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La Colombia verso la prima vittoria progressista: la storia di Francia Márquez

Francia Màrquez ANSA

In soli 40 anni di vita, Francia Márquez è stata minatrice e collaboratrice domestica, attivista per l’ambiente e i diritti umani, avvocatessa e politica.

Nata il 1° dicembre 1982 nel villaggio di Yolombo, nel dipartimento colombiano di Cauca, a soli 13 anni Márquez ha iniziato la sua attività partecipando alle mobilitazioni contro il progetto di deviazione del fiume Ovejas. Mentre nel 2014, per protestare contro l’estrazione mineraria illegale nel Cauca, ha organizzato, insieme a 80 donne, una marcia di più di 500km dalla sua città natale fino alla capitale del Paese, Bogotà.

Proprio a causa del suo impegno per l’ambiente e il territorio natio, Francia Márquez è stata costretta a lasciare Cauca dopo aver ricevuto minacce di morte da parte delle mafie locali. Minacce che si sarebbero potute concretizzare nell’attentato a cui è sopravvissuta nel 2019.

Francia Márquez, anche vincitrice del Goldman Environmental Prize nel 2018, domenica potrebbe raggiungere un nuovo traguardo: diventare la prima donna nera vicepresidentessa della Colombia.

Secondo i sondaggi, il favorito per la vittoria alle presidenziali del 29 maggio sarebbe infatti il candidato della sinistra Gustavo Petro, ex sindaco di Bogotà, al suo terzo tentativo di conquistare la più alta carica dello Stato. E alle primarie di coalizione del 13 marzo scorso che hanno visto trionfare Petro, la candidatura di Márquez per il ruolo di vicepresidentessa ha raccolto quasi 800.000 consensi.

Se venisse effettivamente eletta, Márquez farebbe salire a quota “due” il numero delle donne nere che hanno ricoperto il ruolo in Sud America. La prima in assoluto è stata Epsy Campbell Barr, ex vicepresidentessa in Costa Rica.

Gli afro-colombiani rappresentano il 10% dei 50milioni di abitanti del Paese. Una parte della popolazione considerata da sempre minoritaria e che non ha mai ricevuto grandi spazi nella vita pubblica, né un’adeguata rappresentanza politica.

Per questo sono molte le persone, soprattutto donne afro-discendenti, che vedono nella plausibile vittoria del duo Petro – Márquez l’inizio di una nuova era di maggiore equità sociale in un Paese da anni scosso dalla violenza e attraversato da profonde disuguaglianze.

L’avversario di Petro è Federico Gutiérrez, candidato di destra ed ex sindaco di Medellín. Per molti Gutiérrez sarebbe un semplice prosecutore dello status quo.

L’esito di questa elezione potrebbe essere decisivo, non soltanto per un cambiamento sociale tanto atteso, ma anche per il fragile processo di pace con i guerriglieri delle FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, avviato con un patto siglato nel 2016. L’accordo ha messo fine a decenni di sanguinosa guerra civile. Ma se, da un lato, Petro e Márquez sono concordi nel proseguimento di questo processo, Gutiérrez, dall’altro, si è più volte detto contrario.

In vista delle elezioni che potrebbero sancire la prima vittoria progressista in Colombia, Petro sarebbe infatti il primo presidente di sinistra, anche la violenza politica è aumentata. La cosa non stupisce se si pensa che nel Paese dagli anni ’80 sono stati quattro i candidati presidenziali assassinati.

Allo Stato si oppongono i gruppi paramilitari e quelli criminali che controllano i traffici di armi e droga. Lo stesso Petro è stato costretto a sospendere la campagna dopo aver ricevuto minacce di morte dalla Cordillera, il gruppo armato che spadroneggia nella zona dei cafeteros, i grandi produttori di caffè.

Ma il duo Petro-Márquez non sembra assolutamente intenzionato a fare passi indietro. L’obiettivo resta dare voce al volto progressista di una nuova Colombia, che avanza al grido di “Il popolo non si arrende”.

di Eleonora Panseri

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    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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