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Viaggio nei centri di formazione professionale tra sforzo educativo e imprese “poco etiche”

centri di formazione professionale

“La formazione non può essere un surrogato del lavoro, deve prevalere il rapporto educativo”, dice il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. Ben arrivato. Studenti ed insegnanti lo gridano da tempo. E gli studenti stanno per tornare in piazza anche per ricordare i loro coetanei, Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, morti durante uno stage mentre frequentavano dei centri di formazione professionale, finalizzati all’avviamento al lavoro e “ad imparare un mestiere”, dove già a 15 anni le ore in aula, in laboratorio ed in azienda sono equamente divise. E che rappresentano un tassello fondamentale del sistema scolastico italiano.

Scrive Fulvia Antonelli, ricercatrice presso l’Università di Bologna in scienze dell’educazione, che si occupa di orientamento e dispersione scolastica:

I Centri di formazione professionale sono una realtà estremamente disomogenea se osservata a livello nazionale, di cui è impossibile fare una valutazione o una analisi complessiva sia della sua efficacia che dei suoi nodi critici. Dove il tessuto del mondo produttivo è più sano e ispettorati, sindacati ed enti locali sorvegliano e sono in dialogo con un mondo del lavoro regolato, l’esperienza dei ragazzi negli stage sui luoghi di lavoro può rivelarsi positiva. Viceversa in regioni caratterizzate da un mondo del lavoro dove molte sono le irregolarità, il lavoro nero, le condotte antisindacali, il caporalato e scarsi sono i controlli, lo stage può essere una esperienza pericolosa per i ragazzi oltre che per nulla formativa e molto vicina allo sfruttamento”.

Un obbiettivo virtuoso per unire percorsi educativi e lavorativi, ma che con le luci ha molti lati scuri. Il problema è proprio come i cambiamenti legislativi, sociali, del lavoro, anche nei centri di formazione professionale abbiano sbilanciato quel rapporto, citato dal ministro Bianchi, dalla parte delle aziende.
Perché ovviamente non si può ragionare in compartimenti stagni e la precarizzazione del lavoro, lo spostamento dei rapporti di forza dai lavoratori (e dall’istruzione) verso le imprese, imposti per legge, hanno cambiato anche la formazione professionale, per cui lo stage “resta una risorsa fondamentale ma è diventato anche un elemento problematico”, per usare le parole di Luisa Teruzzi, 30 anni di lavoro in un CFP e responsabile della formazione professionale per la FLC CGIL.

Chi finanzia e gestisce i CFP?

I Centri di formazione professionale sono per lo più privati, finanziati dalle regioni e dal fondo sociale europeo. Vanno dagli enti religiosi come i Salesiani, che nei loro siti puntano con chiarezza sul progetto educativo e di avvicinamento al lavoro, ai CFP gestiti dalle associazioni di categoria dove si parla di “addestramento al lavoro”, termine più appropriato ad un contesto militare che scolastico.

Proprio la regionalizzazione della formazione fa sì che, da una regione all’altra, ci siano approcci e modalità molto diverse.
 In Lombardia, ad esempio, sono finanziati tramite la dote scuola della regione.
“4.500 euro a ragazzo quando un liceale costa allo stato 9.000 euro all’anno”, continua Teruzzi, che segnala un problema di sottofinanziamento della formazione professionale che porta ad una prima distorsione: “Le classi sono passate da 7 o 8 ragazzi a 27 o 28, perché i gestori dei CFP devono avere più entrate. Questo comporta che gli insegnanti abbiano meno possibilità di controllare ciò che avviene nelle aziende, che i percorsi siano meno ritagliati a misura del singolo studente, e che si faccia meno selezione delle aziende con cui collaborare”, osserva Teruzzi.

È un problema condiviso anche da Stefano Mariotti, che coordina un CFP a Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo. “Chiaro che con pochi fondi la ricerca delle aziende è più difficile, che se un tutor deve seguire troppi ragazzi si corre il rischio di abbassare la qualità e di non riuscire a selezionare con attenzione le aziende. Ma si cerca di tenere un livello alto di attenzione, andare in azienda almeno una volta alla settimana e se ci accorgiamo che un’azienda non corrisponde ai criteri del piano formativo, la scartiamo”. Mariotti aggiunge che il primo responso arriva dai ragazzi: “Anche con gruppi Whatsapp chiediamo costantemente di dirci cosa non va”. 
Non sempre però va così.

Giulia, che in un CFP ha insegnato per anni, racconta dei brividi a pensare ai ragazzi in tirocinio, sperando che non gli succedesse nulla. “Per fortuna nel mio c’erano solo piccoli incidenti non gravi, ma i ragazzi stavano fuori anche 12 ore al giorno, orari che non dovrebbe fare nemmeno un operaio, ma così non è formazione, è sfruttamento”.

