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La cattiveria corre sul filobus

Su uno dei rari mezzi della linea 90 vuoto, 11 e 10 del mattino di ieri, la tranquillità è rotta dalla voce dell’autista, che dall’interfono intima a una signora dalla pelle più scura della mia: Se vuoi salire chiudi subito il passeggino, lo dice il regolamento.

La donna sale e va verso la testa del filobus, verso l’autista. (altro…)

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    Chiara Ronzani
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Sentenza Magherini: “Una forzatura”

L'avvocato Fabio Anselmo

La sentenza di assoluzione dei tre carabinieri accusati di omicidio colposo per la morte di Riccardo Magherini è “una forzatura”. L’avvocato della famiglia chiede le motivazioni della sentenza “in tempi brevissimi” e si dice pronto ad agire presso “la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma non solo”.

Fabio Anselmo rompe il silenzio dopo una notte di riflessione e racconta a Radio Popolare il disappunto per la sentenza e annuncia i prossimi passi della difesa.

“Avevo avvisato i Magherini fin dall’inizio che questi non sono mai processi normali. Questi purtroppo sono processi che riservano sorprese o situazioni anomale, vedasi Cucchi, vedasi Aldrovandi, vedasi Uva”.

Riccardo Magherini morì la notte del 2 marzo 2014, dopo essere stato fermato a terra e ammanettato dai carabinieri, che lo tenevano compresso al suolo, a Firenze. C’è un video girato da una finestra in cui si vede la scena e si sente l’uomo chiedere aiuto. Testimoni hanno riferito di calci che gli sono stati sferrati poco prima della morte. In appello i carabinieri erano stati condannati a 7 e 8 mesi.

La corte di Cassazione entra a piedi pari nel merito, cosa che non potrebbe fare, con una assoluzione tipicamente di merito e cioè il fatto non costituisce reato. È una assoluzione che ha lasciato di sasso, basiti, tutti i giuristi e colleghi, anche magistrati. Noi la percepiamo come una forzatura”, continua il legale della famiglia Magherini, che è convinto di non aver concluso con la Cassazione il percorso giudiziario.

“Ci aspettiamo una motivazione a tempi brevissimi. Non ci si nasconda dietro a mesi e mesi per le motivazioni, perché quando si pronuncia una sentenza di questo genere si presume che si debba avere idee estremamente chiare. Se quella che percepiamo essere una situazione limite, di forzatura rispetto al diritto, sarà confermata, prenderemo in considerazione diverse possibilità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è già nei nostri programmi, ma non solo”.

L'avvocato Fabio Anselmo
Foto dalla pagina FB dell’avvocato Fabio Anselmo https://www.facebook.com/Avv-Fabio-Anselmo-1618255895114407

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Fabio Anselmo

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    Chiara Ronzani
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La Lega attacca le donne in nome del decoro

È solo una questione di decoro“.

Così l’assessore alla sicurezza di Novara ha spiegato le nuove norme del regolamento di Polizia Urbana. In realtà dietro al concetto rassicurante e piccolo borghese di decoro c’è un insieme di valori che i leghisti vogliono restaurare e altri che vogliono accantonare. Non si potrebbe spiegare diversamente il disincentivo alla bicicletta, in una città che si trova nell’area più inquinata d’Europa, la pianura padana. (Vietare di agganciare le bici ai pali in mancanza di installazioni massicce di rastrelliere significa voler lanciare il messaggio che il mezzo ecologico è da poveracci). Oppure il tentativo di mettere un argine alla socialità, impedendo alle persone di aggregarsi davanti ai locali pubblici.

Tutti a nanna presto, in particolare le donne, che preferibilmente potrebbero evitare di uscire. E se lo fanno, si vestano in modo da non offendere il comune senso del pudore. Parole di un’altra epoca, che vogliono oscurare il tema che con forza sta emergendo nel dibattito pubblico, quello della violenza maschile sulle donne. Ci sono cose che non sono scritte nel regolamento, ma che sono pericolose per quello che evocano.

Suggerire che ci sia un legame tra modo di vestire e stupri, imponendo alle donne un abbigliamento consono per prevenirli, significa normalizzare la violenza e rivittimizzare chi la subisce. Un meccanismo duro da scardinare. E poi la norma andrà a colpire le prostitute, donne “troppo libere”, nel senso comune leghista, ma in realtà spesso prigioniere della tratta e del mercato dello sfruttamento alimentato dagli uomini – 8 milioni di clienti italiani – tra cui senz’altro molti novaresi. Ma non averle sotto casa è l’obiettivo del cittadino, di cui dice di farsi portavoce l’amministrazione.

E che dire dei Pride o delle soggettività non eterosessuali? Cozzeranno contro il comune senso del pudore novarese? C’è da scommetterci. Norme inapplicabili ma che lanciano messaggi propagandistici difficili da equivocare.

Verrà elevata qualche sanzione da diverse centinaia di euro, che sarà ripresa dai giornali e così l’ideologia si alimenterà.

Multarne uno per educarne cento.

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    Chiara Ronzani
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Condono “monstre” dalla dubbia efficacia

Condono fiscale del Governo Conte

Il condono fiscale previsto dal decreto collegato alla legge di bilancio prevede un vasto spettro di possibilità per i contribuenti non in regola con il fisco. Ci sarà una aliquota al 20% per chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi, si potrà poi presentare una dichiarazione integrativa, per un massimo del 30% di quanto già dichiarato, con il tetto di 100mila euro per periodo di imposta.

Sarà prevista la terza edizione della cosiddetta rottamazione delle cartelle di Equitalia, con la cancellazione di sanzioni e interessi e i pagamenti in 20 rate. Tutte le cartelle sotto i 1000 euro accumulate dal 2000 al 2010 saranno cancellate. Infine, le liti con il fisco potranno essere sanate in modo agevolato.

Ma la vastità e complessità del condono potrebbe ridurne l’effetto, secondo l’economista dell’università di Milano Bicocca Alessandro Santoro che spiega:

“Si tratta di una manovra complessa che tende ad agire su più fronti. L’idea di chi ha pensato questa manovra era quella di intervenire su praticamente tutti i momenti nei quali si manifesta il rapporto tra un contribuente, che potrebbe aver evaso, e il Fisco. Quindi, dal momento immediatamente successivo alla dichiarazione cosiddetta infedele, cioè quella nella quale non è stato dichiarato il tutto, fino al momento finale, ultimo della procedura, che è quello in cui il contribuente deve pagare la cartella esattoriale. Per ciascuno dei momenti della procedura, quindi quello immediatamente successivo alla dichiarazione, quello in cui arriva l’avviso di accertamento o viene fatto il processo verbale di contestazione, quello in cui le due parti cominciano a litigare, cioè vanno di fronte alle commissioni tributarie, fino all’emissione della cartella esattoriale, sono state pensate delle vie d’uscita alternative o scappatoie, che sostanzialmente vorrebbero offrire la possibilità al contribuente di chiudere la vicenda pagando meno di quanto in teoria avrebbe potuto o dovuto pagare se la procedura si fosse conclusa e se ovviamente la sua responsabilità fosse stata riconosciuta come tale. Non abbiamo ancora i numeri della relazione tecnica, però la combinazione di una volontà condonistica molto ampia da parte, probabilmente, della Lega, e della volontà di altre parti della maggioranza di limitarla potrebbe aver generato una contraddizione cioè un condono teoricamente molto ampio ma con effetti di gettito limitati, perché poi i contribuenti che potrebbero trovare conveniente aderire a queste varie ipotesi di condono potrebbero essere non molti con un risultato paradossale: aver creato un’iniquità, aver immesso per l’ennesima volta nel sistema un condono e dato l’impressione quindi ai contribuenti che non conviene pagare perché un condono arriverà sempre, e poi un effetto di gettito che potrebbe rivelarsi modesto

ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVENTO DI ALESSANDRO SANTORO
Economista Alessandro Santoro

Condono fiscale del Governo Conte
Foto © Palazzo Chigi – Licenza CC BY-NC-SA 3.0 IT
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    Chiara Ronzani
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Eliminate tutte le Ong dal Mediterraneo

Nave Sea Watch

Ci sono voluti circa due anni e una campagna su più fronti: politico, giudiziario, legale, di immagine. I governi italiani e l’Unione Europea sono infine riusciti nell’obiettivo di togliere di mezzo le Ong, che senza oneri per gli Stati hanno soccorso, dal 2015 in avanti, centinaia di migliaia di persone che rischiavano di morire in mare.

Negli ultimi mesi gli sbarchi in Italia sono diminuiti, ma i morti in proporzione sono cresciuti. E ora tutto avviene senza i “testimoni scomodi” che fanno soccorso in mare.

La ong Proactiva Open Arms ha annunciato ieri che sposterà la propria attività nello stretto di Gibilterra, davanti alle coste spagnole. Con la nave Aquarius di Sos Mediterranée ferma a Marsiglia e quella di Sea Watch bloccata da due mesi dalle autorità maltesi senza motivazione, di fatto nessuna nave di soccorso delle associazioni umanitarie è rimasta a salvare le persone nel Mediterraneo centrale, sulla rotta Libia – Italia.

Un effetto delle politiche dei governi italiani e dell’Unione Europea, secondo la portavoce di Sea Watch Italia Giorgia Linardi.

Questa strategia di denigrazione dell’operato delle organizzazioni non governative impegnate in mare è iniziata già dalla fine del 2016 con le prime accuse di collusione con i trafficanti, intensificate in maniera assurda durante la primavera del 2017 quando siamo stati chiamati “taxi del mare” da Luigi Di Maio e sono iniziate le prime inchieste. Ci sono stati tutta una serie di attacchi a livello mediatico, politico e giudiziario, tutti i fronti possibili, dislocate poi nei codici di condotta e nell’intensificazione del supporto alle autorità libiche da parte del governo italiano sotto l’egida europea, fino alla creazione di un contesto operativo impossibile. È chiaro che per noi è impensabile trasferire persone soccorse ad assetti libici affinché vengano riportate in Libia o coordinarci con le autorità libiche in questo senso. Purtroppo in questo momento a tutte noi è impedito di operare. Quello che l’Europa sta facendo, invece di cercare di evacuare le persone dalla Libia – perchè si tratta di un Paese in cui i migranti sono in pericolo – è impegnarsi in un sistema di contenimento che in realtà va a rimpolpare il traffico: permette a persone intrappolate in Libia, e che cercano di fuggire, di essere intercettate in mare, riportate in Libia, imprigionate, estorte, vendute e rimesse in mare, re-intercettate e riportate in Libia più o più volte. Si dà quindi la possibilità ai trafficanti di sfruttare la stessa persona più volte finché non soccombe. Questo è il risultato di questo sistema. Ciò che si vede dal lato europeo del Mediterraneo è una diminuzione degli arrivi in Europa e quindi si pensa che questo sistema sia un successo. In realtà si gioca sulla pelle delle persone, ma siccome non sono persone di nostro interesse allora non importa.

Nave Sea Watch
Foto dalla pagina FB di Sea Watch Italia https://www.facebook.com/seawatchprojekt/
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    Chiara Ronzani
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“Perché siamo stati trattenuti sulla Diciotti?”

Migranti a bordo della Diciotti

Eleonora Forenza, europarlamentare de L’altra Europa per Tsipras, si è recata oggi in visita all’hotspot di Messina per incontrare 58 dei migranti lì trasferiti dopo lo sbarco dalla nave Diciotti nel porto di Catania e dopo essere rimasti in ostaggio per dieci giorni.

Per ore, ci ha raccontato Forenza, le è stato negato l’accesso con diverse scuse, ma alla fine è riuscita ad incontrare i profughi, ascoltare i loro racconti e riferirci il messaggio che le è stato consegnato.

Sono riuscita ad entrare nell’hotspot di Messina dopo quattro ore di attesa. Prima è stato negato l’accesso alle due persone che mi accompagnavano, un avvocato e un mediatore. Noi abbiamo chiesto di fornirci la motivazione scritta di questo diniego e ci sono stati forniti dei riferimenti normativi assolutamente non corrispondenti a questa situazione. Poi è stato negato addirittura anche l’accesso a me dai responsabili della cooperativa che volevano una dichiarazione scritta della Prefettura. Il risultato è che siamo riusciti ad entrare io e il mediatore culturale dopo quattro ore di questo rimpallo, senza che nessuno si assumesse le responsabilità di mettere per iscritto perchè stavano ostacolando una prerogativa parlamentare garantita dalla legge. Quello che abbiamo ascoltato qui è quello che purtroppo già sappiamo: abbiamo ascoltato storie di tortura da persone che sono state detenute nei campi libici, che venivano torturate mentre parlavano al telefono coi loro familiari. La cosa che più colpisce è queste persone, dopo quello che hanno passato, prima in Libia e poi sulla Diciotti, siano prevalentemente preoccupate di quello che continua ad avvenire in Libia ai loro fratelli e alle loro sorelle, a cui viene detto di uscire dai campi per lavorare e che invece vengono vendute due o tre volte. Ci hanno raccontato di come sono stati riportati indietro dalla Guardia Costiera libica delle persone che sono state vendute nel porto. Sono tutti molto intenzionati a partecipare al processo che ci sarà per il loro sequestro e soprattutto per evitare che ai loro fratelli e alle loro sorelle possa capitare un dramma o un’odissea analoga a quella che hanno subito loro.
Devo dire che per me è stato difficilissimo rispondere alla domanda che mi hanno fatto appena sono arrivata: “Perché siamo stati trattenuti sulla nave Diciotti?”.

La struttura in cui adesso sono rinchiusi è una struttura adeguata per persone che hanno avuto queste esperienze?

Il problema non è della struttura, che è preposta per molte più persone. Il punto è la totale disinformazione riguardati i loro diritti. Abbiamo provato a spiegare quello che potrebbe accadere loro qualora fossero portati in Albania, in uno Stato extraeuropeo, e che appunto hanno il diritto di chiedere asilo o protezione umanitaria. Credo che questo sia il punto principale in questa struttura, oltre alla totale assenza di informazione da parte di chi la presidia, perchè appunto ci siamo ritrovati per quattro ore in un rimpallo kafkiano di persone che non erano al corrente di quali fossero le prerogative parlamentari. Le cose sono due: o l’hotspot, come struttura, è collocata in un vuoto giuridico – e quindi siamo di fronte alla possibilità delle Prefetture di disciplinare arbitrariamente quali sono le possibilità di assistere queste persone – oppure siamo di fronte ad un palese ostracismo. Ad un certo punto ci è stato addirittura detto dalla Prefettura che c’era bisogno di un’autorizzazione del Ministero dell’Interno che chiaramente non credo sia molto interessato a garantire i diritti di queste persone, come abbiamo visto in tutto quello che è accaduto alla nave Diciotti.

Siamo appena usciti dall'hotspot di Messina, che ospita alcuni dei migranti sequestrati per giorni sulla nave #Diciotti
Hanno provato in tutti i modi ad impedirmi di esercitare il mio diritto/dovere come parlamentare europea di visitare la struttura.
Vi raccontiamo cosa è successo e cosa abbiamo visto.

Posted by Eleonora Forenza on Thursday, August 30, 2018

Migranti a bordo della Diciotti
Foto dalla pagina FB di Amnesty Bologna https://www.facebook.com/Amnesty-Bologna-910948528968179/

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Eleonora Forenza

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    Chiara Ronzani
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Asia Argento e l’accanimento mediatico

Asia Argento

Faccia d’Argento”. “La molestata molestò un minore”. “Molestatrice MeToo”, “Asia Weinstein”. Sono i titoli di alcuni giornali all’indomani delle rivelazioni del New York Times, secondo il quale l’attrice italiana Asia Argento ha raggiunto un accordo economico con l’attore Jimmy Bennet, che l’accusava di averlo molestato quando era minorenne, nel 2013.

La stampa italiana non vedeva l’ora che Asia Argento cadesse in disgrazia per potersi avventare nuovamente su di lei. Questo è il trattamento mediatico dedicato all’attrice che in Italia è diventata il controverso simbolo della presa di parola delle donne sul tema delle molestie sul lavoro, un problema diffusissimo.

All’indomani della denuncia che Argento fece al produttore Weinstein, si scrissero pagine intere in cui si metteva in dubbio tutto delle sue accuse: perché aveva avuto una vita sregolata, perché aveva fatto carriera con Weinstein, perché era antipatica, perché era ricca, perché aveva i tatuaggi. Come si poteva crederle?

My son my love until I will live @jimmymbennett marina del rey 05.2013

Un post condiviso da asiaargento (@asiaargento) in data:

Ora che le accuse sono a parti invertite, nessuno si è messo a fare la radiografia all’accusatore. Gli si crede e basta. E non soltanto perché c’è stata una transazione finanziaria. Nessuno invoca la giustizia dei tribunali, nessun garantismo.

Alla base di questo trattamento non c’è solo un accanimento specifico verso Asia Argento, ma c’è il più ambito tentativo di depotenziare il movimento #MeToo, i movimenti femministi, di confinare il tema delle violenze di genere, che con tanta fatica ha conquistato la scena pubblica, nell’oblio in cui la cultura sessista cerca di ricacciarlo. Il patriarcato è vivo e alberga soprattutto nei posti di potere. Quindi anche ai vertici delle redazioni.

