Programmi

Approfondimenti

Giornata mondiale contro la violenza di genere: il Progetto Scarpette Rosse

Progetto Scarpette Rosse

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza di genere, moltiplicata dalla pandemia, con le donne costrette a vivere con i loro aguzzini. Tante le iniziative di denuncia e sensibilizzazione e tra queste c’è anche il progetto delle scarpette rosse: una via crucis in più quartieri di Milano.

Un lunga fila di scarpe da donna rosse, diventate in questi anni – insieme alle panchine rosse – il simbolo della lotta alla violenza di genere, appese alle grate dei cavalcavia, ai lampioni, in parchi e sui muri dei quartieri Ortica, Rubattino e Palmanova a Milano.

Una via crucis in sei tappe e 76 storie di donne ammazzate dall’inizio della pandemia divise per le armi usate da mariti fidanzati, spesso ex: coltelli martelli calci e pugni sacchetti di plastica, fuoco. E alla fine del percorso, una settima tappa di speranza quella di chi ha avuto la forza di denunciare e sottrarsi e ha trovato ascolto a aiuto.

È il progetto di Ortica Memoria, a cui hanno partecipato più di 200 donne e uomini, insieme a chi in questi quartieri prova a invertire la narrazione della violenza gli sportelli d’ascolto dell’associazione Oikia, proprio di fianco alla balera dell’Ortica, e al centro antiviolenza Mai Da Sole, ospite del Centro Ambrosiano di Solidarietà.

Stamattina sul cavalcavia Buccari, tra la curiosità degli automobilisti, erano una ventina a montare pannelli e appendere scarpe per la prima delle installazioni che da domani animeranno i quartieri. Insieme alle persone del quartiere c’erano le associazioni che sostengono il progetto scarpette rosse nato dall’artista messicana Elina Chauvet e diffusosi in tutto il mondo: i sindacati, l’Anpi, le Acli, il Municipio 3 e il suo centro Milano donna.

La richiesta comune a tutti è la più ovvia delle necessità: finanziare i centri antiviolenza e gli sportelli d’ascolto, fare rete sul territorio e nelle scuole per moltiplicare in ogni quartiere la possibilità di portare alla luce la violenza che c’è nelle case attorno a noi. Perché come raccontano le operatrici solo costruendo relazioni, ascolto e sostegno concreto tuti i giorni, possiamo assumerci tutti la responsabilità di un crimine a cui altrimenti partecipiamo in silenzio.

Il progetto delle scarpette rosse: le voci delle operatrici

Elena Tagliabue, del Centro Antiviolenza “Mai da sole” presso la Cascina Biblioteca nel Parco Lambro:

Adriana De Benedictis, sportello ascolto dell’Associazione Oikìa sul territorio:

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Lombardia: 20mila morti di COVID. Germania 13mila

Coronavirus in Lombardia. L'ospedale Sacco di Milano - Morti COVID

Italia e Francia hanno finora 47mila morti di COVID, anche se la Francia ha un po’ meno del doppio dei nostri contagiati. La Spagna ha più casi di noi, ma meno morti: 40mila. Peggio di questi 3 Paesi in Europa c’è solo la Gran Bretagna (55mila decessi, finora). E subito dopo al quartetto, da ieri, nella classifica europea, Turchia compresa, c’è la Lombardia che con i suoi 20mila morti si conquista un rango internazionale.

I morti di COVID nella Regione più ricca d’Italia, tanto per capirci sono 4 volte quelli della Cina, il tasso di mortalità è due volte quello della Spagna e se il paragone lo fate con la Germania, terra di confronto mirabile per i nordisti, la situazione si fa esemplare: sono 13mila i decessi dalla Baviera ad Amburgo e il perché è facilmente spiegabile: bastano i capitoli di spesa per la sanità pubblica e la medicina del territorio, quella che conta per contenere un’epidemia prima che arrivi alle terapie intensive.

Tre decenni di austerità fiscale da un lato e di privatizzazione lombarda insieme hanno fatto il disastro. Ma i numeri non possono dire la solitudine di quelle 20mila morti, nella zona che si definisce da un ventennio un modello di sanità.

Il Presidente Fontana e il suo Assessore Gallera hanno detto che è stata una guerra, uno tsunami, una pioggia di meteoriti. Un virologo che piace al centrodestra ieri sera ha detto che non possiamo avere questa mortalità, abbiamo sbagliato a contare. Si arriverà all’erano tutti vecchi e malati. E quei 20mila morti, senza fiato, chiedono di non essere dimenticati, soprattutto ogni volta che qualcuno dirà: Lombardia, modello, eccellenza.

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Zona rossa. Cosa si può fare e cosa no

Lockdown Italia Milano - Zona Rossa - Foto di Claudia Reali

Nella zona rossa è vietato ogni spostamento, anche all’interno del proprio comune, in qualsiasi orario, salvo che per motivi di lavoro, necessità e salute. Sono di conseguenza vietati gli spostamenti da una regione all’altra e da un comune all’altro. Tra le necessità sono ricomprese, oltre alle spese alimentari e farmaceutiche, le visite sanitarie, l’assistenza a persone sole o disabili, gli spostamenti dei figli di coppie separate per raggiungere il domicilio del genitore.

Chi si trova in una zona rossa può svolgere attività motorie nella vicinanza della propria abitazione, fare jogging, andare in bicicletta, non in gruppo e solo all’interno del proprio comune. È consentita l’attività sportiva individuale all’aperto. Chiusi i centri sportivi.

Si possono accompagnare i bambini agli asili, alle scuole materne ed elementari e alle classi prime della scuola media, che ovviamente rimangono aperte; tutti gli altri studenti, comprese le università, continuano il loro percorso d’istruzione a distanza. Oltre a farmacie, alimentari, tabaccherie, edicole, supermercati, rimangono aperti meccanici, ottici, ferramenta, librerie, cartolerie, negozi di articoli sportivi, di abbigliamento per bambini, lavanderie ed erboristerie.

È consentito l’asporto per bar e ristoranti e ovviamente la consegna a domicilio. A questo punto molti si chiedono se andare dal parrucchiere o dal ferramenta possa essere un motivo necessario per uscire e se lo chiedono giustamente. Di sicuro ci vuole l’autocertificazione, in ogni caso. Sono chiusi musei, mostre, teatri, cinema, palestre, qualsiasi attività di gioco e scommessa e per i mezzi di trasporto pubblico è consentito il riempimento solo fino al 50‰.

La Lombardia ha specificato che è vietato cacciare e pescare su tutto il territorio Regionale.

Foto di Claudia Reali

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Lombardia zona rossa, si torna a sei mesi fa

Lombardia Zona rossa - Milano Deserta - Foto di Claudia Reali

Non c’è spazio per le incertezze”, ha detto il ministro Speranza sulle cui spalle sono scaricate le chiusure e la protesta dei tre presidenti delle regioni zona rossa, ovviamente la Lombardia di Attilio Fontana che dopo non aver proposto alcunché, se non una dilazione in attesa di nuovi dati che potrebbero attestare una migliore situazione epidemiologica, può giocare la sua partita e dire che: la zona rossa è “uno schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi”.

Secondo il presidente della Regione Lombardia che aveva accusato più volte il governo di non aver chiuso l’area della bergamasca a marzo, la decisione stavolta presa dal governo è “incomprensibile perché basata su dati di 10 giorni fa”, come se gli ospedali non avessero esattamente questo lasso di tempo per riempirsi dei nuovi casi positivi snocciolati a migliaia ogni giorno da settimane.

Irresponsabilità, cinismo, pressappochismo. Abbiamo visto ormai tutto. Oltre a quasi 18mila morti. Così i lombardi dopo un balletto durato giorni in attesa di qualcuno che prendesse una decisione, hanno un giorno per organizzarsi e ritornare alla situazione di sei mesi fa, al 4 maggio quando finì il primo lungo lockdown.

Torna il divieto di uscire di casa se non per motivi urgenti e necessari come lavorare, con maglie molto larghe per tutte le attività definite produttive, per portare i figli fino alla prima media a scuola, fare la spesa e andare in farmacia, portare i cani a passeggio e fare attività motoria solo attorno a casa; sempre con autocertificazione appositamente aggiornata.

Restano aperti i parrucchieri e consentite le vendite d’asporto e a domicilio di cibo. Un lockdown esperto, diciamo così. Fino al 6 dicembre, a meno che per 14 giorni consecutivi la situazione epidemiologica non migliori.

Qualcosa sta rallentando, in effetti, ma ancora poco. Di sicuro la sfiducia verso chi non ha provveduto a nulla in questi mesi e la rabbia di chi non ha risposte da un sistema pubblico lasciato in agonia dal governo leghista della regione – mentre chi paga ha tamponi e vaccini antinfluenzali – oltre alla crisi per tutti coloro che sono a rischio povertà, perdita lavoro o chiusura, sta formando una classe di scontenti difficilmente recuperabile se non con un welfare e una cura di cui non si vedono, se non con qualche piccolo esempio territoriale e solidaristico, ancora tracce universali e di cittadinanza.

