente, è anche il principale alleato degli americani nel mondo arabo. Se dovesse essere confermata la versione dei media turchi, che in questi giorni hanno citato diversi funzionari di Ankara, e cioè che Khashoggi sia stato ucciso all’interno del consolato saudita di Istanbul, Washington non potrebbe far finta di niente.
Anche il governo britannico, uno degli sponsor – e uno dei fornitori di armi – di Riad, ha usato parole molto dure. Il ministero degli Esteri ha detto che Londra potrebbe dover ripensare la sua relazione con l’Arabia Saudita.

In fondo questa vicenda mette a nudo le contraddizioni del progetto di riforme del principe ereditario Mohammed Bin Salman, che tra l’altro prevede alcune aperture sociali, come quelle nei confronti delle donne.
La scomparsa di Khashoggi ci ricorda però la natura autoritaria della casa reale saudita.
Grazie alla nuova immagine del Paese che aveva costruito Mohammed Bin Salman, lo stesso principe ereditario era stato nei mesi scorsi proprio a Londra e Washington. Senza dimenticare che Trump aveva già scelto Riad per la sua prima trasferta internazionale. Potremmo già essere in una nuova fase, che però non conosciamo.

Jamal Khashoggi - Caso diplomatico Arabia Saudita-Usa
Jamal Khashoggi in un frame
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    Emanuele Valenti
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Primo ottobre, un anno dopo

Catalogna

Il primo ottobre del 2017 rimarrà una data chiave nella storia catalana e in quella spagnola. Uno spartiacque. Una frattura che segna un prima e un dopo.

Per gli indipendentisti catalani è il punto di non ritorno. Le violenze della polizia e poi gli arresti dei leader del movimento sono stati l’ultima manifestazione di uno Stato, quello spagnolo, incapace di risolvere i conflitti in maniera democratica. Quindi non c’è alternativa alla secessione.

Per la Spagna – intesa come apparato statale nel suo complesso – il referendum e la successiva dichiarazione d’indipendenza hanno invece messo a nudo la strategia della leadership indipendentista, che per forzare Madrid alla trattativa ha provocato una pericolosa polarizzazione della società catalana.

Due visioni, come al solito opposte.

Ma il primo ottobre 2017 ha detto molte altre cose.

Quello catalano è un problema politico che richiede una soluzione politica. Il cambio di governo a Madrid la scorsa primavera, con i socialisti al posto dei popolari, ha riaperto i canali del dialogo. Pedro Sanchez non è Mariano Rajoy e tantomeno Albert Rivera, leader di Ciudadanos, il partito di destra nato proprio in Catalogna e proprio in chiave anti-catalana che sta raccogliendo sempre più consensi. Ma di un referendum sull’autodeterminazione i socialisti non vogliono sentir parlare. Dalle loro concessioni – fino a quando rimarranno al governo – dipenderà però il futuro delle relazioni tra Madrid e Barcellona.

Lo stato spagnolo sta accusando una transizione che non ha mai fatto fino in fondo i conti con il franchismo. I fatti dello scorso autunno hanno scoperto il deficit democratico. La Spagna è una democrazia, ma ci sono alcune zone d’ombra.

Il movimento indipendentista non è fatto solo dai nazionalisti catalani. A differenza di quello che hanno scritto in molti, dietro alla spinta secessionista c’è una profondo senso di comunità e l’adesione a un progetto progressista. Per molti la secessione è l’unico modo per staccarsi da uno Stato nel quale, proprio per quel deficit democratico, non si riconoscono più. In parte il nazionalismo catalano è un nazionalismo civico, che va oltre l’identità nazionale. Un concetto difficilissimo da comprendere.

La leadership catalana si è spinta fino in fondo convinta che alla fine lo stato spagnolo avrebbe accettato di negoziare. Così non è stato. La sua strategia non era ben definita e questo ha messo a rischio la società civile che aveva sposato il progetto della secessione con una continua mobilitazione di piazza, per fortuna pacifica.

L’Europa ha dimostrato per l’ennesima volta la sua debolezza.