E i controlli? “Noi li facevamo spesso – racconta ancora Giulia – ma per i ragazzi che escono dovevamo avvertire prima. E le aziende ci facevano vedere quel che volevano”. “Anche a me è capitato di andare nelle carpenterie e portare via i ragazzi perché vedevo situazioni poco sicure – racconta ancora Teruzzi – ma con 400 ore da fargli fare, poi che faccio? Devo cercare velocemente un’altra impresa. Se una volta i Centri di formazione professionale erano lo strumento per tenere i ragazzi a scuola – è la conclusione di Teruzzi – ora sono le scuole ad essere diventate uno strumento per le aziende”.

Centri di formazione professionale. Chi deve fare la formazione?

Ma chi deve fare formazione? Il dibattito è aperto. Per le imprese è un costo da scaricare sul pubblico, ma per Mariotti è invece importante che sia la scuola a mantenere questo compito. “Dipende poi dalla capacità di gestione e dalla cultura professionale delle imprese”, continua Mariotti.
Ecco, la cultura professionale.
Livio Ciappetta è coordinatore didattico di un CFP Alberghiero a Ostia e si interroga da tempo su quale sia la funzione odierna dei CFP, di come siano cambiati e dovrebbero caambiare. “Negli ultimi anni quello sbilanciamento verso le aziende è cambiato in un aspetto chiave: se prima era la scuola a cercare le imprese per formare i ragazzi, ora è il contrario. Le imprese vengono a chiederci ragazzi di cui : In che senso bisogno??” osserva Ciappetta che racconta: “Una società che gestisce b&b è venuta a chieder ragazzi per andare a riordinare le stanze. Come se fossimo un’agenzia che fornisce manodopera. Ma siamo una scuola!”.

Il punto più importante dunque è selezionare le aziende, ma quello di Livio Ciappetta è un racconto comune: “Le aziende vengono da noi a chiedere personale”, mi conferma Antonella Colombo che dirige un altro CFP a Como, sempre indirizzato per lo più al turismo. “Ma così l’aspetto formativo si perde, e molte aziende usano i nostri allievi per colmare carenze di personale”. “Il confine tra impiego e formazione è molto sottile, ma un’attività non può essere astratta dal lavoro nell’azienda. Sta, appunto, alla cultura professionale”, ribadisce Stefano Mariotti, “Serve più etica da parte delle aziende” incalza Antonella Colombo.

Un riflesso dei pochi finanziamenti per la formazione professionale, e che spesso aumenta la dipendenza dalle aziende da parte delle scuole, sono i laboratori, spesso obsoleti e non aggiornati rispetto alle tecnologie del mondo del lavoro. Per Fulvia Antonelli, che lavora nel bolognese dove è forte la presenza di aziende meccaniche, la differenza è abissale: macchinari nei laboratori ormai vecchi, quando nelle aziende il lavoro è cambiato e le macchine totalmente diverse. A Romano di Lombardia il laboratorio è direttamente nella fabbrica ed a far lezione è il titolare dell’azienda. “Abbiamo fatto una convenzione per usare una parte del capannone aziendale in modo che i nostri ragazzi possano operare su macchine aggiornate”, spiega Stefano Mariotti, che ne dà un bilancio positivo, con un’acquisizione di competenze molto alta che spesso porta all’inserimento direttamente in azienda. “Non c’è dubbio che i problemi ci siano – conclude Mariotti – ma manca un monitoraggio serio a livello nazionale delle attività sia della formazione, sia dell’alternanza scuola lavoro”.
Per Livio Ciappetta sarebbe il primo passo per rivedere un modello nel rapporto tra scuola e imprese che, osserva “forse come è ora ha fatto il suo tempo”.

  • Autore articolo
    Massimo Alberti
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    «Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Sono le parole della procuratrice aggiunta di Milano, Alessandra Cerreti, pronunciate durante la requisitoria al processo Hydra. Ieri c'è stata la prima sentenza per una settantina di imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra i condannati (Mariano Rosi, Filippo Crea, Giuseppe Fidanzati e altri), stando all’inchiesta della Procura di Milano ci sono figure di primo piano del crimine organizzato in Lombardia. L’inchiesta Hydra - che ha portato al processo - ha messo in luce “un sistema mafioso lombardo”, un’alleanza tra esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. Un sistema per compiere dalle rapine alle truffe, dal riciclaggio di denaro alle intestazioni fittizie di beni, fino alle false fatturazioni, alle estorsioni. Tra i reati contestati c'è anche il traffico di droga e di armi. Pubblica ha ospitato lo storico Enzo Ciconte e il ricercatore dell’università Statale di Milano, Andrea Carnì, autore di un importante libro per la conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia uscito in questi ultimi mesi dal titolo «Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia» (Futura 2025).

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