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Codice rosa: non piace ai centri antiviolenza

La legge di stabilità arriva alla Camera dopo essere stata gravata di decine di emendamenti in commissione. Con ogni probabilità, si ricorrerà al voto di fiducia su un maxiemendamento del governo. Tra i testi correttivi, ce n’è uno che ha suscitato più polemiche di altri. Si tratta dell’introduzione del cosiddetto Codice rosa, una voce con cui catalogare i casi di violenza sulle donne nei pronto soccorsi d’Italia.

A proporlo è stata Fabrizia Giuliani, deputata Pd, secondo cui lo strumento servirà a creare una corsia preferenziale per la tutela. Contrarie, invece, le associazioni che si occupano di violenza di genere. Intanto lo strumento non vale solo per le donne: anche bambini, anziani, disabili e omosessuali, tutti definiti soggetti fragili.

Il Codice rosa, in più, impone a tutte le donne che si rivolgono al pronto soccorso di sporgere denuncia ad autorità giudiziarie, ancor prima di avere avuto informazioni e sostegno da un’operatrice di centri antiviolenza. Il timore è che questo provochi paura nelle donne ancor prima di denunciare, soprattutto in mancanza di un adeguato sistema di tutele. Probabile che non vadano nemmeno a farsi curare.

In più l’emendamento non prevede fondi aggiuntivi per il nuovo percorso per le vittime di violenza di genere. Allora, si chiedono le associazioni, perché tutta questa urgenza tanto da spingere il governo ad introdurla nella legge di Stabilità?

“Non è una priorità politica di questo governo”, è il commento di Titti Carrano, presidente delle Associazioni dei centri antiviolenza ai microfoni di Radio Popolare. “Non servono percorsi forzati ma tempo. Ai centri antiviolenza continuiamo a chiedere di mettere al centro le donne invece dell’azione giudiziaria”, conclude.

Ascolta l’intervista integrale a Titti Carrano

Intervista a Titti Carrano

  • Autore articolo
    Chiara Ronzani
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