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Caso Schwazer, parla l’allenatore Donati: “Alex a Tokyo avrebbe vinto ancora”

Alex Schwazer

L’otto maggio del 2016 il marciatore italiano Alex Schwazer, allora trentunenne, partecipò alla sua prima gara dopo una squalifica per doping durata tre anni e nove mesi. Schwazer corse e vinse la cinquanta chilometri di marcia a Roma, così ottenne la qualificazione per le Olimpiadi di Rio de Janeiro, a cui però non poté partecipare: il 10 agosto il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna lo squalificò per otto anni, ancora per doping. Schwazer si era sempre dichiarato innocente e al suo fianco c’è e c’è sempre stato Sandro Donati, allenatore molto rispettato e noto nell’ambiente sportivo italiano per le sue battaglie anti-doping.

Con l’ordinanza del Gip di Bolzano che lo aveva prosciolto dalle accuse di doping, sembrava che Schwazer avrebbe potuto tornare a gareggiare alle Olimpiadi di Tokyo. Ma il Tribunale federale svizzero non ha concesso la sospensione della squalifica di 8 anni inflitta al marciatore azzurro. Mattia Guastafierro ne ha parlato con Sandro Donati.

Ci aveva sperato tutta Italia, ma questa notizia chiude definitivamente la porta per le Olimpiadi di Tokyo. Come l’avete presa?

Io sinceramente ho sempre creduto poco in questo circuito della cosiddetta “giustizia sportiva”, auto referenziale e senza credibilità. Alex ci aveva sperato un po’ di più, la sentiva come ultima possibilità per esprimere il suo talento. Queste peripezie gli hanno dato una grande consapevolezza, purtroppo anche intrisa di dolore.

La giustizia ordinaria ha detto una cosa chiarssima: Alex è innocente. Ma la giustizia sportiva ha fatto le barricate.

Anche peggio, perché a parole loro si descrivono come “dialoganti” con gli organi di giustizia, ma nella realtà tutto cambia e si chiudono a riccio.

C’è stato un complotto, ma ordito da chi? L’obiettivo era anche colpire lei.

Sicuramente è partito come un complotto contro Schwazer, perché il controllo è stato deciso il 16 dicembre, un’ora dopo che aveva finito di deporre in aula contro due medici, uno dei quali collaboratore anti-doping della Federazione internazionale di atletica. E la stessa Federazione un’ora dopo ha trasmesso a una ditta tedesca la commissione di questo controllo. Strada facendo il caso è diventato qualcos’altro. Mentre tutti pensavano che il doping fossero singoli casi, io cercavo di spiegare che la matrice del doping era ben altra, più grande.

Questo complotto ai vostri danni è stato una rappresaglia per aver denunciato i legami tra Federazione e atleti russi, che sappiamo poi squalificati?

Quando è esploso il caso di Schwazer, c’è stato un altro fatto. Io ero consulente nel procedimento giudiziario di Bolzano e avevo scoperto nel computer di uno dei medici che collaborano con la Federazione un gigantesco archivio elettronico, che andava avanti da dodici anni, nel quale erano annotati i risultati di oltre 12mila esami. E c’erano risultati alterati anche di giovanissimi atleti, uno scempio. Mi sono battuto perché quel database venisse preso in esame. Non è stato fatto nulla, sono stati toccati grandi interessi. L’attacco a Schwazer si è accompagnato all’opportunità di mettere me a tacere.

C’erano anche gli atleti russi nel database?

Una marea. E contemporaneamente le società russe pagavano il presidente della Federazione internazionale di ateltica e il responsabile anti-doping per insabbiare i casi.

Sono stati condannati?

Sì, ma intanto per anni questi dirigenti dello sport internazionale hanno incassato i soldi dai russi.

Qual è il futuro di Sandro Donati, allenatore, e Alex Schwazer, marciatore?

Il mio futuro è arrivato, sono stato emarginato per tanti anni. Ormai ne ho 74, che carriera di allenatore vuole che io possa fare. Sono stato messo all’indice dopo le denunce contro le istituzioni corrotte. Ma non ha importanza. Per quanto riguarda Alex, credo che saprà dimostrare nella sua vita di essere una persona serena, equilibrata, ben diversa dall’atleta che cadde nella disperazione, e anche per solitudine assunse il doping nel 2012. Oggi è un’altra persona.

Avrebbe vinto le Olimpiadi?

Non posso dirlo con sicurezza, ma durante gli allenamenti non eravamo ancora al livello del 2016, ma molto vicino. Vinse con un chilomentro di stacco, forse stavolta avrebbe vinto con 500 metri? Ma la vita è così, sapremo vivere lo stesso anche al di là dei loro imbrogli.

Foto | Ansa

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    La Filarmonica della Scala apre al pubblico la sua prova per la Fondazione Giulia Cecchettin

    Il prossimo 18 gennaio la Filarmonica del Teatro alla Scala terrà una Prova Aperta straordinaria il cui ricavato andrà alla Fondazione "Giulia Cecchettin" per i progetti di educazione all’affettività realizzati dalla Fondazione, in risposta all’emergenza della violenza di genere. Sul podio ci sarà il maestro Riccardo Chailly, al pianoforte Alexandre Kantorow, con un programma che comprenderà opere di Sergei Prokof'ev e di Petr Il'ic Čajkovskij. Le Prove Aperte della Filarmonica della Scala sono ormai una vera stagione musicale che ogni anno permette al pubblico di assistere alla messa a punto di grandi concerti a prezzi contenuti, contribuendo allo stesso tempo a importanti progetti nel campo del sociale. In 14 edizioni ne sono state realizzate 74, con la partecipazione di quasi 138.000 spettatori che hanno permesso di raccogliere oltre 1 milione e 700 mila euro. Dal 2010 l’iniziativa ha sostenuto 58 associazioni. Quattro appuntamenti in abbonamento, dal 22 febbraio al 25 ottobre 2026, che anticipano i rispettivi concerti della stagione dell’orchestra Filarmonica della Scala e raccolgono fondi per altrettanti progetti di associazioni non profit milanesi. Il ciclo di quest’anno è dedicato a enti del Terzo Settore che a Milano realizzano progetti finalizzati al contrasto alla povertà educativa, oltre alla già citata Prova Aperta inaugurale dedicata appunto alla Fondazione "Giulia Cecchettin". Ira Rubini ha intervistato Daria Fallido sulle attività della Fondazione Giulia Cecchettin.

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