Colpire Asia Argento significa voler zittire tutte quelle donne che in situazioni meno privilegiate dell’attrice, e sono la maggioranza, hanno voglia di dire basta alle violenze.

Asia Argento
Foto dal profilo Instagram di Asia Argento https://www.instagram.com/asiaargento/
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    Chiara Ronzani
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La finta ruspa di Salvini

Casa demolita a Carmagnola

Una fake news targata Matteo Salvini.

Il ministro dell’Interno, nel giorno in cui rilancia il censimento dei nomadi, rivendica alla Lega l’abbattimento di una casa in un campo nomadi a Carmagnola, in provincia di Torino.

Questa mattina a Carmagnola (Torino), dove amministra la Lega, è stata abbattuta una casa abusiva in un campo Sinti non autorizzato. Dalle parole ai fatti” ha scritto Salvini su Facebook, aggiungendo il classico hashtag, ‘prima gli italiani’.

La casa, un edificio in muratura, è effettivamente stata abbattuta questa mattina.

Ma la storia è molto diversa da come è stata raccontata da Salvini. Un comunicato stampa dell’amministrazione comunale di Carmagnola spiega: l’abbattimento era stato deciso nel 2008, dal Tribunale di Alba, sezione distaccata di Bra. Il 15 giugno scorso, 10 anni dopo il primo pronunciamento dei giudici, la Procura della Repubblica di Asti ha disposto lo sgombero dell’immobile abusivo e il suo abbattimento, eseguito questa mattina.

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Una decisione del Tribunale quindi, e non della politica. Non solo: a Carmagnola la sindaca, Ivana Gaveglio non è leghista ma è vicina a Forza Italia e nella giunta comunale, di centrodestra, la Lega ha una quota minoritaria.

Salvini, quindi, si intesta un risultato politico che non è suo. Posta la foto sui social network. Una distorsione della realtà così grande da equivalere a una bugia.  Una bugia sparata per strumentalizzare l’abbattimento dell’edificio ai fini della sua propaganda.

Casa demolita a Carmagnola
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini
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    Chiara Ronzani
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Il vero prezzo delle fragole

Foto di Stefania Prandi
    Per la raccolta delle fragole e degli altri frutti rossi che troviamo in diversi supermercati e mercati italiani, quest’anno nelle serre di Huelva, in Andalusia, nel sud della Spagna, servivano 18mila donne marocchine. Le braccianti sono state reclutate attraverso il Contratto in origine, un programma per importare la manovalanza stagionale. Sono in maggioranza sposate e con figli: così non cercheranno di restare a vivere in Spagna, illegalmente, una volta finita la stagione e scaduto il permesso di soggiorno. Un libro appena pubblicato dalla casa editrice Settenove, intitolato Oro Rosso, racconta la condizione di questa forza lavoro che ogni anno emigra da un lato all’altro del Mediterraneo. La giornalista e fotografa Stefania Prandi è stata per un mese tra le serre di Huelva, negli oltre 10mila ettari dove si producono 300mila tonnellate di fragole e frutti rossi all’anno, intervistando non solo le lavoratrici marocchine, ma anche le romene, le bulgare, le spagnole. La cronaca di questi incontri mostra una realtà fatta di abusi verbali, fisici, molestie sessuali, ricatti e anche stupri. Un vero e proprio sistema di sfruttamento, con le braccianti che resistono come possono pur di mantenere il posto. Rumene, bulgare, polacche e marocchine vivono a gruppi di 20, 50, anche 100, in casolari fatiscenti in mezzo alla campagna, in container immersi nelle serre, in alcuni casi circondati dal filo spinato e dalle guardie. «Quasi tutte le donne che ho incontrato hanno raccontato di conoscere qualcuna che è stata molestata oppure di essere state vittime direttamente di avances, ritorsioni o abusi sessuali» dice Prandi. «Non è semplice nominare le violenze, perché c’è sempre il timore che i padroni, come vengono chiamati i proprietari delle aziende agricole, possano scoprirle, punendole o cacciandole. Inoltre c’è il senso di vergogna, la paura di non essere credute, la consapevolezza che la giustizia non è per tutti». Secondo Pastora Cordero Zorrilla, del sindacato Comisiones Obreras (CCOO), ogni anno nella provincia di Huelva si fatturano oltre 320 milioni di euro, un giro di denaro tale che benché tutti sappiano degli abusi, nessuno voglia parlarne. In genere, sul territorio, si ascoltano affermazioni come questa: «Qui non ci sono problemi, non esiste discriminazione contro le donne».

    Copertina Oro Rosso

    Tra le pagine di Oro Rosso, le lavoratrici «invisibili» prendono la parola. A raccontare sono Kalima, che dopo stupri ripetuti decide di abbandonare l’azienda agricola e denunciare, Anka, che si è «salvata» sposando uno spagnolo, ma non riesce a dimenticare gli anni di abusi, e Nadia che per 10 giorni è stata costretta, con altre braccianti, a mangiare cibo per cani perché il «padrone» non la pagava. E non c’è soltanto la Spagna in quest’indagine indipendente, durata più di 2 anni, con oltre 130 interviste a lavoratrici, sindacalisti e associazioni, e realizzata con grant e finanziamenti internazionali. Ci sono anche Vittoria, in Sicilia, Bari, Foggia, Taranto, in Puglia e Souss- Massa, in Marocco. «È stato difficile condurre l’inchiesta soprattutto a causa dell’omertà diffusa» spiega Prandi. «Spesso mi è stato consigliato, o meglio intimato, di lasciare perdere. La violenza sul lavoro nelle aree del Mediterraneo sulle quali mi sono concentrata, perché sono tra le principali esportatrici di verdura e frutta in Europa e impiegano manodopera soprattutto femminile, è ancora tabù». Nonostante le condizioni oggettivamente pesanti, le donne di Oro Rosso parlano della vita che si trovano davanti, di quella che vorrebbero, del futuro che sperano per le loro figlie, e della voglia di ribellione.

    Le foto del progetto Oro Rosso saranno in mostra a Bologna, al Baraccano, dal 20 aprile al 10 maggio 2018.

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    Chiara Ronzani
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Lo sciopero dell’8 marzo

Quanto vale il lavoro delle donne? Quello nelle aziende, dove guadagnano meno e hanno i contratti peggiori, quello in famiglia, dove si sobbarcano la maggior parte del lavoro di cura e di riproduzione del lavoratore, gratis.

Per capirlo, bisogna che le donne si fermino per un giorno. E’ anche questo il senso della protesta che per il secondo anno consecutivo porterà donne di tanti paesi, dall’Argentina alla Polonia, dall’Australia alla Spagna, a smettere di fare quello che fanno ogni giorno.

Una protesta che in Italia è portata avanti dalla Rete Non una di meno. Per chiedere la fine del divario salariale, la fine della precarietà, delle disuguaglianze e discriminazioni di genere e per promuovere il piano femminista contro la violenza di genere. Non una di meno è il movimento femminista nato grazie a storiche associazioni, ai centri antiviolenza e trascinato da tantissime giovani attiviste. Un movimento aperto, che vede la partecipazione di tante studentesse e studenti.

Decine le manifestazioni oggi in tutta Italia. A Milano e Roma le più importanti. Nella capitale ci sarà Asia Argento. L’emblema di come funzionino ancora le cose nel nostro paese. Negli Stati Uniti il suo carnefice, Weinstein, è stato licenziato ed è caduto in disgrazia. In Italia l’attrice, che ha denunciato di essere stata stuprata a 21 anni dall’uomo tanto più potente di lei, è diventata l’accusata dai media e dall’opinione pubblica.

Qui le foto del corteo delle studentesse e degli studenti di Milano:

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    Chiara Ronzani
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“La Guardia costiera libica responsabile del naufragio”

Foto di Sea Watch

Con un comportamento violento e sconsiderato la Guardia costiera libica ha causato la morte di diversi migranti, durante i soccorsi di un gommone alla deriva. E’ l’accusa della Ong tedesca Sea Watch, arrivata sul posto in contemporanea con la motovedetta libica, su richiesta della Guardia costiera italiana.

Al termine della giornata abbiamo raggiunto al telefono Gennaro Giudetti, operatore italiano a bordo della Sea Watch 3, che vedete nella foto: “Durante il tragitto abbiamo trovato dei cadaveri dispersi in acqua, perché il gommone era distrutto. Ho visto il corpo di un bambino che galleggiava, l’ho raccolto, poco distante c’era la madre, straziata, che stava tentando di sopravvivere tra le onde. Il bimbo aveva solo 4 anni, è stato terribile”.

La Ong (link al video) ha filmato parte delle operazioni di soccorso e racconta di come l’arrivo repentino della motovedetta libica abbia causato la caduta in mare dei migranti.

Una volta sul posto, secondo la Ong, i libici hanno cercato di raccogliere più persone possibile a bordo, per riportarle nei centri di detenzione in Libia. L’accordo tra Europa e Libia prevede infatti che chi viene intercettato dalla Guardia costiera libica sia respinto e riportato al punto di partenza, mentre chi è soccorso dalle Ong e dalle navi europee sia portato sulle coste italiane.

“Abbiamo salvato 58 persone. Una parte di questi migranti era aggrappata al gommone vicino alla motovedetta libica e voleva raggiungerci. I militari libici hanno iniziato a gridare contro di noi, intimandoci di allontanarci e andarcene, ci hanno persino lanciato delle patate. Tiravano a bordo i migranti in maniera violenta” – continua Gennaro Giudetti “Abbiamo visto che sulla nave libica i marinai stavano picchiando con corde e bastoni i migranti che si rivolgevano a noi, pregandoci di intervenire per ricongiungerli con le famiglie. A bordo avevamo una donna, il marito era stato preso dai libici. A un certo punto si è gettato in acqua per raggiungerci, ma siccome non sapeva nuotare si è dovuto aggrappare a una corda della motovedetta. A quel punto i libici hanno azionato i motori e si sono allontanati velocemente. Non sappiamo cosa sia accaduto a quell’uomo, non siamo riusciti a raggiungerlo”.

La Guardia costiera libica ha risposto alle accuse attaccando Sea Watch: “Hanno interrotto il nostro lavoro, creando il caos tra i migranti”.

 

 

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    Chiara Ronzani
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Lo stupro fa notizia se il colpevole è straniero

Perché ci sono così tanti stupri, in questa estate? E’ cresciuto il numero degli stupratori, si sono aperte le gabbie? Qualcuno impazzisce dal caldo?

Soltanto ieri sulla pagina principale di un quotidiano nazionale on line si leggeva di 7 diversi episodi di violenza sessuale ai danni di donne, in un solo giorno.

La verità è che gli stupri sono quotidiani e sono molti di più. Quelli denunciati, una minoranza, sono stati 2333 da gennaio a luglio 2017. Fanno 11 al giorno. Ma “normalmente” non finiscono sui giornali, perché sono considerati, appunto, normalità. Si parla tutt’al più di femminicidi, che sono molti meno, uno ogni tre giorni. Gli stupri compaiono improvvisamente nelle cronache se si tratta di un fatto di particolare efferatezza, come ad esempio una violenza di gruppo, particolarmente odiosa, oppure se i fatti sono oggetto di una polemica politica. Quello che accade ora è che lo stupro di gruppo di Rimini, che racchiude entrambe le casistiche, è stato strumentalizzato per aizzare un discorso razzista, che in questo momento è molto in voga. I quattro stupratori non sono ancora stati catturati, ma si ipotizza che siano nordafricani. E allora anche gli altri casi di stupro diventano improvvisamente visibili per le testate giornalistiche.

Torniamo ai dati del ministero dell’Interno. Le violenze sessuali rispetto allo scorso anno sono in leggero calo: ce ne sono state 12 in meno. Gli stupratori sono italiani nel 63% dei casi, stranieri nel 37%. In leggero aumento rispetto allo scorso anno gli italiani, in leggera diminuzione gli stranieri. Sono numeri risibili, rispetto all’enormità degli stupri quotidiani che avvengono in Italia. E alle donne che subiscono, non interessa nulla della nazionalità dei violentatori. Non vogliono che la loro sofferenza sia strumentalizzata. E infatti le vittime scompaiono dalle cronache. Al centro del dibattito, ci sono gli stupratori. Ma non si parla della cultura sessista che è alla base della violenza sulle donne. Ci si concentra sulla nazionalità.

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    Chiara Ronzani
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Almeno 20 morti nel Canale di Sicilia

Ancora un naufragio nel Canale di Sicilia. Le vittime sono almeno 20. La notizia è stata comunicata a Radio Popolare da Migrant offshore aid station (MOAS), l’organizzazione maltese per la ricerca e il soccorso in mare che sta lavorando ininterrottamente da sabato a diverse operazioni di salvataggio.

La nave di Moas da sabato mattina ha portato soccorso a oltre 10 imbarcazioni di fortuna. In totale oltre 2000 persone. “Una crescita senza precedenti delle partenze dalla Libia in direzione dell’Europa”.

Poi, domenica, durante una di queste operazioni di slavataggio, l’equipaggio della nave Phoenix si è reso conto di trovarsi di fonte a un naufragio già avvenuto. I corpi erano in acqua. L’unica cosa che i volontari hanno potuto fare, è stata di recuperare le salme e portarle a bordo della nave. Siamo riusciti a comunicare con Regina Catrambone, fondatrice di Moas, che si trova sulla nave di soccorso.

Ascolta la testimonianza raccolta da Chiara Ronzani

CATRAMBONE 13 naufragio

In questi giorni le condizioni meteo favorevoli, con il mare piatto, stanno favorendo le partentenze dalle coste libiche. Altri salvataggi sono avvenuti, sempre nel Canale di Sicilia tra sabato e domenica, a opera della Guardia costiera e della Marina militare italiane. Complessivamente si tratta di quasi 4500 persone.

Anche la Calabria è stata coinvolta da questi nuovi sbarchi. Domenica mattina, giorno di Pasqua, nel porto di Reggio Calabria è attraccata la nave Vos Prudence, con 650 persone a bordo. Un secondo sbarco è avvenuto sulla spiaggia di Melito Porto Salvo: in questo caso il barcone dei migranti è riuscito ad arrivare a riva, con 80 persone a bordo. Tutti i migranti sbarcati in Calabria sono stati sottoposti a cure mediche. Medici senza frontiere ha denunciato che molti di loro presentavano segni di violenze e torture, subìte in Libia o durante il tragitto.

Al dramma dei profughi ha fatto riferimento anche Papa Bergoglio, nel messaggio che ha accompagnato la benedizio pasquale urbi et orbi.

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    Chiara Ronzani
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“Non esiste un catalogo delle reazioni alla violenza”

Il suo ex datore di lavoro è stato assolto dall’accusa di violenza sessuale perché durante lo stupro lei non ha urlato, ma si è “limitata” a dire basta. Secondo le giudici, non ha avuto una reazione “appropriata” alla violenza.

Ora la donna dovrà rispondere anche di calunnia, passando da parte lesa ad accusata.

La sentenza emessa dalla giudice Diamante Minucci e da due colleghe del tribunale di Torino ha causato le proteste delle associazioni antiviolenza. Il 12 aprile la rete Non Una Di Meno ha promosso dei presidi davanti al Tribunale di Torino e ai palazzi di Giustizia di altre città, inclusa Milano.

Il presidente della Sezione autonoma misure di prevenzione del tribunale di Milano Fabio Roia, che da molti anni si occupa di violenza contro le donne, ha avuto modo di leggere le motivazioni della sentenza e non le condivide.

“La decisione va accettata, questo è un principio di diritto perché se non accettiamo le decisioni delle sentenze crolla il sistema istituzionale”, ha premesso il magistrato. “Non condivido però la motivazione” perché secondo il tribunale “ci dovrebbe essere un catalogo del comportamento della vittima della violenza sessuale. E chi giudica e lavora su questo terreno sa che questa è una affermazione totalmente sbagliata. Ciascuna donna ha diritto a esprimere il proprio trauma in maniera diversa”.

Roia, che si occupa anche di formazione dei colleghi sui temi della violenza di genere, ritiene che sarebbe utile istituire collegi giudicanti specializzati sui reati contro le donne, e affiancare criminologi che siano in grado di valutare la pericolosità degli indagati quando ci sono delle denunce perché spesso – ha spiegato – “il giudice non ha gli strumenti che gli permettono di delineare un profilo del maltrattante o del violento”.

Tornando alla sentenza, nelle motivazioni si legge “che la donna non ha manifestato quei sensi di sporco o inadeguatezza che normalmente le vittime presentano: questo non è un argomento assolutamente accettabile e condivisibile”, ha sottolineato Roia.

Ma la cosa che sembra più grave al magistrato milanese “è che non solo c’è stato un vaglio di inattendibilità del racconto della donna – il che se la donna ha subito una violenza crea un trauma istituzionale, questa sarebbe una violenza istituzionale – ma il fatto che il tribunale l’abbia ritenuta responsabile di calunnia – cioè ha rilavato una notizia di reato per cui ha trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica, e questo mi sembra veramente eccessivo”, ha concluso Fabio Roia.

