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Incentivi auto fino a 4 mila euro: la proposta di PD e LeU

autostrada italiana

Partito Democratico e Leu hanno proposto un emendamento al Decreto legge Rilancio che prevede incentivi per le auto fino a 4mila euro per veicoli Euro 6, indipendentemente dall’alimentazione. Ovvero, incentivi anche auto a benzina e diesel che non rispettino i criteri di basse emissioni.

Legambiente ricorda che le emissioni reali delle auto Euro 6 vendute fino ad agosto 2019 erano mediamente superiori a quanto prevista dalla normativa europea di 19 anni fa. “La filiera dell’automotive ha una catena del valore molto alta e deve essere sostenuta” – ha detto il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli.

Il vecchio che avanza. I bonus per la rottamazione auto sono una tradizione italiana. Si ricordano come leggendari quelli del 1997, prolungati fino al 99, poi quelli del 2002, seguiti dal 2007, 2008, 2009, e così via.

Il settore dell’auto è uno dei più finanziati, con casse integrazioni ordinarie e straordinarie, ristrutturazioni di stabilimenti pagate dai contribuenti, fino ai bonus rottamazione, che danno all’automobilista la soddisfazione di beneficiare di uno sconto. I bonus sono già in vigore, li aveva promossi il governo giallo verde, puntualmente rinnovati dal Conte bis, fino a 6.000 euro per comprare un veicolo ibrido o elettrico o quantomeno benzina a basse emissioni.

Ci sono poi i bonus regionali e quello clamoroso del comune di Milano, che cofinanzia fino a 9.600 euro l’acquisto di un veicolo privato. Bonus che si possono sommare raggiungendo una cifra stratosferica come 15.600 euro. La proposta di PD e LeU si spinge oltre, e non ha nessun intento di tingersi di verde. Vale per qualunque veicolo, indipendentemente dalla motorizzazione e dalle emissioni. Non solo, non è necessario rottamare un’auto vecchia, si può anche comprarne una da zero, o una in più, beneficiando di 2.000 euro della collettività.

Patuanelli ha ammesso “l’eccezionalità del momento” e la necessità di smaltire “un grandissimo parco macchine prodotto ma non venduto a piazzale”. Quello che governo, Pd e Leu sembrano non cogliere è l’eccezionalità del momento per il pianeta. Dimostrano la miopia di rifinanziare settori che non potranno mantenere i livelli del passato, che dovranno convertirsi, ridursi, cambiare.

Ricette superate di una politica che è incapace di calarsi non solo nel futuro, ma di leggere il presente.

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    Chiara Ronzani
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La cattiveria corre sul filobus

Su uno dei rari mezzi della linea 90 vuoto, 11 e 10 del mattino di ieri, la tranquillità è rotta dalla voce dell’autista, che dall’interfono intima a una signora dalla pelle più scura della mia: Se vuoi salire chiudi subito il passeggino, lo dice il regolamento.

La donna sale e va verso la testa del filobus, verso l’autista. (altro…)

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    Chiara Ronzani
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Sentenza Magherini: “Una forzatura”

L'avvocato Fabio Anselmo

La sentenza di assoluzione dei tre carabinieri accusati di omicidio colposo per la morte di Riccardo Magherini è “una forzatura”. L’avvocato della famiglia chiede le motivazioni della sentenza “in tempi brevissimi” e si dice pronto ad agire presso “la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma non solo”.

Fabio Anselmo rompe il silenzio dopo una notte di riflessione e racconta a Radio Popolare il disappunto per la sentenza e annuncia i prossimi passi della difesa.

“Avevo avvisato i Magherini fin dall’inizio che questi non sono mai processi normali. Questi purtroppo sono processi che riservano sorprese o situazioni anomale, vedasi Cucchi, vedasi Aldrovandi, vedasi Uva”.

Riccardo Magherini morì la notte del 2 marzo 2014, dopo essere stato fermato a terra e ammanettato dai carabinieri, che lo tenevano compresso al suolo, a Firenze. C’è un video girato da una finestra in cui si vede la scena e si sente l’uomo chiedere aiuto. Testimoni hanno riferito di calci che gli sono stati sferrati poco prima della morte. In appello i carabinieri erano stati condannati a 7 e 8 mesi.

La corte di Cassazione entra a piedi pari nel merito, cosa che non potrebbe fare, con una assoluzione tipicamente di merito e cioè il fatto non costituisce reato. È una assoluzione che ha lasciato di sasso, basiti, tutti i giuristi e colleghi, anche magistrati. Noi la percepiamo come una forzatura”, continua il legale della famiglia Magherini, che è convinto di non aver concluso con la Cassazione il percorso giudiziario.

“Ci aspettiamo una motivazione a tempi brevissimi. Non ci si nasconda dietro a mesi e mesi per le motivazioni, perché quando si pronuncia una sentenza di questo genere si presume che si debba avere idee estremamente chiare. Se quella che percepiamo essere una situazione limite, di forzatura rispetto al diritto, sarà confermata, prenderemo in considerazione diverse possibilità. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è già nei nostri programmi, ma non solo”.

L'avvocato Fabio Anselmo
Foto dalla pagina FB dell’avvocato Fabio Anselmo https://www.facebook.com/Avv-Fabio-Anselmo-1618255895114407

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Fabio Anselmo

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    Chiara Ronzani
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La Lega attacca le donne in nome del decoro

È solo una questione di decoro“.

Così l’assessore alla sicurezza di Novara ha spiegato le nuove norme del regolamento di Polizia Urbana. In realtà dietro al concetto rassicurante e piccolo borghese di decoro c’è un insieme di valori che i leghisti vogliono restaurare e altri che vogliono accantonare. Non si potrebbe spiegare diversamente il disincentivo alla bicicletta, in una città che si trova nell’area più inquinata d’Europa, la pianura padana. (Vietare di agganciare le bici ai pali in mancanza di installazioni massicce di rastrelliere significa voler lanciare il messaggio che il mezzo ecologico è da poveracci). Oppure il tentativo di mettere un argine alla socialità, impedendo alle persone di aggregarsi davanti ai locali pubblici.