Barcellona ha forzato le tappe anche nella convinzione che Bruxelles avrebbe chiesto al governo spagnolo l’apertura di un negoziato. Ma l’Unione Europea, che ha già molti altri problemi, non è andata oltre il suo status di organizzazione che tiene insieme i singoli Stati nazionali. In realtà la Commissione Europea avrebbe dovuto forzare il dialogo molto prima, evitando così di arrivare al primo ottobre.

Come era già stato evidente nel caso scozzese, i movimenti indipendentisti possono anche essere portatori di progetti progressisti. È difficile da comprendere, a maggior ragione nell’Europa dei populismi, ma in alcuni casi il nazionalismo può essere tranquillamente la bandiera di rivendicazioni democratiche. Non a caso la società catalana, così come quella scozzese, sono fortemente europeiste (basta citare la Brexit). Comprenderlo e accettarlo sarebbe per l’Europa un importante passo in avanti, anche per combattere il populismo dilagante di oggi.

Le comunità autonome spagnole, le nostre regioni, godono, almeno alcune, di una forte autonomia. La Catalogna è tra queste. Ma autonomia amministrativa non vuol sempre dire autonomia reale. Nonostante la decentralizzazione decisa con la costituzione del 1978 lo stato mantiene un forte potere di controllo. Una riforma in senso federale avrebbe evitato lo scontro di oggi. Dovrebbe valere anche per il futuro…

Catalogna

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    Emanuele Valenti
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Putin non è ancora isolato

Donald Trump e Vladimir Putin

Che significato avrà l’incontro tra Putin e Trump il prossimo 16 luglio a Helsinki?

Non siamo più ai tempi della Guerra Fredda, quando Mosca e Washington erano le capitali delle due uniche superpotenze. E non siamo nemmeno nella fase successiva alla caduta del Muro di Berlino e dell’impero sovietico, quando gli Stati Uniti, unica potenza mondiale, approfittarono delle ovvie difficoltà in cui si trovavano i russi.

Oggi è molto più difficile decifrare l’ordine globale. Lo è ancora di più dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Ma Russia e Stati Uniti rimangono sempre due attori fondamentali delle relazioni internazionali. Comprendere le loro mosse ci può aiutare a capire qualcosa di più della politica internazionale.

Negli ultimi mesi è stata molto evidente la distanza tra Mosca – già sotto sanzioni per la Crimea – e Occidente. Gli stessi collaboratori di Putin hanno ammesso il rischio di doversi preparare a un lungo periodo d’isolamento rispetto a Europa e Stati Uniti. La vicenda Skripal, l’ex-spia russa avvelenata a Salisbury in Gran Bretagna, ha provocato l’espulsione di decine di diplomatici russi. Non solo. Poche settimane fa Australia e Olanda hanno accusato ufficialmente la Russia per l’abbattimento dell’aereo della Malaysian Airlines sull’Est dell’Ucraina nel luglio 2015.

Mercoledì scorso, nonostante la forte opposizione di Mosca, i paesi membri dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche hanno deciso che l’OPAC potrà nuovamente indicare i responsabili degli attacchi chimici. È atteso il rapporto sull’attacco dello scorso aprile a Duma, nella Ghouta Orientale, in Siria, che potrebbe indicare le responsabilità del regime di Damasco.

Tutto questo ci dice che i rapporti tra Russia e Stati Uniti sono in una fase critica, probabilmente la più critica dalla fine della Guerra Fredda.
Ma altri segnali che ci dicono che la Russia non è completamente isolata: l’incontro Putin-Trump, la richiesta del presidente americano, all’ultimo G7 in Canada, di riammettere Mosca nel club dei grandi, i lavori per il gasdotto North Stream 2 tra Russia e Germania che procedono a buon ritmo, la Russia come vetrina del calcio mondiale.

Difficile prevedere il risultato dell’incontro del 16 luglio. Non dovrebbero essere fatti annunci particolari. Russia e Stati Uniti sono in disaccordo su diverse questioni, basta citare le crisi in Siria e in Ucraina. Ma il contesto è quello di un paese e di un presidente, Putin, che finora resistono bene al tentativo d’isolamento da parte dell’Occidente.

