Approfondimenti

Genova, cosa resta vent’anni dopo

Genova G8

Vent’anni. Una generazione ci separa da quelle giornate che infiammarono la città, i cuori, la rabbia di chi c’era e delle centinaia di migliaia di persone che dopo la criminalizzazione di un movimento e la morte di Carlo Giuliani decisero di andarci a Genova e vennero attaccati e brutalizzati dagli apparati di sicurezza dello Stato italiano. Per capire Genova oggi sono stati pubblicati in queste settimane libri e podcast, interviste, ricostruzioni, reportage, fumetti. Anche noi l’abbiamo fatto, tutti i giorni, con l’aiuto delle nostre Cronache, la raccolta di 5 Cd e un libro fotografico che raccoglie gran parte dell’onda di Radio Popolare in quei giorni, (una parte dedicata alla notte dei pestaggi nella scuola Diaz, la potete trovare qua ). Ma non basta. Perché ogni storia di violenza negata dalla memoria istituzionale continua ogni giorno a chiedere giustizia, per i suoi morti e feriti come per la sua vitalità, gli abbracci, la solidarietà, i sorrisi.
Quel movimento che si chiamava “movimento dei movimenti” o “movimento altermondialista” e finì etichettato come “no global” continua a mormorare e trasmettere, come venti anni fa. Per questo torneremo a Genova, con le nostre dirette, gli inviati. Cercando di farvi sentire e vivere il ponte tra ieri e oggi.

I torturatori

Sulle violenze e il comportamento vergognoso del governo di allora e di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, basterebbe l’affermazione di Amnesty International: “una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea”. Per circostanziarla useremo le parole che abbiamo ascoltato qualche giorno fa dal sostituto procuratore di Genova, Enrico Zucca, il magistrato a cui venne affidata l’indagine sul fatti della Diaz e che smonterà pezzo per pezzo la ricostruzione della polizia sulla sassaiola partita dalla scuola, la presenza dei black bloc, l’aggressione a un celerino, le molotov ritrovate e finirà per accusare i vertici della polizia di una vera e propria “mattanza” con depistaggio.

Dice Enrico Zucca: “Le forze di polizia, tutte, si sono dimostrate capaci alla bisogna tutte di deviare: falsificando le prove, facendo arresti illegali di massa, infliggendo trattamenti umani degradanti, torturando. Questo è lo stato degradante delle nostre forze di polizia. E ovviamente le forze di polizia fanno quello che le si chiede di fare” (se volete ascoltare l’intero intervento del magistrato Enrico Zucca, all’interno della presentazione del libro “L’eclisse della democrazia. Dal G8 di Genova ad oggi: un altro mondo è necessario” di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci.

In Italia, da Genova in avanti, grazie anche al clima post 11 settembre, c’è stato un uso sproporzionato dell’accusa di devastazione e saccheggio, sono tornate le sorveglianze speciali e la repressione in generale dei movimenti sociali è rimasta sempre un’opzione praticabile. Se guardate la quantità di procedimenti contro il movimento No-Tav o più recentemente contro lavoratori e sindacalisti del Si.Cobas impegnati nei blocchi ai magazzini della logistica, risulta tutto abbastanza chiaro. L’ordine pubblico è schierato contro le lotte sociali, almeno per intimidirle. Specialmente se queste lotte toccano punti o arrivano a livelli significativi. Il caso della Val Di Susa è clamoroso, in questo senso.

Non a caso, utilizzando ancora le parole di Zucca, “ai vertici della polizia ci sono ancora i torturatori del G8″. Non ci sono identificativi sulle divise, non possiamo sperare in commissioni di disciplina interna e il filo nero che lega l’omicidio di Roberto Franceschi il 23 gennaio 1973 a Milano a quella di Carlo Giuliani il 20 luglio 2001 a Genova, è fatto degli stessi depistaggi, falsificazioni, omissioni, omertà. Ci dispiace per il lavoro difficilissimo, prezioso e democratico che svolgono uomini e donne dello Stato, ma sull’ordine pubblico non è cambiato nulla. E i decreti Salvini non a caso non vengono modificati dal governo Pd-5Stelle nella parte che riguarda la repressione di piazza (ad es. sei anni per chi promuove blocchi stradali).

Non fu la fine

Per fortuna Genova non era né l’inizio, né è stata la fine del movimento. Dal quel movimento del 2001, a sua volta figlio di quello di Seattle del 1999, germoglieranno migliaia di fiori. Il 15 febbraio 2003 in 600 città del mondo, circa 110 milioni di persone manifestarono preventivamente contro la seconda, imminente, guerra in Iraq. Il New York Times il giorno dopo titolò: “è nata la seconda superpotenza globale” (la Cina non era ancora considerata tale all’epoca, evidentemente ed erroneamente).

