Approfondimenti

Ferhadija, la moschea della speranza

Migliaia di persone sono giunte a Banja Luka da tutta la Bosnia Erzegovina sabato 7 maggio per assistere a un momento atteso da più di vent’anni: la riapertura ufficiale della moschea di Ferhad-Pasha, nota ai più semplicemente come Ferhadija, che le truppe serbo-bosniache fecero saltare in aria nello stesso giorno del 1993.

Tra le seimila e le ottomila persone (tra le quali moltissimi anziani), alcune fin dalla sera precedente, si sono radunate nel parco antistante la rinnovata moschea, secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno della Republika Srpska Dragan Lukač alla fine della cerimonia. In prevalenza bosgnacchi-musulmani, ma non esclusivamente, visto che l’evento è stato seguito anche da numerosi residenti.

L’atmosfera, sabato mattina, era distante anni luce da quella del 7 maggio 2001, quando il tentativo di dare inizio alla ricostruzione dell’edificio (una delle sedici moschee distrutte nella città durante la guerra, la quindicesima a essere rimessa in piedi visto che a oggi l’unica a non essere stata riedificata è quella di Arnaudija) era stato interrotto da violente proteste da parte dei nazionalisti locali, che causarono un morto: a caratterizzare la giornata, stavolta, non è stato alcun momento di tensione – complice anche l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi dalle autorità dell’entità in vista dell’arrivo di molte personalità pubbliche, tra le quali spiccava il primo ministro turco dimissionario Ahmet Davutoğlu.

“La riapertura di questa moschea è un messaggio di pace per tutti i popoli di Bosnia Erzegovina e del resto del mondo”, ha detto Davutoğlu durante la cerimonia, aggiungendo che “non ci sono molti posti dove edifici religiosi di differenti confessioni si trovano così vicini”. Il suo intervento è stato di gran lunga il più acclamato da parte dei musulmani presenti, il che palesa il ruolo di particolare influenza, quanto meno sotto il profilo culturale, che la Turchia sta pian piano ricavandosi nel Paese. “Sono venuto fin qui a rappresentare 78 milioni di turchi… i quali saranno sempre al fianco della Bosnia Erzegovina, nei tempi felici e in quelli duri”, ha ribadito Davutoğlu.

La ricostruzione

In effetti, la Turchia è stata tra i principali contributori alla ricostruzione della moschea di Ferhadija: la TIKA, l’agenzia di cooperazione di Ankara, ha versato più di un milione di euro per sostenerne il costo totale, che è stato di circa cinque milioni. Tra gli altri donatori figurano in particolare il governo della Bosnia Erzegovina e quello della Federazione, il governo di Republika Srpska e del Qatar. Tanti, inoltre, sono stati i contributi da parte della comunità islamica del Paese e di quelle degli altri stati europei dove si è concentrata la diaspora bosniaca negli anni del conflitto.

La distruzione della moschea di Ferhadija è rimasta impressa nella memoria collettiva come uno degli attacchi più efferati compiuti contro il patrimonio culturale della Bosnia Erzegovina durante il conflitto, un atto paragonabile alla distruzione del ponte vecchio di Mostar e a quella della biblioteca di Sarajevo. L’edificio, costruito nel 1579, era considerato uno dei più importanti esempi dell’architettura ottomana nella regione e faceva parte del patrimonio UNESCO. Della sua distruzione, tra gli altri capi d’accusa, venne giudicato colpevole e condannato a 32 anni di reclusione dal Tribunale Penale Internazionale Radoslav Brdjanin, all’epoca dei fatti Presidente del comitato di crisi della regione autonoma della Kraijna bosniaca (comprendente Banja Luka).

La ricostruzione è stata fatta rispettando “al millimetro” l’edificio originale, come ha assicurato ai media bosniaci il capo del cantiere responsabile dei lavori, Armin Džindo. Per quanto è stato possibile, ha spiegato, l’edificio è stato realizzato utilizzando i materiali originali, che è stato possibile recuperare dal letto del fiume Vrbas o dalle discariche dove erano stati gettati dopo la demolizione.

Un “passo avanti” verso la riconciliazione?

Tutti i leader religiosi e politici invitati all’inaugurazione della rinnovata Ferhadija (tra i quali figurava anche il Presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, il quale però ha prudentemente deciso di non tenere un discorso, accusando anzi Davutoğlu e la Turchia di promuovere una politica estera “neo-ottomana” in Bosnia Erzegovina) hanno voluto rimarcare come la giornata di sabato scorso rappresenti un passo importante per la riconciliazione e il superamento delle divisioni rimaste a vent’anni dalla fine della guerra.

“La Bosnia Erzegovina e la città di Banja Luka, con la giornata di oggi, hanno fatto capire che lo sforzo di costruire una pace comune in seno all’Europa ha un futuro. L’odio lasci il passo alla fiducia e alla riconciliazione “, ha dichiarato il capo della comunità islamica bosniaca, il Reis Husein Kavazović, cui hanno fatto eco gli interventi del Presidente della Conferenza Episcopale Franjo Komarica, del Presidente della Comunità Ebraica Jakob Finci e del vescovo ortodosso di Banja Luka Jefrem Milutinović.

Parole simili, ma con una connotazione politica più netta, sono giunte anche da Bakir Izetbegović, il leader del principale partito bosgnacco del Paese (SDA) e membro bosgnacco della Presidenza del Paese. “Questo giorno servirà da lezione per coloro che hanno distrutto la moschea di Ferhadija … il loro obiettivo era di distruggere secoli di coesistenza e di tolleranza in Bosnia Erzegovina, uno scopo che non hanno raggiunto e non raggiungeranno mai”, ha dichiarato Izetbegović durante il proprio intervento, notando che “riaccettando la moschea di Ferhadija, i cittadini di Banja Luka hanno fatto capire di essere disposti ad accettare anche il ritorno dei loro vicini bosgnacchi (cacciati dalla pulizia etnica degli anni novanta, ndr).”

Si tratta però di un entusiasmo che lascia spazio anche a molte perplessità, come ha sintetizzato Aleksandar Trifunović caporedattore di Buka, giornale che ha sede a Banja Luka: “Ero di fronte alle rovine della moschea di Ferhadija (durante gli incidenti del 2001, ndr)… mi piacerebbe, e spero che un tale odio sia sparito, che tutte queste misure di sicurezza e tutti questi poliziotti fossero non necessari. Ma dall’altra parte, mi dà fastidio constatare che quasi tutti quelli che promuovono un clima di odio costante si siano trovati in prima fila durante la cerimonia. La moschea di Ferhadija è tornata al proprio posto e i cittadini di Banja Luka devono esserne felici. Questa giornata non è una festa e un trionfo della politica, perché la politica non ha niente a che vedere con questo importante avvenimento. Questa è la festa di tutte quelle persone per bene che hanno ancora la forza di credere in un futuro migliore per tutta la nostra gente… ce ne sono poche, sempre meno, ma dobbiamo mantenere la fiducia che avvenimenti di questo tipo contribuiscano ad accrescere il numero di persone che scelgono di stare dalla parte dell’amore e del rispetto”, ha scritto Trifunović.

L’articolo di Rodolfo Toè è stato originariamente pubblicato su sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso

  • Autore articolo
    Osservatorio Balcani Caucaso
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