Donald Trump e Vladimir Putin
Foto dal sito ufficiale del Cremlino http://kremlin.ru
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“Fare giornalismo? In Montenegro è quasi impossibile”

fare il giornalista in Montenegro

L’agguato di questa settimana a Podgorica contro la giornalista Olivera Lakic ci ha ricordato quanto sia difficile fare informazione in Montenegro. Olivera Lakic è rimasta ferita a una gamba e ora è in ospedale. Non è stato il primo attacco contro di lei e non è stato nemmeno il primo attacco contro i giornalisti in Montenegro in questi anni.

Nel paese balcanico, che aspira a entrare nell’Unione Europea, la libertà di stampa è sempre più a rischio. Indagare sui legami tra politica e criminalità organizzata può anche costare la vita. Mihailo Jovovic è il caporedattore del quotidiano Vijesti, lo stesso per il quale lavora Olivera Lakic.

Cosa può essere successo?

Non sappiamo esattamente. Ma sono sicuro che ci sia un legame con quello che lei ha scritto. Olivera si occupa di criminalità organizzata, corruzione, sicurezza, intelligence. Deve essere stato qualcosa che ha scritto, che ovviamente non è piaciuto. Non è stato il primo attacco contro Olivera Lakic. Nel 2011 diverse minacce, nel 2012 il primo agguato e ora quello di pochi giorni fa. Quella sera qualcuno ha chiamato il nostro direttore, che abita vicino al luogo dell’agguato. La cosa incredibile è che quando è arrivato è stata Olivera a consolarlo, non il contrario. Olivera diceva: “non ti preoccupare, è solo la gamba”. Questo vuol dire che lei era ed è ben consapevole del fatto che avrebbero potuto ucciderla con un colpo alla testa. Vive con la consapevolezza di poter essere uccisa in qualsiasi momento. Penso sia stato l’ultimo avvertimento.

Quanto è difficile fare il giornalista in Montenegro?

È molto difficile. Sono pochi i giornalisti e i media che fanno seriamente il loro lavoro, quelli che cercano di rispettare il compito che dovrebbero avere tutti i mezzi d’informazione in ogni democrazia. So che è difficile ovunque, ma da noi lo è ancora di più. Quando i leader politici, nel nostro caso specifico anche il presidente Milo Dukanovic, dicono bruttissime cose sui giornalisti solo perché stanno indagando sugli affari dei loro membri della famiglia, sui possibili legami con la mafia dei loro membri della famiglia, il nostro lavoro diventa difficile. E attenzione, questi sono gli stessi nodi che impediscono al Montenegro di entrare nell’Unione Europea.

Quindi la politica ha grosse responsabilità?

I politici dovrebbero risolvere casi come questo. Ma non hanno risolto nemmeno il 90% dei casi precedenti, circa 50 negli ultimi 10 o 15 anni, 25 contro i lavoratori del mio giornale, Vijesti. Quindi sì, hanno grosse responsabilità. Quando i politici ti chiamano mafioso, nemico dello stato, fascista o l’essere peggiore sulla faccia della terra, come ha fatto il presidente due settimane fa per le inchieste sugli affari di suo figlio, il lavoro dei giornalisti diventa impossibile. Non dico che il presidente Dukanovic sia il mandante degli agguati e degli attacchi contro i giornalisti, ma approfittando della sua posizione sta facendo di tutto per attaccare i pochi giornalisti che fanno seriamente il loro lavoro. Alcuni media vicini al governo non hanno nemmeno dato la notizia dell’attacco contro Olivera. Per tornare alla sua domanda, fare il giornalista in Montenegro è molto molto difficile…quasi impossibile.

fare il giornalista in Montenegro

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Le conseguenze della rottura USA-Iran

Veduta di Teheran, capitale dell'Iran

Donald Trump aveva diverse opzioni. Le sanzioni americane nei confronti dell’Iran, congelate dal 2016, sono sostanzialmente divise in due grossi pacchetti. Uno per il petrolio, un altro per le altre attività economiche e commerciali iraniane.

