
La prima cosa da dire su questa Biennale di architettura è che è una mostra molto, molto densa. Ed è anche piuttosto pragmatica. Vorrei lasciare per un momento da parte i padiglioni nazionali. Da questo punto di vista, forse è un’edizione un po’ sottotono, se escludiamo le proposte della Spagna, del Belgio, del Regno Unito (che ha anche ricevuto una menzione speciale), del Barhein (premiato con il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale) e, aggiungerei, della Francia per gusto personale, oltre alle ottime prime partecipazioni di Togo e Qatar. Ma oggi mi vorrei concentrare sulla mostra all’Arsenale, quella concretamente curata da Carlo Ratti e intitolata “Intelligens. Natural. Artificial. Collective.”
Tra i progetti in mostra, mai così tanti, la giuria ha premiato come miglior partecipante il “Canal Café”, un’installazione sperimentale che trasforma l’acqua della laguna veneziana in espresso grazie a un sistema ibrido di depurazione naturale e artificiale. E l’infografica sullo sviluppo intrecciato di tecnologia e del potere dal 500 a oggi, intitolata “Calculating Empires”.
Due le menzioni d’onore: alla nigeriana Toshin Oshinowo per il suo lavoro sull’urbanismo alternativo dei mercati di Lagos e al tailandese Boonserm Premthada per la sua “Elephant Chapel”, costruita con mattoni fatti di escrementi di elefante.
Per parlare della Biennale, durante le giornate inaugurali siamo andati a cercare proprio chi l’ha curata.
Siamo all’Arsenale, siamo con Carlo Ratti, che è il curatore della 19esima Biennale di architettura di Venezia. Per questa mostra avete fatto un open call e avete invitato più di 700 partecipanti. Come siete riusciti a fare in modo che non diventasse illeggibile? Perché era un rischio.
Innanzitutto grazie, sono molto contento di essere con voi qui a Radio Popolare. Sì, abbiamo fatto per la prima volta nella storia della Biennale un open call. Un open call che è stato un atto difficilissimo, ma anche bellissimo. Difficile perché siamo stati sommersi di application. Io stesso ho dovuto rispondere e mandare migliaia di email insieme al team. Volevamo rispondere a tutti, quindi anche se il numero totale di email non lo so, posso comunque dire che è stato davvero un diluvio di email. Ma al tempo stesso è stato bellissimo, perché così abbiamo trovato voci che altrimenti non saremmo riusciti a scovare. Magari provenienti dall’altro capo del mondo, da qualcuno appena uscito dall’università. Insomma, da questo punto di vista è stata una cosa davvero bella. Poi metterli insieme non è stato facile. Per fortuna per l’allestimento ci ha aiutato lo studio di architettura e design di Berlino Sub, diretto da Niklas Bildstein Zaar. Hanno fatto un bellissimo lavoro. L’idea è stata di creare un grande organismo. Gli organismi in natura sono frattali, si ripetono, ci sono dei dettagli, ma ci sono anche dei temi comuni che risuonano da una parte all’altra. Insomma, questa idea di self-similar, si direbbe in inglese, cioè di similitudine a differenti scale, è quello che abbiamo cercato di fare. E quindi ci piace pensare che questa Biennale sia una Biennale dove si può andare molto in fretta. Ricordate quel bellissimo film di Jean-Luc Godard, Bande à part, dove i protagonisti corrono per il Louvre e vedono tutto il Louvre in otto minuti?
Ecco, abbiamo fatto la prova: si può vedere tutta la Biennale in cinque minuti. Oppure la possiamo vedere in cinquanta. In cinquanta minuti magari andiamo a leggere queste didascalie che abbiamo accorciato: è una seconda versione di didascalie, accorciata con l’intelligenza artificiale, resa molto facile, di facile lettura e molto breve. Oppure, possiamo vederla in cinque ore, passando dappertutto, o in cinque giorni, se uno volesse proprio andare fino a scovare l’ultimo dettaglio. Ecco, questa idea di una molteplicità di letture ispirate dalla natura è quello che volevamo portare in mostra qua a Venezia.
Rispetto all’ultima Biennale, che è stata molto teorica, ho l’impressione che abbiate cercato di bilanciare la teoria e la pratica. È una cosa a cui siete stati particolarmente attenti?
Direi che la cosa che per me è stata importante è che l’architettura questa volta tornasse a occuparsi pienamente dell’ambiente costruito,
quindi degli edifici, delle città. Lo fa perché questa edificabilità è fondamentale per il tema di questa Biennale, che è adattarsi con vari tipi di intelligenza al cambiamento, adattarsi a un clima che cambia, a un pianeta che cambia. E per farlo, probabilmente, è quello a cui serve dare concretezza. Quelle che vediamo sono tante possibili soluzioni che poi possono essere davvero impiegate nella pratica di tutti i giorni.
Non voglio spoilerare troppo, però sin dall’inizio, la primissima impressione di questa Biennale è molto immersiva. C’è un’installazione particolare che si “sente sulla pelle”. Come vi è venuta quell’idea così contemporanea e, in un certo senso, così reale?
Come dicevamo, la mostra ha questo tema: Intelligens. Natural. Artificial. Collective. Ed è quindi organizzata in tre sezioni. In realtà, ce n’è anche una quarta che guarda allo spazio fuori dal pianeta Terra. Però all’inizio, prima di parlare di intelligenza naturale, abbiamo due stanze. Queste stanze ci parlano di due temi chiave per l’architettura.
Il primo è il clima. Quindi abbiamo un gruppo che mette insieme uno dei grandi scienziati del Politecnico di Zurigo, Sonia Seneviratne, d’origine indiana ma professoressa a Zurigo, Transsolar come ingegneri, Michelangelo Pistoletto…
E che ricrea il clima di Venezia fra cent’anni in modo molto tangibile, per far vedere qual è la condizione ambientale con cui ci dovremo confrontare, con cui gli edifici di domani si dovranno confrontare.
E la seconda è la popolazione. Quante persone ci saranno sulla Terra? Sappiamo che siamo vicini a quello che si chiama peak population, il picco di popolazione del pianeta. Sappiamo che in molti paesi la popolazione sta già calando. E quindi quelle sono le due variabili con cui partiamo per andare a leggere il presente e proiettarci nel domani.
Avrei un sacco di altre domande e ci sarebbe tantissimo da vedere – invito tutti a venire a vedere questa Biennale – ma come ultima domanda le chiedo: cosa spera che rimarrà della sua Biennale?
Se dovessi definire questa Biennale, una delle parole che abbiamo usato molto in questi giorni è che è un po’ una reazione a catena. Una reazione a catena che è partita prima dell’annuncio del titolo con una serie di salon, di incontri fatti a Milano e in tante altre città, con architetti, con scienziati, con sindaci. Questa reazione a catena è continuata con questo open call, per la prima volta nella storia della Biennale, in cui persone da tutto il mondo hanno mandato le proprie idee. È continuata, direi, nei team invitati, nei team di progetto che mettevano insieme professionalità così diverse. Questa reazione a catena è anche un po’ quella che tiene insieme, come dicevamo, l’Arsenale, come un grande organismo frattale. Se dovessi dire quello che sarebbe bello restasse, è che questa reazione a catena non si fermasse a Venezia, ma continuasse al di là della Biennale, oltre il 23 novembre.