Bad Input

Matteo, Giorgia e la memoria di Internet

Quando si arriverà a un processo per le torture nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e diventeranno pubblici tutti i video (pare ce ne siano di più cruenti) spero che l’opinione pubblica non si dimentichi di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

I due esponenti del nazi-trash italiano, a poche ore dalla denuncia delle violenze ai danni dei detenuti, hanno infatti messo in moto le rispettive macchine di propaganda per dichiarare la loro solidarietà incondizionata ai torturatori.

Certo, nelle prossime settimane rilasceranno dichiarazioni del tipo “chi ha sbagliato deve pagare”; “ho la massima fiducia nella magistratura”; “poche mele marce non possono mettere in discussione il valore degli uomini e delle donne in divisa”.

Ma a botta calda, Matteo e Giorgia (madre, italiana, cristiana, fascista) non hanno adottato formule prudenti. Hanno difeso “senza se e senza ma” gli indagati.

I due hanno anche minacciato esposti all’ordine dei giornalisti per averne pubblicati i nomi degli indagati (Giorgia e Matteo, vi do una notizia: pubblicare i nomi degli indagati è deontologicamente corretto e il fatto che siate entrambi iscritti all’ordine dei giornalisti mi dà semplicemente i brividi) gridando al linciaggio mediatico.

Ecco: invito tutti e tutte, quando si arriverà al dunque, ad andare a rileggere i post Facebook, Instagram e Twitter del dinamico duo.

Perché Internet, a differenza degli elettori di Matteo e Giorgia, una memoria ce l’ha.

  • Marco Schiaffino

    Dopo una (breve) esperienza come avvocato, nel lontano 2000 mi sono trovato quasi per caso a scrivere di Internet e nuove tecnologie, quando il Web e il digitale erano una specie di hobby per smanettoni e appassionati di fantascienza. Mentre continuavo a scrivere per la mia banda di nerd, mi dannavo per trovare il modo di passare a quello che pensavo fosse un giornalismo “più serio”. Qualche volta ce l’ho anche fatta. Poi è successa una cosa strana: quello di cui mi occupavo da anni, ha cominciato a interessare tutti. Ho smesso di dannarmi.

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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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