Tutti a nanna presto, in particolare le donne, che preferibilmente potrebbero evitare di uscire. E se lo fanno, si vestano in modo da non offendere il comune senso del pudore. Parole di un’altra epoca, che vogliono oscurare il tema che con forza sta emergendo nel dibattito pubblico, quello della violenza maschile sulle donne. Ci sono cose che non sono scritte nel regolamento, ma che sono pericolose per quello che evocano.

Suggerire che ci sia un legame tra modo di vestire e stupri, imponendo alle donne un abbigliamento consono per prevenirli, significa normalizzare la violenza e rivittimizzare chi la subisce. Un meccanismo duro da scardinare. E poi la norma andrà a colpire le prostitute, donne “troppo libere”, nel senso comune leghista, ma in realtà spesso prigioniere della tratta e del mercato dello sfruttamento alimentato dagli uomini – 8 milioni di clienti italiani – tra cui senz’altro molti novaresi. Ma non averle sotto casa è l’obiettivo del cittadino, di cui dice di farsi portavoce l’amministrazione.

E che dire dei Pride o delle soggettività non eterosessuali? Cozzeranno contro il comune senso del pudore novarese? C’è da scommetterci. Norme inapplicabili ma che lanciano messaggi propagandistici difficili da equivocare.

Verrà elevata qualche sanzione da diverse centinaia di euro, che sarà ripresa dai giornali e così l’ideologia si alimenterà.

Multarne uno per educarne cento.

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    Chiara Ronzani
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Condono “monstre” dalla dubbia efficacia

Condono fiscale del Governo Conte

Il condono fiscale previsto dal decreto collegato alla legge di bilancio prevede un vasto spettro di possibilità per i contribuenti non in regola con il fisco. Ci sarà una aliquota al 20% per chi ha già presentato la dichiarazione dei redditi, si potrà poi presentare una dichiarazione integrativa, per un massimo del 30% di quanto già dichiarato, con il tetto di 100mila euro per periodo di imposta.

Sarà prevista la terza edizione della cosiddetta rottamazione delle cartelle di Equitalia, con la cancellazione di sanzioni e interessi e i pagamenti in 20 rate. Tutte le cartelle sotto i 1000 euro accumulate dal 2000 al 2010 saranno cancellate. Infine, le liti con il fisco potranno essere sanate in modo agevolato.

Ma la vastità e complessità del condono potrebbe ridurne l’effetto, secondo l’economista dell’università di Milano Bicocca Alessandro Santoro che spiega:

“Si tratta di una manovra complessa che tende ad agire su più fronti. L’idea di chi ha pensato questa manovra era quella di intervenire su praticamente tutti i momenti nei quali si manifesta il rapporto tra un contribuente, che potrebbe aver evaso, e il Fisco. Quindi, dal momento immediatamente successivo alla dichiarazione cosiddetta infedele, cioè quella nella quale non è stato dichiarato il tutto, fino al momento finale, ultimo della procedura, che è quello in cui il contribuente deve pagare la cartella esattoriale. Per ciascuno dei momenti della procedura, quindi quello immediatamente successivo alla dichiarazione, quello in cui arriva l’avviso di accertamento o viene fatto il processo verbale di contestazione, quello in cui le due parti cominciano a litigare, cioè vanno di fronte alle commissioni tributarie, fino all’emissione della cartella esattoriale, sono state pensate delle vie d’uscita alternative o scappatoie, che sostanzialmente vorrebbero offrire la possibilità al contribuente di chiudere la vicenda pagando meno di quanto in teoria avrebbe potuto o dovuto pagare se la procedura si fosse conclusa e se ovviamente la sua responsabilità fosse stata riconosciuta come tale. Non abbiamo ancora i numeri della relazione tecnica, però la combinazione di una volontà condonistica molto ampia da parte, probabilmente, della Lega, e della volontà di altre parti della maggioranza di limitarla potrebbe aver generato una contraddizione cioè un condono teoricamente molto ampio ma con effetti di gettito limitati, perché poi i contribuenti che potrebbero trovare conveniente aderire a queste varie ipotesi di condono potrebbero essere non molti con un risultato paradossale: aver creato un’iniquità, aver immesso per l’ennesima volta nel sistema un condono e dato l’impressione quindi ai contribuenti che non conviene pagare perché un condono arriverà sempre, e poi un effetto di gettito che potrebbe rivelarsi modesto

ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVENTO DI ALESSANDRO SANTORO
Economista Alessandro Santoro

Condono fiscale del Governo Conte
Foto © Palazzo Chigi – Licenza CC BY-NC-SA 3.0 IT
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    Chiara Ronzani
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Eliminate tutte le Ong dal Mediterraneo

Nave Sea Watch

Ci sono voluti circa due anni e una campagna su più fronti: politico, giudiziario, legale, di immagine. I governi italiani e l’Unione Europea sono infine riusciti nell’obiettivo di togliere di mezzo le Ong, che senza oneri per gli Stati hanno soccorso, dal 2015 in avanti, centinaia di migliaia di persone che rischiavano di morire in mare.

Negli ultimi mesi gli sbarchi in Italia sono diminuiti, ma i morti in proporzione sono cresciuti. E ora tutto avviene senza i “testimoni scomodi” che fanno soccorso in mare.

La ong Proactiva Open Arms ha annunciato ieri che sposterà la propria attività nello stretto di Gibilterra, davanti alle coste spagnole. Con la nave Aquarius di Sos Mediterranée ferma a Marsiglia e quella di Sea Watch bloccata da due mesi dalle autorità maltesi senza motivazione, di fatto nessuna nave di soccorso delle associazioni umanitarie è rimasta a salvare le persone nel Mediterraneo centrale, sulla rotta Libia – Italia.

Un effetto delle politiche dei governi italiani e dell’Unione Europea, secondo la portavoce di Sea Watch Italia Giorgia Linardi.