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    Chiara Ronzani
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La corsa dei richiedenti asilo

copyright Roberta De Palo

Tutto è iniziato a dicembre scorso, al parco Forlanini. Lì si allena il Gruppo sportivo tassisti milanesi. Tra gli alberi corrono anche dei ragazzi africani dalle lunghe leve. Non sono attrezzati, ma la passione per la corsa supera il freddo.

Sono i richiedenti asilo che vivono nel vicino Cas di via Corelli. I tassisti li avvicinano, fanno amicizia. E in poco tempo nasce la sfida: correre insieme la Maratona di Milano del 2 aprile.

Il percorso è lungo, ma costellato di preziosi alleati che ristorano muscoli e spirito.

Si attivano i volontari dell’associazione NoWalls, che al Centro di accoglienza via Corelli gestiscono la scuola e i progetti sportivi e di integrazione.

I tassisti si rivolgono all’organizzazione della maratona: in poco tempo si trovano gli sponsor. Arrivano vestiti, scarpe per la corsa e un preparatore atletico. Per l’ultimo allenamento, sabato prima della gara, c’è anche un maratoneta professionista: Danilo Goffi.

Mancano gli ultimi controlli medici, anche quelli offerti da uno sponsor. E poi è solo questione di gambe e cuore, per affrontare in staffetta i 42 km e 195 metri della maratona.

“La giornata è iniziata con quattro tassisti che sono venuti a prendere i 16 corridori al centro di via Corelli, sembrava la carrozza di Cenerentola” – racconta Roberta De Palo, volontaria di No Walls.

Copyright Roberta De Palo
Foto di Roberta De Palo

I sedici atleti, maliani, somali, ivoriani, etiopi, eritrei, senegalesi, divisi in quattro squadre, sono andati fortissimo: la prima staffetta ha portato a termine la gara in 2h54’58”.

Al traguardo mi hanno detto: “Troppo facile, vogliamo correre ancora” – aggiunge Roberta De Palo. Erano “felici, felicissimi. Vederli sorridere dopo tutto quello che hanno passato – perché tutti loro sono passati dal viaggio in Africa, alla detenzione in Libia, fino alla traversata del Mediterraneo con il barcone – è stata una grande gioia”. E ora?

“Ora speriamo che possano correre ancora”.

Ascolta il racconto di Roberta De Palo

Roberta De Palo ass. No Walls

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    Chiara Ronzani
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Opportuno chiudere “Parliamone sabato”

E’ inaccettabile per una trasmissione del servizio pubblico descrivere una donna come fosse un animale domestico – ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini.

Laura Boldrini ritiene la decisione della Rai di chiudere la trasmissione Parliamone sabato sia “Molto opportuna. La lista di considerazioni fatte sabato scorso è talmente offensiva, per le donne in generale, per le donne dell’Est Europa e anche per gli uomini, da far emergere un quadro negativo e devastante per tutti. E’ molto umiliante ed inaccettabile, specialmente in una trasmissione del servizio pubblico” – continua Laura Boldrini– arrivare a descrivere una donna come se fosse un animale domestico, buono, mansueto e da accarezzare ogni tanto, una sorta di peluche”.

Secondo la presidente della Camera “La Rai sta facendo degli sforzi per proporre una figura di donna realistica, anche nelle fiction”, quindi lo scivolone “è stato sorprendente perché mi sembra che la linea della Rai negli ultimi tempi vada in un’altra direzione”.

Tuttavia non bisogna sottovalutare il legame tra rappresentazione e violenza di genere – ha spiegato Laura Boldrini: “Se si descrive la donna come una figura sottomessa, che deve essere lì solo per compiacere il proprio compagno, la si rende quasi un oggetto, e uno di un oggetto fa ciò che vuole. In un paese in cui una donna ogni tre giorni viene ammazzata per mano di chi dovrebbe amarla tutti dovremmo fare uno sforzo per restituire un’immagine corretta delle donne” – ha concluso la presidente della Camera.

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    Chiara Ronzani
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Il femminismo è giovane

Il femminismo è entrato nelle scuole, non grazie ai programmi istituzionali che l’hanno sempre escluso, ma per merito di studentesse che – giovanissime – hanno convinto i loro compagni ad affiancarle nell’essere anti-sessiste.

“Chi non salta maschilista è”, hanno scandito le migliaia di giovani che hanno partecipato al corteo studentesco di Milano, nel giorno del primo sciopero generale femminista. “I giornalisti ci chiedono perché usiamo le parole del femminismo degli anni Settanta. Perché ci vogliono riportare indietro di decenni – rispondono – togliendoci i diritti e il futuro. E questa sì è conservazione. Questo sì è il vecchio”.

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Il corteo, cui hanno aderito anche i sindacati e i centri antiviolenza, si è fermato davanti all’ospedale Fatebenefratelli, uno di quelli con più obiettori in città, per una breve azione dimostrativa poi si è concluso davanti alla sede di Regione Lombardia, un altro dei bersagli delle proteste. Regione Lombardia vuole infatti togliere l’anonimato alle donne che denunciano violenze e spreca i fondi pubblici per il centralino anti-gender.

Il corteo studentesco è stato solo l’inizio di una lunga giornata di sciopero globale, che si concluderà dalle 18 alle 21 con un corteo serale, in concomitanza con decine di piazze grandi e piccole in tutta Italia.

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Questo movimento – “Non una di meno” – è intergenerazionale e può contare su un gran numero di giovani attivisti e attiviste.

Ascolta qui le voci raccolte al corteo studentesco

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    Chiara Ronzani
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LottoMarzo a Milano

Come sarebbe un giorno senza le donne? Negli fabbriche, negli uffici, a scuola, nei servizi? Senza il lavoro in casa, quello dedicato ai bambini, agli anziani, ai compagni?

“Se le nostre vite non valgono, allora non produciamo” – è lo slogan dello sciopero globale delle donne, che l’8 marzo coinvolgerà persone di 40 paesi del mondo.

Niente mimose, cioccolatini e spogliarello maschile, per l’8 marzo le donne che aderiscono al movimento Non una di meno vogliono tornare ad una giornata di lotta.

Una protesta contro la violenza maschile e di genere, contro le discriminazioni sul lavoro, la rappresentazione stereotipata nei media, le disparità di salario, la mancanza di educazione alle differenze nelle scuole, la riduzione del welfare e dei servizi sanitari, lo sfruttamento di chi lavora da parte del sistema neoliberista, le frontiere e la violenza nei confronti delle donne migranti.

Lo sciopero generale è stato indetto da diverse sigle del sindacalismo di base, per cui la copertura è garantita per tutte le lavoratrici e i lavoratori dei settori pubblico e privato.

Non una di meno ha pubblicato un vademecum per spiegare come si può scioperare.

Chi lavora con contratti precari, a voucher, o in nero, non potrà astenersi dal lavoro, ma potrà partecipare alla protesta in altri modi: vestendosi di nero e fucsia, i colori scelti per la giornata a livello internazionale, scioperando dal lavoro domestico e di cura, scegliendo di non acquistare nulla, oppure partecipando ai cortei serali e notturni nelle diverse città.

Non una di meno invita i compagni e mariti ad aderire alla protesta delle donne, sostituendole nel lavoro domestico, occupandosi dei figli e degli altri familiari che ne hanno necessità.

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La protesta a Milano durerà l’intera giornata.

Si comincia alle 9.30 con il corteo studentesco e delle lavoratrici, con partenza da Largo Cairoli e arrivo a Palazzo Lombardia, lato via Galvani.

Nelle scuole ci sarà sciopero della didattica e assemblee di istituto sul tema della violenza maschile e di genere.

Tra le 12 e le 14 davanti a Palazzo Lombardia ci sarà un presidio contro l‘obiezione di coscienza di struttura. La Regione consente infatti l’accreditamento di strutture private che decidono di non applicare la legge 194, erogando fondi pubblici.

Alle 15.30 ci sarà un’azione in pieno centro: nella Galleria Vittorio Emanuele II 100 artiste creeranno un mandala di sale.

Quindi sarà la volta delle periferie: dalla Caserma Montello, al centro sociale Lambretta, da Bisceglie a piazza Selinunte, si muoveranno i cortei che arriveranno al concentramento di Piazza Duca d’Aosta, da dove partirà la manifestazione serale.

Alle 18 si partirà rumorosamente: sbattendo pentole, cucchiai, mestoli e coperchi. Arrivo alle 21 a Porta Venezia.

Lo sciopero generale coinvolgerà anche i mezzi di trasporto. I treni del servizio regionale e suburbano non saranno garantiti dalla mezzanotte del 7 marzo fino alle 21 dell’8 marzo. L’agitazione del trasporto pubblico locale a Milano è prevista dalle 8.45 alle 15 e dalle 18 al termine del servizio.

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    Chiara Ronzani
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8 marzo sciopero femminista

Non una di meno

Non andare al lavoro, non comprare niente, non accendere gli elettrodomestici. Rifiutarsi di fare il lavoro pagato e quello non pagato, quello di cura e domestico, quello che secondo la società è “compito delle donne”, e tuttavia non viene riconosciuto.

E per le persone che proprio non possono lasciare i loro compiti, perché precarie, ricattate, oppure sole a occuparsi di figli e anziani, un momento comune, alle 18, in cui affacciarsi alla finestra e sbattere le pentole. Svolgere le proprie attività indossando un drappo nero e viola, colori simbolo della protesta.

L’8 marzo sarà sciopero femminista, in Italia come in Argentina, Polonia e altri Paesi. Le forme di protesta saranno diverse quanto frammentato è il modo di lavorare nel 2017. In particolare per le donne, pagate di meno, con minore accesso al mercato del lavoro, più precarie e discriminate. A volte, invisibili.

L’assemblea nazionale di “Non una di meno”, riunita a Bologna sabato e domenica, ha proposto decine di manifestazioni in altrettante città, da Nord a Sud.

Si proverà a replicare, anche sul web e i social network, quell’ “invasione” delle aule della facoltà di Giurisprudenza che ha portato oltre 1.500 persone alla due giorni organizzata dalla rete dei centri antiviolenza D.i.r.e., di Udi e della rete Io decido, cui hanno aderito circa 400 tra gruppi e associazioni. Una partecipazione che attraversa le generazioni e gli orientamenti sessuali, con tante giovani al fianco delle femministe che hanno conquistato negli anni ’70 i diritti che oggi vengono messi in discussione.

Le ragioni per protestare non mancano: la violenza di genere, che colpisce non soltanto le donne ma anche coloro che non si uniformano ai rigidi ruoli codificati di maschile e femminile, persone gay, lesbiche, trans, queer, intersex; le discriminazioni; i tagli al welfare, che ricadono in gran parte sulle donne; le politiche di pressione sui corpi rispetto alle scelte riproduttive e di salute sessuale; la rappresentazione distorta e stereotipata sui media; l’opposizione ai progetti di educazione alle differenze; le politiche securitarie e di difesa dei confini, che calpestano i diritti delle migranti.

Tante le proposte arrivate dagli 8 tavoli che presenteranno a breve gli 8 punti per l’8 marzo: l’applicazione della Convenzione di Istanbul, un ottimo trattato internazionale contro le discriminazioni di genere rimasto in Italia sulla carta; il reddito minimo di autodeterminazione; l’abolizione dell’obiezione di coscienza nei presidi sanitari pubblici; i corsi di educazione alle differenze nelle scuole di ogni ordine; l’approvazione della legge sullo Ius soli; un osservatorio sulla correttezza dell’informazione e della pubblicità, per citarne solo alcune.

“I centri antiviolenza non si sentono più soli” – ha detto Anna Pramstrahler, della rete D.i.r.e. E l’incontro di Bologna ha rafforzato la sensazione di un movimento consapevole e politicamente maturo, che dopo aver portato in piazza 100.000 persone il 26 novembre 2016, ha la voglia e la capacità di portare a termine un progetto ambizioso come il Piano nazionale femminista contro la violenza, da presentare in alternativa a quello del governo. I prossimi passi, dopo lo sciopero dell’8 marzo, saranno dei nuovi incontri il 23 e 24 aprile.

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    Chiara Ronzani
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Il femminismo è vivo

La politica dal basso la stanno facendo le donne. Mentre il governo ripete ogni 25 novembre slogan di circostanza contro la violenza di genere, le persone che non sopportano un femminicidio ogni tre giorni – ma nemmeno gli stupri, un numero schiacciante di obiettori di coscienza negli ospedali, i salari più bassi e i tagli al welfare scaricati sulle spalle delle donne – sono scese in piazza, compatte e combattive.

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Fianco a fianco le operatrici dei centri antiviolenza non istituzionali, le ragazze dei collettivi, le tante associazioni che lavorano sull’educazione alle differenze, le famiglie tradizionali e non, i gruppi lgbtq, nonne, madri, figlie, nipoti. Una geografia del paese, che da nord a sud si confronta con la metà della popolazione discriminata, ignorata, esclusa dai posti di potere.

Il femminismo ritorna, come è stato nella sua storia: delle sue pratiche e dei suoi slogan si appropriano le generazioni più giovani. I problemi non sono cambiati, si sono evoluti, la cultura sessista è sempre forte, diffusa e tramandata. C’è un abisso tra la politica istituzionale, prigioniera della conservazione, e la piazza di Non una di meno, ricca di proposte, differenze, consapevolezza.

Il messaggio lanciato al governo è chiaro: il piano nazionale antiviolenza non funziona. Il modello securitario non produce effetti e non ha alcuna valenza preventiva. Occorre finanziare in maniera certa e strutturale i centri antiviolenza ed inserire finalmente i corsi di educazione alle differenze nelle scuole. Il contrasto alla violenza è un tema culturale, il femminismo è  la filosofia che ne ha indagato in maniera profonda le radici. È ora di avere il coraggio di farlo tornare nel discorso pubblico e politico, come hanno fatto oggi tante giovani donne e uomini.

Domani ricomincia il lavoro delle associazioni. Obiettivo della giornata e dei tavoli tematici: costruire un piano antiviolenza femminista alternativo a quello del governo.

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    Chiara Ronzani
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Violenza sulle donne. Come combatterla

Centosedici donne ammazzate dall’inizio dell’anno. Per ognuna di loro, altre decine subiscono violenza fisica o sessuale, per ognuna di queste ultime centinaia di altre subiscono stalking, molestie, violenza economica e sul lavoro. La violenza di genere non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale, diffuso e radicato. Non è compiuta da uomini svantaggiati, o in preda a raptus, o folli di gelosia. Le parti lese non sono certe donne, quelle “per male”, ma può accadere e accade a tutte.

Che fare? Andare all’origine. La violenza di genere proviene dalla cultura di prevaricazione e sottomissione che determina una situazione per cui metà della popolazione è discriminata. Occorre far crescere persone libere dai modelli che ingabbiano uomini e donne in ruoli precisi e opprimenti. Costruire relazioni d’amore e di rispetto. E accettarne eventualmente la fine. Lavorare su se stessi per riconoscere i privilegi, gli stereotipi e decostruirli. Studiare. E’ un lavoro culturale.

Chiedere alle istituzioni di intervenire non solo sull’emergenza e di finanziare adeguatamente i centri antiviolenza che lavorano sul danno che già c’è, oggi. Lavorare sul futuro, decidere di investire sull’educazione a scuola per combattare il problema alla radice, prima che si riproduca ancora una volta domani.

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    Chiara Ronzani
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Norcia, l’arte perduta

“La cattedrale di Santa Maria a Norcia non c’è più, la bellissima basilica di San Benedetto, patrono d’Europa, a Norcia, non esiste più, la chiesa della Madonna Addolorata a Norcia è un cumulo di macerie”.

E’ un elenco lunghissimo quello dei beni artistici e religiosi che si sono sbriciolati alle 7.40 del 30 ottobre, a seguito della scossa di terremoto di magnitudo 6.5 con epicentro tra Castelsantangelo sul Nera, Norcia e Preci.

Francesco Carlini, giornalista e portavoce della diocesi di Spoleto e Norcia, fa una prima mappatura di quanto è andato perduto. E’ solo una prima ricognizione, perché quell’area è tanto densa di arte che raggiungere e verificare i crolli in tutte le frazioni sarà un lavoro lungo.

L’abbazia di Sant’Eutizio, culla del monachesimo occidentale, che Benedetto frequentava da giovane, non c’è più. Tantissime altre chiese della valle Castoriana e Campiana nei comuni di Preci e di Norcia non esistono più. I danni sono veramente ingenti. Dopo il terremoto del 24 agosto erano 182 gli edifici di proprietà ecclesiastica seriamente danneggiati, ora molti di questi non ci sono più e il numero potrebbe aumentare” – racconta Carlini.

Matteo Renzi ha promesso: “Ricostruiremo tutto: case, chiese, tutto”. Ma sarà possibile? Il governo dovrà negoziare con la Commissione Europea lo sforamento dei vincoli di bilancio, che dopo la nuova scossa dovrà essere più ingente.

Ma considerando la vastità dei danni e le difficoltà tecniche, sarà possibile ricostruire?

“In alcuni casi è complicato” – risponde Francesco Carlini. “Pensiamo alla bellissima chiesa di San Salvatore a Campi di Norcia, di cui non è rimasto praticamente nulla. Della basilica di San Benedetto è rimasta in piedi la facciata, si vedrà come poter procedere, ma in alcuni casi è veramente complicato. E poi soprattutto è andato perduto un preziosissimo patrimonio di Fede, prima ancora che di arte”.

