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Il fascismo senza regime

“Se vinciamo, mano libera alle forze dell’ordine per darci pulizia e sicurezza. I giudici dovranno essere eletti dal popolo e cancelleremo le leggi liberticide Mancino e Fiano”. Sono parole del leader della Lega Matteo Salvini e sono solo l’ultimo caso di una densa successione di fatti di questi ultimi mesi: dallo stabilimento balneare di Chioggia con gli altoparlanti che strillano slogan mussoliniani alle cosiddette “passeggiate per la sicurezza”, vere e proprie ronde – a Roma, a Pisa le ultime -, fino all’annunciata, e mai richiesta finora ufficialmente da Forza Nuova, Marcia dei patrioti a Roma per il 28 ottobre prossimo, l’anniversario della Marcia su Roma di Mussolini.

Ha scritto lo storico Alessandro Portelli, qualche settimana fa a fronte di alcuni dei fatti di questi mesi: “Il fascismo, la prevaricazione di chi si sente forte e minacciato, è diventato senso comune”.

Siamo di fronte a un fascismo senza regime? Lele Liguori ne ha parlato a Memos con lo storico Giovanni De Luna e il giornalista-scrittore Christian Raimo.

Professor De Luna, che cosa dice a lei l’ultima affermazione di Salvini?

“Questo tipo di pulsioni serpeggiano nell’opinione pubblica italiana, Salvini si fa portavoce di quello che Portelli definisce ‘un senso comune’. Un senso comune che sta spingendo questo Paese verso una deriva autoritaria, verso una chiusura, verso il riaffiorare di pulsioni e anche di slanci emotivi da cui bisogna prendere le distanze. Non parlerei però di fascismo. Su questo, per il mestiere che faccio, sono un po’ diffidente perché rischiamo sempre di cadere nell’anacronismo, cioè di proiettare sull’oggi quella che è una dimensione novecentesca della storia e della politica, che ormai non esiste più. Cosa manca perché noi possiamo definire queste pulsioni in senso letterale? Manca la violenza. Mussolini non avrebbe mai vinto senza le squadre, senza la distruzione delle case del popolo e di tutto il tessuto associativo del movimento operaio – distruzione fatta manu militari. La borghesia lo ha scoperto in questa funzione, nella sua capacità di legittimarsi come capo militare. Da quel momento in poi sono arrivati i consensi. Ora, spinte nella direzione della scelta della violenza come azione politica dichiarata non ce n’è ancora. Io che ho studiato la Lega degli esordi, mi ricordo cose grottesche tipo i Serenissimi che avevano trasformato un trattore in un carro armato per l’assalto al campanile di San Marco; mi ricordo uno scimmiottare alcune forme di organizzazione di lotta della sinistra, come i Cobas del latte che facevano blocchi stradali sull’autostrada. C’è stato un momento in cui, all’interno del corpaccione della Lega, sono emerse pulsioni in quella direzione, poi non ce ne sono più state. Tutto il resto è stato folklore: Pontida, l’ampolla, i riti celtici. Questo mi fa dire che, in questo momento, definire fasciste questo tipo di esternazioni è improprio. Quello che non è assolutamente improprio è l’allarme che queste affermazioni provocano. L’allarme non è solo nelle esternazioni di Salvini ma è in tutto quello che circola sul web, che è agghiacciante. La dimensione del passato viene rivisitata in chiave del presente e diventa qualcosa di grottesco. Se il revisionismo non è passato sul piano culturale, in rete sta dilagando. In rete non c’è il bisogno di certificare l’esattezza delle tue fonti, l’autenticità e l’esattezza delle tue argomentazioni. Vale tutto, e quello che vale è impressionante. Io credo che la vera battaglia culturale si giochi lì. Il negazionismo non ha mai trovato nessun principio di seduzione tra i giovani. Oggi sì. La legge Fiano va benissimo, ma è chiaro che questa battaglia culturale non la vinci sul piano dell’imposizione normativa”.