Foto di Claudia Reali

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Ordinanza Regione Lombardia: torna la didattica a distanza alle superiori

ordinanza regione Lombardia

Oltre al cosiddetto “coprifuoco” dalle 23 alle 5, salvo autocertificazione che dichiari necessità di lavoro, urgenze sanitarie o il semplice rientro a casa, la regione Lombardia ha disposto con un’altra ordinanza, la chiusura dei centri commerciali nel fine settimana, la didattica a distanza per le scuole superiori da lunedì e altri provvedimenti. La sintesi: L’ordinanza dispone la chiusura sabato e domenica dei centri commerciali e degli esercizi commerciali al dettaglio al loro interno. Restano aperti supermercati, farmacie e altre categorie merceologiche. 

Gli esercizi commerciali devono mettere all’esterno un cartello che indica la capienza massima consentita. C’è il divieto di svolgimento di fiere e sagre.  Bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie, rosticcerie, pizzerie possono restare aperti dalle 5 alle 23 con consumazione al tavolo, fino alle 18 con consumazione in piedi. Resta consentita la consegna a domicilio. Dalle 18 alle 5 sono chiusi i distributori automatici di cibo e bevande. Tra le 18 e le 5 è vietata la consumazione di alimenti e bevande in aree pubbliche. È sempre vietato il consumo di alcolici in aree pubbliche. I sindaci possono prendere provvedimenti ancora più stringenti.

Sono sospese tutte le gare e le competizioni riconosciute di interesse regionale, provinciale o locale dal Comitato olimpico nazionale italiano, dal Comitato italiano paralimpico e dalle rispettive federazioni sportive nazionali. Tutte le società ed associazioni dilettantistiche degli sport di contatto possono svolgere in forma individuale gli allenamenti e la preparazione atletica, a condizione che vi sia assoluta garanzia che siano osservate le misure di prevenzione dal contagio. Per le scuole superiori torna la didattica a distanza tranne che per le attività di laboratorio e bisogni educativi speciali.

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Gli industriali vogliono i vostri soldi

Confindustria Contratti Industriali

13 euro. È il rinnovo mensile per cui Federalimentare non vuole firmare il rinnovo del contratto nazionale, tenendo sospesi quasi 400mila lavoratori che pensavano a luglio di aver concluso almeno un rinnovo, che sembrava proprio poca cosa, ma si sa col COVID cara grazia lavorare. E invece tutto va a catafascio quando il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, di fatto commissaria Federalimentare e rinnega le trattative a cui aveva partecipato, cercando di convincere anche le altre organizzazioni datoriali e grandi gruppi come Barilla, Ferrero, Danone a ritirare la loro firma.

Sono più di 10 milioni i lavoratori in attesa di rinnovo – praticamente 4 su 5 segnalava il Cnel ad agosto – e quasi tutti sono appesi a una sola associazione padronale che non vuole firmare: Confindustria. Che ha deciso di portare a termine proprio ora, nella più grave crisi economica, la sua battaglia contro il contratto nazionale e non pagare nemmeno l’indicizzazione del salario all’inflazione.

È inutile ricordare quanto i salari e gli stipendi siano stati deprezzati e vilipesi in questi decenni – “i salari reali italiani più bassi di 10 anni fa”, titolava ad esempio Il Sole 24 Ore giusto un anno fa, mentre in Francia e Germania sono cresciuti del 7% e 11%, rispettivamente – anche nei periodi di governo di centrosinistra. E il cuore di salari e stipendi in Italia sono i contratti nazionali, perché su di loro si parametra tutto il mondo del lavoro, come in altri Paesi si fa col salario minimo. Quindi la partita è enorme e tocca le tasche di una fetta impressionante di popolazione.

Ma non solo, perché la richiesta degli industriali è ancora più radicale e utilizziamo le parole proprio del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi: “Certo che vogliamo i contratti, ma li vogliamo ‘rivoluzionari’; senza scambi novecenteschi tra orari e salari, con l’attenzione alla occupabilità della persona più che al posto di lavoro, con accordi locali o addirittura individuali invece che gli obsoleti contratti nazionali”. Praticamente un’invocazione dell’ottocento, più che del futuro. Inutile discutere.

E invece il governo ci discute eccome e quasi si scusa con gli imprenditori che urlano e strepitano contro il “sussidistan” di cui sono i primi beneficiari: dati alla mano, dei 112 miliardi messi a disposizione dal governo per contrastare gli effetti economico-sociali dell’epidemia, alle imprese in senso stretto è andato il 48%, sotto forma di agevolazioni, esenzioni, contributi a fondo perduto e garanzie pubbliche ai finanziamenti bancari. Se aggiungiamo i 67 miliardi di fondi indiretti o – maliziosi che siamo – i 44 miliardi per il Fondo patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti si sfonda il 65% del totale alle imprese.

E non basta. Perché quelli che erano un tempo gli industriali vogliono i soldi, quelli dei contribuenti, non per innovare, non per investire, ma perché i soldi sono l’oggetto della contesa, non l’innovazione o lo sviluppo, come la ricchezza è la misura del successo.

Prendete Carlo Bonomi, oltre ad essere amministratore di una azienda nel settore biomedico, presidente di Confindustria, che sono ormai il suo vero lavoro, è presidente di una società a controllo e capitale pubblico, quotata in borsa: la Fiera Milano S.p.A. Una nomina di peso con deleghe operative, varata ad aprile scorso, voluta dalla Regione Lombardia, l’azionista di riferimento. Una nomina scivolata un po’ sotto silenzio e che rappresenta, come scrive Vittorio Malaguti su L’Espresso, “un enorme conflitto d’interessi”. Politico e professionale. Oltre ai 107mila euro di emolumento annui. E il “sussidistan” signor presidente?

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Omicidio di Don Roberto Malgesini: il j’accuse di Como Senza Frontiere

don roberto malgesini

Don Roberto Malgesini, 51 anni, valtellinese di Cosio, “prete degli ultimi” di Como ogni mattina iniziava dal quartiere di San Rocco – dove abitava accanto alla chiesa – il suo giro quotidiano per portare la colazione ai senzatetto della città. Stamattina alle 7 è stato ucciso da uno degli ultimi di cui si occupava, un cittadino di origine tunisina di 53 anni, in Italia dal 1993, finito ai margini dopo la separazione dalla moglie e una deriva con gravi problemi “psichiatrici”, dice la diocesi di Como, mai presi in carico da nessun servizio. Don Roberto lo conosceva e lo aveva più volte aiutato.
Per tutto il giorno una folla commossa si è riunita in piazza San Rocco con i parrocchiani, i senza tetto a cui l’amministrazione comunale di Como ha fatto una battaglia senza quartiere e contro cui Don Roberto si batteva, insieme a tanti militanti della Como solidale.
Il vescovo di Como Oscar Cantoni, in lacrime, ha benedetto la salma prima che fosse caricata sul feretro, definendo Don Roberto “un santo della porta accanto”; stasera si svolgerà in Duomo una veglia di preghiera, il Comune ha dichiarato il lutto cittadino per i funerali.
Cordoglio unanime per l’uccisione di Don Roberto Malgesini da tutto l’arco istituzionale, speculazioni violente da parte della Lega che rivendica espulsioni per i clandestini.
Como Senza Frontiere accusa le istituzioni comasche dell’abbandono di Don Roberto.

Sentiamo il dovere di accusare le istituzioni che dovrebbero esistere per evitare queste tragedie e per contrastare odio e violenza.

1. Perché don Roberto è stato lasciato solo dalle istituzioni nel compito vitale di dare aiuto alle persone costrette a vivere in strada in una delle città più ricche del mondo?

2. Perché le istituzioni non si sono preoccupate e occupate dei bisogni di tutte e tutti gli abitanti della città lasciando che un prete e la Como solidale si facessero carico di problemi che solo il Comune potrebbe gestire?

3. Perché le istituzioni non hanno aiutato e curato un uomo psichicamente instabile nonostante la Como solidale abbia più volte e da anni chiesto di affrontare il problema della fragilità psicologica e psichiatrica di chi vive in strada?

4. Perché le istituzioni hanno lasciato don Roberto e le volontarie e i volontari ad affrontare da soli la disperazione degli ultimi, esponendoli a maggiori rischi?

5. Perché chi governa Como ha irresponsabilmente ampliato la disperata guerra tra poveri con una sequela di atti che vanno dalla rimozione delle panchine a San Rocco, all’attacco a chi distribuiva le colazioni per non disturbare la Città dei Balocchi, a vietare le elemosine nel salotto buono della città, alle sanificazioni “forzate” a San Francesco (con o senza sottrazioni di coperte), fino alla folle inqualificabile idea di chiudere con una cancellata l’ex chiesa di San Francesco?

Anche se voi vi credete assolti siete comunque coinvolti.

