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Remigrazione e “patriarcato mediterraneo”: il programma inquietante (e grottesco) di Vannacci

11 agosto 2026|Andrea Monti
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Vannacci Programma ANSA

Un manifesto inquietante e a tratti grottesco. Oggi Futuro nazionale ha pubblicato una prima versione del suo programma in vista delle elezioni. La bandiera da sventolare è la lotta all’immigrazione, in nome della difesa di una “tradizione romana e cristiana” che nell’introduzione viene associata addirittura a un presunto “eroismo della cristianità romano-germanica” e una rivendicazione della “ricchezza dei tratti specifici dei nostri volti, dei nostri capelli, dei nostri occhi”: viene in mente Roberto Benigni in “La vita è bella”, quando declamava (ironicamente) la bellezza del corpo italico.

Il pantheon vannacciano poi è confuso: nel testo si citano Dante e l’ideologo putiniano Dugin, ma anche la dottrina sociale della chiesa, Pasolini e Marx. L’immigrazione, dicevamo: lo slogan è quello della remigrazione, declinata in proposte (sarebbe meglio dire minacce) che comprendono un “drastico aumento dei Cpr” – nel giorno in cui un detenuto è morto in un centro per i rimpatri – e un innalzamento a 20 anni del tempo di residenza necessario per la cittadinanza, ad alcune condizioni (la più incredibile è una “dichiarazione formale di accettazione e avvenuta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana”).

Si promette un aumento degli stipendi per quelli che vengono definiti “lavori umili” o “che gli italiani non vogliono più fare”: in questo modo gli italiani torneranno a volerli fare, e chi non vuole si arrangi – “chi non vuole lavorare neppure mangi”, si dice citando San Paolo. Del resto, si legge nel programma, oggi l’Italia è un “Paese del Bengodi” per tutti, “compresi i malviventi e gli scansafatiche”, oltre a doversi difendere da una “invasione maomettana di massa”.

Dall’islamofobia alla violenza di genere: il reato di femminicidio va abolito e bisogna proteggere il “patriarcato mediterraneo”, fatto di “maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne” (dagli stessi uomini, immaginiamo). Restano da citare l’economia e la politica estera, in parte intrecciate tra loro: critiche all’Unione europea e alla moneta unica, senza escludere di uscire da entrambe, no alle politiche ambientali europee, sì al nazionalismo trumpiano ma no alla guerra contro l’Iran e poi un “atteggiamento disteso” con la Russia, con buona pace (si fa per dire) dell’Ucraina.

Vale la pena citare anche la giustizia: accanto a battaglie berlusconiane ritentate di recente senza successo – separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati – ci sono anche l’abbassamento a 12 anni della soglia di imputabilità e i “lavori obbligatori” per chi è in carcere. “Per fare un italiano – si legge all’inizio del programma – non ci vuole un corso di educazione civica: ci vogliono secoli”. Se millenni di civiltà ci hanno portato a questo, viene da chiedersi se ne sia valsa la pena.

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