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Fase 2 e bambini tra centri estivi e distanziamento sociale

bambini fase 2

L’avvio della fase 2 è accompagnato da una serie di problematiche su più fronti, ma una delle esigenze più impellenti per milioni di persone che dal 4 maggio torneranno a lavoro è legata alla gestione dei bambini. Con le scuole chiuse fino a settembre, come si sta organizzando il governo di Conte per far fronte a queste urgenze? Ne abbiamo parlato con Elena Bonetti, Ministra per le pari opportunità e la famiglia.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Alessandro Braga a Prisma.

La scuola non è un parcheggio di babysitting. La scuola è una comunità educante all’interno della quale esiste la possibilità per i bambini di accedere alla formazione personale, ma anche di vivere esperienze di relazione e socialità. A me piace parlare di comunità più che di agenzia educativa. Il fatto che le scuole oggi siano chiuse priva i bambini e i giovani di un pezzo di questo loro percorso educativo, quello di poter vivere, ad esempio, la relazione con i loro coetanei e di poter avere una dimensione di movimento e di uscita dal contesto familiare. Certo, c’è un tema di custodia: finché i bambini sono a scuola ci sono gli insegnanti e gli educatori che se ne fanno carico mentre i genitori possono andare a lavorare.
Il primo punto è il diritto all’educazione integrale, fatta anche di relazioni e di socialità dei bambini e dei giovani. Il secondo punto è un problema di concretezza. È vero quello che abbiamo detto, ma è anche vero che le mamme e i papà non possono abbandonare i figli a casa da soli. Se devono andare a lavorare e i bambini nella fase 2 devono rimanere a casa deve esserci una figura adulta di riferimento con loro, altrimenti è abbandono di minore. Se le scuole sono chiuse bisogna avere delle soluzioni alternative.
Il congedo parentale e il bonus baby sitter erano stati pensati in quella forma per una chiusura iniziale delle scuole non per un lunghissimo periodo.
Poi l’evoluzione dell’epidemia ci ha portato alla necessità di prolungare questa chiusura. Quegli strumenti non possono funzionare sul lungo periodo della chiusura, rispondevano ad un esigenza di immediatezza. Il vero problema si pone adesso con la riattivazione del mondo del lavoro. E per questo stiamo pensando certamente ad estendere i congedi parentali e a renderli anche più elastici nella loro fruibilità.
Io ho molto insistito e insisterò affinché il tipo di congedo parentale sia costruito per da essere condiviso tra le madri e padri. Deve essere chiaro il principio che la custodia, la cura e l’educazione della casa e dei figli non sono affidati soltanto alla donna. La fruibilità deve essere adattata alla turnazione che il lavoro dovrà mettere in campo per questioni di sicurezza sanitaria.
Il voucher baby sitter non dovrà essere usato solo per le baby sitter, ma anche per altri servizi educativi che dovremo attivare. E arrivo al punto chiave: la necessità per questa fase 2 di ricostruire occasioni educative a sostegno delle famiglie per i bambini e per i giovani, ma del tutto riorganizzate. Queste occasioni non devono riprodurre il modello della scuola, un modello di incontro di tante persone. Bisogna ragionare su piccoli gruppi, spazi aperti, indicazioni sanitarie molto precise, una revisione delle modalità del gioco e dello stare insieme.
In una prima fase auspichiamo di poterlo fare almeno per i figli dei lavoratori già da maggio usando gli spazi aperti, poi da giugno con una programmazione strutturata dell’attività estiva, i centri estivi. Stiamo lavorando su questo piano e ho convocato un tavolo di lavoro con tutti i Ministeri coinvolti in qualche modo: il Ministero dell’Istruzione che ha messo a disposizione gli spazi aperti per l’estate, il Ministero dello Sport e quello della Salute. E poi ovviamente i protagonisti – Comuni, Province, Regioni – e ci sarà anche la grande proposta di coinvolgere tutto quel mondo che già oggi è attivo nel nostro Paese – terzo settore, volontariato e realtà educative – per mettersi a disposizione di questa grande sfida che ci attende con un focus specifico: i bambini da 0 a 6 anni.