COMO SENZA FRONTIERE

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il centrodestra contro le piste ciclabili a Milano

piste ciclabili

Il centrodestra a Milano ha la sua grande battaglia contro le piste ciclabili. Che sarebbero nell’ordine inutili, pericolose, dannose per i commerci, ideologiche e soprattutto causerebbero caos e aumento del traffico.

Sono le affermazioni nell’ordine di un assessore regionale, De Corato già vicesindaco di Milano, del sindaco di Sesto San Giovanni, Roberto Di Stefano, indispettito perché il Comune di Milano ha iniziato a tracciare la pista che da Piazzale Loreto arriverà proprio alla ex Stalingrado d’Italia, e anche del presidente del Municipio 2, dove la pista lineare prende vita, Samuele Piscina.

Se a loro aggiungete un manipolo di consiglieri comunali il e pure il presidente dell’Automobile club d’Italia lombardo, tale Geronimo La Russa, figlio del più noto Ignazio, che da mesi tuona per il ritorno di una città a misura di auto, è chiara la dimensione dell’offensiva. Praticamente la battaglia pre-elettorale più importante e unificante, dal centro alle periferie, per la destra sono le bici che tolgono posteggi alle auto, ancorché in doppia fila, selvaggi e illegali. Ma anche a parte del mondo ambientalista, dentro e fuori la giunta di Beppe Sala, queste piste non piacciono perché sono in sede stradale, tracciate solo con la vernice, senza marciapiede di separazione. Insomma sono elettorali.

Così le piste ciclabili dopo anni di marginalità occupano la scena politica e d’altronde in tutte le metropoli d’Europa, per non dire di New York o San Francisco, si riducono circolazione e parcheggi per le auto private e si investe su piste e corsie a due ruote. Piuttosto di niente…

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

StraBerry, gli sfruttati delle fragole ora hanno paura di perdere il lavoro

StraBerry

Nel Parco Agricolo Sud di Milano, il più grande d’Europa, c’è un’area di 200mila metri quadrati di serre e campi di fragole, lamponi e mirtilli – sequestrati lo scorso 12 agosto dalla magistratura – dove lavoravano circa un centinaio di braccianti africani, sfruttati, con paghe da 4 euro e mezzo all’ora, turni di 10 ore, buste paga irregolari, vessati, senza dispositivi per il COVID e senza bagni. L’azienda è la StraBerry, premiata come eccellenza “green” nel 2013 e 2014, nota per gli appellar con cui vendeva a Milano i suoi prodotti a chilometro quasi zero.

Le prime segnalazioni su quello che non andava alla StraBerry erano arrivate ai sindacati proprio dai venditori di strada che lavoravano 11 ore al giorno, gestiti, controllati e licenziati via WhatsApp. Ora la magistratura ha sequestrato campi, cascina, capannoni e altri 23 immobili, e indagato sette persone per intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera. Ma l’azienda non ha perso un giorno con una nuova amministrazione giudiziaria che ora teme l’annullamento già annunciato dei contratti da parte dei big della grande distribuzione. Anche se ora si lavora nei campi sei ore secondo contratto, con le pause e le mascherine.

I lavoratori, una trentina oggi, non hanno voglia di parlare di quello che chiamano “il grande casino che c’era prima”, quando l’azienda StraBerry era un modello, mentre sotto i tendoni bianchi delle serre aperte, a fianco della Cassanese, a 15 chilometri in linea d’aria da Piazza Duomo, si lavorava come schiavi. E hanno paura che ora che il lavoro è quello che dovrebbe essere, l’azienda chiuda.

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Mattarella a Codogno: “Qui si ritrova la Repubblica”

Mattarella a Codogno

Qui si ritrova la Repubblica”. Per il 2 giugno il Presidente Mattarella ha scelto Codogno, la cittadina della bassa lodigiana simbolo dell’epidemia COVID, per un atto politico che ha schiacciato tutte le spinte alla divisione e alla cagnara di un centrodestra che voleva intestarsi la celebrazione con tutt’altro spirito. Una visita “privata” quella del Presidente, come recitava il protocollo del Quirinale, che più pubblica non poteva essere, con tanto di saluto alla popolazione, a distanza, il primo dopo 100 giorni.

Nella Piazza centrale della cittadina capoluogo della bassa lodigiana, su cui si affaccia una chiesa di mattoni rossi, tutti i balconi sono addobbati con un tricolore, un bandiera di una ventina di metri copre un intero angolo di un palazzo proprio dove il presidente arriva con il corteo istituzionale. Ad attenderlo una folla di cittadini, non sempre distanziati, che applaude e filma con i telefonini.

Nel Municipio, che ospita un secolare melo cotogno simbolo della città, Mattarella incontra i sindaci dei 10 Comuni della prima zona rossa, con alcuni consiglieri comunali, il presidente della Regione Attilio Fontana, il prefetto. Si inizia con i saluti del sindaco Francesco Passerini, molto grato al Presidente, e poi tocca a Fontana che risponderà all’appello del Presidente nel discorso anticipato in tv alla nazione: “Differenti ma uniti”, dice il presidente della Lombardia, per ripartire più forti di prima.

Ma è il discorso di Mattarella quello che ribadirà le priorità o se vogliamo l’alfabeto del momento repubblicano: lo Stato è a Codogno per ringraziare i cittadini dei loro sacrifici, per onorare le loro sofferenze e dare speranza e unità per la ricostruzione. La chiama così, il presidente come dopo una guerra. Perché questo è successo, almeno scorrendo il numero dei morti che Mattarella vorrebbe ricordare “uno per uno; nome per nome; volto per volto”.

Le istituzioni parlano con la mascherina d’ordinanza, come tutte le persone fuori in Piazza che si passano parola su quanto sta dicendo il Presidente e si raccolgono alle delimitazioni con un nastro tricolore quando con il primo fuori programma Mattarella si affaccia alla piazza per un rapido saluto. Applausi. È un momento intenso di riscatto. Quasi commovuente, che si ripeterà poco dopo, in maniera ancora più forte, al cimitero.

Sotto la struttura neoclassica su cui campeggia la scritta “resurrecturis”, il Presidente, dopo un saluto alle autorità religiose, va da solo a deporre una corona di fiori bianchi per tutte le vittime del COVID. E poi esce e affronta una passeggiata di qualche decina di metri per salutare ancora la gente del paese che lo aspetta. E qui. In questo confronto tra solitudine e comunanza, tra l’uomo che rappresenta lo Stato e la sua Costituzione, anche nella sua sola determinazione a ricordarne i diritti e i doveri, e la folla, i cittadini, il popolo, che si realizza un momento di rottura, di catarsi, di liberazione, a rischio di qualche prossimità non proprio a prova di distanziamento. L’uomo che è venuto da solo a ringraziare e ricordare è in questo momento tutto lo Stato, i cittadini, la Repubblica stessa.

Quando la folla ordinatamente scema e la cittadina torna subito al suo tran tran di ripresa e cautela, è quasi ora di pranzo, si smontano le tende bianche dei banchi del mercato settimanale, i bar si svuotano. Rimangono in piazza una cinquantina di volontari della Protezione Civile in pettorina gialla, tra i protagonisti e i simboli di questo periodo e di questa comunità, salutati più volta anche dal Presidente e anche oggi in piazza per aiutare. Il capo dei vigili li sta ringraziando, con un bilancio del loro lavoro, poi con i nuovi compiti per la settimana. E alla fine scatta un lungo applauso liberatorio, a se stessi, perché anche se non è andato tutto bene in questo periodo, nelle difficoltà si sono scoperti e aiutati; si sono fatti forza, insieme. Tutto quello che continuerà a servire anche domani.

Foto | Quirinale

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Bresso da focolaio COVID a pochi casi

Bresso Reportage

Nell’aula del consiglio comunale di Bresso, tanto in stile anni ’70, ci sono dieci donne che imbustano mascherine. Sono le educatrici degli asili nido e qualche impiegata comunale che da mesi si sono riconvertite in task force COVID che ha significato di tutto: telefonare a casa dei cittadini sintomatici, coordinare quarantene e consegne di pacchi alimentari e medicine, con la protezione civile e la croce rossa, occuparsi dei servizi a distanza e dei pochi in presenza, fino alle buste con le 56mila mascherine arrivate giusto ieri dalla protezione civile e che saranno distribuite a tutti i cittadini.

Siamo a Bresso, prima cintura Nord di Milano, tra Novate e Sesto San Giovanni, città operaia sorta come un fungo tra gli anni ’60 e ‘70, fatta da migliaia di immigrati dal meridione e di edilizia privata disordinata. È la città focolaio della provincia di Milano, quella che per prima ha scoperto la rapidità di diffusione del Covid negli ultimi giorni di febbraio.

Il come ce lo racconta il sindaco, Simone Cairo, cinquantenne, ingegnere gestionale che ha lavorato nel marketing di grandi gruppi, eletto con il centrodestra a spinta leghista, ma più vicino al mondo di Comunione e liberazione; prima di questa epidemia aveva dovuto fronteggiarne un’altra di salmonella nell’agosto del 2018, con 53 ammalati e cinque morti, e in qualche modo è servita come esperimento.