Il presidente americano ha preso la decisione più drastica: ha annullato il congelamento di tutte le sanzioni. Come ha confermato il Tesoro e anche il neo-consigliere per la sicurezza nazionale, il falco John Bolton, la reintroduzione non sarà immediata. Le compagnie straniere, soprattutto europee – gli Stati Uniti non hanno mai ripreso rapporti commerciali diretti con Teheran – avranno tra i 3 e i 6 mesi di tempo per dimostrare di aver annullato i contratti in essere. Alcune sanzioni verranno reintrodotte entro il 6 agosto, altre entro il 4 novembre.

Sulla carta questo vuol dire che ci sarebbe ancora il tempo per la diplomazia, ma la decisione della Casa Bianca sembra drastica. Qui il problema è soprattutto europeo. I governi europei, lo hanno ribadito anche subito dopo le parole di Trump, vorrebbero salvare l’accordo, ma per fare questo dovrebbero coprire le loro aziende che rischiano di essere sanzionate dagli americani.

L’Iran aveva ripreso a fatica l’export di petrolio, soprattutto verso Turchia ed Europa. Era l’unica voce in vera ripresa per la sua economia e ora questa voce rischia di venir meno.

Il rapporto difficile con l’Europa

Si prospettano quindi settimane complicate per le cancellerie europee. Ancora ieri sera Francia, Germania e Gran Bretagna, che firmarono l’intesa del 2015, hanno detto che vogliono salvare l’accordo con l’Iran. Ma per fare questo dovrebbero consentire alle loro compagnie di fare affari con Teheran nonostante le sanzioni americane.

C’è già la questione dei dazi su acciaio e alluminio. Il dossier iraniano porterebbe a una guerra commerciale, a una rottura profonda, tra le due sponde dell’Atlantico.
Gli europei sono disposti a questo? Non lo sappiamo ma probabilmente no.

Il Medio Oriente

C’è poi il Medio Oriente e la stabilità in una regione dove i conflitti non mancano.

Trump avrebbe voluto un nuovo accordo che tenesse dentro, oltre al nucleare, il programma missilistico di Teheran, e il contenimento dell’influenza iraniana in Medio Oriente. Come risponderà ora l’Iran? Cercherà di consolidare le sue posizioni in Siria, in Libano, in Yemen, in Iraq?

In queste ore i servizi israeliani e il Pentagono hanno denunciato “strani”movimenti militari iraniani in Siria. Una coincidenza? Nelle ultime settimane abbiamo visto una tensione crescente tra Iran e Israele proprio in Siria. C’è poi la contrapposizione storica Iran-Arabia Saudita. Sauditi e israeliani criticavano da tempo l’accordo sul nucleare.

Se l’Iran dovesse decidere di consolidare le sue posizioni e i suoi interessi in Medio Oriente, queste due contrapposizioni potrebbero diventare ancora più pericolose.

Veduta di Teheran, capitale dell'Iran

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The Handmaid’s Tale, al via la seconda stagione

Il poster di The Handmaid's Tale

Il racconto dell’ancella non è mai passato di moda, anzi: dal 1985, quand’è stato pubblicato, in poi, si è installato nelle liste delle letture obbligate, fossero elenchi di imprescindibili romanzi femministi o di irrinunciabili titoli distopici. Quando lo sceneggiatore Bruce Miller e la regista Reed Morano, qualche anno fa, hanno cominciato a lavorare a un adattamento seriale del libro di Margaret Atwood, hanno dunque suscitato subito trepidazione e attesa tra le varie generazioni di lettori, mai pienamente soddisfatti dall’unico altro adattamento, un film del 1990. Ma nessuno poteva aspettarsi che la serie tv The Handmaid’s Tale sarebbe andata in onda in un momento in cui l’America stessa sembra avvicinarsi a una distopia, con l’ultra-destra al potere, i diritti di donne e minoranze sotto attacco, perfino una neolingua nelle fake news (non è un caso che sia Il racconto dell’ancella sia 1984 di Orwell siano balzati ai primi posti nelle classifiche dei bestseller).