Il movimento dei social forum nato nel 2001 a Porto Alegre continuerà a costruire ponti e campagne tra i movimenti di mezzo mondo, arrivando a organizzare più di trenta eventi sparsi in cinque continenti che raccoglieranno l’alleanza dal basso di associazioni, minoranze, sindacati, gruppi più estesa della storia dell’umanità. Paragonabile solo al movimento operaio o a quello dei “non allineati”. Quella del movimento altermondialista sarà la fucina per alleanze e nuovi protagonisti di buona parte dei governi progressisti nati negli ultimi venti anni in America Latina. Alcune delle primavere arabe, quella tunisina, ad esempio, avranno come protagonisti diverse realtà che a Genova già c’erano. Alexis Tsipras come Pablo Iglesias erano a Genova, e poi saranno protagonisti di due stagioni politiche di governo e trasformazione in Grecia con Syriza e in Spagna con Podemos.

Anche il mondo cristiano, come il dialogo interreligioso, come i movimenti “della Terra” hanno intrecciato quel movimento con scambi, spunti e gratitudine (reciproca). Li vedremo ancora alleati, in Italia, nel referendum per l’acqua pubblica e contro il nucleare, nel 2011. Ancora soli. E stavolta vincenti (a proposito, dopo 10 anni il Parlamento ancora non ha approvato un legge che recepisca le indicazioni di quel referendum).

Cosa resta?

Le giornate di Genova che si celebrano quest’anno, sono giustamente intitolate “venti anni dopo un altro mondo è necessario”. L’urgenza è evidente: disuguaglianze, esclusione, guerre endemiche, democrazie ristrette, finanziarizzazione, accumulazione della ricchezza nelle mani di pochissimi, inquinamento e cambiamento climatico… Il mondo è un posto peggiore, forse più tecnologico ma nemmeno la scienza sembra avere la meglio sulla capacità autodistruttiva dell’individualismo capitalista. Per fortuna nascono nuovi movimenti che lo affermano con le loro parole.

Dire oggi che quel movimento aveva ragione o che i nuovi movimenti sono figli suoi non so quanto abbia senso, mi piace di più pensare che possa fare prevalere la sua ragione oggi. Il gruppo di continuità (il coordinamento di uomini e donne che si prese la briga di organizzare il tutto vent’anni fa) lancia quest’anno un appello che sarà in discussione nei prossimi giorni e che si intitola: “voi la malattia, noi la cura”. Da lì vorrebbero ripartire con i vecchi e i nuovi movimenti per raccogliere le migliaia di fiumi che chiedono semplicemente più uguaglianza, dignità, diritti, rispetto per il pianeta e per noi. Non si smette mai di chiedere e agire per la giustizia.

Non a caso la mostra-racconto di questi venti anni che accompagna le giornate – curata come sempre da Progetto Comunicazione – si chiama “Cassandra”. E non ci riferiamo alla banalizzazione della profeta di sventura, ma alla Cassandra che pensa al destino dei suoi simili, perché solo gli stolti guardano il loro presente come guardano il loro ombelico.

“Mandami uno scriba o meglio una giovane schiava di buona memoria.
Disponi che ciò che ascolterà da me lo possa ripetere a sua figlia,
la quale a sua volta lo possa ripetere a sua figlia e via di questo seguito.
Così che insieme al fiume delle canzoni delle gesta degli eroi,
questo minuscolo rigagnolo, a fatica, possa raggiungere la gente lontana,
forse più felice che un giorno vivrà“.
(da Cassandra di Christa Wolf)

Foto | Charles Rosseau, Tam Tam

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
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    Neil Young e l'appello ai giovani americani: "Sappiamo cosa fare. Ribellarci. Pacificamente a milioni."

    Neil Young torna a prendere apertamente posizione contro Donald Trump. L’artista utilizza i suoi social e siti per commentare le recenti tensioni politiche e riaffermare la sua storica contrarietà nei confronti del presidente degli Stati Uniti. Young lancia un appello diretto al pubblico, invitandolo a prendere coscienza della situazione attuale. Secondo il musicista, il Paese starebbe attraversando una fase di profondo declino politico e sociale, che attribuisce alla leadership e all’influenza di Trump. Il grande cantautore canadese naturalizzato statunitense afferma che Trump sta causando danni progressivi al Paese e sta accentuando fratture interne sempre più profonde. “Rendiamo l’America di nuovo grande”, ha scritto Young. “Non sarà facile finché cercherà di trasformare le nostre città in campi di battaglia per poter annullare le nostre elezioni con la legge marziale e sottrarsi a ogni responsabilità”. Nel suo intervento, il cantautore richiama anche alla responsabilità collettiva, invitando la popolazione a non restare in silenzio e a rispondere attraverso forme di mobilitazione pacifica. “Qualcosa deve cambiare”, ha continuato Young. “Sappiamo cosa fare. Ribellarci. Pacificamente a milioni. Troppe persone innocenti stanno morendo”. Infine Young prende di mira l’ICE, utilizzando un’immagine simbolica per descrivere la situazione attuale del Paese: “Fa un freddo glaciale qui in America”. “Ogni sua mossa mira a creare instabilità per poter rimanere al potere”. In conclusione, Young invita i lettori a reagire guidati dall’empatia e non dal timore, richiamando valori come “l’amore per la vita” e “l’amore reciproco”.

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