Questa strategia di denigrazione dell’operato delle organizzazioni non governative impegnate in mare è iniziata già dalla fine del 2016 con le prime accuse di collusione con i trafficanti, intensificate in maniera assurda durante la primavera del 2017 quando siamo stati chiamati “taxi del mare” da Luigi Di Maio e sono iniziate le prime inchieste. Ci sono stati tutta una serie di attacchi a livello mediatico, politico e giudiziario, tutti i fronti possibili, dislocate poi nei codici di condotta e nell’intensificazione del supporto alle autorità libiche da parte del governo italiano sotto l’egida europea, fino alla creazione di un contesto operativo impossibile. È chiaro che per noi è impensabile trasferire persone soccorse ad assetti libici affinché vengano riportate in Libia o coordinarci con le autorità libiche in questo senso. Purtroppo in questo momento a tutte noi è impedito di operare. Quello che l’Europa sta facendo, invece di cercare di evacuare le persone dalla Libia – perchè si tratta di un Paese in cui i migranti sono in pericolo – è impegnarsi in un sistema di contenimento che in realtà va a rimpolpare il traffico: permette a persone intrappolate in Libia, e che cercano di fuggire, di essere intercettate in mare, riportate in Libia, imprigionate, estorte, vendute e rimesse in mare, re-intercettate e riportate in Libia più o più volte. Si dà quindi la possibilità ai trafficanti di sfruttare la stessa persona più volte finché non soccombe. Questo è il risultato di questo sistema. Ciò che si vede dal lato europeo del Mediterraneo è una diminuzione degli arrivi in Europa e quindi si pensa che questo sistema sia un successo. In realtà si gioca sulla pelle delle persone, ma siccome non sono persone di nostro interesse allora non importa.

Nave Sea Watch
Foto dalla pagina FB di Sea Watch Italia https://www.facebook.com/seawatchprojekt/
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    Chiara Ronzani
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“Perché siamo stati trattenuti sulla Diciotti?”

Migranti a bordo della Diciotti

Eleonora Forenza, europarlamentare de L’altra Europa per Tsipras, si è recata oggi in visita all’hotspot di Messina per incontrare 58 dei migranti lì trasferiti dopo lo sbarco dalla nave Diciotti nel porto di Catania e dopo essere rimasti in ostaggio per dieci giorni.

Per ore, ci ha raccontato Forenza, le è stato negato l’accesso con diverse scuse, ma alla fine è riuscita ad incontrare i profughi, ascoltare i loro racconti e riferirci il messaggio che le è stato consegnato.

Sono riuscita ad entrare nell’hotspot di Messina dopo quattro ore di attesa. Prima è stato negato l’accesso alle due persone che mi accompagnavano, un avvocato e un mediatore. Noi abbiamo chiesto di fornirci la motivazione scritta di questo diniego e ci sono stati forniti dei riferimenti normativi assolutamente non corrispondenti a questa situazione. Poi è stato negato addirittura anche l’accesso a me dai responsabili della cooperativa che volevano una dichiarazione scritta della Prefettura. Il risultato è che siamo riusciti ad entrare io e il mediatore culturale dopo quattro ore di questo rimpallo, senza che nessuno si assumesse le responsabilità di mettere per iscritto perchè stavano ostacolando una prerogativa parlamentare garantita dalla legge. Quello che abbiamo ascoltato qui è quello che purtroppo già sappiamo: abbiamo ascoltato storie di tortura da persone che sono state detenute nei campi libici, che venivano torturate mentre parlavano al telefono coi loro familiari. La cosa che più colpisce è queste persone, dopo quello che hanno passato, prima in Libia e poi sulla Diciotti, siano prevalentemente preoccupate di quello che continua ad avvenire in Libia ai loro fratelli e alle loro sorelle, a cui viene detto di uscire dai campi per lavorare e che invece vengono vendute due o tre volte. Ci hanno raccontato di come sono stati riportati indietro dalla Guardia Costiera libica delle persone che sono state vendute nel porto. Sono tutti molto intenzionati a partecipare al processo che ci sarà per il loro sequestro e soprattutto per evitare che ai loro fratelli e alle loro sorelle possa capitare un dramma o un’odissea analoga a quella che hanno subito loro.
Devo dire che per me è stato difficilissimo rispondere alla domanda che mi hanno fatto appena sono arrivata: “Perché siamo stati trattenuti sulla nave Diciotti?”.

La struttura in cui adesso sono rinchiusi è una struttura adeguata per persone che hanno avuto queste esperienze?

Il problema non è della struttura, che è preposta per molte più persone. Il punto è la totale disinformazione riguardati i loro diritti. Abbiamo provato a spiegare quello che potrebbe accadere loro qualora fossero portati in Albania, in uno Stato extraeuropeo, e che appunto hanno il diritto di chiedere asilo o protezione umanitaria. Credo che questo sia il punto principale in questa struttura, oltre alla totale assenza di informazione da parte di chi la presidia, perchè appunto ci siamo ritrovati per quattro ore in un rimpallo kafkiano di persone che non erano al corrente di quali fossero le prerogative parlamentari. Le cose sono due: o l’hotspot, come struttura, è collocata in un vuoto giuridico – e quindi siamo di fronte alla possibilità delle Prefetture di disciplinare arbitrariamente quali sono le possibilità di assistere queste persone – oppure siamo di fronte ad un palese ostracismo. Ad un certo punto ci è stato addirittura detto dalla Prefettura che c’era bisogno di un’autorizzazione del Ministero dell’Interno che chiaramente non credo sia molto interessato a garantire i diritti di queste persone, come abbiamo visto in tutto quello che è accaduto alla nave Diciotti.

Siamo appena usciti dall'hotspot di Messina, che ospita alcuni dei migranti sequestrati per giorni sulla nave #Diciotti
Hanno provato in tutti i modi ad impedirmi di esercitare il mio diritto/dovere come parlamentare europea di visitare la struttura.
Vi raccontiamo cosa è successo e cosa abbiamo visto.

Posted by Eleonora Forenza on Thursday, August 30, 2018

Migranti a bordo della Diciotti
Foto dalla pagina FB di Amnesty Bologna https://www.facebook.com/Amnesty-Bologna-910948528968179/

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Eleonora Forenza

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    Chiara Ronzani
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Asia Argento e l’accanimento mediatico

Asia Argento

Faccia d’Argento”. “La molestata molestò un minore”. “Molestatrice MeToo”, “Asia Weinstein”. Sono i titoli di alcuni giornali all’indomani delle rivelazioni del New York Times, secondo il quale l’attrice italiana Asia Argento ha raggiunto un accordo economico con l’attore Jimmy Bennet, che l’accusava di averlo molestato quando era minorenne, nel 2013.