Per tutto il 2017, la serie tv The Handmaid’s Tale è diventata un simbolo dell’opposizione a Trump, e ha contestualmente raccolto quasi tutti i premi possibili nelle varie cerimonie di settore. Ora la seconda stagione ha, nella necessità di ripetere l’exploit della prima, un compito non facile: innanzitutto perché gli sceneggiatori sono costretti a camminare da soli, senza più il sostegno del romanzo di Atwood, i cui eventi si sono esauriti con la prima annata.

https://www.youtube.com/watch?v=dKoIPuifJvE

Dai primi due episodi, sembra che abbiano deciso di puntare su un’esplorazione più approfondita del mondo futuribile in cui è ambientato il racconto (mostrando per esempio le Colonie, dove le donne che non hanno nessuna utilità per il regime vengono spedite a raccogliere rifiuti tossici finché non muoiono), e anche di dedicarsi a vari personaggi secondari (con aggiunte di peso nel cast, come Bradley Whitford, Cherry Jones e Marisa Tomei).

L’altra sfida è poi, dopo aver dipinto un paesaggio distopico di angosciante e plausibile desolazione, trovare il modo di ipotizzare una via d’uscita e di riscatto: per questo percorso, la serie torna a concentrarsi sulla protagonista June, interpretata straordinariamente da Elisabeth Moss, e su una sua possibile fuga dall’incubo. The Handmaid’s Tale resta, anche in quest’inizio di seconda stagione, un pugno nello stomaco, una storia dura e proprio per questo importante da guardare.

Come già nella prima stagione, i momenti più agghiaccianti sono quelli dedicati ai flashback, che individuano nel nostro presente i semi della catastrofe di domani: l’apparentemente innocente richiesta a una madre di scegliere tra figli e lavoro; l’omofobia più o meno casuale che contamina i rapporti umani. Così The Handmaid’s Tale ci ricorda che l’oppressione può nascondersi anche nei piccoli gesti, e che il peggio sta acquattato a un passo dalla nostra sedicente normalità: vale negli Stati Uniti come qui, e sta a noi, tutti, fare attenzione, tenere gli occhi bene aperti, e resistere, allo stesso modo, con ogni nostra scelta, piccola o grande che sia.

Il poster di The Handmaid's Tale
Foto dal profilo FB ufficiale di The Handmaid’s Tale https://www.facebook.com/handmaidsonhulu/
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    Emanuele Valenti
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“Iran per diplomazia ma può rispondere”

Entro il 12 maggio Donald Trump dovrà decidere se ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015. I governi europei stanno cercando di convincere gli americani a non fare un passo che rischierebbe di aumentare ulteriormente l’instabilità in Medio Oriente. Nei giorni scorsi Angela Merkel ed Emmanuel Macron sono andati alla Casa Bianca, per parlare anche di Iran e della necessità di non far saltare l’intesa con Teheran. Ma c’è chi spinge in direzione opposta. Ieri il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha convocato la stampa per presentare quelle che ha raccontato essere le vere prove dell’imbroglio iraniano. Il governo israeliano sostiene in sostanza che nonostante l’accordo con la comunità internazionale gli iraniani non abbiano mai abbandonato il progetto di costruire la bomba atomica. Le dichiarazioni di Netanyahu non hanno convinto molti analisti, anche negli Stati Uniti, ma arrivano in un momento molto delicato per la stabilità in Medio Oriente, che passa anche dai rapporti tra Iran e Occidente e tra Iran e Israele. Il teatro dello scontro è la crisi siriana.

Abbiamo parlato di tutto questo con Mojtaba Mousavi, analista del quotidiano iraniano Jam-e Jam.

Nelle scorse settimane sono stati colpiti nuovamente interessi iraniani in Siria. Gli israeliani hanno detto più volte di voler bloccare l’espansione iraniana in territorio siriano. C’è il rischio che la situazione possa andare fuori controllo?