Ascolta l’intervista a Francesco Carlini

Francesco Carlini

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    Chiara Ronzani
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La pillola a pagamento

Al ritorno dalla pausa estiva, i medici di famiglia si sono accorti che non è più possibile prescrivere alle pazienti i farmaci anticoncezionali, perché sono usciti dalla fascia A. Il ministero ha deciso, in piena estate, di escludere gli ultimi contraccettivi orali dalla lista dei farmaci rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. In questo modo qualunque forma di contraccezione “sicura” è diventata a pagamento. Una larga parte delle pillole anticoncezionali, soprattutto quelle di ultima generazione, era già a carico delle pazienti, ora lo sono tutte.

Una razionalizzazione che garantirà risparmi risibili ma che si inserisce in un contesto “pro life”. “Il messaggio percepito da parte del pubblico è stato Fate figli”. – racconta la dottoressa Pina Onotri, presidente del Sindacato dei medici italiani. “Un messaggio che ha sollevato un’ondata di indignazione soprattutto tra le coppie giovani in difficoltà economiche, che non hanno un sistema di welfare, nemmeno fai da te, ovvero parenti o nonni che possano aiutare nel difficile compito che è oggi essere donna, mamma e lavoratrice”.

Un taglio che è arrivato in concomitanza con il varo del Fertility day, e con la decisione di inserire nei Lea (i livelli essenziali di assistenza) la fecondazione assistita.

Una scelta che “mi sembra rientri in uno scenario ideologico anteguerra” – continua Onotri. “Ci sono state conquiste nel tempo: i consultori, l’educazione sessuale, l’informazione sulla contraccezione per prevenire gli aborti e favorire la maternità consapevole, questo mi sembra assolutamente un passo indietro che come donna e come medico ritengo inaccettabile”.

Ci saranno pazienti che smetteranno di affidarsi alla contraccezione sicura, a vantaggio di sistemi gratuiti ma inefficaci? “Temo di sì, soprattutto tra le adolescenti” – risponde la dottoressa Onotri – “perché oggi in ambito pubblico si è regrediti anche su altri piani. Per gli adolescenti c’è meno informazione sulle malattie sessualmente trasmissibili e sulla prevenzione di una maternità indesiderata; credo che questa scelta non faccia altro che peggiorare il quadro”.

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    Chiara Ronzani
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Blu, Maya e i cani al lavoro tra le macerie

Blu ha 12 anni e questo sarà il suo ultimo terremoto. “Alla sera è un po’ stanca, soffre di mal di schiena”, racconta Susanna, la sua padrona che da tre giorni la conduce alla ricerca di persone o corpi sui cumuli di macerie, insieme ai volontari delle unità cinofile.

Qui ad Amatrice la situazione è apparsa subito complicatissima per la condizione dei detriti. Sassi che si sono sbriciolati, piccoli frammenti, sabbia.

È difficilissimo che si creino sacche d’aria o spazi di sopravvivenza. Inoltre i cumuli sono altissimi. “Ci salgono in un attimo correndo, ma poi grazie all’istinto capiscono se ci sono punti che possono cedere e rallentano, circospetti”, spiega Simone, arrivato da Roma con Maya, nove anni.

Maya gli sta leccando il viso, gioca. “È un momento di quiete e riposo prima dell’azione. Sanno che devono conservare le energie. Quando sentono qualcosa si mettono ad abbaiare. A seconda dell’intensità capiamo se potrebbe trattarsi di una persona viva oppure di un cadavere”.

In seguito a una segnalazione da parte di un cane, ne vengono liberati altri due, per conferma.

Se i tre circoscrivono lo stesso punto, si inizia a scavare. “Sotto le macerie potrebbero esserci altri elementi organici, come il cibo andato a male. Noi li addestriamo a riconoscere e distinguere l’odore umano dal resto”.

Susanna e Simone sono volontari del Corpo nazionale ricerca e soccorso. Come decine di altri gruppi e associazioni cinofile sono arrivati da tutta Italia per contribuire alle ricerche. I

l lavoro durerà ancora poco. Questa mattina c’è stata una riunione di coordinamento e si è deciso di ridurre le squadre. Appena verrà dato l’ordine si proseguirà solo con le ruspe e gli scavatori.

I cani torneranno a casa, alla loro vita, che è fatta di lavoro e allenamento, almeno due volte alla settimana. “Per loro il soccorso è un bel gioco, e la persona trovata è il loro premio”, racconta Susanna.

Blu ha iniziato da piccola. L’addestramento dura anni. Prima si comincia meglio è. “Fare i cinofili è uno stile di vita”. Bisogna essere sempre pronti a partire, a lasciare famiglia, lavoro, impegni.

“Chi lavora nel pubblico ha i permessi retribuiti, ma a volte capita che qualche datore di lavoro privato non capisca e storca il naso”. E i rimborsi spese non sempre ci sono. Dipende da associazione ad associazione. Qualcuno potrebbe richiederli, ma non lo fa. “Il volontariato deve essere volontariato”, ci hanno detto.

Blu si riposa, in attesa che arrivi l’ordine. Questa è la sua ultima missione.

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    Chiara Ronzani
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“Abbiamo messo la scuola in sicurezza”

Ecco quello che resta della scuola di Amatrice, che pure nel 2012 era stata ristrutturata secondo le norme antisismiche.

 

 

scuola di Amatrice crollata

Nel cortile della scuola, esattamente davanti alle macerie, un cartello illustra i lavori fatti quattro anni fa: “una massiccia opera di ristrutturazione consistente soprattutto nell’adeguamento della vulnerabilità sismica….la sontuosa opera realizzata in poco più di tre mesi dall’impresa Consorzio Stabile Valori di Roma…Euro 511.297,68 più IVA”.

cartello scuola Amatrice

Di fronte, la facciata completamente crollata. E si tratta della parte nuova, mentre l’unica ala rimasta in piedi è quella di più antica edificazione. Solo la chiusura estiva della scuola ha evitato una nuova tragedia come quella di San Giuliano di Puglia del 2002. Chi vive ad Amatrice, oggi, spera che la giustizia faccia il suo corso.

foto ronz scuola 1

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    Chiara Ronzani
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Approfondimenti

Amatrice, le immagini e le voci

Chiara Ronzani, da Retrosi, frazione di Amatrice:

Alle 14.36 c’è stata un’altra scossa. Breve, sussultoria, intensa. A Retrosi, frazione di 29 abitanti di Amatrice, ci sono stati dei nuovi crolli. Mattoni e tegole che erano pericolanti sono caduti in uno stretto passaggio dove la strada, l’unica che conduce al paese, si stringe tra due edifici, entrambi danneggiati.

L’auto su cui viaggiavano tre giovani volontari è passata pochi istanti prima della caduta. Qualche metro più indietro, un’auto della protezione civile è riuscita a fermarsi appena in tempo.

Una parte di una casa già danneggiata ha ceduto, davanti agli occhi della signora che si era sdraiata a riposare nel parco, a pochi metri di distanza.

Le frazioni sono svuotate. C’è soltanto qualche anziano che ha deciso di restare. Chi ha il giardino ha piantato delle tende da campeggio.

 

La situazione più critica sembra essere a Pescara del Tronto. “Il paese non c’è più”. E’ quello che riferiscono i soccorritori che stanno continuando a lavorare senza sosta nel piccolo paese, frazione di Arquata, nella speranza di trovare qualcuno vivo sotto i cumuli di rocce, cemento, macerie.

In questi casi si va avanti a cercare con i cani fino a quattro, cinque giorni dal sisma. “Ma – ci dice un soccorritore dell’unità cinofila appena sceso dalla frazione – questa volta le speranze di trovare qualcuno vivo sono già pressoché nulle”. E questo perché degli edifici di Pescara del Tronto pochissimi sono rimasti in piedi. In ogni caso, anche quelli che non sono crollati presentano gravi danni. Persino la strada, che dalle primissime ore del pomeriggio è stata chiusa al traffico, è sconnessa e difficile da percorrere.

C’è stata anche una frana, che ha coinvolto alberi e le reti metalliche che in questi luoghi di montagna proteggono la carreggiata. I Vigili del Fuoco stanno facendo le verifiche per capire se la strada che porta ad Ascoli Piceno può restare aperta, magari con un restringimento di carreggiata.

Ascolta qui la testimonianza di un cittadino di Arquata del Tronto che ha la casa danneggiata e dorme in tenda

cittadino arquata

 

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***

Anna Bredice, da Amatrice:

Una nuova scossa di magnitudo 4.3 alle 14.36 ha fatto crollare un altro pezzo di un palazzo lesionato. Tanta polvere e spavento. La terra continua a muoversi ad Amatrice, rendendo ancora più complicata l’operazione di soccorso o meglio di recupero dei corpi. E ce ne sono ancora molti che mancano all’appello: il fornaio, ancora non si trovano la madre e una sorella di una donna ferma davanti alla porta della Protezione Civile. E qui poco fa il sindaco ha cercato di spronare la popolazione. “Dobbiamo pensare a ricostruire, lo dobbiamo ai duecento che non ci sono più e che credevano in questa comunità”. Ma pensare al futuro e’ difficile. Per ora ci si abbraccia e una donna dice a un’amica: “Queste lacrime di dolore diventeranno di gioia”

Ascolta qui la testimonianza del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi

sindaco amatrice

Ascolta qui la testimonianza di un gruppo di volontari arrivati dall’Aquila

volontari aquila

Ascolta qui la testimonianza di una donna che si prepara per la notte in tenda

donna si prepera per la notte

Ascolta qui la testimonianza di un ragazzo di Amatrice

ragazzo

 

Le scuole di Amatrice
Le scuole di Amatrice

 

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***

Chiara Ronzani questa mattina ha fatto un giro sulla strada che da Amatrice porta verso Accumoli. Ci ha mandato alcune foto e le voci di due donne.

Ascolta qui Chiara, che aveva già vissuto il terremoto dell’Aquila sette anni fa da studentessa.

L’intervista a Chiara

Ascolta qui Monica, seduta fuori dal suo paese ormai fantasma

L’intervista a Monica

Le frazioni terremotate
Le frazioni terremotate

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    Chiara Ronzani
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Salvini e la bambola gonfiabile

di Chiara Ronzani

“C’è una sosia della Boldrini qua sul palco”, ha detto Matteo Salvini indicando una bambola gonfiabile, che era “esibita” dai leghisti durante un comizio a Soncino, in provincia di Cremona, domenica sera.

Un’affermazione accolta da risate e urla di approvazione dalla platea di sostenitori del Carroccio. In prima fila a ridere e applaudire c’erano molte donne. E pochi istanti prima Salvini era osannato da un coro da stadio.

La bambola gonfiabile è l’essenza dell’oggettivazione della donna. E’ come dire che si può fare a meno della “persona – donna” perché è sufficiente “il buco”, la parte per il tutto. L’oggetto sessuale privato di ogni “complicazione” umana.

Poco dopo le polemiche e la difesa della Presidente della Camera da parte di alcuni politici, Salvini ha fiutato l’aria che tirava sui social e ha rincarato la dose: ha lanciato su Facebook l’hashtag #sgonfialaboldrini abbinandolo con “Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani”. E la richiesta di dimissioni. La miglior difesa è l’attacco.

Rappresentandola come una bambola gonfiabile, Salvini dice ai suoi sostenitori che è possibile – anzi – giusto, scagliarsi contro di lei. Tanto è un oggetto. Un oggetto su cui liberare i propri istinti bestiali.

Boldrini è il bersaglio perfetto per il sessismo della Lega, perché più di ogni altra figura pubblica e istituzionale si è battuta per il rispetto delle donne in politica, sul lavoro e contro la violenza di genere. Per il rispetto dei più deboli, anche se sono stranieri. Non è la prima volta che i politici del Carroccio l’attaccano.

“Le donne non sono bambole e la lotta politica si fa con gli argomenti, per chi ne ha, non con le offese. Lascio a voi ogni commento” – ha scritto la presidente della Camera sul suo profilo Facebook.

La Lega più di altre forze politiche ha coltivato il sessismo. A partire dal “celodurismo” di Bossi, poi con la difesa delle “nostre donne”, fino ad arrivare, più recentemente, a lanciarsi in iniziative contro i corsi che servono a combattere la violenza di genere. La politica dei numeri verdi “anti gender”, dell’opposizione strenua ai corsi che promuovono il rispetto tra bambini e bambine, è l’altra faccia degli insulti a base di bambole gonfiabili. Chissà che qualcuno non chiami il centralino lombardo per denunciare le parole di Salvini.

 

 

di Alessandro Braga

La battuta di Matteo Salvini è becera, sessista e schifosa. La reazione dei presenti, e delle (purtroppo tante) presenti, (una grassa risata di divertimento e condivisione di quanto appena sentito) di più. E non è una novità.

È l’ennesima conferma della simbiosi totale tra un leader politico, volgare e osceno nella sua comunicazione, e il suo popolo. Una modalità comunicativa che l’attuale segretario federale del Carroccio ripesca dalla profonda tradizione padana, dal “celodurismo” bossiano in avanti, mischiandolo con i toni classici della curva calcistica (il “Capitano”, come viene definito Salvini dai suoi fan, era già stato immortalato a una festa leghista a Pontida, anni fa, mentre cantava “Napoli merda Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera” e “Vesuvio dai lavali con la lava”). Una violenza verbale che Salvini riporta quotidianamente nelle sue comparsate in televisione, nelle sue uscite sul territorio, sui social network.

Oggi è il sessismo contro Laura Boldrini e la bambola gonfiabile, ieri era il razzismo contro gli immigrati, sporchi e negri. Domani sarà l’omofobia contro froci e culattoni, o la violenza nei confronti delle zecche rosse. È il linguaggio da bar, assurto a linguaggio politico pseudoistituzionale, per farsi propaganda e guadagnarsi la pancia, e i favori, dell’elettorato medio, che si immedesima nel suo leader, che lo considera “uno di noi”, che però “ce l’ha fatta”. E che invece è riuscito “solo”, tra molte virgolette, ad innalzare il livello di intolleranza comune fino a cime mai toccate prima. E che sarebbe ora di contrastare, in maniera efficace, il più presto possibile. Prima che sia troppo tardi.

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    Chiara Ronzani
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Buon compleanno WWF

E’ soddisfatto Fulco Pratesi. L’associazione per la difesa della natura che ha fondato e di cui è ora presidente onorario compie 50 anni.

“Siamo sopravvissuti mezzo secolo in tempi non proprio tranquilli”, ricorda.

Il World Wildlife Fund, nel nostro paese WWF Italia, nasce dalla “conversione” di un cacciatore. Racconta Pratesi: “Un giorno, mentre mi trovavo a caccia di orsi nei boschi della Turchia, ho assistito ad una scena che mi ha cambiato la vita: un’orsa con i suoi tre cuccioli, a pochi metri da me. In una manciata di secondi ho capito che stavo facendo una follia. Sono tornato in Italia, ho venduto i fucili e, con un gruppo di amici appassionati di natura, ho fondato il WWF. In me era nato un sogno: proteggere gli animali, gli ambienti, fare qualcosa per costruire un mondo di armonia tra uomo e natura”.

Oggi il WWF festeggia aprendo ai cittadini gratuitamente le sue 100 oasi. Visite guidate la prima domenica del mese, fino ad ottobre, nei 35mila ettari sparsi in tutta Italia.

L’impegno dell’associazione è stato rivolto alla salvaguardia degli animali, ma non solo.

“Le battaglie vinte sono tante: abbiamo salvato animali come il lupo, che era ridotto nel 1963 a soli 100 esemplari, abbiamo salvato il cervo sardo” – ricorda Pratesi “Abbiamo fatto per primi una battaglia contro il nucleare, nel 1973.

Ci sono anche battaglie perse: “il referendum contro la caccia e quello che doveva impedire ai cacciatori di entrare nei terreni altrui”.

E per il futuro?

“Il futuro è difficile: stiamo cercando di batterci per quanto possibile contro l’aumento della temperatura da un lato, e della popolazione dall’altro: il pianeta ha delle risorse limitate e già superate dall’impronta selvaggia della razza umana. Sarà una battaglia molto dura”.

Ascolta l’intervista a Fulco Pratesi

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    Chiara Ronzani
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Il viaggio della speranza per camminare sulle acque

Anche oggi un vero e proprio assalto alle passerelle galleggianti di Christo sul Lago d’Iseo. Già a metà mattina circa tremila persone sono state fermate alla stazione di Brescia perché l’afflusso di visitatori era troppo alto. Di sicuro si sa già che l’opera resterà chiusa nella notte tra giovedì e venerdì per lavori di manutenzione. Ma probabilmente si deciderà di chiudere sempre di notte. Lo ha detto il prefetto di Brescia: la passerella – calpestata da centinaia di migliaia di piedi – si è rovinata molto più del previsto, il telo dorato va rattoppato e sostituito e Montisola non riesce a far fronte alla pulizia e allo svuotamento dei cassonetti.

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Chiara Ronzani ha affrontato da turista il viaggio fino a Floating Piers. Ecco il suo racconto:

Chi pensava che partire relativamente presto sarebbe servito a evitare le code si sbagliava. Del resto, quando in un solo giorno si muovono decine di migliaia di persone, la partenza intelligente non esiste.