La stampa italiana non vedeva l’ora che Asia Argento cadesse in disgrazia per potersi avventare nuovamente su di lei. Questo è il trattamento mediatico dedicato all’attrice che in Italia è diventata il controverso simbolo della presa di parola delle donne sul tema delle molestie sul lavoro, un problema diffusissimo.

All’indomani della denuncia che Argento fece al produttore Weinstein, si scrissero pagine intere in cui si metteva in dubbio tutto delle sue accuse: perché aveva avuto una vita sregolata, perché aveva fatto carriera con Weinstein, perché era antipatica, perché era ricca, perché aveva i tatuaggi. Come si poteva crederle?

My son my love until I will live @jimmymbennett marina del rey 05.2013

Un post condiviso da asiaargento (@asiaargento) in data:

Ora che le accuse sono a parti invertite, nessuno si è messo a fare la radiografia all’accusatore. Gli si crede e basta. E non soltanto perché c’è stata una transazione finanziaria. Nessuno invoca la giustizia dei tribunali, nessun garantismo.

Alla base di questo trattamento non c’è solo un accanimento specifico verso Asia Argento, ma c’è il più ambito tentativo di depotenziare il movimento #MeToo, i movimenti femministi, di confinare il tema delle violenze di genere, che con tanta fatica ha conquistato la scena pubblica, nell’oblio in cui la cultura sessista cerca di ricacciarlo. Il patriarcato è vivo e alberga soprattutto nei posti di potere. Quindi anche ai vertici delle redazioni.

Colpire Asia Argento significa voler zittire tutte quelle donne che in situazioni meno privilegiate dell’attrice, e sono la maggioranza, hanno voglia di dire basta alle violenze.

Asia Argento
Foto dal profilo Instagram di Asia Argento https://www.instagram.com/asiaargento/
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    Chiara Ronzani
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La finta ruspa di Salvini

Casa demolita a Carmagnola

Una fake news targata Matteo Salvini.

Il ministro dell’Interno, nel giorno in cui rilancia il censimento dei nomadi, rivendica alla Lega l’abbattimento di una casa in un campo nomadi a Carmagnola, in provincia di Torino.

Questa mattina a Carmagnola (Torino), dove amministra la Lega, è stata abbattuta una casa abusiva in un campo Sinti non autorizzato. Dalle parole ai fatti” ha scritto Salvini su Facebook, aggiungendo il classico hashtag, ‘prima gli italiani’.

La casa, un edificio in muratura, è effettivamente stata abbattuta questa mattina.

Ma la storia è molto diversa da come è stata raccontata da Salvini. Un comunicato stampa dell’amministrazione comunale di Carmagnola spiega: l’abbattimento era stato deciso nel 2008, dal Tribunale di Alba, sezione distaccata di Bra. Il 15 giugno scorso, 10 anni dopo il primo pronunciamento dei giudici, la Procura della Repubblica di Asti ha disposto lo sgombero dell’immobile abusivo e il suo abbattimento, eseguito questa mattina.

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Una decisione del Tribunale quindi, e non della politica. Non solo: a Carmagnola la sindaca, Ivana Gaveglio non è leghista ma è vicina a Forza Italia e nella giunta comunale, di centrodestra, la Lega ha una quota minoritaria.

Salvini, quindi, si intesta un risultato politico che non è suo. Posta la foto sui social network. Una distorsione della realtà così grande da equivalere a una bugia.  Una bugia sparata per strumentalizzare l’abbattimento dell’edificio ai fini della sua propaganda.

Casa demolita a Carmagnola
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini
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    Chiara Ronzani
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Il vero prezzo delle fragole

Foto di Stefania Prandi
    Per la raccolta delle fragole e degli altri frutti rossi che troviamo in diversi supermercati e mercati italiani, quest’anno nelle serre di Huelva, in Andalusia, nel sud della Spagna, servivano 18mila donne marocchine. Le braccianti sono state reclutate attraverso il Contratto in origine, un programma per importare la manovalanza stagionale. Sono in maggioranza sposate e con figli: così non cercheranno di restare a vivere in Spagna, illegalmente, una volta finita la stagione e scaduto il permesso di soggiorno. Un libro appena pubblicato dalla casa editrice Settenove, intitolato Oro Rosso, racconta la condizione di questa forza lavoro che ogni anno emigra da un lato all’altro del Mediterraneo. La giornalista e fotografa Stefania Prandi è stata per un mese tra le serre di Huelva, negli oltre 10mila ettari dove si producono 300mila tonnellate di fragole e frutti rossi all’anno, intervistando non solo le lavoratrici marocchine, ma anche le romene, le bulgare, le spagnole. La cronaca di questi incontri mostra una realtà fatta di abusi verbali, fisici, molestie sessuali, ricatti e anche stupri. Un vero e proprio sistema di sfruttamento, con le braccianti che resistono come possono pur di mantenere il posto. Rumene, bulgare, polacche e marocchine vivono a gruppi di 20, 50, anche 100, in casolari fatiscenti in mezzo alla campagna, in container immersi nelle serre, in alcuni casi circondati dal filo spinato e dalle guardie. «Quasi tutte le donne che ho incontrato hanno raccontato di conoscere qualcuna che è stata molestata oppure di essere state vittime direttamente di avances, ritorsioni o abusi sessuali» dice Prandi. «Non è semplice nominare le violenze, perché c’è sempre il timore che i padroni, come vengono chiamati i proprietari delle aziende agricole, possano scoprirle, punendole o cacciandole. Inoltre c’è il senso di vergogna, la paura di non essere credute, la consapevolezza che la giustizia non è per tutti». Secondo Pastora Cordero Zorrilla, del sindacato Comisiones Obreras (CCOO), ogni anno nella provincia di Huelva si fatturano oltre 320 milioni di euro, un giro di denaro tale che benché tutti sappiano degli abusi, nessuno voglia parlarne. In genere, sul territorio, si ascoltano affermazioni come questa: «Qui non ci sono problemi, non esiste discriminazione contro le donne».