Oggi, secondo lei, si può configurare un fascismo senza regime, che non ha ancora la violenza delle squadracce, come quello del biennio 1919-1922?

“Tornando all’affermazione di Salvini, c’è un dato preoccupante che non è l’evocazione del fascismo, ma è il suo appello alla polizia, quando dice ‘noi le daremo mano libera’. Perché quello in realtà ci restituisce una dimensione molto più vicina a noi nel tempo, di un disegno autoritario che non si fonda soltanto sulle squadracce, ma si fonda sulle istituzioni dello Stato. Il pericolo del neofascismo degli anni Settanta non erano i fascisti. Erano le istituzioni. I golpe che venivano tramati venivano tramati dagli stati maggiori, dall’interno delle istituzioni. Il cancro che rode questo Paese è proprio quello che è nato allora intorno alla strage di Stato, questo potere invisibile di un potere istituzionale di cui non ci si può fidare. Quando Salvini evoca questo tipo di situazione, allora sì che diventa pericoloso. Tanto per intenderci, io non penso che possa esserci una mobilitazione autonoma dal basso di fascisti che prendono il potere con le squadracce. Ho paura di una involuzione autoritaria di questo Paese, che nelle istituzioni trovi il suo perno. Questo sì che è uno spettro recente, basta andare indietro di trenta-quarant’anni”.

Quindi, al di là di quella violenza, quando oggi troviamo elementi costitutivi del fascismo storico – la rivendicazione dell’autoritarismo, la visione di una umanità un po’ gerarchizzata – lei non si sentirebbe di dire che quello è fascismo.

“Io non ne faccio una questione nominale. Il fascismo storico è quella roba lì. Dopodiché c’è questa intuizione gobettiana del fascismo come ‘autobiografia della nazione’ che in qualche modo sradica il fascismo dal Ventennio del regime e ne fa una costante del nostro costume e del nostro sistema politico. Ed è quel fascismo a essere preoccupante, in cui si rispecchia la parte peggiore di questo Paese. E’ quello il fascismo che noi temiamo. E’ un fascismo che si ripresenta come una sorta di fenomeno carsico. Ogni volta che c’è un momento di crisi nel nostro sistema politico, c’è la tentazione dei ceti dirigenti – non dell’opinione pubblica – di affrontare un corto circuito che escluda la democrazia, che escluda i meccanismi tradizionali dello Stato liberale, che si proponga un disegno autoritario all’interno del quale stabilire ordine, gerarchia, fedeltà, e tutto l’armamentario ideologico del fascismo di regime. Quando faccio riferimento all’autobiografia della nazione, parlo quindi di una dimensione permanente che aspetta solo l’occasione per manifestarsi all’esterno”.

Qualche anno fa, professore, lei ha scritto la prefazione a una riedizione del libro “Marcia su Roma e dintorni” che Emilio Lussu, storico antifascista, tra i fondatori di Giustizia e Libertà insieme a Carlo Rosselli, scrisse nel 1931. Lei scrive nell’introduzione: “La preoccupazione di Lussu era quella di far capire quali errori non si dovevano commettere, quali erano state le cause del successo fascista”. Messa da parte la violenza delle squadracce che non c’è, quanto può pesare oggi l’elemento del trasformismo di cui parlava Lussu?

“Non credo tanto all’elemento del trasformismo. Il vero pericolo è quello di una democrazia estenuata, pigra. La democrazia che Lussu evocava era una democrazia militante, che scalda i cuori, che scatena passioni. Il pericolo è proprio quello di una democrazia che abdichi alla sua funzione pedagogica, che non riesca più a trovare la linfa vitale per trasmettere emozioni e passioni”.