I due elementi caratteristici del territorio, geograficamente sono la densità e l’anzianità della popolazione – ci spiega dalla sua scrivania – abbiamo oltre 7.700 abitanti per km/quadrato, siamo la città più densamente abitata della Lombardia, nemmeno Milano, e poi un terzo della popolazione over 65. Ma la spiegazione che mi sono dato del perché Bresso è sicuramente anche la fatalità“.

Il 28 febbraio un cittadino segnala al sindaco che un bar, proprio nelle vicinanze del Comune, ha chiuso per malattia. E al sindaco scatta la campanella in testa: “Meglio attivarsi. Cominciamo a telefonare per ricostruire le informazioni. Chiamando i cittadini e soprattutto i medici di base”. Il sindaco fa il collettore di una rete con tanto di chat che comprende dalle forze di polizia al farmacista. I medici di famiglia cominciano a chiamare i loro assistiti e a scambiarsi informazioni. Ma la conferma del paziente 1 per la città, arriva subito. È un milanese del vicino quartiere di Niguarda che andava a giocare al Circolo dopolavoro Libertas, frequentato soprattutto il pomeriggio da un folto gruppo di anziani, soprattutto uomini, molto attivi sul territorio, anche nel volontariato, è già ricoverato e diagnosticato. Adesso bisogna tracciare tutti i suoi contatti. Il sindaco comincia a produrre un file excel con tutti i contatti, le informazioni per ciascuna persona, raccolte dai parenti, dai medici di base.

E qui cambia tutto perché nel giro di 4-5 giorni emergono grazie al coordinamento con i medici e via via tutte le realtà che coinvolgiamo, croce rossa, protezione civile, vigili urbani e gli stessi dipendenti comunali, un numero elevato di casi”. I due baristi del circolo, tanti frequentatori – ne moriranno venti – che poi si spostavano in altri bar e facevano anche volontariato nel centro per disabili. Beffarda e tragica situazione.

Gran parte dei luoghi sotto stretta osservazione sono accanto al Municipio, i due bar, il Caf, il centro sociale per anziani (che chiuderà subito), la chiesa centrale con l’oratorio e il container per il riciclo dei vestiti, il banco alimentare.

Arriva la prima chiusura decisa dal Dpcm del 8 marzo e l’auto dei vigili urbani, sempre attivi sul territorio, gira nelle strade ad intimare ai cittadini di non uscire di casa. In tre settimane i casi diventano più di 250 certificati e arriveranno a segnalare nel database di monitoraggio dei medici di base fino a un migliaio di sintomatici. Quanti di questi siano poi diventati COVID o risultati negativi non si sa, perché i tamponi tardano sempre, sono nel frattempo cambiate più volte le disposizioni regionali e una campagna sierologica non c’è per la cittadina. Il sindaco non la chiede. “Io non faccio polemiche”.

Qualche difficoltà e polemica, però c’è sempre, ad esempio tra il sindaco che vuole un presidio dei dipendenti comunali in presenza e i sindacati. Poi ci sono stati i classici casi limite come l’anziana 94enne guarita dal COVID e completamente sola: dove metterla? E poi i morti: 66 accertati per COVID, ma più di 100 quelli registrati nell’anagrafe (con un amento superiore al 100%). Non è andato tutto bene. Ma il contagio si è ridotto e negli ultimi due mesi i nuovi casi di Covid si sono ridotti a 40.
Gli ultimi riguardano soprattutto personale sanitario dell’ospedale Niguarda positivi prima al test sierologico e poi tamponati nella campagna di screening delle ultime settimane.

E poi c’è la Rsa Luigi Strada, gestita da un ente morale di carattere religioso, che con la campagna di tamponi regionali si scoprirà a metà aprile avere il 70% degli ospiti positivi al Covid e 21 morti.
Le opposizioni di centrosinistra che qui hanno governato per 20 anni con Pd, Sinistra unita bressese e una lista civica, accusano il sindaco di aver fatto tutto da solo, un consiglio comunale in presenza il 5 marzo, in pieno focolaio e un altro solo il 26 maggio in videoconferenza.

Il Comune è chiuso, i servizi territoriali dell’Asl pure – ci dice Patrizia Manni, consigliera comunale e segretaria del Pd locale – non sappiamo cosa ne sarà dei bambini per l’estate e nemmeno per le scuole a settembre, è un muro di gomma, non risponde alla nostre interpellanze. Eppure poteva chiudere tutto subito nei primi giorni e invece ha aspettato il Dpcm del governo che poi ha significato l’11 marzo per chiudere i bar dove andavano gli stessi anziani del circolo Libertas”.

La cosa che fa più arrabbiare le opposizioni è che il sindaco non abbia firmato la lettera dei 105 sindaci di Città metropolitana, molti di centrodestra, che chiedevano tamponi, test e vigilanza sul territorio a Regione e Agenzia della salute. Una lettera strumentale, secondo il primo cittadino. Un atto dovuto per Patrizia Manni: in un momento dove l’argine degli ospedali cominciava a tenere e ancora non era cominciata sul territorio alcuna politica di sorveglianza, era un dovere chiedere che ci fosse e lo è ancora adesso. Il sindaco in Consiglio ringrazia regione e governo e tira dritto anche di fronte alla richiesta di una commissione d’inchiesta comunale.

Ora le due cose che mi preoccupano di più – ci dice Cairo – sono gli 8.000 anziani che sono stati quasi tre mesi in casa e che devono ritrovare le forze, riprendere a vivere e uscire, ma soprattutto l’epidemia economica”. La chiama proprio così. Il bando per l’aiuto a chi non riesce a pagare gli affitti con 100mila euro di fondo è sulla sua scrivania. E ci dice che con gli 80mila avanzati dagli aiuti di governo e regione faranno quello per pagare le bollette. Dal suo osservatorio è raddoppiata la quota di famiglie in difficoltà e sono sempre di più i lavoratori ma anche i piccoli imprenditori che bussano alla porta del Comune per chiedere aiuto.

Nell’emergenza il Comune ha scelto la sussidiarietà, intestando a Croce rossa, protezione civile, oratorio, uniti in un’associazione di scopo, l’iban per la raccolta di donazioni promossa sul territorio: 90mila euro per circa 4300 pacchi a chi ne ha bisogno e a chi non può uscire di casa. Con una evocazione manzoniana il sindaco la definisce “provvidenza lombarda”, la forza di reagire all’avversità della comunità.

Ce ne vorrà tanta per superare la crisi e le ferite.

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Codogno, l’emergenza è finita

Protezione Civile Codogno

Sembra tutto come prima, ma non lo è“. La frase di una signora che saluta allegramente le amiche al bar dopo tanto tempo, esprime il sentimento comune a Codogno, a distanza di 90 giorni dalla scoperta del paziente 1 che ha fatto del capoluogo della bassa lodigiana, l’ombelico del COVID in Italia.

Alla stazione di prima mattina pochissima gente, qualche decina di passeggeri per ogni convoglio per Milano o Piacenza, la bigliettaia ci dice che erano almeno dieci volte tanto. Ma la vita della cittadina di 16mila abitanti giorno dopo giorno riprende. Oggi è giorno di mercato, ancora limitato ai soli generi alimentari, e i volontari della Protezione Civile prendono la temperatura con i termoscanner e spruzzano il disinfettante sulle mani di chiunque entri al mercato in piazza.

In tutto sono un cinquantina, attivi dai primi giorni, e tra una settimana smetteranno di prestare il loro servizio. I negozi sono quasi tutti aperti, anche se qualcuno ha preferito per precauzione rinviare ai primi di giugno. Alla messa del mattino il parroco, in mascherina, dispensa l’ostia con i guanti nelle mani di una trentina di fedeli.

Quando comincia a piovigginare tra i dehors dei bar nessuno si scompone. Si aprono gli ombrelloni, la riconquista dello spazio pubblico. E si continua a parlare della cassa integrazione che non arriva e delle aziende da far lavorare. La crisi dopo la chiusura.

Che il COVID sia stato scoperto – in un certo senso – qua è per molti una fortuna: “Abbiamo due settimane di vantaggio sugli altri“, dicono, riferendosi alla zona rossa che qui ha anticipato in maniera più restrittiva il resto d’Italia.

I dati ufficiali registrano 212 decessi nel Comune, il doppio del consueto, e ancora una trentina di malati all’ospedale civile, dove oggi c’era una lunga coda di persone chiamate, forse in troppe, al prelievo per il test sierologico. Sono tutti quarantenati o contatti stretti con malati che non sono mai stati tamponati e più che preoccupati, sono increduli che proprio qua li stiano testando solo ora.

Il dibattito sanitario in città oggi è dedicato alla petizione di oltre 7.500 cittadini per la riapertura e il mantenimento del pronto soccorso che è stato trasferito per il COVID a Lodi, ma che era a rischio nei programmi della Regione. L’ospedale serve eccome e adesso guai a chi lo tocca. Anche se i nuovi casi in tutta la Provincia di Lodi ieri erano due.