    Copertina Oro Rosso

    Tra le pagine di Oro Rosso, le lavoratrici «invisibili» prendono la parola. A raccontare sono Kalima, che dopo stupri ripetuti decide di abbandonare l’azienda agricola e denunciare, Anka, che si è «salvata» sposando uno spagnolo, ma non riesce a dimenticare gli anni di abusi, e Nadia che per 10 giorni è stata costretta, con altre braccianti, a mangiare cibo per cani perché il «padrone» non la pagava. E non c’è soltanto la Spagna in quest’indagine indipendente, durata più di 2 anni, con oltre 130 interviste a lavoratrici, sindacalisti e associazioni, e realizzata con grant e finanziamenti internazionali. Ci sono anche Vittoria, in Sicilia, Bari, Foggia, Taranto, in Puglia e Souss- Massa, in Marocco. «È stato difficile condurre l’inchiesta soprattutto a causa dell’omertà diffusa» spiega Prandi. «Spesso mi è stato consigliato, o meglio intimato, di lasciare perdere. La violenza sul lavoro nelle aree del Mediterraneo sulle quali mi sono concentrata, perché sono tra le principali esportatrici di verdura e frutta in Europa e impiegano manodopera soprattutto femminile, è ancora tabù». Nonostante le condizioni oggettivamente pesanti, le donne di Oro Rosso parlano della vita che si trovano davanti, di quella che vorrebbero, del futuro che sperano per le loro figlie, e della voglia di ribellione.

    Le foto del progetto Oro Rosso saranno in mostra a Bologna, al Baraccano, dal 20 aprile al 10 maggio 2018.

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    Chiara Ronzani
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Lo sciopero dell’8 marzo

Quanto vale il lavoro delle donne? Quello nelle aziende, dove guadagnano meno e hanno i contratti peggiori, quello in famiglia, dove si sobbarcano la maggior parte del lavoro di cura e di riproduzione del lavoratore, gratis.

Per capirlo, bisogna che le donne si fermino per un giorno. E’ anche questo il senso della protesta che per il secondo anno consecutivo porterà donne di tanti paesi, dall’Argentina alla Polonia, dall’Australia alla Spagna, a smettere di fare quello che fanno ogni giorno.

Una protesta che in Italia è portata avanti dalla Rete Non una di meno. Per chiedere la fine del divario salariale, la fine della precarietà, delle disuguaglianze e discriminazioni di genere e per promuovere il piano femminista contro la violenza di genere. Non una di meno è il movimento femminista nato grazie a storiche associazioni, ai centri antiviolenza e trascinato da tantissime giovani attiviste. Un movimento aperto, che vede la partecipazione di tante studentesse e studenti.

Decine le manifestazioni oggi in tutta Italia. A Milano e Roma le più importanti. Nella capitale ci sarà Asia Argento. L’emblema di come funzionino ancora le cose nel nostro paese. Negli Stati Uniti il suo carnefice, Weinstein, è stato licenziato ed è caduto in disgrazia. In Italia l’attrice, che ha denunciato di essere stata stuprata a 21 anni dall’uomo tanto più potente di lei, è diventata l’accusata dai media e dall’opinione pubblica.

Qui le foto del corteo delle studentesse e degli studenti di Milano:

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    Chiara Ronzani
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“La Guardia costiera libica responsabile del naufragio”

Foto di Sea Watch

Con un comportamento violento e sconsiderato la Guardia costiera libica ha causato la morte di diversi migranti, durante i soccorsi di un gommone alla deriva. E’ l’accusa della Ong tedesca Sea Watch, arrivata sul posto in contemporanea con la motovedetta libica, su richiesta della Guardia costiera italiana.

Al termine della giornata abbiamo raggiunto al telefono Gennaro Giudetti, operatore italiano a bordo della Sea Watch 3, che vedete nella foto: “Durante il tragitto abbiamo trovato dei cadaveri dispersi in acqua, perché il gommone era distrutto. Ho visto il corpo di un bambino che galleggiava, l’ho raccolto, poco distante c’era la madre, straziata, che stava tentando di sopravvivere tra le onde. Il bimbo aveva solo 4 anni, è stato terribile”.

La Ong (link al video) ha filmato parte delle operazioni di soccorso e racconta di come l’arrivo repentino della motovedetta libica abbia causato la caduta in mare dei migranti.

Una volta sul posto, secondo la Ong, i libici hanno cercato di raccogliere più persone possibile a bordo, per riportarle nei centri di detenzione in Libia. L’accordo tra Europa e Libia prevede infatti che chi viene intercettato dalla Guardia costiera libica sia respinto e riportato al punto di partenza, mentre chi è soccorso dalle Ong e dalle navi europee sia portato sulle coste italiane.

“Abbiamo salvato 58 persone. Una parte di questi migranti era aggrappata al gommone vicino alla motovedetta libica e voleva raggiungerci. I militari libici hanno iniziato a gridare contro di noi, intimandoci di allontanarci e andarcene, ci hanno persino lanciato delle patate. Tiravano a bordo i migranti in maniera violenta” – continua Gennaro Giudetti “Abbiamo visto che sulla nave libica i marinai stavano picchiando con corde e bastoni i migranti che si rivolgevano a noi, pregandoci di intervenire per ricongiungerli con le famiglie. A bordo avevamo una donna, il marito era stato preso dai libici. A un certo punto si è gettato in acqua per raggiungerci, ma siccome non sapeva nuotare si è dovuto aggrappare a una corda della motovedetta. A quel punto i libici hanno azionato i motori e si sono allontanati velocemente. Non sappiamo cosa sia accaduto a quell’uomo, non siamo riusciti a raggiungerlo”.

La Guardia costiera libica ha risposto alle accuse attaccando Sea Watch: “Hanno interrotto il nostro lavoro, creando il caos tra i migranti”.

 

 

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    Chiara Ronzani
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Lo stupro fa notizia se il colpevole è straniero

Perché ci sono così tanti stupri, in questa estate? E’ cresciuto il numero degli stupratori, si sono aperte le gabbie? Qualcuno impazzisce dal caldo?

Soltanto ieri sulla pagina principale di un quotidiano nazionale on line si leggeva di 7 diversi episodi di violenza sessuale ai danni di donne, in un solo giorno.