E così, alle 8.30 del mattino, alla stazione di Brescia c’era già un muro umano in coda, da rendere impossibile la vista del piazzale Ovest. Tempo stimato per salire sul treno: quattro ore. Alternative: poche. Un bus di Brescia Mobilità che parte ogni ora, però dal centro, oppure i taxi, 50 euro per raggiungere la passerella in mezz’ora.

I treni sono nuovi e le corse sono state potenziate, ma la linea non è elettrificata ed è a binario unico. Anche ad utilizzarla al massimo dell’efficienza, non è in grado di sopportare numeri così alti.

Chi va in auto non può entrare a Sulzano. Ci sono vari parcheggi, alcuni molto lontani, e l’attesa della navetta può durare fino a un’ora.

La passerella è molto larga, le persone, per quanto fitte, riescono a scorrere.

Consigli: il tessuto è riflettente, quindi crema solare, occhiali da sole, un copricapo o ombrello e tanta acqua da bere. E una buona dose di pazienza, perché la coda c’è anche al ritorno.

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    Chiara Ronzani
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Msf rifiuta i fondi dei Paesi membri dell’Ue

Medici senza frontiere ha annunciato che non prenderà più fondi da parte dell’Unione Europea e dei suoi stati membri, in opposizione alle politiche sul tema delle migrazioni. Politiche “dannose, che si concentrano sul tentativo di allontanare le persone e le loro sofferenze dalle frontiere europee” , ha comunicato l’organizzazione umanitaria.

“Tutti i giorni testimoniamo gli effetti dannosi e gravissimi dell’accordo tra Unione Europea e Turchia – spiega il direttore generale di Medici senza Frontiere in Italia Gabriele Eminente-. Contestiamo questo accordo per tre ragioni fondamentali: è un attacco fortissimo al diritto di asilo, è un’intesa che piega gli aiuti umanitari ai fini di controllo alle frontiere, ovvero prevede che degli aiuti arrivino a condizione della chiusura delle frontiere, e infine costituisce un pericoloso precedente, che potrà magari essere applicato domani ad altri Paesi, come per esempio quelli del nord Africa” (come prevede il Migration Compact proposto dal governo italiano, ndr).

Medici senza Frontiere non è nuova ad azioni di protesta contro le politiche di singoli Paesi o dell’intera Unione. Nel 2015 aveva smesso di operare nel centro di Pozzallo, perché il governo italiano l’aveva trasformato in un centro di detenzione, trascurando se non ignorando il bisogno di cura e supporto umanitario dei migranti. A fine marzo stessa scelta per il centro di Lesbo, in Grecia, trasformato in hotspot e focalizzato esclusivamente sulla sicurezza.

“Negli altri luoghi in cui continuiamo a lavorare in Grecia, che sono molti – continua Gabriele Eminente – “vediamo un peggiorare della situazione, ad esempio dal punto di vista della salute mentale e dell’accoglienza dei migranti. Il paese è già duramente provato dalla crisi e ha visto un gran numero di persone transitare sul territorio. In Grecia c’è un effetto diretto tra l’accordo Europa – Turchia e il peggioramento della salute delle persone”.

In Italia Medici senza frontiere non riceve fondi istituzionali e tutti quelli raccolti provengono da donazioni private, mentre a livello internazionale il 92% dei fondi raccolti provengono da donazioni private.

Ascolta l’intervista a Gabriele Eminente

Gabriele Eminente, Msf

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    Chiara Ronzani
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“Ho paura ma non mollo”

“Sì, adesso ho paura. Ma non mollerò la battaglia per un solo istante”. Angelo Cambiano, sindaco di Licata (Agrigento), ha 35 anni e tra pochi mesi diventerà padre. La notte tra il 9 e il 10 maggio qualcuno si è introdotto nella casa di famiglia in campagna, forzando una finestra, e ha appiccato il fuoco. Ora vive sotto scorta, dopo che il ministro dell’Interno Angelino Alfano, poco dopo l’intimidazione, si è recato in Sicilia per fargli sentire la vicinanza delle istituzioni. “Mi fa piacere ricevere messaggi di affetto dai cittadini, mi fa piacere questo gioco di squadra con le istituzioni – spiega Cambiano ai nostri microfoni -. Non mi fa piacere, invece, ricevere messaggi da ‘pseudo politici’ locali che in questi anni mi hanno isolato e che non hanno fatto quadrato intorno all’amministrazione”.

Angelo Cambiano è sindaco della cittadina siciliana da meno di un anno, e da allora ha scontentato una parte dei suoi concittadini e dei colleghi di giunta. Perché applica la legge e si ostina a far eseguire l’ordine di demolizione emesso dalla procura di Agrigento: le case abusive costruite nella frazione balneare di Torre di Gaffe devono essere buttate giù, hanno stabilito condanne arrivate fino in Cassazione. Proprio in concomitanza con l’inizio delle demolizioni è arrivato l’incendio della sua casa. “Una strana coincidenza”, la definisce il sindaco. La mano che ha commesso quell’atto intimidatorio ancora non ha nome. Non si può ancora nemmeno escludere che ci sia dietro la mafia. Ma non è detto che sia l’organizzazione criminale ad avere intimorito il sindaco. “Noi continuiamo a dare questo segnale forte – racconta a Radio Popolare -. La legge si fa rispettare con la legge. Certo, deve essere la stessa dalla Val d’Aosta alla Sicilia”.

Gli abusivi, vistisi senza scampo, hanno iniziato a protestare più attivamente e hanno occupato la sede del Comune per giorni. Due settimane fa all’avvio dei lavori gli abitanti avevano fatto un muro umano, mettendo in prima fila dei bambini, per impedire il passaggio delle ruspe. Poche ore più tardi la ditta appaltatrice aveva presentato una denuncia per minacce. Qualcuno li aveva “invitati” ad andarsene al più presto da Licata. Una serie di intimidazioni culminate nell’incendio della casa di famiglia del sindaco, che ora denuncia: “la politica mi ha abbandonato. Nessuno è stato al mio fianco”. Persino alcuni suoi colleghi della giunta e membri del Consiglio comunale l’hanno lasciato solo, schierandosi dalla parte degli abusivi.

Ascolta l’intervista al sindaco di Licata Angelo Cambiano di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi

Angelo Cambiano

Le case da abbattere sono state costruite contravvenendo al divieto di inedificabilità totale, entro i 150 metri dalla battigia. Secondo la legge sono diventate di proprietà del Comune. Ma gli ex proprietari non si arrendono.

“La cosa grave è che c’è ancora oggi una politica che continua a pensare di alimentare le speranze di condono o di salvezza delle case degli abusivi” denuncia Laura Biffi, responsabile abusivismo edilizio di Legambiente. Tra pochi giorni, il 16 maggio, arriverà alla Camera “uno scellerato disegno di legge che vorrebbe imporre lo stop alle procure che in Italia si occupano di demolizioni edilizie, e c’è anche il tentativo di emendare un disegno di legge che introduce, con molti anni di ritardo, il testo unico sull’edilizia in Sicilia, per salvare le case costruite entro i 150 metri dalla costa. Un emendamento firmato da Girolamo Fazio, ex sindaco di Trapani, di Forza Italia a cui chiediamo oggi il ritiro”, aggiunge Laura Biffi.

I tentativi di far passare sanatorie mascherate e condoni, o di fermare gli abbattimenti sono continui. “Soltanto nel periodo tra il 2010 e il 2014 ne abbiamo contati 22 in Parlamento”, enumera Biffi, che fa parte dell’Osservatorio ambiente e legalità dell’associazione ambientalista. “Sono stati rispediti al mittente, ma se nessuno li monitora, rischiano di diventare legge”.

La procura di Agrigento aggiungerà un’accusa di incendio e minacce al fascicolo per intimidazioni già aperto nelle settimane scorse.

 

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    Chiara Ronzani
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“Realizzeremo noi il tuo sogno”

Casaleggio se n’è andato, ma il Movimento 5 Stelle non finirà. Ne sono convinti gli attivisti che a centinaia sono arrivati a Milano per dare l’ultimo saluto al cofondatore, considerato con un padre geniale e visionario.

“Realizzeremo noi il tuo sogno”, era scritto sull’unico sobrio striscione ammesso dal servizio d’ordine. Controlli all’entrata e l’ingresso nella Basilica di Santa Maria delle Grazie riservato a eletti (i portavoce), amici e parenti.

Tra le persone fuori in attesa, soprattutto iscritti ed attivisti, oltre a qualche curioso. Tutti convinti che Casaleggio, cosciente della sua malattia, abbia preparato con cura la sua successione. Con l’affidamento della parte tecnica del blog al figlio Davide, e l’ultimo regalo, lanciato nel giorno della morte, la piattaforma online Rousseau, che servirà ad accrescere la partecipazione, votando per leggi, candidati, e offrendo strumenti per dirimere i nodi interni. Il passo di lato di Grillo non fa paura.

Tra gli attivisti, molti sono convinti che siano Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista a dover prendere le redini del Movimento. Lo hanno dimostrato all’uscita del feretro.

Sull’applauso è partito un lungo coro, “onestà, onestà”. Poi gli auspici: “Vinciamo lo stesso”, “Andiamo avanti”, “Grazie Gianroberto”.

SONORO onesta

Mentre Beppe Grillo si è defilato, applaudito ma non osannato, a raccogliere il testimone sono sembrati proprio Di Maio e Di Battista. Hanno fatto un giro per la piazza, salutando le persone raccolte dietro le transenne ad incitarli, a chiamarli per nome. Poi sono andati a brindare insieme agli eletti e candidati, in un vicino bar. “Chi conosce Gianroberto sa che oggi ci avrebbe detto di spingere sul reddito di cittadinanza che è l’unica salvezza per questo Paese”, ha dichiarato Di Battista. Poi basta. La diffidenza nei confronti dei giornalisti resta la stessa di quando Casaleggio era in vita.

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    Chiara Ronzani
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“Il Movimento 5 Stelle può farcela da solo”

“Come me era considerato un pazzo, per questo c’è stato subito un equilibro di intenti”. Dario Fo ricorda l’amico Gianroberto Casaleggio e si dice sconvolto per la sua scomparsa. Era descritto ingiustamente come “borioso, io lo trovavo invece fin troppo umile, in rapporto al suo valore e al suo peso nel Movimento 5 Stelle”.

Simpatizzante per il movimento, il premio Nobel non vuole dare consigli per il futuro: l’eredità della parte organizzativa potrebbe raccoglierla il figlio Davide, “Non lo conosco”, ammette Fo, “ma trovo ovvio e naturale che gli abbia delegato delle cose, come io ho fatto con mio figlio”.

Il Movimento può farcela da solo, come lo decideranno i giovani, in cui Dario Fo ha detto di avere grande fiducia.

Il momento è delicato, la sfida con il Pd alle porte, e i sondaggi che danno il 5 Stelle come in lotta per essere il primo partito. Tra Casaleggio e Renzi “non c’è nemmeno da fare paragoni”, risponde il premio Nobel a una domanda dei giornalisti, convocati a casa sua. “Sul piano morale, civile, intellettuale e di cultura siamo agli antipodi”, ha detto attaccando il comportamento del presidente del Consiglio, definito “politicamente prepotente”.

Tuttavia il prossimo banco di prova delle amministrative sarà una sfida molto difficile. “A Milano sarà un disastro”, prevede Fo. “Non ci siamo, perché sono stati commessi degli errori, e poi perché la città ha un tessuto e una forma difficile da gestire. Esistono degli interessi organizzati”. Poi l’attacco a Giuseppe Sala, senza nominarlo: “La cosiddetta sinistra presenta un candidato che ancora oggi non ha dato il resoconto del suo agire”, i conti di Expo.

Giovedì Dario Fo terrà una breve orazione al funerale dell’amico. Con Beppe Grillo c’è stata un’affettuosa telefonata. Condivisione del dolore e la rassicurazione che tutto è stato preparato per il dopo Casaleggio.

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    Chiara Ronzani
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A Roma un centro per le vittime di tortura

Tra i migranti che arrivano in Italia e cercano di raggiungere il nord Europa, un numero elevatissimo ha subito torture. Oltre l’80% delle persone visitate dalle équipe di Medici Senza Frontiere allo sbarco o nei centri di prima accoglienza ha dichiarato di aver subito abusi e violenze durante il viaggio verso l’Europa e la permanenza in Libia. Per questo l’associazione umanitaria ha inaugurato a Roma un Centro di riabilitazione specializzato per sopravvissuti a tortura e a trattamenti inumani e degradanti. Offrirà assistenza medica, psicologica e socio-legale a migranti, rifugiati, richiedenti asilo e a chi abbia subito questo tipo di violenza, senza alcuna distinzione di nazionalità e status legale. Un progetto che nasce dalla collaborazione con l’associazione Medici Contro la Tortura e ASGI, l’associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione.

I pazienti “provengono da realtà dove i trattamenti degradanti e crudeli sono la norma, alcuni paesi africani ed asiatici o sono migranti che durante il tragitto si imbattono in gruppi che li tormentano e li sfruttano, e aggrediscono l’individualità” – racconta il responsabile del progetto Gianfranco De Maio.

“La maggior parte dei migranti attraversa la Libia, uno dei paesi senza legge dove le persone sono vittime e in balia di gruppi armati che cercano di estorcere del denaro, rapiscono i migranti e chiedono il riscatto alle famiglie. Il pagamento richiede molti mesi in cui le persone sono torturate”.

Il centro è pensato, già nella sua struttura, per creare un luogo in cui stabilire confidenza reciproca, per offrire uno spazio in cui queste persone possano gestire la rabbia, la paura, il sospetto e la rassegnazione, dirette conseguenze di questo tipo di esperienze.

“Sono dei sopravvissuti che hanno superato un dramma, persone che non sono morte e non sono rimaste lì. Da questo dato positivo dobbiamo partire, per sviluppare la resilienza” – continua De Maio.

“I sintomi sono essenzialmente quelli post traumatici: disturbi del sonno, della memoria, oltre a segni fisici, che sono conseguenza dei maltrattamenti e richiedono una presa in carico, a volte anche della chirurgia”. Ma non tutti rispondono nello stesso modo e hanno gli stessi tempi di ripresa.

“Per esempio gli oppositori politici, avendo una missione da compiere, cioè fare un’opposizione dall’estero, se in condizioni fisiche accettabili, riescono in tempi brevi a dedicarsi a questo scopo e a raggiungere più in fretta un equilibro” spiega il medico. “Diversa è la situazione di coloro che magari non erano partiti per venire in Europa, ma sono dovuti fuggire; queste persone non hanno un progetto, ma la nostalgia del paese di origine. In questi casi è molto più difficile raggiungere una situazione di inclusione sociale per riprendere una progettualità sulla propria vita”.

Fondamentale è il contesto in cui ci si trova. “Il sistema dell’accoglienza in Italia presenta delle carenze da questo punto di vista. Penso alla mediazione culturale. Qui invece sta prevalendo un’impostazione securitaria rispetto a quella sanitaria” conclude Gianfranco De Maio.

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    Chiara Ronzani
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Giocare con le tette

Come fai a giocare con le tette?” è una delle domande che si sentono fare le giocatrici di calcio in Italia. Possiamo essere certi che a nessun calciatore è mai stato chiesto “Come fai a giocare con le palle?“.

Giocare con le tette è il titolo di un ironico e pungente volumetto promosso dalla Fondazione per lo Sport di Reggio Emilia ed edito dalla Compagnia editoriale Aliberti. Non ha un autore (o un’autrice), ma una curatrice: Milena Bertolini, presidente della Fondazione, ex calciatrice, allenatrice pluripremiata, una delle sole due donne in Italia qualificate per allenare una squadra di serie A (professionista, dunque maschile) alla guida del Brescia Calcio Femminile, attualmente in testa alla classifica di serie A e ai quarti di finale di Champions League.

“Il calcio femminile nell’ultimo anno e mezzo è venuto alla ribalta non certo per i meriti sportivi o per le gesta delle giocatrici ma per le frasi infelici di dirigenti nazionali, cioè di coloro che hanno la responsabilità di promuovere questo movimento”, ci dice Milena Bertolini. A conferma che “il calcio femminile è sempre legato all’aspetto sessuale della giocatrice. Se non si conosce la storia del calcio femminile non si può capire perché ancora siamo rimasti lì”, dove per lì, riassumendo, possiamo ricordare le parole dell’allora presidente della Lega dilettanti Felice Belloli: “Basta dare soldi a quelle quattro lesbiche”.

Le giocatrici italiane sono stigmatizzate, ridicolizzate, quando va bene ignorate. I media dedicano centinaia di pagine e di ore di trasmissione al calcio maschile, nemmeno una riga alle gare delle donne che lo praticano. Lo sport per eccellenza in Italia, che porta allo stadio centinaia di migliaia di persone ogni domenica, che fa gli ascolti più alti alla tv, attorno a cui ruotano miliardi di euro di fatturato, è uno spazio esclusivamente maschile.

Questo volumetto cerca di raccontare perché.

Giocare con le tette
Giocare con le tette

“Questa non è una storia del calcio femminile, questa è una storia al femminile del calcio… e un po’ anche del mondo”, recita la frase con cui si apre il libro.