L’emergenza è finita. “Ma queste due settimane sono decisive“, ci dice il capo dei vigili. E ogni giorno è come essere alla prova generale, di quel qualcosa che tutti ancora chiamano normalità.

Foto dalla pagina Facebook del Comune di Codogno

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La mappa del contagio di Milano, Lodi e Province

mappa del contagio Milano Lodi

ATS Milano ha iniziato a rendere disponibile un report giornaliero con la mappa del contagio da COVID tra le province di Milano e Lodi. Ne abbiamo parlato a Prisma con Walter Bergmaschi, direttore generale dell’ATS Città di Milano: “Al momento la situazione non ci sta preoccupando”. Le novità sui tamponi e i test sierologici.

Avete deciso di pubblicare una mappa del contagio aggiornata dei casi certificati con tamponi e segnalati come sospetti COVID dai medici di base, con una geolocalizzazione dei casi per mille abitanti…

Abbiamo deciso di aggiornare sul nostro sito la situazione quotidianamente e pubblicare la mappa geografica riferita al tasso del contagio, confrontato con la media dei sette giorni precedenti. Si vede così tutto l’andamento dell’epidemia: prima del lockdown, durante e attualmente. Oggi sostanzialmente forniamo questo dato con due variabili, i soli casi accertati, ma per tenerlo sotto controllo meglio lo forniamo anche con i casi sospetti ovvero segnalati dai medici di medicina generale, ma ancora non accertati. Con questa seconda variabile oggi [12 maggio, N.d.R.] siamo attorno a un tasso R con T pari allo 0,8, costantemente al di sotto del livello R1. Un livello indicativo di un contagio che sta rallentando anche se si mantiene ancora vicino a quella soglia che noi consideriamo da non superare. Abbiamo anche un grafico che propone i casi accertati e presunti, rispetto a degli scenari: quello atteso, quello di rischio e quello che ci farebbe tornare a provvedimenti di chiusure.

E dove siamo ora?

In questo momento, mettendo insieme i risultati dei tamponi e le segnalazioni dei medici di medicina generale, rispetto alla fine del lockdown, non osserviamo una situazione che ci sta preoccupando. È ovvio che sono i primi giorni, sappiamo benissimo che una eventuale ripresa del contagio richiede qualche giorno prima di esprimersi, però abbiamo un sistema che ci permette di tenerla sotto controllo tempestivamente, in modo da dare le informazioni a chi deve decidere anche sulle aperture o sulle chiusure, in modo che possa farlo con consapevolezza.

La fotografia della città di Milano?

Abbiamo un’epidemia che ha interessato più zone, la città di Milano quasi interamente, anche se nel tempo, e per fortuna, il livello del contagio si è mantenuto costante senza che l’epidemia sia esplosa in città. Ma si è mantenuta. Ci sono zone in cui l’incidenza è superiore, sono le aree più vicine a quelle del lodigiano o nell’area Nord accanto alla zona di Bresso, dove abbiamo registrato un’incidenza piuttosto elevata. Le zone periferiche più densamente abitative hanno un’incidenza maggiore, rispetto ai quartieri del centro dove ci sono anche molti meno residenti.

ATS Milano MAPPA DEI CASI CONFERMATI e CASI SINTOMATICI

Avete allargato la possibilità ai medici di base di chiedere tamponi?

La novità della fase 2 è questa sostanzialmente. Da lunedì i nuovi casi segnalati dai medici di medicina generale non aspettano la guarigione per poter fare il test o il tampone, ma vengono contattati immediatamente dall’Ats per prenotare un tampone che viene eseguito tra le 48 e le 72 ore successive. In 24 ore i medici ci hanno segnalato più di 250 casi, in 170 casi le persone hanno avuto già una prenotazione in una rete di una ventina di ambulatori attrezzati per eseguire i tamponi; in una trentina di casi andremo al domicilio, perché il paziente non era nelle condizioni per recarsi con un mezzo proprio. Nei rimanenti casi non abbiamo trovato le persone perché non hanno risposto al telefono oppure ci hanno chiesto di poter essere richiamate perché non stavano bene.

Come siete arrivati a questa scelta?

La diminuzione dei casi assoluti ci permette di gestire meglio i nuovi casi incidenti e di essere più tempestivi. E mentre prima tutta la popolazione era in un regime di isolamento domiciliare o quasi, nel momento in cui molte persone possono tornare ad un’attività normale, diventa più importante essere ancora più tempestivi nell’individuare i nuovi casi, nell’isolarli e nell’isolare soprattutto i loro contatti stretti.

Quindi gli ascoltatori a cui è stato detto dal vostro numero verde: “State a casa, verrete contattati”, devono aspettare?

Ci sono casi diversi. Il regista di tutta questa operazione è ovviamente il medico di medicina generale, che è la persona che ha la responsabilità di cura dei pazienti. Se il medico ha già prescritto il tampone in uscita [cioè per le persone che erano in isolamento domiciliare e che devono tornare al lavoro, N.d.R.] e si poteva farlo fino venerdì 9 maggio, il paziente verrà ovviamente chiamato, anche se ci vorrà ancora una settimana per smaltire gli arretrati di tamponi da eseguire. I nuovi casi, invece, vengono affrontati con questa nuova modalità.

ATS Milano GEOLOCALIZZAZIONE DEI CASI CONFERMATI

Test sierologici. Lei ha ricevuto pochi minuti fa la delibera regionale, ma le chiediamo una prima riflessione generale…

Abbiamo un’indicazione molto chiara dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Ministero della Salute che un test sierologico di per sé non è indicativo né per un motivo diagnostico né prognostico, cioè non ci fornisce informazioni per sapere se siamo o non siamo infetti, perché la negatività al test non vuole dire non essere infetto in quel momento; così come non ci fornisce ancora e purtroppo una informazione sulla immunità. La speranza è che questi test tra poche settimane possano dire se una persona è immune oppure no. In questo momento il test non dà nemmeno questa informazione. I test, quindi, hanno uno scopo certamente utile in chiave epidemiologica che può essere anche utile per la persona solo all’interno di un percorso protetto e in cui ci sia anche una valutazione clinica. Quindi continuiamo a pensare che le iniziative estemporanee, al di fuori di ogni logica di sanità pubblica, non siano appropriate. E la delibera regionale lo conferma, richiamando la pericolosità di iniziative che non hanno un corretto inquadramento, che non informano il paziente in maniera chiara sui limiti del test e che gestiscono poi i risultati, se positivi, in maniera non corretta.

Quale è la maniera corretta?

Se un’azienda o un ente vuole avviare un percorso di screening collettivo dei propri dipendenti o di gruppi di cittadini, lo può fare condividendo con Ats un percorso completo, con un medico che gestisce completamente le procedure, informando correttamente ogni cittadino coinvolto e procedendo in caso di positività verso gli approfondimenti necessari, sempre a cura di chi ha organizzato lo screening per non pesare sul sistema pubblico, in modo che chi organizza una campagna ne governi gli effetti e sia responsabile di tutto il percorso in condivisione con Ats. Così le informazioni certificate potranno essere utili anche per la sanità pubblica.

Cosa sapremo il 18 maggio?

Noi abbiamo impostato un sistema per avere, diciamo, dei semafori molto tempestivi, perché alcuni andamenti il 18 maggio si potranno vedere. Però è anche vero che del virus sappiamo ancora molto poco. Quello che sappiamo con certezza è che le misure di distanziamento sociale e l’uso della mascherina sono misure efficaci perché abbiamo visto cosa è successo durante il lockdown. Quello che purtroppo dobbiamo monitorare, navigando un po’ a vista, è quello che succede man mano che il distanziamento sociale si riduce. Per questo indubbiamente bisogna andare un passo alla volta e serve tenere sotto controllo tutti i fattori. Il 18 maggio avremo certamente i primi dati relativi alle prime due settimane della cosiddetta “riapertura”; non sono sufficienti, ma cominceranno a darci dei segnali per gestire la situazione nel caso si registrasse un aumento del numero dei casi.

ATS Milano REPORT GIORNALIERO COVID-19

C’è qualche politica o disponibilità di risorse che invidia ai suoi colleghi in Veneto?

Invidio il fatto che non sono stati l’epicentro di un terremoto. Credo che tra un anno, probabilmente, noi avremo tutti gli elementi per capire cosa è successo e per capire quali politiche hanno portato i risultati migliori e quali interventi siano stati sbagliati. Sarebbe un grande valore riuscire a riconoscere degli errori dove ci sono stati, perché questa pandemia ha messo in difficoltà anche sistemi sanitari di grande tradizione ed evoluzione e ragionare sugli errori è il miglior modo per trovarsi preparati per il domani. Oggi francamente non sono ancora in grado di capire se nelle politiche del Veneto ci siano state azioni così efficaci oppure se non essendo l’epicentro dell’epidemia i numeri abbiano comunque aiutato. Credo che un sistema sanitario debba misurarsi con tutti i dati a disposizioni per poter valutare e correggersi, analizzando serenamente tutti i fattori, a tempo debito.