La verità è che gli stupri sono quotidiani e sono molti di più. Quelli denunciati, una minoranza, sono stati 2333 da gennaio a luglio 2017. Fanno 11 al giorno. Ma “normalmente” non finiscono sui giornali, perché sono considerati, appunto, normalità. Si parla tutt’al più di femminicidi, che sono molti meno, uno ogni tre giorni. Gli stupri compaiono improvvisamente nelle cronache se si tratta di un fatto di particolare efferatezza, come ad esempio una violenza di gruppo, particolarmente odiosa, oppure se i fatti sono oggetto di una polemica politica. Quello che accade ora è che lo stupro di gruppo di Rimini, che racchiude entrambe le casistiche, è stato strumentalizzato per aizzare un discorso razzista, che in questo momento è molto in voga. I quattro stupratori non sono ancora stati catturati, ma si ipotizza che siano nordafricani. E allora anche gli altri casi di stupro diventano improvvisamente visibili per le testate giornalistiche.

Torniamo ai dati del ministero dell’Interno. Le violenze sessuali rispetto allo scorso anno sono in leggero calo: ce ne sono state 12 in meno. Gli stupratori sono italiani nel 63% dei casi, stranieri nel 37%. In leggero aumento rispetto allo scorso anno gli italiani, in leggera diminuzione gli stranieri. Sono numeri risibili, rispetto all’enormità degli stupri quotidiani che avvengono in Italia. E alle donne che subiscono, non interessa nulla della nazionalità dei violentatori. Non vogliono che la loro sofferenza sia strumentalizzata. E infatti le vittime scompaiono dalle cronache. Al centro del dibattito, ci sono gli stupratori. Ma non si parla della cultura sessista che è alla base della violenza sulle donne. Ci si concentra sulla nazionalità.

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    Chiara Ronzani
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Almeno 20 morti nel Canale di Sicilia

Ancora un naufragio nel Canale di Sicilia. Le vittime sono almeno 20. La notizia è stata comunicata a Radio Popolare da Migrant offshore aid station (MOAS), l’organizzazione maltese per la ricerca e il soccorso in mare che sta lavorando ininterrottamente da sabato a diverse operazioni di salvataggio.

La nave di Moas da sabato mattina ha portato soccorso a oltre 10 imbarcazioni di fortuna. In totale oltre 2000 persone. “Una crescita senza precedenti delle partenze dalla Libia in direzione dell’Europa”.

Poi, domenica, durante una di queste operazioni di slavataggio, l’equipaggio della nave Phoenix si è reso conto di trovarsi di fonte a un naufragio già avvenuto. I corpi erano in acqua. L’unica cosa che i volontari hanno potuto fare, è stata di recuperare le salme e portarle a bordo della nave. Siamo riusciti a comunicare con Regina Catrambone, fondatrice di Moas, che si trova sulla nave di soccorso.

Ascolta la testimonianza raccolta da Chiara Ronzani

CATRAMBONE 13 naufragio

In questi giorni le condizioni meteo favorevoli, con il mare piatto, stanno favorendo le partentenze dalle coste libiche. Altri salvataggi sono avvenuti, sempre nel Canale di Sicilia tra sabato e domenica, a opera della Guardia costiera e della Marina militare italiane. Complessivamente si tratta di quasi 4500 persone.

Anche la Calabria è stata coinvolta da questi nuovi sbarchi. Domenica mattina, giorno di Pasqua, nel porto di Reggio Calabria è attraccata la nave Vos Prudence, con 650 persone a bordo. Un secondo sbarco è avvenuto sulla spiaggia di Melito Porto Salvo: in questo caso il barcone dei migranti è riuscito ad arrivare a riva, con 80 persone a bordo. Tutti i migranti sbarcati in Calabria sono stati sottoposti a cure mediche. Medici senza frontiere ha denunciato che molti di loro presentavano segni di violenze e torture, subìte in Libia o durante il tragitto.

Al dramma dei profughi ha fatto riferimento anche Papa Bergoglio, nel messaggio che ha accompagnato la benedizio pasquale urbi et orbi.

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    Chiara Ronzani
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“Non esiste un catalogo delle reazioni alla violenza”

Il suo ex datore di lavoro è stato assolto dall’accusa di violenza sessuale perché durante lo stupro lei non ha urlato, ma si è “limitata” a dire basta. Secondo le giudici, non ha avuto una reazione “appropriata” alla violenza.

Ora la donna dovrà rispondere anche di calunnia, passando da parte lesa ad accusata.

La sentenza emessa dalla giudice Diamante Minucci e da due colleghe del tribunale di Torino ha causato le proteste delle associazioni antiviolenza. Il 12 aprile la rete Non Una Di Meno ha promosso dei presidi davanti al Tribunale di Torino e ai palazzi di Giustizia di altre città, inclusa Milano.

Il presidente della Sezione autonoma misure di prevenzione del tribunale di Milano Fabio Roia, che da molti anni si occupa di violenza contro le donne, ha avuto modo di leggere le motivazioni della sentenza e non le condivide.

“La decisione va accettata, questo è un principio di diritto perché se non accettiamo le decisioni delle sentenze crolla il sistema istituzionale”, ha premesso il magistrato. “Non condivido però la motivazione” perché secondo il tribunale “ci dovrebbe essere un catalogo del comportamento della vittima della violenza sessuale. E chi giudica e lavora su questo terreno sa che questa è una affermazione totalmente sbagliata. Ciascuna donna ha diritto a esprimere il proprio trauma in maniera diversa”.

Roia, che si occupa anche di formazione dei colleghi sui temi della violenza di genere, ritiene che sarebbe utile istituire collegi giudicanti specializzati sui reati contro le donne, e affiancare criminologi che siano in grado di valutare la pericolosità degli indagati quando ci sono delle denunce perché spesso – ha spiegato – “il giudice non ha gli strumenti che gli permettono di delineare un profilo del maltrattante o del violento”.

Tornando alla sentenza, nelle motivazioni si legge “che la donna non ha manifestato quei sensi di sporco o inadeguatezza che normalmente le vittime presentano: questo non è un argomento assolutamente accettabile e condivisibile”, ha sottolineato Roia.

Ma la cosa che sembra più grave al magistrato milanese “è che non solo c’è stato un vaglio di inattendibilità del racconto della donna – il che se la donna ha subito una violenza crea un trauma istituzionale, questa sarebbe una violenza istituzionale – ma il fatto che il tribunale l’abbia ritenuta responsabile di calunnia – cioè ha rilavato una notizia di reato per cui ha trasmesso gli atti alla Procura della Repubblica, e questo mi sembra veramente eccessivo”, ha concluso Fabio Roia.

