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Italia divisa a zone e vaccino anti-COVID. Intervista a Vittorio Agnoletto

vaccino COVID

Vittorio Agnoletto, medico e storico collaboratore di Radio Popolare, è intervenuto oggi a Fino Alle Otto per commentare il promettente annuncio della Pfizer sul vaccino contro il COVID-19 e la divisione dell’Italia in zone di rischio, con cinque Regioni che nelle prossime ore passeranno dalla zona gialla alla zona arancione.

L’intervista di Barbara Sorrentini.

La situazione è un po’ più complicata di come appare. Pfizer ha annunciato di essere ormai nella Fase 3 del vaccino contro il COVID-19 e che lo sta sperimentando su oltre 40mila persone divise in due gruppi – ad un gruppo viene dato il vaccino, all’altro viene dato il placebo – e di aver individuato fino ad ora poco più di 90 persone che si sono comunque infettate. Pfizer dice che continuerà la ricerca in base al protocollo che è stato depositato come percorso sperimentale fino a quando ci saranno circa 160 persone che si saranno infettate. A quel punto verrà interrotto il protocollo di ricerca e si andrà a vedere quante di quelle persone avevano assunto il vaccino e quante il placebo e si tireranno le conclusioni.
In base ai numeri attuali il risultato è molto efficace, si parla di un’efficacia oltre il 90%. Questa è una notizia assolutamente positiva e che dà speranza. Detto questo, però, dobbiamo porre anche dei punti di domanda:

1. La Fase 3 in genere dura anni. Capisco che viene ridotta perché siamo in una fase di emergenza e di pandemia, però è necessario che la Fase 3 faccia tutto il suo percorso e tutti quei passaggi perchè saltarne qualcuno può diventare problematico per la sicurezza e l’efficacia del vaccino.
2. Escludiamo che il vaccino sarà disponibile per noi a dicembre come tanti giornali hanno scritto. Terminata la Fase 3 e validati i dati serve l’approvazione e poi parte un primo utilizzo limitato del vaccino per verificare che non provochi problemi, un ultimo punto di verifica, e solo a quel punto partirà la distribuzione su larga scala. La produzione su larga scala, con le regole attuali, può essere fatta soltanto dall’azienda che ha individuato il vaccino. Non c’è accordo con altri, c’è un brevetto che dura 20 anni e che dà il monopolio. I tempi sono lunghi.
3. La Pfizer ha annunciato ieri questo passo in avanti sul vaccino quando il giorno prima l’AstraZeneca aveva dichiarato che il suo vaccino sarebbe stato disponibile probabilmente tra marzo e aprile 2021. Le due aziende sono in gara l’una con l’altra e la situazione va tenuta d’occhio sotto diversi aspetti. Non dimentichiamoci che gli Stati Uniti hanno già un impegno d’acquisto di questo vaccino per quasi due miliardi di dollari.

Si è saputo, inoltre, che questa azienda come altre ha già iniziato la produzione dei vaccini ancora prima dei risultati. Qualora i risultati fossero non così precisi come hanno dichiarato dovrebbero rimettere in discussione la produzione. Questo avverrà?

Almeno cinque Regioni stanno per passare in zona arancione. Cosa ci aspettiamo oggi?

Io farei due osservazioni. Dobbiamo dire che il Comitato Tecnico Scientifico analizza le varie Regioni su una griglia di 21 indicatori che corrispondono ad una circolare del Ministero della Sanità di qualche mese fa. Quando è uscita la circolare avevamo già detto che quei 21 indicatori in gran parte non erano nella disponibilità delle Regioni. Basta vedere come funziona la Regione Lombardia, figuriamoci se si è in grado di dire quanto tempo è passato dal momento in cui la persona ha avuto i sintomi e il momento in cui ha ricevuto la diagnosi o quanto tempo è passato dalla diagnosi al ricovero. Sono dati che le Regioni dovrebbero avere, ma che non sono in grado di raccogliere.
Questa griglia è più un manifesto di auspici che un dato reale. Le indicazioni sulla collocazione delle Regioni a mio parere dipendono anche da altre Regioni, cioè da quanti sono ancora i posti disponibili a vari livelli nelle strutture ospedaliere e da alcuni tipi di valutazioni politiche. Non dovrebbe essere così, ma data la fragilità di controllo epidemiologico e statistico delle nostre regioni purtroppo non è così.
Il problema della zona rossa in Lombardia riguarda i comportamenti individuali: tutti i luoghi di lavoro sono ancora aperti, così come sono aperti anche tutti i negozi al di là della ristorazione. Le infezioni non avvengono a casa, la casa rappresenta gli ultimi 100 metri di contagio del virus. I luoghi di contagio sono i luoghi di lavoro e i luoghi pubblici. Queste sono zone rosse più formali che reali. Non c’erano nulla col lockdown che abbiamo avuto a marzo-aprile. Il problema vero che abbiamo davanti oggi è il collasso della medicina territoriale. Questo sta avvenendo principalmente in Lombardia e Piemonte, ma sta iniziando anche nelle altre Regioni. La massa delle persone positive finisce nei pronto soccorso e negli ospedali. E i pronto soccorso e gli ospedali non sono in grado di ricevere questa massa di persone. Questo è il disastro che hanno provocato.

(Potete ascoltare l’intervista a partire dal minuto 43)

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