Una storia narrata con sagacia e condita da episodi poco conosciuti.

Un racconto che parte da lontano. Il fascismo osteggiò il calcio femminile– prima ignorandolo – poi condannandolo, infine vietandolo. A Milano nel 1933 in via Stoppani 12 era nato il “Gruppo Femminile Calcistico”, primo club di calcio femminile. Nel dubbio che le donne volessero prendere un posto che non era il loro, fu chiesto un autorevole parere. A un uomo, naturalmente.

L’emerito professor Nicola Pende, medico, endocrinologo, primo rettore dell’Università Adriatica Benito Mussolini, rispose con questa sentenza: «Ringrazio per l’onore che mi fate, rivolgendovi a me per un parere sull’opportunità che la donna coltivi il gioco del calcio. Io credo che dal lato medico nessun danno può venire né alla linea estetica del corpo, né allo statico degli organi addominali femminili e sessuali in ispecie, da un gioco del calcio razionalizzato e non mirante a campionato, che richiede sforzi di esagerazione di movimenti muscolari, sempre dannosi all’organismo femminile. Giuoco del calcio dunque, sì, ma per puro diletto con moderazione! Ciò vale per tutti gli sports femminili”.

Ma a novembre del 1933 il Regime fu molto più chiaro:

«L’attività sportiva femminile in Italia è stata fino ad oggi mantenuta nei limiti della più scrupolosa decenza, non per un superficiale riguardo a norme tradizionalistiche, ma per una profonda comprensione delle finalità etiche alle quali l’educazione fisica muliebre deve tendere in una nazione quale la nostra». Gli esercizi sportivi, permessi alle donne dovevano considerarsi solo alcune… prove, “proporzionalmente e scientemente ridotte”, di atletica leggera, di fioretto per la scherma, di pattinaggio artistico, ginnastica collettiva, alcune prove di nuoto, il tennis: ciò anche al fine di evitare uno “spettacolismo sportivo” femminile, che aveva portato il CONI a vietare esibizioni pubbliche di calcio femminile, come per il passato aveva fatto per il pugilato”.

Le donne potevano essere giovani italiane, figlie della lupa, mogli e madri esemplari, angeli del focolare, madri di pionieri e di soldati, ma calciatrici no. Il calcio no, il calcio era maschio, come maschia era la camicia nera.

L’excursus storico attraversa diversi periodi tra cui la Liberazione, gli anni Settanta – quando una calciatrice siciliana fu eletta Miss Italia – mostrando la relazione di causa effetto tra passato e presente, dove sono cambiate le forme ma non la sostanza dell’ostracismo al calcio femminile: quella cultura da Bar sport che permea il calcio nel nostro Paese.

“Nel 2016 la donna nel mondo del calcio ha ancora un ruolo subordinato. È vista come velina, come fidanzata o come moglie di un calciatore. Per altre competenze il suo ruolo non è previsto”, afferma Milena Bertolini.

In ogni capitolo del libro è contenuta una domanda: che cosa non ha funzionato? E la risposta è sempre la stessa: forse proprio la democrazia. Che significa?

“La democrazia è partecipazione, è libertà, anche permettere alla donna di praticare liberamente uno sport”, continua Bertolini.

Invece “il calcio è un territorio dell’uomo, la donna non può entrare e se lo fa è come se compisse un sacrilegio di uno spazio maschile. Quindi, se entra, una donna non può essere una donna secondo i canoni tradizionali, bensì un uomo mancato, ovvero un’omosessuale. Le ragazze che vogliono praticare questo sport si trovano davanti una serie di ostacoli. Questo libro serve per riflettere su questi pregiudizi così radicati”. E può far bene a uomini e donne, oltre le tifoserie.

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    Chiara Ronzani
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Donne oltre i confini

Donne sole che scappano dalla guerra, donne con bambini anche piccoli, da curare, da allattare. Donne incinte. Donne che vogliono abortire, perché il figlio che aspettano è frutto di una violenza, avvenuta in uno dei Paesi di transito, magari in Libia, dove sono state le schiave dei trafficanti. Donne che pagano il viaggio con prestazioni sessuali, dopo essere state derubate. Donne adolescenti, fatte sposare dalla famiglia precocemente, perché affrontare la traversata verso l’Europa con un marito è considerato più sicuro. Donne sottoposte a mutilazioni genitali. Donne traumatizzate, che hanno visto la morte in faccia.

Sono loro, adesso, insieme ai bambini, la maggioranza dei profughi, il 55 per cento. Dal 2016, secondo l’Agenzia delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), hanno superato il numero di uomini che cercano di raggiungere l’Europa.

Foto di Marie Dorigny - Parlamento Europeo
Lesbos, Grecia.

Il Parlamento europeo voterà oggi una direttiva sulla protezione delle donne rifugiate e richiedenti asilo.

Si chiedono agli Stati membri cose molto basilari e concrete: spazi separati nei centri di accoglienza, servizi igienici adeguati, servizi medici e di supporto psicologico per chi ha subìto violenza, personale adeguatamente formato, anche femminile. Operatrici preparate sulle mutilazioni genitali femminili. Si chiede inoltre che donne e madri non vengano sottoposte a detenzione, ma possano arrivare nei Paesi di destinazione attraverso percorsi sicuri e legali.

L’8 marzo delle donne rifugiate sembra però una beffa. Cade all’indomani dell’ulteriore stretta dell’Unione europea nei confronti dei richiedenti asilo. Un piano, quello tra Ue e Turchia, definito “disumano e illegale” da Iverna McGowan di Amnesty International. “I leader europei e turco sono scesi ancora più in basso mercanteggiando di fatto sui diritti e la dignità di alcune tra le persone più vulnerabili al mondo”, ha commentato.

Le responsabilità europee sono decisive, secondo l’Unhcr. “Se le istituzioni e gli Stati membri avessero rispettato gli impegni presi a settembre e dicembre scorso – denuncia Sophie Magennis dell’Alto commissariato per i rifugiati – non ci troveremmo nella situazione” disastrosa che si è creata al confine tra Grecia e Macedonia.

Una crisi autoindotta anche secondo Aurélie Ponthieu di Medici senza frontiere: “L’Unione europea va a finanziare una risposta umanitaria a una crisi che è lei stessa a creare. Non è una crisi umanitaria, non è una catastrofe naturale, è una crisi prodotta dalla politica, ovvero dalla decisione unilaterale di alcuni Paesi di bloccare le frontiere”. E dal rifiuto di altri di rispettare le quote di redistribuzione.

La fotografa Marie Dorigny, autrice per il Parlamento europeo delle foto in questa pagina e della mostra Displaced (visitabile fino al primo giugno a Bruxelles), da trent’anni si occupa di guerre e crisi umanitarie. “La cosa che mi ha colpito di più è che ora, rispetto al passato, c’è un numero enorme di donne e bambini tra i rifugiati. È una composizione totalmente differente che necessita di attenzioni e gestione diverse”. Le immagini sono state scattate sulla rotta balcanica, che Dorigny ha percorso dalla Grecia fino alla Germania.

Foto di Marie Dorigny - Parlamento Europeo
Hotspot di Moria, Lesbos, Grecia

Qui puoi ascoltare lo speciale di Radio Popolare:

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    Chiara Ronzani
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Il prezzo delle unioni civili

Sono tanti gli elementi che fanno della legge italiana sulle unioni civili una cattiva legge.

Primo: è arrivata con grave ritardo e solo dopo che l’Italia è stata condannata (il 21 luglio 2015) dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo per discriminazione nei confronti delle coppie omosessuali. La dimostrazione che per il parlamento la legge non è mai stata una priorità. È solo una toppa per rimediare a una figuraccia a livello internazionale. Purtroppo è una toppa peggiore del buco. L’Italia, ultima a essere rimasta nell’Unione europea senza una legge, ora è il Paese con la legge più arretrata.

Secondo: è una legge che distingue, non che equipara. C’è stata un’aspra battaglia in parlamento per eliminare le possibili somiglianze tra il matrimonio (prerogativa degli eterosessuali) e le unioni civili (riserva dedicata agli omosessuali). In maniera a volte comica, come quando si è tenuto a precisare che l’obbligo della fedeltà sia esclusiva eterosessuale, si sono voluti creare due sistemi di riconoscimento diversi. In sostanza, diritti di serie A e diritti di serie B.

Terzo: si è esclusa l’adozione del figlio del partner. È la discriminazione più grave. Stralciando dalla legge il provvedimento (che già esiste dal 1983 per gli etero), si puniscono in sostanza gli omosessuali che hanno avuto figli. Si puniscono negando diritti ai bambini, cosa davvero crudele. Oltretutto affermando che lo si fa proprio per tutelare i bambini, per proteggerli. Per proteggerli da chi? Dalle loro mamme e dai loro papà, dalle persone che più amano? Un’ipocrisia che sottende l’odio verso le persone omosessuali, in maniera per nulla velata.

A livello simbolico, è come se si dicesse a gay, lesbiche e trans che non hanno diritto di procreare. Ma avere dei figli è un fondamento umano, che nessun governo può restringere senza violare i diritti umani. Infatti il parlamento, prima con l’assenza di norme e ora con questa cattiva legge, non ha potuto impedire e non impedirà in futuro che gay, lesbiche e trans abbiano figli, semplicemente renderà più difficile la vita dei bambini e dei loro genitori.

Rendere più difficile la vita degli omosessuali, distinguere la loro posizione dagli eterosessuali (in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione) salvo poi dire che “la società non è pronta”, e che per questo bisogna procedere per gradi. È stata questa la retorica che ha portato a questa cattiva legge e che non fa che perpetuare le differenze nella società, mettendole nero su bianco sotto forma di “status” diversi.

Il prezzo di questa cattiva legge è altissimo. Si paga in termini di arretramento culturale. Un arretramento direttamente legato alla violenza della propaganda politica.

A differenza di quanto dicono i politici, la società è molto più accogliente e preparata del parlamento. Lo raccontano le tante manifestazioni che hanno riempito le piazze italiane a sostegno dei diritti Lgbt, lo dice la maggiore visibilità delle persone omosessuali, lo raccontano le storie, in larga parte positive, delle famiglie omogenitoriali.

Gli omosessuali negli ultimi anni sono molto più visibili, grazie anche a cultura, cinema, musica, e coming out di personaggi conosciuti. Essere gay o lesbica non è più uno stigma, soprattutto tra i giovani. Per la politica, invece, sì. Lo dimostra la violenza che si è consumata in parlamento, nei talk show, sui social network.

Una violenza verbale e simbolica sorretta dalla creazione di concetti falsi, oscuri. Dall’ideazione di pericolosi nemici invisibili. Nemici della famiglia, della natura, della tradizione. Nemici di concetti astratti, non delle persone vere.

Così la stepchild adoption, misteriosa nozione declinata in inglese, è stata spiegata come l’apertura a un’altra “violenta e immorale” pratica, l’utero in affitto. E inutile è stato ripetere che la gestazione per altri è vietata in Italia e che il ddl Cirinnà non lo prevede.

Inutile spiegare che la gestazione per altri è legale in altri Paesi, molto più evoluti dal punto di vista dei diritti, utilizzata in gran parte da coppie eterosessuali, e normata in maniera da evitare lo sfruttamento. “L’utero in affitto” è diventato il nemico da combattere, quando non c’entrava nulla con la timida apertura di diritti cui si stava lavorando in Italia.

Come non è stato possibile spiegare il senso della stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Si tratta del semplice riconoscimento legale di diritti a chi è già genitore di fatto. Si potrebbe definire “l’adozione di un figlio che è già tuo”, di un bambino che è cresciuto chiamandoti mamma (o papà).

Tutta la violenza a cui abbiamo assistito, per l’approvazione di una legge mediocre e discriminatoria, rischia di riportare indietro il cammino fatto dalle persone in questi anni. Di instillare nuove paure in chi è ignorante, ovvero ignora nel senso letterale del termine, cioè non conosce persone omosessuali o famiglie omogenitoriali. Di rianimare l’omofobia che ormai era circoscritta ad alcune sacche reazionarie della società. Di rinfocolare il pregiudizio, il cui nemico principale è la condanna sociale.

Avremmo dovuto assistere a discorsi chiari, coraggiosi, di esplicito rigetto dell’omofobia da parte dei rappresentanti delle istituzioni. Avremmo dovuto ascoltare parlamentari orgogliosi di introdurre princìpi di inclusione e sviluppo, con l’ambizione di lavorare per il futuro. Invece ci hanno offerto un indecente spettacolo di arretratezza e sessismo.

I danni dell’omofobia sono reali, dolorosi. L’omofobia fa vittime vere. Vittime di pestaggi, emarginazione, mobbing, bullismo. Il prezzo che il Paese rischia di pagare per il travaglio che ha portato a questa cattiva legge è troppo alto.

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    Chiara Ronzani
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Polemiche sul voto dei cinesi

Nella prima giornata di apertura dei seggi della primarie del centrosinistra hanno votato in 7.750. Un buon risultato, secondo gli organizzatori, pari a circa il 12 per cento delle scorse consultazioni, quando però si votò solo la domenica.

Ma c’è stata una immediata polemica sulla partecipazione al voto di cittadini cinesi. Nei giorni scorsi la comunità si era espressa a favore di Giuseppe Sala, esplicitando su un sito web in cinese l’appoggio al manager dopo un incontro organizzato dalla deputata Milena Santerini, eletta con Scelta Civica. L’endorsement è stato ribadito da Francesco Wu, presidente dell’Unione imprenditori Italia – Cina.

Nella prima giornata di voto ci sono state diverse segnalazioni di modalità di voto poco consone. In via Confalonieri i rappresentanti dei comitati hanno fatto mettere a verbale che le persone arrivavano al seggio in gruppo, con moduli prestampati, cercavano di entrare al seggio in coppia, alcune non parlavano italiano. Testimoni hanno riferito di persone che hanno fotografato la propria carta d’identità con il certificato di avvenuto voto con cellulari o tablet, oppure di selfie scattati davanti ai manifesti elettorali. Al termine della giornata al seggio di zona 9 su 697 votanti 70 erano stranieri, pari al 10 per cento del totale, di questi 53 cinesi, pari al 7,6 per cento.

Abbiamo assistito alla richiesta di una ragazza cinese di farsi spiegare come poteva esprimere il suo voto, dato che non aveva mai partecipato ad alcuna elezione.

In zona 2, al circolo Luciano Lama di viale Monza, nel pomeriggio il segretario del Pd Pietro Bussolati è stato chiamato per verifiche, dopo che alcuni rappresentanti del comitato per Francesca Balzani hanno segnalato cinesi che non erano in grado di parlare con gli scrutatori e votare il proprio candidato, con moduli già compilati e che mostravano biglietti con il nome di Giuseppe Sala, oltre alla presenza fuori dal seggio di connazionali che indirizzavano gruppi di persone a votare.Un voto organizzato, secondo i rappresentanti dei comitati, in maniera poco chiara. In rete critiche come queste sono state bollate come razziste dai comitati per l’ad di Expo.

Giuseppe Sala ha raccolto il supporto legittimo della comunità cinese, stringendo abilmente un accordo con la componente straniera più coesa ed affidabile del vasto mondo di cittadini residenti con permesso di soggiorno. Una coesione testimoniata dalla presenza in via Paolo Sarpi, cuore di Chinatown, di volontari cinesi e italiani che ad un gazebo spiegavano modalità di voto e ubicazione dei seggi, con volantini scritti in cinese ed italiano. Sull’appoggio degli stranieri, Sala ha ironizzato durante la fila per votare nel proprio seggio in zona 1: “Qui in coda vedo solo due cinesi”, ha dichiarato.

La presenza di stranieri farà parlare di sé più di quella dei giovani. Secondo il comitato organizzatore, gli elettori sotto i 30 anni sono stati il 7 per cento. Una cifra non esaltante, ma che ha raccolto il plauso di presidenti e scrutatori, che tra gli iscritti annoverano percentuali ancora più basse.

Si vota anche domenica, dalle 8 alle 20.

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    Chiara Ronzani
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La nostra vita con due mamme

Raffaele 9 anni, Margherita 13 anni, Giorgio 9 anni.

Hanno un fratello più piccolo, Antonio, di 6 anni. E due mamme.

Sono i figli di genitori dello stesso sesso di cui tutti parlano, spesso senza conoscerli. La maggior parte di chi si dice contrario all’approvazione della legge sulle unioni civili argomenta che lo è “per il bene dei bambini” oppure “per proteggere i bambini”.

Abbiamo deciso di incontrarli perché fossero loro, i diretti interessati, a spiegarci come si vive in una famiglia con due mamme o due papà. E cosa ne pensino di tutta questa discussione sulle loro vite.

Quando sono arrivata a casa loro e mamma Maria Silvia mi ha presentato dicendo che ero “quella di Radio Popolare” che li voleva intervistare, Giorgio ha chiesto: “Ma ancora sulle famiglie lesbiche?”.

Perché ancora? Che domande vi fanno di solito?
“Chiedono: se ci prendono in giro a scuola, com’è avere due mamme – che è una domanda abbastanza insulsa”, sottolinea Margherita. “Poi cosa pensiamo della legge – e anche questa è una domanda abbastanza insulsa. Perché è ovvio! Cosa dovremmo pensare? Nooo, non ci piace essere figli delle nostre mamme…”, conclude con ironia.