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    Chiara Ronzani
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La corsa dei richiedenti asilo

copyright Roberta De Palo

Tutto è iniziato a dicembre scorso, al parco Forlanini. Lì si allena il Gruppo sportivo tassisti milanesi. Tra gli alberi corrono anche dei ragazzi africani dalle lunghe leve. Non sono attrezzati, ma la passione per la corsa supera il freddo.

Sono i richiedenti asilo che vivono nel vicino Cas di via Corelli. I tassisti li avvicinano, fanno amicizia. E in poco tempo nasce la sfida: correre insieme la Maratona di Milano del 2 aprile.

Il percorso è lungo, ma costellato di preziosi alleati che ristorano muscoli e spirito.

Si attivano i volontari dell’associazione NoWalls, che al Centro di accoglienza via Corelli gestiscono la scuola e i progetti sportivi e di integrazione.

I tassisti si rivolgono all’organizzazione della maratona: in poco tempo si trovano gli sponsor. Arrivano vestiti, scarpe per la corsa e un preparatore atletico. Per l’ultimo allenamento, sabato prima della gara, c’è anche un maratoneta professionista: Danilo Goffi.

Mancano gli ultimi controlli medici, anche quelli offerti da uno sponsor. E poi è solo questione di gambe e cuore, per affrontare in staffetta i 42 km e 195 metri della maratona.

“La giornata è iniziata con quattro tassisti che sono venuti a prendere i 16 corridori al centro di via Corelli, sembrava la carrozza di Cenerentola” – racconta Roberta De Palo, volontaria di No Walls.

Copyright Roberta De Palo
Foto di Roberta De Palo

I sedici atleti, maliani, somali, ivoriani, etiopi, eritrei, senegalesi, divisi in quattro squadre, sono andati fortissimo: la prima staffetta ha portato a termine la gara in 2h54’58”.

Al traguardo mi hanno detto: “Troppo facile, vogliamo correre ancora” – aggiunge Roberta De Palo. Erano “felici, felicissimi. Vederli sorridere dopo tutto quello che hanno passato – perché tutti loro sono passati dal viaggio in Africa, alla detenzione in Libia, fino alla traversata del Mediterraneo con il barcone – è stata una grande gioia”. E ora?

“Ora speriamo che possano correre ancora”.

Ascolta il racconto di Roberta De Palo

Roberta De Palo ass. No Walls

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    Chiara Ronzani
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Opportuno chiudere “Parliamone sabato”

E’ inaccettabile per una trasmissione del servizio pubblico descrivere una donna come fosse un animale domestico – ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini.

Laura Boldrini ritiene la decisione della Rai di chiudere la trasmissione Parliamone sabato sia “Molto opportuna. La lista di considerazioni fatte sabato scorso è talmente offensiva, per le donne in generale, per le donne dell’Est Europa e anche per gli uomini, da far emergere un quadro negativo e devastante per tutti. E’ molto umiliante ed inaccettabile, specialmente in una trasmissione del servizio pubblico” – continua Laura Boldrini– arrivare a descrivere una donna come se fosse un animale domestico, buono, mansueto e da accarezzare ogni tanto, una sorta di peluche”.

Secondo la presidente della Camera “La Rai sta facendo degli sforzi per proporre una figura di donna realistica, anche nelle fiction”, quindi lo scivolone “è stato sorprendente perché mi sembra che la linea della Rai negli ultimi tempi vada in un’altra direzione”.

Tuttavia non bisogna sottovalutare il legame tra rappresentazione e violenza di genere – ha spiegato Laura Boldrini: “Se si descrive la donna come una figura sottomessa, che deve essere lì solo per compiacere il proprio compagno, la si rende quasi un oggetto, e uno di un oggetto fa ciò che vuole. In un paese in cui una donna ogni tre giorni viene ammazzata per mano di chi dovrebbe amarla tutti dovremmo fare uno sforzo per restituire un’immagine corretta delle donne” – ha concluso la presidente della Camera.

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    Chiara Ronzani
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Il femminismo è giovane

Il femminismo è entrato nelle scuole, non grazie ai programmi istituzionali che l’hanno sempre escluso, ma per merito di studentesse che – giovanissime – hanno convinto i loro compagni ad affiancarle nell’essere anti-sessiste.

“Chi non salta maschilista è”, hanno scandito le migliaia di giovani che hanno partecipato al corteo studentesco di Milano, nel giorno del primo sciopero generale femminista. “I giornalisti ci chiedono perché usiamo le parole del femminismo degli anni Settanta. Perché ci vogliono riportare indietro di decenni – rispondono – togliendoci i diritti e il futuro. E questa sì è conservazione. Questo sì è il vecchio”.

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Il corteo, cui hanno aderito anche i sindacati e i centri antiviolenza, si è fermato davanti all’ospedale Fatebenefratelli, uno di quelli con più obiettori in città, per una breve azione dimostrativa poi si è concluso davanti alla sede di Regione Lombardia, un altro dei bersagli delle proteste. Regione Lombardia vuole infatti togliere l’anonimato alle donne che denunciano violenze e spreca i fondi pubblici per il centralino anti-gender.

Il corteo studentesco è stato solo l’inizio di una lunga giornata di sciopero globale, che si concluderà dalle 18 alle 21 con un corteo serale, in concomitanza con decine di piazze grandi e piccole in tutta Italia.

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Questo movimento – “Non una di meno” – è intergenerazionale e può contare su un gran numero di giovani attivisti e attiviste.

Ascolta qui le voci raccolte al corteo studentesco

manifestanti 12.30 donne andrea

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    Chiara Ronzani
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LottoMarzo a Milano

Come sarebbe un giorno senza le donne? Negli fabbriche, negli uffici, a scuola, nei servizi? Senza il lavoro in casa, quello dedicato ai bambini, agli anziani, ai compagni?

“Se le nostre vite non valgono, allora non produciamo” – è lo slogan dello sciopero globale delle donne, che l’8 marzo coinvolgerà persone di 40 paesi del mondo.

Niente mimose, cioccolatini e spogliarello maschile, per l’8 marzo le donne che aderiscono al movimento Non una di meno vogliono tornare ad una giornata di lotta.