La mappa del contagio, aggiornata quotidianamente, è consultabile a questo indirizzo.

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Pio Albergo Trivulzio, indagato il Direttore generale

Pio Albergo Trivulzio

Il primo iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Milano è Giuseppe Calicchio, 48 anni, direttore generale del Pio Albergo Trivulzio, il più grande polo geriatrico d’Italia, nominato nel 2019 in quota Lega.

L’accusa è di epidemia colposa e omicidio colposo, per almeno 100 morti all’interno della struttura. È qui che si sono concentrate le denunce e gli esposti di operatori e familiari a partire da quel divieto a tutto il personale di usare le protezioni per non spaventare gli ospiti. Ma c’è di più: i magistrati indagano sui reparti con più malati e morti, quelli dove sono stati portati i pazienti non COVID in arrivo dagli ospedali, e quelli degli ospiti del Pio Albergo Trivulzio con sintomi COVID, con personale in comune e trasferimenti da uno all’altro che avrebbero sparso il virus almeno fino a metà marzo.

L’inchiesta della magistratura si aggiunge a quelle in corso del ministero e della Regione. La direzione ha reagito ritirando tutte le cartelle dei pazienti, neanche i medici possono più accedervi, e non fornisce più informazioni nemmeno ai familiari che stamattina erano in coda per il consueto cambio biancheria del sabato, con lo sgomento nelle borse.

Il comitato dei parenti oggi pubblicherà una lettera in cui chiede di sapere come sono distanziati, curati, nutriti, movimentati i loro familiari. “Non sappiamo più niente di niente”. “I nostri cari non sono materiale di scarto”. Ma l’impressione è che lo siano stati. Ancora ieri l’assessore Gallera rivendicava la non necessità dei tamponi nelle RSA, forse nella prima fase dell’epidemia, perché adesso le ATS stanno correndo ai ripari.

A Brescia da una settimana ha iniziato una campagna di tamponi proprio nelle RSA della provincia, oltre duemila pazienti e mille operatori e i numeri di casi positivi sono ovviamente tornati a salire. Milano dovrebbe seguirie. D’altronde le RSA compresa la Baggina di Milano, fanno parte del sistema sanitario, sono luoghi per persone con patologie, sono accreditate e controllate dalla Regione. In queste settimane chi ha vegliato su di loro?

Foto dalla pagina Facebook del Pio Albergo Trivulzio

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Lombardia verso la Fase 2, ma medici e politici hanno posizioni diverse

Attilio Fontana - Regione Lombardia - Salvini Coprifuoco

Siamo molto vicini al momento in cui potremmo dire che il primo tempo dalla nostra battaglia è vinto, dice l’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera dopo dieci minuti di autodifesa sui gesti eroici messi in campo da noi, testuale, di fronte alla bomba atomica esplosa nella Regione. E si pensa già alla Fase 2 in Lombardia.

Dodicimila ricoverati circa, in effetti, non li ha avuti nessuno. Ciò non toglie che se ora la Regione vuole uscirne deve fare medicina del territorio, più tamponi e poi l’avvio dei test sierologici ancora da certificare. Due azioni che devono sommarsi. La paura poi è che i cittadini mollino, oltre 40% la mobilità registrata ieri.

E non aiutano le discussioni sempre più confuse sulla fase 2 in Lombardia e le riaperture.

In mattinata il sindaco di Bergamo Giorgio Gori polemizzava, in un post su Twitter poi rimosso, con il virologo Pregliasco, dicendo che Bergamo poteva ripartire per prima proprio perché aveva avuto più positivi e, quindi, domani più immuni. A Milano il sindaco Beppe Sala annuncia la riapertura di alcuni cantieri “con estrema prudenza”.

È già ripartito il cantiere della nuova linea 4 della metropolitana. E poi si valuterà caso per caso. I sindaci del fare parlano con la paura che dopo la serrata nulla sarà più come prima, ma il virologo più ascoltato proprio dal Comune di Milano, Massimo Galli dell’ospedale Sacco, invece ribadisce che è prematuro avviare una fase 2, anche se bisogna programmarla: “Altrimenti si rischia di spalmare la ripresa in un tempo infinito o anticiparla a rischio di focolai”.

Cosa programmare? Piani diagnostici per tutti, non solo per chi va a lavorare. Anche perché avere gli anticorpi, quando ci saranno test affidabili a certificarlo, non significa non essere infetti, per quello ci vuole il tampone. La fase due non esiste senza la certezza sanitaria. Questione di tempi e responsabilità.

Foto dalla pagina Facebook di Attilio Fontana

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La prima linea della lotta al coronavirus

ambulanza croce rossa

Sono i medici delle USCA – unità speciali di continuità assistenziale – dedicati alle visite a domicilio. Negli ultimi giorni hanno preso servizio a Bergamo e Brescia, e si stanno attivando anche in tutte le altre province della Lombardia. Ricevono le segnalazioni dai medici di base e sono diventati la prima linea della lotta al virus. Perché intercettano i tanti che non sono censiti, che non vogliono andare in ospedale o che stanno peggiorando senza rendersene conto.

Come si chiama e da quando avete iniziato come Usca?

Mi chiamo Mirsada Katica, sono un medico da tre anni, mi sono laureata nel 2016 all’università di Brescia, ho iniziato subito a fare guardie, sostituzioni di medici base, ho lavorato come medico all’aeroporto di Bergamo, e ho iniziato questa esperienza come USCA da ieri, a Montichiari, oggi a Brescia.

Ci descrive la giornata?

La giornata è abbastanza stancante sia fisicamente che emotivamente, soprattutto. Iniziamo alle 8 in ambulatorio, ci ritroviamo in tre medici, ci confrontiamo in base alle richieste che ci arrivano dai vari medici di base, e iniziamo a scegliere i pazienti che hanno più bisogno di questo servizio.

Facciamo l’esempio di stamattina, quali sono stati i primi interventi?

I primi due pazienti erano stati dimessi da alcuni giorni, sempre per polmonite da corona virus e li ho trovati stabili, sono anziani, sono stati ricoverati per un bel po’ e abbiamo deciso di verificare se tutto procedeva nella norma: è andata bene. I pazienti dopo, invece, in tanti desaturavano e avevano bisogno di aggiustamenti della terapia.

Cosa prevede il protocollo in questi casi, come li curate con farmaci specifici?

Farmaci retrovirali non ne abbiamo ancora prescritti, negli ospedali se ne stanno provando diversi tipi, ma per alcuni pazienti funzionano e per altri no, una terapia vera non esiste ancora. Nei primi giorni di sintomatologia noi prescriviamo terapie basiche, paracetamolo e mucolitici, dopo qualche giorno se persistono febbre e tosse, passiamo all’idrossiclorochina che abbiamo visto ha effetti positivi su tanti pazienti; se anche questa non funziona cominciamo con la terapia antibiotica per evitare il rischio di sovrainfezioni, soprattutto in pazienti con polmoniti, e poi con l’ossigeno.

Quando arrivate in casa dei pazienti siete bardati con tutte le protezioni, come è l’approccio al paziente?

Si cerca di rassicurarli,che andrà tutto bene, perché quasi tutti sono rassegnati, pensano “oddio ho il coronavirus” e immaginano sia finita. Invece, molti pazienti migliorano, quindi si cerca di dare speranza.

E quale è la vostra fatica emotiva e psicologica quando uscite da quelle case?

Anche noi medici, diciamo, non siamo proprio al massimo della forza emotiva, diamo tutto, ma una volta usciti magari ci scappa un pianto di sfogo e poi ci si rialza e si pensa al prossimo paziente.

Quali altre casistiche avete incontrato in questa giornata?

Erano tutti abbastanza diversi. Un paziente, non aveva alcuna patologia pregressa, aveva la febbre da due settimane, era peggiorato e quindi siamo andati. Altri pazienti erano diabetici o ipertesi, incontriamo un po’ di tutto. Oggi ho visto un paziente che aveva solo febbre, poi alla saturazione registrava l’88% di ossigeno, se non fossimo andati, probabilmente sarebbe precipitato in pochi giorni.

E in questi casi potete disporre il ricovero?

Quello che si può gestire a casa, lo gestiamo così, anche perché gli ospedali sono pieni. Tranne se desaturano molto, una persona anziana ad esempio, oggi, ho dovuto ricoverarla, ho chiamato il 112 e per fortuna hanno risposto subito e sono venuti a prenderlo.

E questo è il momento più difficile?

Eh si, per tutti, per le persone che vivono col paziente, per il paziente che non vuole accettare di andare in ospedale, perché ha paura di non tornare più a casa e di rimanere solo.

Quante giornate ha davanti?

Per adesso con questa unità speciale abbiamo i turni fino a fine aprile, i turni sono da 12 ore, ma alcuni giorni lavoro anche 24 ore perché faccio anche le guardie. Usca però lo faccio tutti i giorni, in diverse unità nella provincia di Brescia.

Aveva mai immaginato come medico di trovarsi a una situazione del genere?

