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Costruire grattacieli con la Scia non è reato, ma resta una questione politica gigantesca

16 giugno 2026|Roberto Maggioni
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“Sull’urbanistica a Milano la questione è politica prima che giudiziaria”, titolavamo il 6 febbraio 2024 davanti al susseguirsi delle inchieste sui grattacieli facili. È così anche oggi dopo questa sentenza – la prima di queste indagini – che ha assolto gli otto imputati del processo Torre Milano.

Un’assoluzione arrivata perché i fatti commessi non costituiscono reato. Costruttori e dipendenti comunali hanno agito affidandosi alla prassi urbanistica adottata dal Comune e alla giurisprudenza amministrativa di quegli anni, tra il 2018 quando il grattacielo è stato autorizzato tramite la Scia e il 2022 quando sono ultimati i lavori. Manca “l’elemento soggettivo del reato”, scrive il presidente del Tribunale Fabio Roia nel comunicato che accompagna la sentenza, aggiungendo che “solo negli ultimi anni la giurisprudenza penale, quella amministrativa e le pronunce della Corte Costituzionale più recenti hanno offerto diverse interpretazioni del concetto di ristrutturazione”.

Aver costruito un grattacielo di 24 piani e 87 metri d’altezza come ristrutturazione di un edificio di 3 piani non è dunque un reato, almeno qui a Milano. Sappiamo che nel resto d’Italia si costruisce in un altro modo e il tentativo di estendere il modello milanese altrove con la legge Salva Milano è naufragato per l’opposizione di tanti sindaci e della maggioranza degli urbanisti.

Questa assoluzione certifica che un modo di costruire alla milanese c’era, anche se in quegli anni non poteva considerarsi illecito. In un quadro normativo nazionale e regionale così contraddittorio ha prevalso l’interpretazione in buona fede.  Milano nel frattempo è cresciuta in altezza, lasciando indietro chi quell’altezza non se la può permettere. Non un reato, appunto, ma una questione politica gigantesca.

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