Mia cara Olympe

Brescia e gli alibi della violenza

“I contegni di compressione delle libertà morali e materiali della parte offesa da parte dell’odierno imputato sono il frutto dell’impianto culturale e non della sua coscienza e volontà di annichilire e svilire la coniuge per conseguire la supremazia sulla medesima, atteso che la disparità tra l’uomo e la donna è un portato della sua cultura che la medesima parte offesa aveva persino accettato in origine”. (Italia, ottobre 2023, conclusioni del pubblico ministero nel processo contro un uomo del Bangladesh, accusato di avere per anni maltrattato fisicamente e psicologicamente la propria moglie, cittadina italiana di origini bengalesi, sposata con un matrimonio combinato).

“Fece eco nel 2003 la condanna  a 9 anni – rispetto agli 84 chiesti dall’accusa – di un uomo di Barcellona, accusato di aver maltrattato durante 27 anni la sua famiglia e di aver abusato sessualmente delle due figlie. Antonio Esteban Garcia, è il suo nome, si difese in aula facendo ammenda della sua ‘educazione franchista’ in cui ‘era normale trattare con violenza la moglie e i figli”. E riuscì ad approfittare dei benefici del vecchio Codice penale” (Paola Del Vecchio, tratto da Stupro, 20 ottobre 2006)

Trovate le differenze, viene da dire, come nei giochi della Settimana enigmistica. Non ce ne sono tante, purtroppo. Era il 2003, era la Spagna che faticava a uscire dall’epoca franchista, nel primo caso. Vent’anni dopo e tanta acqua passata sotto i ponti  in tema di azioni, ragionamenti, leggi, progetti contro la violenza sulle donne, a Brescia, in un processo, accade quel che avete letto sopra: l’accusa chiede l’assoluzione di un uomo maltrattante perché non è lui, ma la sua ‘cultura’ ad alzare le mani, minacciare, costringere, spaventare, segregare la donna che ha sposato e che a quella ‘cultura’ non si conforma.

Proprio vero: gli alibi della violenza, gli alibi prestati alla violenza maschile sono infiniti. E, a volte, paiono inscalfibili persino nella testa di chi dovrebbe restituire giustizia in un’aula di tribunale. Poi ci si domanda come mai ci sia, tra le vittime, una diffusa sfiducia nella giustizia. Poi ci si domanda dove siano finiti la nostra Costituzione, il nostro apparato legislativo eccetera eccetera. Poi ci si chiede quale indiretto effetto confermativo  e autoassolutorio può avere una pronuncia del genere: se non sono io, uomo adulto e in possesso delle mie facoltà mentali, ad alzare le mani ma la mia ‘cultura’ che colpa ne ho, alla fine? A Esteban Garcia, vent’anni fa in Spagna, è andata ‘bene’: vedremo cosa dirà, ad ottobre, la sentenza di Brescia.

 

  • Assunta Sarlo

    Calabromilanese, femminista, da decenni giornalista, scrivo e faccio giornali (finché ci sono). In curriculum Ansa, il manifesto, Diario, il mensile E, Prima Comunicazione, Io Donna e il magazine culturale cultweek.com. Un paio di libri: ‘Dove batte il cuore delle donne? Voto e partecipazione politica in Italia’ con Francesca Zajczyk, e ‘Ciao amore ciao. Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza’. Di questioni di genere mi occupo per lavoro e per attivismo. Sono grata e affezionata a molte donne, Olympe de Gouges cui è dedicato questo blog è una di loro.

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