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L’ISIS in ritirata

Le notizie di queste ore sono l’avanzata dell’esercito siriano su Palmira e l’inizio della campagna irachena per riconquistare Mosul. Due notizie che confermano una tendenza ormai chiara da alcune settimane: lo Stato Islamico è in difficoltà e sta gradualmente perdendo terreno.

Non è ancora chiaro, come sostengono alcuni analisti, se i recenti attentati in Europa, Bruxelles e Parigi siano una conseguenza delle difficoltà interne, ma sta di fatto che da diverso tempo le milizie dell’ISIS sono sulla difensiva. Niente più attacchi e azioni contro il nemico lasciate quasi esclusivamente agli attentati kamikaze. Sta succedendo in Siria e sta succedendo anche in Iraq.

Grazie all’appoggio dell’aviazione russa le truppe di Assad hanno ripreso il controllo di buona parte di Palmira, la città famosa per il suo ricchissimo patrimonio archeologico. Damasco non ha fatto quasi mai la guerra allo Stato Islamico, concentrandosi sulle zone controllate dai gruppi ribelli. Vale lo stesso per la Russia, che nei mesi scorsi ha evitato il crollo del regime. Ma adesso la strategia potrebbe cambiare, soprattutto perché con il negoziato in corso a Ginevra tra governo e opposizione Damasco vorrebbe convincere la comunità internazionale di voler fare la guerra ai veri terroristi.

L’ISIS ha perso territorio nel nord-est della Siria a vantaggio delle milizie curde, a nord di Aleppo a vantaggio del regime, e anche nel sud del Paese, dove si è ritirato da piccole enclave che era riuscito a infiltrare nei mesi scorsi. All’apice della sua avanzata Daesh controllava per esempio quasi tutta la frontiera tra Siria e Turchia, ora gli sono rimasti poco più di cento chilometri.

In Iraq le milizie islamiste hanno dovuto cedere terreno nella provincia di Anbar, a est di Baghdad, dove lo Stato Islamico aveva mosso i primi passi dalle ceneri dell’esercito di Saddam Hussein, e nel nord, incalzati dai Peshmerga del Kurdistan iracheno. L’inizio della campagna per la ripresa di Mosul, la più grande città controllata dall’ISIS, conferma quindi una tendenza piuttosto marcata.

Secondo gli Stati Uniti Daesh avrebbe perso il 40 per cento del suo territorio in Iraq e il 20 per cento del suo territorio in Siria. I comandanti dell’esercito iracheno e i ribelli siriani che hanno combattuto sul campo contro lo Stato Islamico raccontano che sulla linea del fronte i miliziani dell’ISIS non sono più quelli di una volta e spesso abbandonano persino le loro postazioni.

Tutto questo vuol dire che l’ISIS sta vivendo una profonda crisi interna? Difficile dirlo, ma alcuni segnali indicano in ogni caso una serie di problemi. “Rispetto al passato – spiega una fonte di Radio Popolare nel nord della Siria – lo Stato Islamico ha sicuramente meno risorse umane e finanziarie. I problemi sul campo sembrano quindi una delle conseguenze inevitabili di questa situazione”. Anche il clima interno e il morale dei vertici militari sta cambiando. “I nostri contatti in territorio dell’ISIS – racconta a Radio Popolare un ex-miliziano dell’Esercito Libero Siriano da Aleppo – ci dicono che c’è molto nervosismo”.

In tutta questa vicenda ci sono poi altri due fattori, che hanno un carattere prevalentemente politico. A combattere lo Stato Islamico ci sono forze che spesso sono in contrapposizione tra di loro: curdi siriani, Peshmerga del Kurdistan iracheno, ribelli arabi siriani, Stati Uniti, Russia, esercito iracheno, milizie sciite irachene sponsorizzate dall’Iran. Nonostante si trovino tutte a combattere lo stesso nemico non hanno mai formato un fronte comune. L’altra questione riguarda il negoziato in corso a Ginevra. Questa settimana è finito il primo round di colloqui, con pochi passi in avanti, visto che il regime di Damasco non vuole discutere di transizione politica. Senza un accordo o almeno un compromesso di pace con basi solide sarà impossibile sconfiggere definitivamente l’ISIS.

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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    Neil Young e l'appello ai giovani americani: "Sappiamo cosa fare. Ribellarci. Pacificamente a milioni."

    Neil Young torna a prendere apertamente posizione contro Donald Trump. L’artista utilizza i suoi social e siti per commentare le recenti tensioni politiche e riaffermare la sua storica contrarietà nei confronti del presidente degli Stati Uniti. Young lancia un appello diretto al pubblico, invitandolo a prendere coscienza della situazione attuale. Secondo il musicista, il Paese starebbe attraversando una fase di profondo declino politico e sociale, che attribuisce alla leadership e all’influenza di Trump. Il grande cantautore canadese naturalizzato statunitense afferma che Trump sta causando danni progressivi al Paese e sta accentuando fratture interne sempre più profonde. “Rendiamo l’America di nuovo grande”, ha scritto Young. “Non sarà facile finché cercherà di trasformare le nostre città in campi di battaglia per poter annullare le nostre elezioni con la legge marziale e sottrarsi a ogni responsabilità”. Nel suo intervento, il cantautore richiama anche alla responsabilità collettiva, invitando la popolazione a non restare in silenzio e a rispondere attraverso forme di mobilitazione pacifica. “Qualcosa deve cambiare”, ha continuato Young. “Sappiamo cosa fare. Ribellarci. Pacificamente a milioni. Troppe persone innocenti stanno morendo”. Infine Young prende di mira l’ICE, utilizzando un’immagine simbolica per descrivere la situazione attuale del Paese: “Fa un freddo glaciale qui in America”. “Ogni sua mossa mira a creare instabilità per poter rimanere al potere”. In conclusione, Young invita i lettori a reagire guidati dall’empatia e non dal timore, richiamando valori come “l’amore per la vita” e “l’amore reciproco”.

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