Ah no, mai. Continuo a dirmelo tutti i giorni, sia per la pandemia, sia per questa situazione di disastro. Siamo un po’ sconcertati.

C’è qualcosa che vuole aggiungere?

Si. Ultimamente si dice che l’emergenza si stia calmando e non vorrei che le persone iniziassero ad uscire, senza controllo, il mo messaggio è che non è ancora finita e quindi…

Stiamo a casa?

Si, stiamo a casa, ripariamoci. Anche se iniziamo a vedere la luce non è ancora risolto niente.

Foto dalla pagina Facebook della Croce Rossa Italiana

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Si può prevenire la violenza di genere? A Milano ci prova Zeus

Questura di Milano

Per la giornata internazionale contro la violenza di genere, la Questura di Milano ha presentato dati e protocolli di prevenzione su stalker e molestatori domestici. Lo ha fatto con un convegno e una pubblicazione che si intitolano “Questo non è amore“.

Ma come prevenire la violenza di genere? Innanzitutto, prendendo in carico le segnalazioni prima che diventino reati penali e provare a intervenire. Due gli strumenti: l’ammonimento del Questore per chi mette in atto comportamenti molesti o violenti, fisici o psicologici, e il protocollo Zeus, ovvero un tentativo di trattare la persona ammonita perché provi a mettersi in discussione.

Questura di Milano, via Fatebenefratelli. Piove a dirotto. I poliziotti di guardia sono tutti uomini. Uomini nei corridoi, lungo le scale. Ma non bisogna farsi ingannare dalla prima impressione perché le donne qua ci sono e spesso contano.

Quarto piano. Divisione anticrimine. Il primo dirigente è Alessandra Simone, un curriculum coi fiocchi. Avvocato, master in criminologia e poi in abuso dell’infanzia e psicologia del trauma, ha fatto la gavetta in Calabria indagando sulle ‘ndrine di Gioia Tauro. Dieci anni alla Criminalpol con notevoli successi e poi a Milano è stata a capo della sezione della Squadra Mobile che si occupa del contrasto alle violenze sessuali e ai reati in danno dei minori, avviando anche un nuovo corso di repressione e di coordinamento con il Soccorso violenza sessuale e domestica della clinica Mangiagalli.

Violenza di genere: gli strumenti disponibili

Il suo racconto comincia dagli strumenti legislativi a disposizione degli operatori di sicurezza:

Dal 2009 a questa parte, quando è stato introdotto il reato di atti persecutori ed è stato introdotto anche l’istituto del ammonimento del Questore, che valuta proprio la fase preventiva, è cambiato l’approccio sia del legislatore sia di chi si deve occupare sul campo di questi fenomeni. Abbiamo degli strumenti che ci consentono di alzare l’asticella della prevenzione e fare in modo che si possa intimare uno stop al soggetto che si sta comportando male, nel senso che comincia ad avere delle deviazioni che poi possono diventare oggetto di un procedimento penale se non bloccate prima.

Quante volte abbiamo sentito dalle cronache di donne che hanno segnalato, chiesto protezione e lanciato l’allarme e poi sono state colpite? Troppe. Lo strumento identificato dal legislatore per prevenire la violenza di genere prima che sia troppo tardi è da qualche anno l’ammonimento anche per i maltrattamenti in famiglia e mette sullo stesso livello la segnalazione della vittima e quella di qualsiasi altra persona.

Abbiamo dei numeri. Aumentano di anno in anno gli ammonimenti del Questore per stalking. La vittima di stalking decide di chiedere un ammonimento perché ritiene che ancora non sia il caso di andare ad aprire un procedimento penale. Ancora di più, però, è l’intuizione del legislatore del 2013, quando ha introdotto l’istituto della ammonimento per violenza domestica che, a fronte di reati come percosse o lesioni che sono perseguibili a querela di parte, può essere richiesto da chiunque. Può farlo il medico o l’operatore di polizia che fa un intervento presso un’abitazione, oppure l’insegnante che capisce che c’è un caso di violenza di genere.

Può farlo chiunque, con la garanzia dell’anonimato nell’ambito delle fasi del procedimento amministrativo. Io segnalo questa situazione all’ufficio stalking e maltrattamenti delle divisioni anticrimine di tutte le questure d’Italia e so che la mia segnalazione finisce là. Io non avrò più nessuna parte in questa attività. Anche in una fase successiva del procedimento amministrativo, laddove magari l’ammonito dovesse chiedere l’accesso agli atti, sono certo che non saprà mai che attraverso la mia segnalazione è nato tutto questo procedimento. E questo è il vero successo perché gli ammonimenti per maltrattamenti in famiglia sono cresciuti notevolmente nel corso degli anni.

Violenza di genere: il protocollo ZEUS

E adesso che abbiamo ammonito l’uomo, cosa succede nella vita reale? Chi affronta la prevenzione sull’uomo violento? Perché l’avviso della questura sicuramente è un deterrente, ma concretamente cosa si può fare? In questi casi è chiaro anche nei procedimenti penali che bisogna approvare altri strumenti, quelli della relazione, dell’educazione e della mediazione. Per questo, primo in Italia, è nato il protocollo Zeus. Un invito a un confronto.

Dal 4 aprile 2018 il protocollo Zeus accompagna l’ammonimento. La Questura di Milano, prima in Italia – ma si tratta di un progetto che adesso si è esteso a tutte le questure d’Italia – ha fatto un protocollo con il Centro italiano per la promozione della mediazione diretto, dal professor Giulini, che si occupa proprio di rieducazione dei maltrattanti, e ha stabilito che tutti i soggetti ammoniti per stalking, violenza di genere e cyber bullismo dopo l’ammonimento svolgano un percorso di recupero trattamentale in questo centro. Lì gli specialisti iniziano a far capire loro cosa non va bene nel loro modo di interagire con la persona che in quel momento ha chiesto che venisse erogato nei loro confronti l’ammonimento.
L’ammonimento, nel momento in cui arriva qualcuno e lo chiede oppure arriva una segnalazione da parte di chiunque, è sottoposto ad una valutazione da parte dell’ufficio competente, che è quasi alla stregua di una vera e propria indagine penale. Non si non si ammonisce se non ci sono delle oggettive motivazioni ed evidenze. Alla luce di questo ci sarà il provvedimento di ammonimento.
L’ammonito viene invitato formalmente da noi a presentarsi presso il CIPM. È un invito corredato da data, ora e luogo dell’incontro e nell’80% dei casi, pur essendo un invito formale, loro ci vanno. E in pochissimi casi ci sono state delle recidive.

Via Correggio, zona Fiera, Milano. Piove ancora a dirotto. Al numero 1 c’è il Centro italiano per la promozione della mediazione. Una cooperativa sociale all’avanguardia nel trattamento delle condotte lesive violente e nella giustizia riparativa. Qui lavorano criminologi, psicologi, educatori ed esperti in mediazione che da anni intervengono nelle carceri di Bollate, Opera, San Vittore, Monza e Pavia per altri protocolli che riguardano condannati o imputati per maltrattamenti, stalking, pedofilia e stupro.

Dopo l’ammonimento: il lavoro del CIPM

È qui che da sette mesi è iniziata questa prima esperienza di accompagnamento preventivo. Ad aprire la porta a chi si presenta al colloquio è Paolo Giulini, criminologo e presidente del Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (CIPM).

Chiaramente noi sappiamo che queste persone la stanno aspettando. Siamo cinque colleghi che hanno il collegamento con la Questura, per cui la questura quando vede un ammonito trova quello libero e fissa l’appuntamento. La persona che ha risposto al cellulare sa già che quel giorno, quando suonerà il citofono, aprirà la porta alla persona di cui ha letto una piccola descrizione di cinque righe, dieci al massimo, in cui è spiegata la dinamica e per quale motivo questa persona è stata ammonita.
Non abbiamo accesso agli atti. Firmata la privacy, abbiamo una piccola scheda davanti, spieghiamo chi siamo e che siamo in coordinamento con questo protocollo con la Questura. Siamo dei criminologi e degli psicologi, prendiamo dei dati anagrafici – dove vive, che lavoro fa – e gli chiediamo di parlare. Come mai a questo punto della sua vita si trova davanti a un criminologo rinviato su suggerimento della questura? E a quel punto la persona ci racconta la sua versione di quello che effettivamente è l’atto per cui viene richiamato dalla parte offesa, che chiaramente molto raramente combacia. È capitato davvero poche volte di avere davanti a me una persona ben consapevole dell’accaduto.
Abbiamo avuto 213 invii per l’ammonimento e di questi 170 sono state le persone che si sono presentate, pur non essendo obbligate a farlo. Abbiamo una statistica interessante del 79% dell’efficacia di presentazione. Delle persone presentate – questo è un fattore importante per noi criminologi perchè poi noi dobbiamo lavorare sulla prevenzione della recidiva e sulla gestione delle situazioni di pericolosità che si è manifestata – sono 17 le persone che hanno reiterato le condotte per le quali sono state abolite. Il cartellino giallo dell’ammonimento non è stato sufficiente nei loro confronti: hanno reiterato la condotta. E cosa succede a quel punto? O parte un procedimento penale d’ufficio, per cui comincerà una trafila giudiziaria o gli viene comminata una misura di prevenzione come la sorveglianza speciale per cui dovrà presentarsi e firmare in questura.