È assolutamente possibile che ci sia un’escalation a partire dalla Siria, soprattutto perché Israele non sta rispettando il diritto internazionale, e sta attaccando un paese sovrano violando le norme internazionali. L’Iran sta cercando di fermare Israele, con la politica e la diplomazia. Ma credo che gli israeliani siano interessati a proseguire con le provocazioni. E se sarà così mi sembra di capire che a un certo punto l’Iran risponderà. E questo, come dicevo, non potrà che alimentare ulteriormente la tensione in questa regione. I vertici dello stato hanno ribadito ancora in questi giorni che non tollereranno altri attacchi e altri danni per mano di elementi esterni. Non hanno citato Israele, ma il riferimento mi sembra molto chiaro.

Che tipo di risposta ci dobbiamo aspettare?

L’Iran ha diverse opzioni. Ovviamente preferirebbe usare la politica e la diplomazia, ma potrebbe anche aumentare le difese militari siriane in modo che Damasco possa rispondere meglio agli attacchi israeliani. L’obiettivo è abbassare il livello dello scontro e non peggiorare i rapporti con Israele. Ma molto dipenderà da Israele e dalla capacità della comunità internazionale di fermare il governo israeliano.

Il governo iraniano ha paura che gli Stati Uniti escano dall’accordo sul nucleare?

In realtà da quando Trump è al potere gli Stati Uniti non hanno più rispettato l’accordo sul nucleare. E non hanno nemmeno fatto aperture sul fronte commerciale. Quindi stanno già violando l’intesa del 2015. L’Iran sta solo aspettando l’ufficializzazione di tutto questo, che qui prevedono arriverà a breve. L’Iran è pronto a rispondere. E per quello che ho capito dai funzionari governativi l’intenzione è quella di accelerare nuovamente il programma nucleare, cominciando dall’arricchimento dell’uranio. C’è anche la possibilità che Tehran si ritiri dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. Ma molto dipenderà da quello che farà l’Europa.

Quindi la risposta sarà sul programma nucleare?

Certo. L’accordo è sul nucleare. E l’Iran, come richiesto dall’accordo, ha fermato una parte importante del suo programma nucleare. Ma ora gli Stati Uniti lo stanno violando. Quindi è normale e comprensibile che la prima risposta sia la ripresa delle attività nucleari.

Ha citato l’Europa. Tre paesi europei – Francia, Germania e Gran Bretagna – sono firmatari dell’accordo del 2015. Cosa dovrebbero fare per salvare l’intesa?

Gli europei dovrebbero convincere l’Iran che l’accordo possa stare in piedi anche senza gli Stati Uniti. Finora non lo hanno fatto. Le parole del presidente francese Macron, pochi giorni fa dalla Casa Bianca, sono state molto negative per il nostro governo. L’Europa può decidere le sorti dell’accordo ma dovrebbe essere più coraggiosa, incrementare le sue relazioni economiche e commerciali con l’Iran, migliorare i rapporti tra i due sistemi bancari, e fare le dovute pressioni sull’amministrazione Trump.

Netanyahu

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    Emanuele Valenti
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Siria, le bombe “diplomatiche” di Trump

L’operazione militare di Stati Uniti, Francia e Regno Unito in Siria rappresenta il più importante attacco occidentale contro il regime di Damasco dall’inizio della guerra. Dopo sette anni di combattimenti, centinaia di migliaia di vittime, milioni e milioni di profughi, una parte dei paesi occidentali ha deciso di punire Bashar al-Assad. Non per i tantissimi morti fatti dall’esercito siriano e dai suoi alleati, ma per il presunto utilizzo di armi chimiche.

I raid hanno colpito un teatro bellico delicatissimo, dove si incrociano gli interessi di una buona parte della comunità internazionale e quelli di quasi tutti i paesi della regione. La guerra in Siria è anche una perfetta guerra per procura, dove diversi attori esterni cercano di aumentare la loro influenza e ridurre quella dei loro avversari. Se vogliamo un conflitto fatto di molti conflitti.

In questa prospettiva l’intervento occidentale, una novità quasi assoluta, avrebbe potuto rappresentare una variabile in grado di incendiare ulteriormente la situazione. Ma vista la sua natura limitata l’operazione decisa dagli Stati Uniti con il supporto di Francia e Regno Unito non cambierà il corso della guerra. In altre parole i raid ordinati da Trump soddisfano tutti, perché permettono a tutti di mantenere la loro presenza in territorio siriano. La prima ministra britannica, Theresa May, ha detto molto chiaramente che l’intenzione non era l’ingresso nella guerra civile siriana e nemmeno un cambio di regime.