Ecco, due delle domande che volevo fare loro sono insulse. Hanno platealmente ragione.

“Le nostre mamme rompono le scatole come le mamme normali e i papà”, chiarisce Raffaele.

“Mi prendono più in giro perché mi chiamo come una pizza che perché ho le madri gay. Oppure perché ho i capelli rossi”, spiega Margherita.

Se doveste mandare un messaggio ai politici che non vogliono la legge sulle unioni civili?

Per Margherita “loro non hanno le mamme lesbiche, non lo possono sapere. Noi abbiamo le mamme lesbiche e gli diciamo che vogliamo la legge, quindi ce la devono fare”.

“Sì, è vero tutti i politici non sono gay, i politici sono etero”, risponde Giorgio.

“È come se la mia prof mi dicesse che il venerdì non posso mangiare il sushi perché non le piace. Ma lo devo mangiare io, non la prof, a lei non cambia niente”, conclude Margherita.

I bambini sono sorprendenti. Quanto tempo abbiamo sprecato a fare polemica sul “gender”? La loro azzeccatissima definizione di quel misterioso concetto: “A tutte le femmine devono piacere le bambole, sennò fanno una figura di cavolo, e ai maschi devono piacere i giochi di guerra, sennò fanno una figura di cavolo”.
Ecco cos’è il gender.
Definitiva.

Torniamo seri. Se non si fa la legge a voi cosa cambia di preciso?

Margherita: “Se noi siamo figli di Mary e Mary muore, dobbiamo andare in orfanotrofio perché, secondo non so chi, non siamo figli di Francy. Io non voglio andare in orfanotrofio. E poi a me piace di più il cognome Fiengo Pardi che Fiengo e basta”.

Un messaggio chiaro per tutti coloro che si dicono contrari alle famiglie omogenitoriali “per tutelare e difendere i bambini”.
Forse sarebbe il caso che li ascoltassero.

Ascolta qui la conversazione con Margherita, Giorgio e Raffaele

Ascolta Margherita Giorgio e Raffaele

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    Chiara Ronzani
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Il confronto all’americana

Ascolta l’audio integrale del dibattito al Teatro Dal Verme

PRIMARIE – TEATRO DAL VERME –

 

Quando alla presentazione del primo candidato la conduttrice esordisce con: “Il suo piatto preferito è la pizza, ama la corsa, il suo slogan è preso da Star Wars…” in sala si leva un “nooooo”.

E invece sì, è subito chiaro dai primi secondi che il format all’americana rispecchia l’organizzazione e la comunicazione del nuovo Pd renziano. La platea, suo malgrado, si adegua, rinfrancata poco prima dall’arrivo dell’applauditissimo Giuliano Pisapia.

Quattro domande dei giornalisti, tre minuti a testa per rispondere.

Si parte da un tema concreto: cosa pensa il candidato delle tasse comunali? Saliranno o scenderanno?

La domanda è pane per i denti di Francesca Balzani, che in Comune si occupa di bilancio. “Il 2016 sarà l’anno della local tax, bisognerà lottare per trattenere il gettito sul territorio e dedicarlo ai più deboli”, argomenta, elogiando i dipendenti comunali e dicendo che vuole scommettere su quelli più giovani.

Sala replica chiaro: “La pressione fiscale è elevata” poi attacca: non possiamo fare nostro il mantra leghista dei soldi che non devono andare a Roma. Per avere più potere contrattuale – spiega – dobbiamo puntare sulla Città metropolitana. Sulla base di quella otterremo i soldi dal centro. Per i dipendenti comunali: premi a chi eccelle, punizioni a chi sgarra.

Majorino ribalta la prospettiva cominciando da quei dirigenti comunali che fanno poco e “devono lavorare di più”, lasciando intendere che per lui la priorità non è abbassare le tasse ma spendere di più per i servizi. Con Roma, la battaglia per i fondi deve essere dura indipendentemente da chi governa.

Iannetta esordisce con una proposta concreta: le startup non pagheranno le tasse per tre anni.

La seconda domanda dà la prima occasione di fare un po’ di polemica: “Cosa vi accomuna e cosa vi distingue dagli altri candidati?”

Sala esalta le sue abilità gestionali e afferma: “Mi distinguo per non aver mai usato un filo di polemica”.

Majorino parte con l’autoironia. “Volevo minacciarvi di non dirmi più che sono permaloso”, poi l’affondo su Balzani: “Con Francesca c’è sintonia ma esperienze diverse, io mi sono occupato di persone, lei di numeri”.

La vicesindaco si arrabbia, prima definendolo scherzosamente permalosissimo, poi chiarendo: “La contrapposizione numeri/persone è inaccettabile, io mi sono occupata di bilancio, che è la politica al netto delle parole, è la politica concreta che si trasforma in progetti ed è un grande gioco di squadra”. Applausi.

Majorino non ha risparmiato un attacco anche a Sala: “Ai suoi eventi si vedono anche dei consiglieri di opposizione che lo sostengono, ai miei non è mai successo”. Sala incassa e non replica.

Balzani ricorda che i candidati sono accomunati dalla Carta dei valori, e dall’obiettivo di vincere le elezioni a giugno. Ancora applausi. L’unità di intenti piace al pubblico.

Rapidamente si scivola alla terza domanda, che riguarda la sicurezza nelle periferie e la disoccupazione giovanile.

Majorino cita “lo scandalo da cancellare delle 9.500 case pubbliche vuote”, proponendo di assegnarne rapidamente duemila allo stato di fatto, lasciando agli assegnatari la ristrutturazione. Sul lavoro propone che cento spazi di proprietà comunale vengano assegnati alle nuove imprese con una dote di 10mila euro per cominciare l’attività.

Iannetta invita a non sottovalutare la sicurezza, che sarà – dice – il nodo della battaglia con il centrodestra. Propone di mischiare presìdi di forze dell’ordine e coesione sociale, valorizzando il ruolo delle associazioni. Poi ha chiesto di ritornare sugli scali ferroviari dismessi, per ampliare verde e housing sociale.

Balzani delinea l’idea di una città policentrica, giocando la proposta forte di chiedere ad Aler la gestione di tutte le case popolari sul territorio, continuando il progetto virtuoso dell’affidamento ad MM.

Sala propone di occuparsi di sicurezza “silenziosamente, con forze umane e tecnologia” per dare ai cittadini il senso di un intervento non straordinario d’emergenza. Ha appoggiato l’idea di Balzani sulle casa popolari e per il lavoro ha proposto di puntare su turismo, cultura (raccogliendo l’eredità di Expo), sostenendo un “Modello Londra” per moda e design.

La quarta domanda è quasi a tema libero: “Descrivete un vostro progetto per Milano, spiegando come lo finanziereste”.

Iannetta punta sulla rigenerazione senza consumo di suolo per recuperare spazi nelle periferie. Tutto da finanziare con il sostegno delle banche.

Balzani ha proposto quella che ha definito non un progetto ma una “suggestione”: una Borsa degli spazi, da collocare nel Palazzo della Ragione o all’ex Ansaldo, dove far incontrare domanda e offerta di spazi privati che vengono tenuti chiusi o sono inutilizzati. Un progetto per rendere più accessibile – per esempio – il mercato immobiliare agli studenti e far incontrare esigenze convergenti, di cittadini e imprese.

Sala distingue tra progetto e sogno. Il primo, riqualificare le case popolari, da finanziare vendendo quote significative di società partecipate, come Sea (di cui ipotizza un passaggio dal 52 al 30 per cento). Il sogno invece è riaprire i Navigli. “In via San Marco tra 12 anni non devono passare le auto” – scandisce tra gli applausi.

La proposta di Majorino coniuga invece ambiente, salute e mobilità: nel 2020 l’estensione di Area C, nel 2030 la città che rinuncia all’auto privata, nel 2040 la città a zero emissioni. La platea gradisce. Infine, suggerisce di creare una rete di biblioteche pubbliche e condominiali valorizzando spazi inutilizzati nei quartieri.

A questo punto il formato prevede le domande dei comitati ai candidati “avversari”. Domande che si riveleranno spesso assist per l’intervistato.

A Balzani tocca rispondere sullo sport. Propone di coinvolgere le associazioni in attività “fuori soglia”.

Suscita malumore in platea la domanda a Sala. Gli si chiede se in caso di sconfitta alle primarie lavorerà per il candidato vincitore. “Chiunque vincerà dovrà avere la sicurezza che gli altri siano con lui, dall’8 febbraio in poi si lavora non per un programma, ma per un piano d’azione”, ha detto da “uomo del fare”, sottolineando che non bisognerà lasciare passare mesi per far ripartire la macchina comunale.

A Majorino tocca la domanda del comitato pro Sala. Gli si chiede in sostanza che cosa pensa di Expo, dato che “non ne era tifoso e se fosse stato per lui l’avrebbe cancellato”, sostiene l’attivista del comitato, tra i fischi di una parte della platea.

Inizialmente l’assessore al Welfare nega: “Documentatevi meglio”, poi argomenta: “Il cibo deve rimanere una grande questione educativa per la città”, propone un rilancio dell’ortomercato, quindi affonda su Sala: “Dobbiamo ancora capire Expo che bilanci ci lascia”.

Touché. Sala si arrabbia: “Chiudiamo in utile, non si devono mettere in giro idee sbagliate, dobbiamo essere fieri del lavoro fatto”.

La serata si conclude con gli appelli agli elettori.

Balzani è ecumenica e invita al voto, sostenendo il protagonismo degli elettori, piuttosto che quello dei candidati.

Sala ricorda il proprio curriculum: “Ho fatto gli ultimi sette anni conoscendo la macchina del Comune, poi con Expo, mi guidano la pura passione e l’amore per la città, sono un buon interprete per portare Milano verso un modello di innovazione e inclusione”.

Iannetta raccoglie il gradimento dell’outsider: “Siamo l’alternativa”, dice, auspicando primarie aperte democratiche partecipate e vere.

Majorino infine marca la propria differenza: “Dobbiamo continuare il cambiamento, con ancora più decisione e radicalità” – ed è la seconda volta che utilizza questa parola ultimamente caduta in disgrazia presso la sinistra socialdemocratica. Per concludere cita don Milani e il suo slogan “Me ne occupo, me ne interesso; il contrario – sottolinea – del motto fascista ‘me ne frego’”.

Un riferimento all’antifascismo che il pubblico ha sottolineato con un forte applauso.

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    Chiara Ronzani
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L’asilo si paga

Uno degli Stati più ricchi del mondo che confisca ai richiedenti asilo i loro soldi, prima di concedere loro protezione. E se decide che ne hanno diritto, chiede loro di “ripagarsi” l’asilo a rate, come se restituissero un mutuo. Accade in Svizzera, e non da oggi. Come ha spiegato la portavoce della Segreteria di Stato della migrazione, l’organismo nazionale che si occupa delle richieste d’asilo, la legge prevede da anni che a chi presenta le pratiche nei centri vengano sequestrati i beni di valore superiore ai mille franchi svizzeri, equivalenti a poco più di 900 euro.

La norma prevede la possibilità di perquisire i migranti per verificare che non nascondano denaro o preziosi. Si salvano gli oggetti di valore affettivo come fedi nuziali, medaglie o ritratti di famiglia. Al richiedente protezione internazionale viene consegnata una ricevuta, e se entro sette mesi deciderà di lasciare volontariamente il Paese potrà riavere indietro quanto confiscato, diversamente la cifra verrà incamerata come contributo per coprire i costi delle procedure d’asilo – ha rivelato la portavoce alla Radiotelevisione svizzera di lingua tedesca. Nel 2015 le autorità svizzere hanno sequestrato circa 210mila euro a 112 migranti.

La legge, che contiene una proposta simile a quella recente del governo danese, è in vigore dal 1992, nel silenzio generale. Se ne parla oggi perché il tema delle migrazioni è diventato massiccio e oggetto di polemica politica. Ma c’è di più. Qualora il richiedente asilo ottenga la protezione internazionale, dovrà versare un contributo. Il diritto a risiedere in Svizzera costerà fino a 15mila franchi, circa 13.700 euro. Una cifra che dovrà essere versata a rate del 10 per cento del proprio reddito per dieci anni.

Ma tutto questo è possibile o la Svizzera infrange qualche norma internazionale?
Anche se il Paese non fa parte dell’Unione europa, ha sottoscritto la Convenzione di Dublino con un accordo con l’Ue. “Fermo restando che questa notizia sorprende tutti e dovremmo vedere i testi per commentarla adeguatamente”, ci ha detto Gianfranco Schiavone, giurista dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e presidente del Cir (Consorzio italiano di solidarietà), “è previsto dalla direttiva europea sull’accoglienza che il richiedente asilo possa compartecipare alle spese per l’accoglienza qualora disponga di mezzi”.

Grave e “stupefacente” invece, “immaginare che qualora si ottenga il diritto d’asilo si configuri una sorta di risarcimento danno”, commenta ancora Schiavone. “Un risarcimento spese ex post da parte del rifugiato è una cosa che ha dell’incredibile oltre che moralmente inaccettabile perché la direttiva prevede che gli Stati siano obbligati a provvedere a realizzare misure per l’integrazione sociale dei rifugiati riconosciuti, quindi a impegnare delle risorse, e non immagina forme di restituzione. Che chi fugge da una guerra o una persecuzione sia obbligato a ripagare a rate un diritto previsto dalle convezioni internazionali rappresenta “uno scenario surreale”.

Ascolta qui l’intervista a Gianfranco Schiavone

SCHIAVONE 1230 svizzera ronzani

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    Chiara Ronzani
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Denunciò gli sprechi di Ferrovie Nord

Denunciare non paga. Il whistleblower – la “gola profonda” – che ha fatto partire l’indagine che ha portato alle dimissioni del presidente di Ferrovie Nord Norberto Achille e del presidente del collegio sindacale Carlo Alberto Belloni è stato trasferito, demansionato, isolato. Una ritorsione per aver portato a galla lo sperpero di denaro pubblico da parte dei vertici aziendali – denuncia il suo legale Franco Scarpelli. E le discriminazioni continuano anche ora che a capo di Ferrovie Nord c’è un nuovo presidente, il leghista Andrea Gibelli.

Andrea Franzoso, specializzato in anticorruzione e a capo di un’unità del servizio di Responsabilità sociale aziendale di FNM, aveva scoperto che i conti non quadravano. Nel luglio 2014 aveva segnalato al Comitato di controllo e rischi dell’azienda le spese fuori controllo del presidente Norberto Achille e chiesto una verifica. L’esito di quei controlli fu sconvolgente: a febbraio 2015 l’organismo di vigilanza venne informato che Achille aveva usato 600 mila euro dell’azienda partecipata per spese telefoniche e auto blu per i suoi familiari, ristoranti di lusso e vestiti firmati, scommesse on line, oltre che per saldare 124mila euro di multe prese dal figlio con una Bmw aziendale.

Il presidente del collegio sindacale Belloni corse ai ripari: il sistema di controllo interno aveva funzionato fin troppo bene. Franzoso e un suo collega responsabile dell’Unità di audit e valutazione dei rischi vennero intimiditi e invitati a edulcorare il rapporto, ad insabbiare la vicenda.

Franzoso non ci sta: il giorno dopo le intimidazioni va dai Carabinieri e denuncia tutto. E’ il 10 febbraio 2015. Parte l’inchiesta. Il 4 marzo ci sono le perquisizioni nella sede di Piazzale Cadorna. Il 18 maggio Norberto Achille, il manager di Forza Italia vicino alla Lega a capo di Ferrovie Nord da 17 anni, riceve un avviso di garanzia con l’accusa di peculato e truffa aggravata. Il giorno dopo Achille e Belloni si dimettono.

Ma hanno avuto il tempo di punire il funzionario troppo zelante e dare un segnale chiaro ai dipendenti: denunciare le irregolarità è pericoloso. Poche settimane dopo le perquisizioni il Consiglio di amministrazione esternalizzava l’organismo di controllo interno, affidandolo in consulenza a KPMG. Fu assunto un manager “temporaneo” per il ruolo di responsabile dell’Audit interno.

Pochi giorni prima di essere indagato per favoreggiamento Belloni fu chiaro con Franzoso: “Sono uscite cose che non andavano scritte – gli disse dopo averlo convocato – quell’ufficio sarà smantellato. Gibelli secondo te cosa fa? Si tiene questo audit? Questo organismo di vigilanza? Gibelli lo cambia, è il minimo che deve fare. Se ti mandiamo a Como? Ci hai pensato? Bastava dire le cose man mano che venivano avanti e stare più prudenti, non farvi prendere dalla foga di capire…”.

Quindi la profezia: “Pensate davvero che Gibelli venga qua e non faccia un repulisti? Non vi occuperete più di audit in vita vostra. Purtroppo nella vita o si punta sui cavalli giusti o su quelli sbagliati”.

Il cavallo giusto per Roberto Maroni è proprio Andrea Gibelli. Deputato della Lega per diverse legislature, poi vicepresidente del consiglio regionale con Formigoni, quindi segretario della presidenza di Regione Lombardia con Maroni, viene nominato presidente di Ferrovie Nord dopo lo scandalo. Norberto Achille lo definisce un amico.

