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Genova per me (per noi)

Avviso a lettrici e lettori. Questo NON è un post che vuole analizzare o raccontare i fatti di Genova venti anni dopo.

Se cercate analisi raffinate, punti di vista interessanti, vi consiglio (tra i tanti ottimi libri usciti negli anni sul tema) “Genova per chi non c’era”, a cura di Angelo Miotto (edizioni Altreconomia), la ristampa de “L’eclisse della democrazia” di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci (Feltrinelli editore), “Genova nome per nome”, di Carlo Gubitosa (Terre di Mezzo editore) o ancora “Nessun rimorso” di Zero Calcare (Feltrinelli editore).

Questo è un post di pancia e cuore (e un pochino di cervello). Un post che prova a spiegare cosa Genova (inteso ovviamente il G8 di Genova) mi ha lasciato.

Di sicuro mi ha lasciato una ferita profonda. Avevo 26 anni allora, ed ero convinto, come chiunque abbia partecipato alle manifestazioni di quei giorni, che avremmo cambiato il mondo. E che avevamo ragione. Sull’avere ragione ne sono ancora straconvinto. Sulla possibilità che avremmo cambiato il mondo, a posteriori, forse un po’ meno. Ma ci avremmo (ci abbiamo) provato. La ferita profonda riguarda il fatto che non ce lo hanno permesso, con manganelli e violenza.

Genova mi ha lasciato il fatto che da venti anni a questa parte ogni volta che sento il rumore di pale di elicottero mi viene la tachicardia.

Genova mi ha lasciato il fatto che dopo quei giorni non ho più visto nemmeno l’embrione di un movimento così vasto, così imponente, così inclusivo, capace di mettere seriamente in dubbio le basi della società capitalista.

Genova mi ha lasciato nelle nari l’odore dei lacrimogeni (che avevo già sentito e che ho risentito molte altre volte in futuro).

Genova mi ha lasciato la convinzione che non puoi essere l’anima bella che va in piazza senza sapersi difendere, e che nella battaglia contro il potere sia necessario essere capaci di rispondere alla violenza.

Genova ha lasciato a molti la convinzione che non vale la pena impegnarsi in politica, e ha convinto molti a rinchiudersi nel privato. Non a me. A me Genova ha lasciato la convinzione che l’impegno politico (nell’accezione più ampia del termine) non si riesce ad abbandonare.

Così come Genova mi ha lasciato la certezza che in questo cammino non sarò mai solo. Perché Genova mi ha lasciato Anna, Giacomo, Roberto, Claudia, Nicola, Cristina, Denni, Caterina, Francesca, Michele (sì, pure Michele), Manuel, Andrea e altr* ancora. Amic* (compagn*) che in questi vent’anni non hanno mai mollato. Qualcun* è diventato sindacalista, qualcuno educatore, qualcuna maestra (precaria). Qualcuno alcolizzato e qualcuna ambientalista. Qualcuna fotografa e qualcuno medico. Uno giornalista. Con un denominatore comune: in qualsiasi campo hanno (abbiamo) portato quello che Genova ci ha lasciato. Il dubbio sul fatto che il mondo si possa cambiare in una volta sola. La certezza che un pezzo alla volta si può cambiare.

  • Alessandro Braga

    Classe 1975. Giornalista professionista, prima di approdare a Radio Popolare ha collaborato per anni col Manifesto. Appassionato di politica, prova anche (compatibilmente col tempo a disposizione) a farla

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    Quella di Watts, un quartiere nero di Los Angeles, fu la rivolta più sanguinosa tra quelle dei ghetti americani degli anni Sessanta. Sei giorni di disordini, 34 morti di cui 25 neri, più di 1000 feriti, svariate decine di milioni di dollari di danni e quasi 4000 persone di colore arrestate. Per aiutare le vittime di questa rivolta un anno dopo, nel 1966, nacque il Watts Summer Festival, uno dei più antichi festival culturali afroamericani degli Stati Uniti. Nel 1972 venne organizzato dalla Stax. Il nome del concerto – "Wattstax" – fu creato unendo "Watts", come il quartiere, e "Stax". Irretiti dal soul e dall’impetuoso stile oratorio del Reverendo Jesse Jackson, ingaggiato come presentatore, 112.000 spettatori, quasi tutti afroamericani, celebrarono quella che passerà alla storia come la Woodstock nera.

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