Che indicazioni darete per conciliare queste esigenze didattiche con la sicurezza dei bambini e degli educatori in questa fase 2?

Le indicazioni saranno molto chiare rispetto alle regole sanitarie di sicurezza. Siamo in un momento in cui dobbiamo fronteggiare e contrastare la diffusione di un’epidemia e per farlo bisogna intervenire in modo scientifico e puntuale sulle indicazioni di alcuni parametri, dalla distanza fisica tra le persone a quali sono i dispositivi dei quali necessitiamo, ma anche alcune procedure di carattere igienico-sanitario. Daremo queste indicazioni, ma poi c’è anche la responsabilità della politica per trasformare queste regole in un possibile modello organizzativo. Se ci si è riusciti nel mondo del lavoro e delle aziende, do per certo che lo si riesca a fare nel mondo educativo, formativo, ludico e ricreativo, proprio perché sono attività che già vivono di creatività e innovazione. Chi mi dice che non è possibile far giocare i bambini a distanza non ha mai organizzato un gioco per bambini e non ha mai fatto educazione. Un educatore sa bene che i bambini possono avere più difficoltà a rimanere a distanza, ma il gioco è uno strumento straordinario e uno dei più elastici.

Prima parlava di attivare dei centri estivi per i figli dei genitori che dal 4 maggio torneranno a lavoro. Mancano pochissimi giorni, quando si saprà qualcosa di più?

Per maggio stiamo lavorando su una situazione della pandemia con numeri ancora alti e non c’è un margine di attivazione di movimento di ulteriori persone. Quello su cui stiamo lavorando coi sindaci è la possibilità di usare gli spazi aperti per organizzare custodia di bambini. Stiamo costruendo questa proposta da sottoporre al comitato tecnico scientifico. Io ho molto insistito affinché i parchi potessero venir aperti per i minimi e avevo chiesto che si potesse accedere in modo contingentato anche all’attività ludica. Questo non è stato concesso, ma io insisterò. È chiaro che deve essere fatto tutto in sicurezza, non a contatto stretto con gli altri coetanei.
Poi stiamo attivando una rete di volontari e di studenti universitari che possono aiutare le famiglie ad affiancare gli studenti e i bambini nell’apprendimento a casa, soprattutto pensando a quelle famiglie fragili per le quali oggi è impossibile affrontare la gestione della didattica a distanza.
Sappiamo che questo può essere uno degli elementi che attiva un processo di impoverimento anche educativo, oltre che materiale. È chiaro che su questi casi più fragili, che i comuni e le scuole sanno individuare, interverremo con uno strumento ad hoc attraverso l’utilizzo di studenti universitari e di volontari.

Matteo Renzi ha accusato il presidente Conte di calpestare la Costituzione per via dei DPCM che continuano ad essere lo strumento utilizzato per imporre regole in questo momento di emergenza. Lei come la pensa da questo punto di vista?

Io penso che ci si salva se ci si salva insieme. I luoghi istituzionali e collegiali sono stati costruiti proprio per assumersi pienamente la condivisione di una responsabilità che non può essere affidata ai pochi, ma che a maggior ragione in questo momento di difficoltà deve essere del Paese. E il Paese è rappresentato dal Parlamento. Il DPCM, che in una prima fase è servito per rispondere all’emergenza, è un provvedimento che non passa in Consiglio dei Ministri. I Ministri, quindi, non entrano nel merito del DPCM, se non quelli sentiti per le materie trattate. Adesso dobbiamo tornare a mettere in campo una progettualità condivisa in seno al governo da portare in Parlamento per raccogliere le sollecitazioni e per fare una verifica rispetto all’operato.

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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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