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Il K-Pop e quel terrore del fallimento

A cavallo tra anni Novanta e primi anni Duemila, un vera Korean wave ha travolto la cultura pop dell’Asia, ben prima che Gangnam Style arrivasse anche dalle nostre parti: film, nei quali c’erano quasi sempre dei fantasmi, soap operas, che mi è capitato di vedere perfino nelle tende dei nomadi mongoli, e naturalmente la musica. Cioè il K-pop.
Alla radice della cosiddetta Hallyu – onda coreana, appunto – il fatto che i prodotti dell’industria culturale locale costavano meno di quelli delle potenze culturali agli apici fino a quel momento: Giappone e Hong Kong. E soprattutto comunicavano valori semplici, familiari, confuciani, facendo al tempo stesso l’occhiolino ai consumi, quindi alla pubblicità, senza mettere assolutamente in discussione l’ordine costituito.
Ecco dunque le girl e le boy-band coreane, prodotti patinati in un sapiente mix di generi occidentali – l’hip-hop, la disco – di urban beats e suoni sintetici, ruminati e risputati fuori con quel sapore asiatico che li rendeva fruibili in tutta l’Asia Orientale. Sul palco dei concerti, acconciature perfette e ammiccamenti alla folla sedotta sensualmente ma non troppo.
Il quartiere di Gangnam – lo stesso del pezzo tormentone cantato da Psy (Park Jae-sang) nel 2013 – è diventato la meta di pellegrinaggi di fans, spesso giapponesi, che aspettano i loro idoli dalla faccia pulita, quasi levigata, all’uscita delle sedi delle imprese dello spettacolo che monopolizzano il mercato, grazie anche ai favori della politica. Il governo vede infatti nel K-pop uno straordinario strumento di soft power.
Sono queste major che creano letteralmente le band del K-pop, veri e propri prodotti commerciali concepiti a tavolino. Tra le maggiori c’è anche SM Entertainment, che nel 2008 ha creato la boy band SHINee, il cui cantante solista, Jonghyun, 27 anni, si è suicidato lunedì scorso. Centinaia di migliaia di dischi all’attivo, sia con gli SHINee, sia da solista, Jonghyun era depresso da tempo. La sua morte mette in luce le pressioni a cui sono sottoposte le star del K-pop, in una Paese, la Corea del Sud, che ha il record mondiale dei suicidi sotto i 30 anni di età e uno dei tassi più alti in assoluto.  Negli ultimi anni, si sono tolte la vita diverse figure di alto profilo, come l’ex presidente Roh Moo-hyun, e alcuni grandi manager.
Gli idoli del K-pop sono lo specchio del Paese. Le imprese che li hanno creati li sottopongono a una competizione totale e ad anni di addestramento, come polli d’allevamento. Controllano ogni aspetto della loro vita: dallo stile musicale a quello dell’abbigliamento, passando per le relazioni sentimentali. Ma molto spesso resta, nel profondo, quel terrore del fallimento, vero e proprio spauracchio sociale.
  • Autore articolo
    Gabriele Battaglia
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