Se solo il 10% ricade in un comportamento molesto, il protocollo funziona e per questo verrà esteso a tutte le questure del Paese. È un modello studiato e tra i più avanzati d’Europa, prima di tutto perché l’ammonimento della polizia ribalta la paura su chi l’ha provocata.

Violenza di genere: la presa di coscienza

È lui che deve temere per l’aggressività molesta che ha messo in campo. Ma questo non basta. E allora come attivare la presa di coscienza, la responsabilità nei confronti di gelosie, ipercontrollo, ossessività, minacce e imposizioni che un uomo in prevalenza – c’è anche uno scarso 10% di donne tra gli ammoniti – e un uomo per oltre l’80% italiano, agisce sulla propria moglie, compagna, fidanzata o ex? Su cosa fare leva?

La cosa importante è proprio questa: discutere con questa persona sulla consapevolezza che l’altro può subire da un suo modo di comportarsi tutta una serie di effetti lesivi. E cerchiamo anche di rilevare la sua fragilità. Il primo strumento che noi utilizziamo è un ascolto consapevole, di quelli che sono i profili di rischio. E poi chiaramente si lavora molto sulla funzione dell’attivare un po’ l’empatia l’empatia nei confronti di chi subisce quelle condotte. Oggi c’è uno strumento di questo tipo, che non è punitivo, per cui qualcuno ha bisogno di riparare a delle cose che sta facendo. I pezzi che si stanno rompendo possiamo rimetterli insieme almeno dal punto di vista psichico per evitare che ne vengano rotti altri. Il nostro legislatore ha deciso di utilizzare questo strumento di tipo riparativo proprio per andare a intaccare quei fenomeni, nell’ambito delle relazioni di intimità, che difficilmente emergono. Questi reati e queste condotte non emergono, sono reati a numero oscuro. E con questo tipo di intervento iniziamo invece a conoscere le situazioni e poi addirittura a prevenirle.

E qui arriviamo al punto. L’intimità, la propria prima di tutto. Spesso così narcisista, rancorosa e supponente da poterci essere sconosciuta. Succede a tutti. Sono pezzi della nostra intimità a volte fragile e titubante, richiedente. Da lì a essere aggressivi o violenti cosa passa? Prima di salutarci, Paolo Giulini mi ha stampato una frase nella memoria: in fondo quello che cerchiamo di far capire è che è ora di smettere di fare i vendicativi quando si ha una sofferenza che non si è mai accolta. E voi ce l’avete una sofferenza che non è stata mai accolta?

Credo che oggi l’intimità e la costruzione di una relazione in intimità siano una sfida per tutti. Stare in una relazione di intimità rappresenta un impegno e un’assunzione di responsabilità. Per queste persone che noi vediamo, che spesso e volentieri sono un po’ egocentrici e un po’ immaturi, l’intimità è un rischio. È a quel punto che la cosa deve essere segnalata e trattata. È un lavoro non tanto culturale, ma una questione di come la persona si pone e della sua capacità di stare in una relazione. Spesso al primo contatto sono persone che funzionano bene anche nella vita professionale, sono adeguate, sono persone che non hanno mai compiuto degli atti particolarmente illeciti, però sul piano dell’intimità rischiano di generare dei disastri ed arrivare a relazioni violente psicologicamente e che magari arrivano anche alla violenza fisica. Noi su questo lavoriamo da tempo e in alcuni casi bastano tre colloqui. Altri casi, quelli più complessi, ce li trasciniamo anche per un anno. È un lavoro trattamentale, non è una terapia. Siamo più dei controllori benevoli che trascinano le persone in una riflessione, non dei terapeuti che portano al cambiamento. Però vediamo che questo funziona. Spetta a loro raccogliere la sfida dal nostro primo incontro, noi siamo sicuramente lì a sollecitarli.

Foto | Questura di Milano

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Amianto: 4mila morti all’anno in Italia

giornata mondiale vittime amianto

L’amianto causa circa 4mila morti all’anno in Italia, ma secondo gli studi epidemiologici il picco di malattie amianto-correlate è atteso nei prossimi anni. L’Italia che con la Legge del 1992 ha bandito tra le prime in Europa l’estrazione e il trattamento della fibra, si trova oggi indietro rispetto a bonifiche e tutela degli esposti, soprattutto dei cosiddetti civili ovvero mogli, figli, familiari o semplici cittadini che si ammalano prevalentemente di un tumore tra i più aggressivi, il mesotelioma pleurico. (altro…)

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

25 Aprile, l’incontro tra i partigiani e Mussolini

Pio Bruni, classe 1918

La testimonianza esclusiva di chi organizzò l’incontro tra Mussolini e il Comitato di Liberazione Nazionale, presso l’Arcivescovado di Milano: Pio Bruni, a 100 anni, ricorda e tratteggia un Duce ormai sconfitto per nulla combattivo. Lo storico Mimmo Franzinelli: “Una testimonianza importantissima”. (altro…)

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

ISIS definitivamente sconfitta, l’annuncio dei Curdi

isis sconfitto

Le forze democratiche siriane, guidate dalle milizie popolari curde, con l’appoggio degli Stati Uniti, hanno dichiarato stamattina la conquista dell’ultima roccaforte di Baghouz nel Sud-Est del Paese, lungo il fiume Eufrate e la fine della guerra durata più di cinque anni(altro…)

  • Autore articolo
    Claudio Jampaglia
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di dom 29/11/20

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 29/11/2020

Ultimo Metroregione

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Sunday Blues di dom 29/11/20

    Sunday Blues di dom 29/11/20

    Sunday Blues - 29/11/2020

  • PlayStop

    Bollicine di dom 29/11/20

    Bollicine di dom 29/11/20

    Bollicine - 29/11/2020

  • PlayStop

    Domenica Aut di dom 29/11/20

    Domenica Aut di dom 29/11/20

    DomenicAut - 29/11/2020

  • PlayStop

    Italian Girl di dom 29/11/20

    Italian Girl di dom 29/11/20

    Italian Girl - 29/11/2020

  • PlayStop

    Rock is Dead di dom 29/11/20

    Rock is Dead di dom 29/11/20

    Rock is dead - 29/11/2020

  • PlayStop

    Italian Style di dom 29/11/20

    Italian Style di dom 29/11/20

    Italian style – Viaggi nei luoghi del Design - 29/11/2020

  • PlayStop

    Labirinti Musicali di dom 29/11/20

    Labirinti Musicali di dom 29/11/20

    Labirinti Musicali - 29/11/2020

  • PlayStop

    Avenida Brasil di dom 29/11/20

    Avenida Brasil di dom 29/11/20

    Avenida Brasil - 29/11/2020

  • PlayStop

    Comizi D'Amore di dom 29/11/20

    Comizi D'Amore di dom 29/11/20

    Comizi d’amore - 29/11/2020

  • PlayStop

    Slide Pistons di sab 28/11/20

    Slide Pistons Jam Session, Slide Pistons, Jam Session, Radio Popolare, Luciano Macchia, Raffaele Kohler, Gechi, Giovanni Doneda, Blues, La sabbia,…

    Slide Pistons – Jam Session - 29/11/2020

  • PlayStop

    Radiografia Nera di dom 29/11/20

    Radiografia Nera di dom 29/11/20

    Radiografia Nera - 29/11/2020

  • PlayStop

    Onde Road di dom 29/11/20

    Onde Road di dom 29/11/20

    Onde Road - 29/11/2020

  • PlayStop

    C'e' di buono del dom 29/11/20

    C'e' di buono del dom 29/11/20

    C’è di buono - 29/11/2020

  • PlayStop

    Chassis di dom 29/11/20

    Chassis di dom 29/11/20

    Chassis - 29/11/2020

  • PlayStop

    Favole al microfono di dom 29/11/20

    Favole al microfono di dom 29/11/20

    Favole al microfono - 29/11/2020

  • PlayStop

    Snippet di sab 28/11/20

    Snippet di sab 28/11/20

    Snippet - 29/11/2020

  • PlayStop

    Conduzione Musicale di sab 28/11/20

    Conduzione Musicale di sab 28/11/20

    Conduzione musicale - 29/11/2020

  • PlayStop

    On Stage di sab 28/11/20

    ira rubini, on stage, spettacolo dal vivo, teatro dei gordi, andrea panigatti, andree ruth shammah, radio parenti, piattaforme online, teatro…

    On Stage - 29/11/2020

  • PlayStop

    Passatel di sab 28/11/20

    Passatel di sab 28/11/20

    Passatel - 29/11/2020

  • PlayStop

    Pop Up di sab 28/11/20

    Pop Up di sab 28/11/20

    Pop Up Live - 29/11/2020

Adesso in diretta