Tutto va come previsto da Belloni. Il sistema di controllo interno viene svuotato e smette di fatto di operare, il funzionario onesto si ritrova isolato e privato del suo ruolo. A metà ottobre viene trasferito ad un nuovo incarico: una funzione costruita ad hoc all’interno del Servizio risorse umane.

L’azienda sostiene che non c’è stata alcuna discriminazione, ma un rinnovo e una riorganizzazione radicale che ha coinvolto tutti i settori. Peccato che soltanto Franzoso e il collega, i due dipendenti all’origine dell’indagine interna, siano stati trasferiti ad un altro servizio, dal quale evidentemente secondo i vertici non possono più nuocere.

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    Chiara Ronzani
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Codice rosa: non piace ai centri antiviolenza

La legge di stabilità arriva alla Camera dopo essere stata gravata di decine di emendamenti in commissione. Con ogni probabilità, si ricorrerà al voto di fiducia su un maxiemendamento del governo. Tra i testi correttivi, ce n’è uno che ha suscitato più polemiche di altri. Si tratta dell’introduzione del cosiddetto Codice rosa, una voce con cui catalogare i casi di violenza sulle donne nei pronto soccorsi d’Italia.

A proporlo è stata Fabrizia Giuliani, deputata Pd, secondo cui lo strumento servirà a creare una corsia preferenziale per la tutela. Contrarie, invece, le associazioni che si occupano di violenza di genere. Intanto lo strumento non vale solo per le donne: anche bambini, anziani, disabili e omosessuali, tutti definiti soggetti fragili.

Il Codice rosa, in più, impone a tutte le donne che si rivolgono al pronto soccorso di sporgere denuncia ad autorità giudiziarie, ancor prima di avere avuto informazioni e sostegno da un’operatrice di centri antiviolenza. Il timore è che questo provochi paura nelle donne ancor prima di denunciare, soprattutto in mancanza di un adeguato sistema di tutele. Probabile che non vadano nemmeno a farsi curare.

In più l’emendamento non prevede fondi aggiuntivi per il nuovo percorso per le vittime di violenza di genere. Allora, si chiedono le associazioni, perché tutta questa urgenza tanto da spingere il governo ad introdurla nella legge di Stabilità?

“Non è una priorità politica di questo governo”, è il commento di Titti Carrano, presidente delle Associazioni dei centri antiviolenza ai microfoni di Radio Popolare. “Non servono percorsi forzati ma tempo. Ai centri antiviolenza continuiamo a chiedere di mettere al centro le donne invece dell’azione giudiziaria”, conclude.

Ascolta l’intervista integrale a Titti Carrano

Intervista a Titti Carrano

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    Chiara Ronzani
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Perché i bambini non siano adulti violenti

Il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è chiaro e ricalca quanto dicono gli esperti da decenni: la violenza di genere va estirpata “attraverso l’educazione dei giovani ai rapporti affettivi”. Bisogna insegnare che “amore e violenza sono tra loro incompatibili”.

Per combattere la violenza alla radice bisogna crescere degli uomini non violenti, ripetono psicologi e operatori dei centri di aiuto. Perché la violenza è un problema degli uomini, non delle donne, che ne subiscono le conseguenze.

“Corsi di questo tipo si tengono da decenni nelle scuole italiane”, racconta ai microfoni di Radio Popolare il pedagogista dell’Università di Palermo Giuseppe Burgio.

E allora perché la violenza è ancora così diffusa?

“Perché si fa troppo poco e male. Tutte le azioni fatte nelle scuole sono sostanzialmente di educazione alle differenze. Si dice ai ragazzi che è importante accettare le differenze. Il problema è che la violenza non nasce dal fastidio per le differenze, ma da un bisogno che hanno i bambini e gli adolescenti maschi di costruirsi un’identità maschile in una società maschilista e sessista”.

Cosa significa?

“Per le bambine è più facile: la scuola contemporanea è accogliente. Le femmine ottengono ottimi risultati e il loro merito viene riconosciuto. Poi vengono penalizzate nel mondo del lavoro, ma a scuola sono protagoniste.

Per i bambini invece è più complicato. Non hanno punti di riferimento. L’identità maschile viene continuamente messa in dubbio. Mentre crescono gli si dice spesso: “Comportati da uomo”. Gli adolescenti non sanno a quale modello riferirsi per costruire la loro identità di maschi adulti, e adottano il modello più pacchiano offerto dalla nostra società: l’aggressività. Il modello è sempre quello di un uomo giovane e muscoloso che usa la violenza per risolvere i conflitti. Tutta la cinematografia prevede degli uomini che sono eroi. In positivo – come Superman – che usa la forza per aiutare i più deboli, e in negativo. Comunque gli eroi usano la violenza”.

Cosa bisogna insegnare ai bambini per crescere degli uomini non violenti?

Secondo me non bisogna ragionare in termini di educazione alle differenze, ma in termini di educazione alle maschilità, al plurale. Bisogna educare questi piccoli eroi in crisi, dicendo agli adolescenti impauriti che tutte le forme di maschilità hanno la stessa dignità: che anche un uomo anziano è un uomo, che anche un uomo su una sedia a rotelle è un uomo, che anche un omosessuale è un uomo. Che possono permettersi di piangere e non devono aderire a un ideale di virilità astratto, lontano e irraggiungibile.

Gli adolescenti che prendono il modello dell’eroe e cercano di raggiungerlo, quando crescono cercano nelle donne una conferma esterna a questa fragilità. Chiedono la complicità delle donne, e quando la complicità viene meno la risposta è la violenza.

Qual è il meccanismo che fa scattare la violenza?

La violenza di genere è un problema di gerarchia sociale. Prevede che io in quanto maschio eterosessuale debba avere un privilegio nella società. E allora attacco le donne che si ribellano a questa strutturazione o gli omosessuali che per esempio sono troppo visibili e mettono in discussione quel modello di maschilità.

Come si spiega l’elevato numero di violenze anche tra i giovani, considerando che le donne vengono considerate libere ed emancipate?

Il patriarcato, che ora è in crisi, garantiva un ruolo chiaro di potere agli uomini e un ruolo sottomesso alle donne. Le donne in cambio avevano la garanzia che la violenza negli spazi pubblici era inesistente, tranne in caso di guerra.

Con la crisi del patriarcato la violenza contro le donne è ovunque: dentro e fuori casa. Basta vedere cosa accade con gli stupri. Gli stupratori intervistati nelle ricerche dicono tutti la stessa cosa: che hanno violentato una donna perché volevano “rimetterla al proprio posto”, oppure “insegnarle a subire”. Uno stupratore non agisce perché in preda ad un raptus erotico, così come un alcolista non beve perché ha sete. Sono meccanismi più complessi, che partono dalla costruzione dell’identità.

Per questo bisogna partire dalle scuole, come sollecita Mattarella.

“Il problema è che l’educazione alle maschilità nella nostra società non la fa nessuno” – aggiunge Giuseppe Burgio.

La parole di Mattarella si scontrano con quanto affermano i detrattori dei corsi di educazione affettiva e sessuale. Corsi dannosi per la corretta crescita dei bambini, che insinuano nei più piccoli la pericolosa ideologia del gender – affermano.

Eppure educazione affettiva e sessuale sono considerati gli strumenti principali di contrasto alla violenza secondo quanto prevede la convenzione di Istanbul per l’eliminazione della violenza di genere, ratificata dall’Italia nel 2013.

A suo giudizio cosa spaventa chi si scaglia contro i corsi nelle scuole?

Ci sono due ipotesi che mi sono fatto analizzando la comunicazione dei gruppi “contro il gender”. Queste persone vivono l’educazione al rispetto tra uomini e donne come una minaccia allo statuto tradizionale della maschilità. Quello che prevede che l’uomo sia per natura aggressivo. E deve rimanere tale.

La mia ipotesi è che l’obiettivo polemico non siano le unioni civili, né il movimento degli omosessuali, ma il protagonismo delle donne. Per costoro il punto è rimettere le donne al proprio posto e far passare l’idea che gli uomini debbano avere “naturalmente” un ruolo superiore e utilizzare la violenza come attributo “naturale” della maschilità. Si vuole affermare la presunta “naturale” asimmetria tra i ruoli maschile e femminile: uomini sopra, donne sotto. La posta in gioco è la libertà delle donne.

E poi secondo me c’è un altro obiettivo polemico, che è la scuola statale. L’Italia è l’unico paese europeo che ha il 96% di studenti delle scuole statali e solo il 4% nelle scuole private, che sono in gran parte scuole cattoliche. Ritengo che questo terrorismo psicologico “salvate i vostri bambini dal gender” sia una riuscita operazione di marketing che cerca di spostare gli studenti dalla scuola statale alle scuole private cattoliche.

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    Chiara Ronzani
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Unhcr, “situazione sempre più grave”

Migliaia di persone sono bloccate ai confini tra Grecia e Macedonia, dopo il rifiuto del Paese di far passare migranti che provengano da paesi diversi da Siria, Afghanistan e Iraq.

Per protesta alcuni migranti si sono cuciti le labbra e hanno scritto dei cartelli “Allora sparateci”.

Una delle situazioni più critiche è a Idomeni, dove migliaia di persone si sono accampate nella speranza di poter attraversare il confine e proseguire il viaggio per il nord Europa.

Lì abbiamo raggiunto la portavoce dell’Alto commissariato per i diritti umani delle nazioni unite per la Grecia Stella Nanou.

Stella Nanou Unhcr Grecia

L’intervista:

“Fin dallo scorso martedì c’è stata una restrizione dei movimenti delle persone alle frontiere di diversi Paesi balcanici. Solo alle persone di nazionalità siriana, afghana e irachena è consentito di passare. Come risultato ci sono migliaia di persone di nazionalità diversa, tra cui iraniani, pakistani, bangladesi, e anche persone provenienti da diversi Paesi africani, bloccate qui a Idomeni, un paesino molto vicino al confine tra Grecia e Macedonia.

Da giovedì ci sono circa 200 persone che protestano contro la chiusura dei confini.

In questo momento mi trovo ad Idomeni e ci sono circa 1000 persone abbandonate. Non tutte stanno protestando alla frontiera. Quelli che lo fanno lo fanno pacificamente. Qualcuno si è cucito le labbra, per protesta, e ha iniziato lo sciopero della fame.

E’ una situazione difficile, perché fino a qualche giorno fa veniva consentito di attraversare il confine a tutti e ora le persone si sentono frustrate da queste restrizioni, si sentono impotenti, si sentono in trappola, alcuni sono anche arrabbiati.

Nelle ultime 48 ore ci sono stati tre o quattro bus che sono partiti in direzione di Atene. Alcune persone hanno deciso di andarsene.

Abbiamo un gruppo di supporto che cerca di dare informazioni ai migranti sulla situazione, sui loro diritti di fare richiesta d’asilo in Grecia, e sui servizi di protezione, un luogo dove dormire, dove riposarsi, perché qui a Idomeni ci sono poche associazioni umanitarie che forniscono l’assistenza di base.

Abbiamo allestito alcune tende per dare un riparo”.

DOMANDA: E’ legale dividere i migranti in base alla nazionalità?

“Non è logico e non ha basi legali. Non ha basi umanitarie ed è molto pericoloso per la sicurezza di queste persone. Sta arrivando l’inverno e non possiamo accettare che ci siano persone abbandonate e bloccate ai confini in queste misere condizioni.

Fino ad ora il tempo è stato abbastanza buono, con temperature accettabili e non molta pioggia. Ma non può durare. L’inverno è vicino.

Siamo molto preoccupati”.

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    Chiara Ronzani
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Comunità islamiche contro il terrorismo

Roma. Milano. Genova.

Le associazioni islamiche d’Italia sono scese oggi in piazza in solidarietà con le vittime degli attacchi di Parigi e Bamako, per dire un chiaro NO al terrorismo.

“Non riteniamo di doverci giustificare perché come cittadini siamo nemici del terrorismo, rispondiamo ad una richiesta di fare chiarezza da parte del popolo italiano” – ci dice Giuseppe D’Amico del Cail, raggiunto a Roma.

Giuseppe D’Amico

La manifestazione della Capitale, in piazza Santi Apostoli, coinvolge le principali associazioni musulmane in Italia, che per la prima volta scendono in piazza in maniera unitaria.

In un messaggio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scritto agli organizzatori: “Il vostro gesto rafforza la nostra convivenza”.

A Milano al presidio in piazza San Babila presenti 3000 persone.

“Non si può pensare di prendere voti accusando la comunità islamica, non ci si può accusare di non fare abbastanza. Oggi siamo in migliaia qui a dire ‘no al terrorismo’, domani ci si accusera’ di nuovo di non fare abbastanza?” ha detto dal palco Davide Piccardo, coordinatore del Caim, il Coordinamento Associazioni Islamiche di Milano e Monza.

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    Chiara Ronzani
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Carla avrà il cognome del suo papà

“È il primo caso in Italia e, a mia conoscenza, il primo in Europa”, racconta con entusiasmo l’avvocata Aurora Notarianni, che ha combattuto al fianco di Sabrina Amato e di sua figlia Carla.

Il primo riconoscimento di paternità post-mortem a seguito di una tecnica di fecondazione assistita.

Ora la piccola Carla, che il 30 novembre compirà 4 mesi, potrà portare il cognome di suo padre. Un padre che non ha mai conosciuto, ma che tanto ha desiderato che lei venisse al mondo.

Giancarlo Nicolosi e sua moglie Sabrina si stavano sottoponendo alle tecniche di procreazione assistita per avere un figlio, quando per lui è arrivata la diagnosi di un tumore incurabile.

Prima di morire, in un documento l’uomo aveva autorizzato la donna ad utilizzare il suo sperma per cercare di avere un bambino, il loro comune desiderio.

Ma alla nascita di Carla, il Comune di Messina ha rifiutato di iscrivere la bambina all’anagrafe con il cognome del padre. Il motivo: il codice civile non considera legittimo un bimbo nato trascorsi 300 giorni dalla fine del matrimonio. Fine decretata, in questo caso, dalla scomparsa dell’uomo.

Sabrina non si è data per vinta. Ha fatto ricorso e il tribunale di Messina ieri le ha dato ragione.

Concepire Carla non è stato facile. Tre tentativi di procreazione in vitro effettuati in Spagna nel 2012 sono andati a vuoto.

Allora Sabrina si è rivolta al giudice di pace di Salonicco, in Grecia, che le ha permesso di effettuare la procedura nonostante fossero passati più di 300 giorni dalla morte del marito. E Carla è venuta alla luce, il 31 luglio 2015.

“La normativa è in evoluzione e il tribunale l’ha riconosciuto, dando prevalenza all’interesse del bambino e alla chiara volontà espressa dal padre finché in vita”, commenta l’avvocata Notarianni.

Il riconoscimento di questo diritto “non solo non lede nessuno, ma dà sostanza ai diritti dei bambini e dei genitori, quindi ai diritti dell’Uomo. Purtroppo la strada del ricorso al giudice in Italia resta l’unica soluzione possibile” – aggiunge Notarianni – perché la politica è poco coraggiosa e su questi temi mantiene posizioni ideologiche.

“Il nostro è stato un percorso d’amore, per questo ho continuato questo percorso, che non è stato facile” – ci ha raccontato Sabrina Amato. A Carla quando sarà più grande racconterà con gioia di questa giornata e questa vittoria.

L’intervista a Sabrina Amato

Il racconto di Sabrina Amato

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Rientra emergenza. Condotta riparata

L’acqua a Messina potrebbe tornare nelle prossime ore, dopo 6 giorni di emergenza. La conduttura rotta è in via di riparazione – ha detto il sindaco Renato Accorinti – e si spera che i rubinetti possano tornare ad erogare al massimo entro domani.

Se così non sarà, a dare un temporaneo sollievo ai residenti ci penseranno i 5000 metri cubi in arrivo al porto siciliano su una nave cisterna, che saranno pompati nell’acquedotto cittadino, a partire da questa sera o domani.

La rottura della conduttura è avvenuta a 40 km di distanza dalla città, a causa di una frana, sabato sera. Non è la prima volta che accade, già nel 2010 e nel 2012 gli smottamenti e il territorio franoso avevano causato una sospensione della fornitura. Ma questa volta la situazione è più grave. Per questo Accorinti ha invocato lo stato di emergenza: “Messina è abbandonata. E’ allo stremo. Dopo l’alluvione di Giampilieri pochissimo è stato fatto contro il rischio idrogeologico e oggi continuiamo a pagare anche in termini di crisi idrica”.

Ieri la protesta è esplosa sui social network e forse a causa dell’attenzione mediatica la situazione potrebbe sbloccarsi prima del previsto. In un primo momento l’azienda municipalizzata aveva detto che la mancanza d’acqua sarebbe durata fino a 10 giorni.

Resta da capire come sia possibile che una città di 250.000 abitanti possa rimanere senz’acqua per 6 giorni consecutivi.

Con scuole e uffici pubblici chiusi, e le autobotti a garantire i servizi essenziali per gli ospedali.

I messinesi si sono arrangiati come hanno potuto, ma ora la situazione è diventata insostenibile.

Alessandra Mammoliti di Radio Street di Messina ha raccolto le loro voci

VOCI MESSINA radio street

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    Chiara Ronzani
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