Allora per quale motivo tutto questo rumore? La risposta sta nel termine usato da Trump per definire l’azione militare, “deterrente”. Una buona parte dell’Occidente è convinta che fosse arrivato il momento di ribadire a tutti gli attori della comunità internazionale, non solo in Medio Oriente, che le armi chimiche, e più in generale le armi non convenzionali, non si possono usare. Una specie di ricordo delle regole base. In questa prospettiva il messaggio non è diretto solo ad Assad e suonerebbe così: “State attenti perché non staremo più a guardare”. I britannici ci tenevano a lanciare un messaggio alla Russia dopo la vicenda Skripal, gli americani volevano far sentire la loro voce anche all’Iran (in questo caso spinti da Israele) e magari anche alla Corea del Nord. La Siria quindi era il teatro perfetto dove lanciare questo messaggio.

L’operazione mette però in luce anche tutta l’ipocrisia di Europa e Stati Uniti. In Siria sono morte centinaia di migliaia di persone a causa delle armi convenzionali del regime. E nessuno ha mai mosso un dito. In questi giorni molti siriani, come spesso succede non ascoltati dal sistema mediatico, lo hanno fatto notare più volte. Trump, che pensa di aver fatto quello che gli chiedeva l’opinione pubblica occidentale, ha parlato di atrocità contro la popolazione civile, riferendosi al presunto attacco chimico a Duma dello scorso fine-settimana. Ma quelle scene, bombe chimiche o meno, si ripetono quasi quotidianamente da oltre sette anni. Perché nessuno è intervenuto per fermarle prima?

I raid delle scorse ore non cambieranno quindi il corso della guerra e non provocheranno nemmeno un’immediata reazione russa, visto che gli interessi, i mezzi, e le basi di Mosca non sono stati colpiti. Ma sul lungo e sul medio periodo potrebbero mettere in moto dinamiche al momento ancora sconosciute. In Siria potrebbero provocare un’accelerazione della campagna militare di Assad per riconquistare tutto il paese, a partire dall’ultima roccaforte dell’opposizione, la provincia di Idlib, nel nord. A livello internazionale potrebbero rendere ancora più complicati i rapporti tra Russia e Occidente. Ambienti vicini al Cremlino parlano da settimane dell’arrivo di un lunghissimo periodo di isolamento rispetto a Europa e Stati Uniti. Mosca per tradizione non risponde subito, ma è prevedibile che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi metta in campo la sua risposta a Trump.

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    Emanuele Valenti
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Siria, gli USA ipotizzano un intervento ridotto

Dopo due o tre giorni di dichiarazioni di guerra da parte di Trump i generali sono riusciti a bloccare, almeno per ora, l’istinto del loro presidente.
Nella riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, la notte scorsa, alla Casa Bianca, ha prevalso la linea del capo del Pentagono, Mattis, che ha fatto notare i rischi, i grossi rischi, di un’operazione su larga scala: soprattutto la possibilità di una risposta russa.

L’amministrazione americana è bloccata su un punto: sa che per dare un messaggio chiaro e forte a tutta la comunità internazionale sull’uso delle armi chimiche ci vorrebbe un’operazione non solo simbolica contro Assad, ma sa bene – quello che ha spiegato Mattis – che questo potrebbe portare a una dura risposta da parte di Mosca, che porterebbe la crisi di questi giorni in un territorio assolutamente sconosciuto.

Dal Medio Oriente, questa mattina, arrivano altri segnali di un possibile ridimensionamento della possibile azione americana. I canali di comunicazione con i russi sono sempre aperti e uno dei principali alleati di Assad, il gruppo libanese Hezbollah, ha detto all’agenzia Reuters che salvo colpi di scena e colpi di testa di Trump e Netanyahu, l’attacco, se ci sarà, sarà ridotto.