Una protesta contro la violenza maschile e di genere, contro le discriminazioni sul lavoro, la rappresentazione stereotipata nei media, le disparità di salario, la mancanza di educazione alle differenze nelle scuole, la riduzione del welfare e dei servizi sanitari, lo sfruttamento di chi lavora da parte del sistema neoliberista, le frontiere e la violenza nei confronti delle donne migranti.

Lo sciopero generale è stato indetto da diverse sigle del sindacalismo di base, per cui la copertura è garantita per tutte le lavoratrici e i lavoratori dei settori pubblico e privato.

Non una di meno ha pubblicato un vademecum per spiegare come si può scioperare.

Chi lavora con contratti precari, a voucher, o in nero, non potrà astenersi dal lavoro, ma potrà partecipare alla protesta in altri modi: vestendosi di nero e fucsia, i colori scelti per la giornata a livello internazionale, scioperando dal lavoro domestico e di cura, scegliendo di non acquistare nulla, oppure partecipando ai cortei serali e notturni nelle diverse città.

Non una di meno invita i compagni e mariti ad aderire alla protesta delle donne, sostituendole nel lavoro domestico, occupandosi dei figli e degli altri familiari che ne hanno necessità.

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La protesta a Milano durerà l’intera giornata.

Si comincia alle 9.30 con il corteo studentesco e delle lavoratrici, con partenza da Largo Cairoli e arrivo a Palazzo Lombardia, lato via Galvani.

Nelle scuole ci sarà sciopero della didattica e assemblee di istituto sul tema della violenza maschile e di genere.

Tra le 12 e le 14 davanti a Palazzo Lombardia ci sarà un presidio contro l‘obiezione di coscienza di struttura. La Regione consente infatti l’accreditamento di strutture private che decidono di non applicare la legge 194, erogando fondi pubblici.

Alle 15.30 ci sarà un’azione in pieno centro: nella Galleria Vittorio Emanuele II 100 artiste creeranno un mandala di sale.

Quindi sarà la volta delle periferie: dalla Caserma Montello, al centro sociale Lambretta, da Bisceglie a piazza Selinunte, si muoveranno i cortei che arriveranno al concentramento di Piazza Duca d’Aosta, da dove partirà la manifestazione serale.

Alle 18 si partirà rumorosamente: sbattendo pentole, cucchiai, mestoli e coperchi. Arrivo alle 21 a Porta Venezia.

Lo sciopero generale coinvolgerà anche i mezzi di trasporto. I treni del servizio regionale e suburbano non saranno garantiti dalla mezzanotte del 7 marzo fino alle 21 dell’8 marzo. L’agitazione del trasporto pubblico locale a Milano è prevista dalle 8.45 alle 15 e dalle 18 al termine del servizio.

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    Chiara Ronzani
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8 marzo sciopero femminista

Non una di meno

Non andare al lavoro, non comprare niente, non accendere gli elettrodomestici. Rifiutarsi di fare il lavoro pagato e quello non pagato, quello di cura e domestico, quello che secondo la società è “compito delle donne”, e tuttavia non viene riconosciuto.

E per le persone che proprio non possono lasciare i loro compiti, perché precarie, ricattate, oppure sole a occuparsi di figli e anziani, un momento comune, alle 18, in cui affacciarsi alla finestra e sbattere le pentole. Svolgere le proprie attività indossando un drappo nero e viola, colori simbolo della protesta.

L’8 marzo sarà sciopero femminista, in Italia come in Argentina, Polonia e altri Paesi. Le forme di protesta saranno diverse quanto frammentato è il modo di lavorare nel 2017. In particolare per le donne, pagate di meno, con minore accesso al mercato del lavoro, più precarie e discriminate. A volte, invisibili.

L’assemblea nazionale di “Non una di meno”, riunita a Bologna sabato e domenica, ha proposto decine di manifestazioni in altrettante città, da Nord a Sud.

Si proverà a replicare, anche sul web e i social network, quell’ “invasione” delle aule della facoltà di Giurisprudenza che ha portato oltre 1.500 persone alla due giorni organizzata dalla rete dei centri antiviolenza D.i.r.e., di Udi e della rete Io decido, cui hanno aderito circa 400 tra gruppi e associazioni. Una partecipazione che attraversa le generazioni e gli orientamenti sessuali, con tante giovani al fianco delle femministe che hanno conquistato negli anni ’70 i diritti che oggi vengono messi in discussione.

Le ragioni per protestare non mancano: la violenza di genere, che colpisce non soltanto le donne ma anche coloro che non si uniformano ai rigidi ruoli codificati di maschile e femminile, persone gay, lesbiche, trans, queer, intersex; le discriminazioni; i tagli al welfare, che ricadono in gran parte sulle donne; le politiche di pressione sui corpi rispetto alle scelte riproduttive e di salute sessuale; la rappresentazione distorta e stereotipata sui media; l’opposizione ai progetti di educazione alle differenze; le politiche securitarie e di difesa dei confini, che calpestano i diritti delle migranti.

Tante le proposte arrivate dagli 8 tavoli che presenteranno a breve gli 8 punti per l’8 marzo: l’applicazione della Convenzione di Istanbul, un ottimo trattato internazionale contro le discriminazioni di genere rimasto in Italia sulla carta; il reddito minimo di autodeterminazione; l’abolizione dell’obiezione di coscienza nei presidi sanitari pubblici; i corsi di educazione alle differenze nelle scuole di ogni ordine; l’approvazione della legge sullo Ius soli; un osservatorio sulla correttezza dell’informazione e della pubblicità, per citarne solo alcune.

“I centri antiviolenza non si sentono più soli” – ha detto Anna Pramstrahler, della rete D.i.r.e. E l’incontro di Bologna ha rafforzato la sensazione di un movimento consapevole e politicamente maturo, che dopo aver portato in piazza 100.000 persone il 26 novembre 2016, ha la voglia e la capacità di portare a termine un progetto ambizioso come il Piano nazionale femminista contro la violenza, da presentare in alternativa a quello del governo. I prossimi passi, dopo lo sciopero dell’8 marzo, saranno dei nuovi incontri il 23 e 24 aprile.

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    Chiara Ronzani
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