***

Christian Raimo, giornalista, insegnante, scrittore, autore del libro appena pubblicato “Tutti i banchi sono uguali. La scuola e l’uguaglianza che non c’è”. Rivolgo anche a te la prima domanda che ho fatto al professor De Luna. Se analizziamo la serie di fatti, parole, simboli evocati in questi ultimi mesi, c’è un clima che può essere definito fascismo, secondo te?

“Mah, insomma, un po’ di violenza c’è. Figuriamoci se uno cerca di fare il profeta sul fascismo sperando di azzeccarci: però ci sono stati pestaggi nei confronti di ragazzini inermi, anche a Roma per esempio, o raid, anche se spesso sono solo dimostrativi. Ovviamente è molto complicato parlare di cosa sia il fascismo. Forse la cosa che in questo tempo mi risulta più utile fare, per capire se c’è un ritorno del fascismo, è provare a capire come quella galassia che sta nell’estrema destra e che rivendica una vicinanza nei confronti del fascismo – Forza Nuova, Fronte della Gioventù, Blocco studentesco, Casa Pound – interpreta il fascismo, ritagliandone dei pezzi ed escludendone altri. Per esempio, come si ritaglia a suo uso e consumo elementi come fascismo diciannovista, destra sociale, ribellismo, arditismo, filo anarchismo, goliardia, socialismo rivoluzionario, mentre invece è meno vicina a quello che poi è stato strutturalmente il fascismo: uno statalismo molto accentuato, per esempio. Ecco, c’è un fascismo nell’estrema destra che è meno tradizionalista, che non rivendica le caratteristiche più nostalgiche e tradizionaliste. E questo fa leva su un certo numero di persone, come fa leva all’interno della Lega l’atteggiamento salviniano che si sta inventando una tradizione che taglia i ponti con la Padania e il federalismo”.

Implicitamente ci stai dicendo che c’è un fascismo che ha delle sue caratteristiche oggi, anche se non c’entrano con la matrice del fascismo storico?

“Dentro al fascismo ci sono cose molto diverse: l’esaltazione della borghesia e l’anti borghesismo, i patti con il tradizionalismo e i patti lateranensi e l’aspetto invece ateo. Ci sono caratteristiche anche contraddittorie. Forza Nuova è più legata a un movimento tradizionalista, cattolico integralista identitario ma, in questo momento, il leghismo e il fascismo sono diventati movimenti profondamente anti cattolici, per porsi in contrapposizione a papa Francesco, ormai considerato leader mondiale del multiculturalismo. Un’altra matrice molto forte rivendicata dal fascismo di oggi è il machismo. Ci sono ovviamente delle forme caricaturali di fascismo, ma ci sono anche delle forme scaltre di fascismo, delle forme articolate, pensate: per esempio il rossobrunismo, il sovranismo, certe forme di sincretismo in cui si mettono insieme elementi del primo fascismo più affascinanti, e Casa Pound su questo ha fatto scuola. Oggi, qualcuno che rivendica un afflato anti borghese, anti casta, anti establishment può fare leva. E’ chiaro che da quel punto di vista il Movimento 5 stelle ha arato, e qualcun altro raccoglierà tra poco”.

Dove vai tu a ritrovare le ragioni di quello che è accaduto in questi mesi?

“A ottobre uscirà il libro di Leonardo Bianchi che fa un’archeologia veramente puntuale, passaggio per passaggio, su come si siano manifestati movimenti come i Forconi e le mille rappresentazioni dell’universo di destra-grillino-populista-gentista. Dal libro si capisce come in tutto questo non ci sia mai stato qualcosa di estremamente spontaneo, ma come alcuni politici, che sono stati marginali alla fine della Seconda Repubblica, negli ultimi dieci anni abbiano trovato in questo grande minestrone del populismo una loro centralità e una loro capacità di azione. E’ un nuovo modo di fare politica che sostituisce le vecchie forme di mediazione. E’ una nuova classe politica, orripilante, ma che si sostituisce a un vuoto”.

Ascolta qui il podcast della puntata

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