Ieri parlavamo di tre opzioni per la Casa Bianca.
Sanzioni, attacco simbolico, operazioni militare su larga scala.
Sembra sempre più possibile la seconda opzione. Come e quando ancora impossibile saperlo.

pentagono usa

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    Emanuele Valenti
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La guerra ad alleanze variabili

La Siria continua a essere usate dalle potenze regionali e internazionali per i loro interessi specifici. Succede da diversi anni e succederà ancora in futuro. Militarmente e politicamente la guerra è stata decisa – con la vittoria del regime – ma le violenze andranno avanti, e questo permetterà ai diversi attori esterni di farsi la guerra in territorio siriano ancora per un po’ di tempo. Una guerra per procura, anche se con una caratteristica peculiare del conflitto siriano: le alleanze variabili. Un elemento che ha reso la guerra siriana di difficilissima interpretazione, e che adesso ci può aiutare a leggere l’attacco, questa mattina, contro un’importante base militare nella provincia di Homs, nella Siria centrale.

Mosca e Damasco hanno detto che l’attacco è opera di Israele. Gli israeliani non hanno commentato, ma in passato avevano colpito la Siria diverse volte, spesso proprio senza confermare le loro operazioni. Gli israeliani, per esempio, avevano bombardato quella stessa base lo scorso febbraio. Una nuova operazione è quindi plausibile, soprattutto perché il principale nemico d’Israele, l’Iran, continua a mantenere una costante presenza in territorio siriano. Direttamente o indirettamente, attraverso le milizie sciite coordinate da Tehran, Hezbollah libanesi in testa. Oltretutto tra le vittime di questa mattina ci sono anche dei militari iraniani.

In quest’ottica il fatto che il raid sia arrivato a poche ore dalle minacce di Trump per l’uso di armi chimiche a Douma da parte del regime – notizia ancora impossibile da confermare in maniera indipendente ma altamente probabile – potrebbe essere una coincidenza. In effetti negli ultimi giorni alcuni generali israeliani si erano lamentati del possibile ritiro americano dal nord e dall’est della Siria, dove gli Stati Uniti assistono i curdi nella lotta all’ISIS. Non solo. I continui raid israeliani, se di questo si tratta, stanno mettendo a dura prova anche le buone relazioni tra Israele e Russia, che comunque non sembrano essere a rischio. Nella guerra ad alleanze variabili Israele sta quindi portando avanti la sua agenda in solitario.

Questo però spiega solo parzialmente la complessità della situazione. Gli attori esterni, alcuni lo fanno direttamente altri lo fanno attraverso gruppi armati siriani, si agganciano su un conflitto che è anche un conflitto interno, il cui ultimo capitolo è stato scritto a Douma, nella Ghouta Orientale, alle porte di Damasco. I miliziani di Jaysh al-Islam, finanziati dall’Arabia Saudita, si stanno preparando a lasciare le loro postazioni, diretti nel nord della Siria.
I ribelli hanno accettato di uscire da Douma solo dopo l’attacco chimico di sabato scorso. La popolazione civile è rimasta schiacciata anche questa volta tra la brutalità del regime e l’intransigenza dei gruppi armati dell’opposizione.

Armi chimiche e armi convenzionali

Il copione degli ultimi giorni a Ghouta è stato ampiamente visto in passato: uso di armi chimiche che si aggiunge a quello quotidiano di armi convenzionali, decine di vittime civili, il regime che nega ogni responsabilità, la Russia che parla di complotto internazionale, i gruppi ribelli finanziati dall’esterno che mantengono postazioni a scapito della popolazione civile. L’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche sta raccogliendo informazioni sull’attacco a Douma. La Russia ha già detto che non c’è stato alcun attacco chimico. A breve la discussione arriverà in Consiglio di Sicurezza.

Con la caduta di Douma il regime riprende il controllo su tutta la Ghouta Orientale. Il principale successo militare di Assad dalla caduta di Aleppo, alla fine del 2016. Gli interventi esterni, la creazione di milizie radicali, i bombardamenti israeliani non hanno fermato le atrocità del regime. La guerra è sempre stata combattuta su più piani. Nonostante i proclami i civili siriani non sono mai stati una priorità. Per nessuno degli attori coinvolti.

siria guerra

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    Emanuele Valenti
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