Approfondimenti

“Il concerto dei destini fragili”, il nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni

Il concerto dei destini fragili

Lo scrittore Maurizio De Giovanni è da poco tornato in libreria con “Il concerto dei destini fragili“, edito da Solferino, un romanzo ambientato durante la pandemia di COVID-19 – che non viene mai nominata – in cui le storie di tre personaggi che non hanno nulla in comune si intrecciano in una storia che sorprende e commuove.

Cecilia Di Lieto ne ha parlato a Magic Box con Maurizio de Giovanni.

Ne “Il concerto dei destini fragili” inizi a narrare le storie di tre personaggi e poi man mano aggiungi gli altri elementi che compongono un grandissimo mosaico.

Il nome del concerto viene dal fatto che ogni strumento suona una partitura, ma ha un senso soltanto se ascoltato insieme agli altri. È il concetto di fondo del periodo che abbiamo vissuto e stiamo vivendo: i nostri destini individuali, fisicamente distanziati, mantengono un senso soltanto se visti insieme ai destini degli altri. Sono tutti destini molto fragili, resi fragili dagli eventi e dalla malattia, ma anche dalle nuove problematiche sociali che insorgono col distanziamento.
Le nostre vite sono cambiate provvisoriamente o sono cambiate definitivamente? Quello che ci è successo rimane nella memoria, in un cassetto che possiamo andare a visitare, oppure cambiano anche le scale dei valori e i modi di affrontare l’esistenza? Questa è la domanda che mi sono posto all’inizio di questo racconto.

“Il concerto dei destini fragili” si occupa di storie di persone a confronto con quello che è accaduto e che sta ancora accadendo, senza però mai nominarlo. È come se non ci fosse neanche bisogno di parlare della pandemia o del COVID.

Sì, proprio così. È una modalità che io adotto con le grandi entità presenti in maniera inequivocabile. Ho scritto 29 romanzi e non ho mai nominato Napoli, ad esempio. La parola Napoli non c’è mai, eppure i romanzi sono inequivocabilmente ambientati nella mia città e modellati da essa. Non nominare queste entità significa in qualche modo rispettarle, ammetterne la presenza. Io non volevo raccontare il virus, volevo raccontare le vite delle persone all’interno di quell’atmosfera e quindi non era il caso di nominarlo.

I tre personaggi de “Il concerto dei destini fragili” sono un mondo: un medico, un avvocato e una domestica. Perché hai scelto questi tre personaggi?

Il dottore è un giovane dottore di 35 anni, da poco fuori dalla routine della specializzazione. I dottori giovani hanno ancora quel fuoco che ha animato la loro scelta professionale e trovarsi nel ruolo in cui si sono trovati molti medici italiani, quello di dover decidere chi accogliere e chi respinge, è stata una cosa antitetica a questa scelta professionale. Volevo vedere come si comportava un dottore giovane rispetto a questo.
L’avvocato è un uomo di successo, un 50enne non sposato e senza una compagna, che ha una vita piena di lavoro e di passatempi. All’improvviso si ritrova da solo nell’attico deserto in cui vive alle prese col deserto che è la propria vita e la solitudine a cui si è condannato rinunciando all’unico grande amore che ha avuto nella sua vita.
Svetlana è una domestica dell’est, che vive col compagno e la figlia adolescente di quest’ultimo. Ritrovandosi da sola con loro si rende conto che quest’uomo è un violento e che molesta la figlia e che la figlia ha un sentimento profondo nei confronti di lei perché la costringe a vivere questa situazione. Queste tre condizioni entrano fatalmente in contatto tra loro alla fine del romanzo.

Come si fa a trattare un tema così delicato e ancora attuale senza scadere nella retorica?

Ci ho provato. È la grande caratteristica della letteratura, leggere coinvolge come nessun’altra modalità di fruizione di una storia. La parola lascia spazio all’immaginazione e l’immaginazione è il ponte necessario per l’immedesimazione.

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