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Artisti palestinesi nel mirino dei coloni, l’incubo di Dalal Abu Amneh in Israele

Dalal Abu Amneh

Dalal Abu Amneh è palestinese, con cittadinanza israeliana; parla arabo ed ebraico; quarantenne, è cresciuta a Nazareth – dove suo padre era proprietario di un ristorante – in un contesto di convivenza fra persone di religione diversa, ebrei, cristiani e musulmani; si è specializzata in neurobiologia portando a termine un dottorato nella più vecchia università israeliana, Technion; ma Abu Amneh ha conciliato gli studi con la passione per il canto; dedicarsi al canto l’ha portata ad approfondire la sua identità palestinese; nel 2021 si è decisa per una carriera a tempo pieno come cantante, ha tenuto concerti all’estero, ha pubblicato tre album, e, molto seguita su Facebook e su Instagram, ha raggiunto una rapida popolarità nel mondo arabo. Il team che al Cairo si occupa della sua presenza sui social ha corredato abitualmente i post che la riguardano con una bandiera palestinese.

Il 7 ottobre Dalal Abu Amneh stava iniziando un ritiro in un monastero cristiano a Gerusalemme quando ha cominciato a girare la notizia dell’attacco di Hamas. Il suo team social le ha chiesto un commento. Abu Amneh ha scelto l’espressione “La sola vittoria è Dio”. Era una presa di distanza dal massacro di Hamas e dalla reazione israeliana su Gaza che certamente ne sarebbe conseguita, una frase che le sembrava esprimere le sue convinzioni di pacifista e di seguace del sufismo, corrente mistica dell’Islam. Intanto Abu Amneh cercava i suoi amici nel sud di Israele, per sincerarsi della loro situazione.

Il suo team social ha postato la frase in arabo: “La-gha-leb il-la lah”. E come da routine, incautamente, ha aggiunto una bandiera palestinese. Quando il giorno dopo Dalal Abu Amneh ha visto il post, ha immediatamente capito che l’aggiunta della bandiera palestinese in questo caso rischiava di alterare il senso del suo messaggio, lo faceva apparire di parte, e ha subito contattato il team – come ha poi fatto vedere alla polizia – e il post è stato rimosso.
Ma ormai non c’era più niente da fare, il post aveva già cominciato a girare, ed erano cominciate da parte di israeliani le minacce: di stupro, di bruciarle la casa, di uccidere i suoi due bambini; i più benevoli si auguravano che suo marito perdesse il posto di vicedirettore del locale ospedale, ad Afula, a metà strada fra Jenin e Nazareth.

Quando Abu Amneh e il marito si sono rivolti alla stazione di polizia per chiedere protezione, per tutta risposta la cantante è stata arrestata e detenuta per tre giorni. Le reazioni non si sono limitate a messaggi sui social: da quattro mesi la loro casa è praticamente sotto assedio, davanti al loro ingresso è stata scaricata immondizia, quasi ogni notte gruppi di dimostranti urlano insulti con i megafoni, la via si è riempita di scritte, fra cui “Ingresso consentito solo a chi ama Israele”, e lo stesso nome della via è stato cambiato dal comune di Afula, e la strada è adesso intitolata alle IDF, le Forze di Difesa israeliane. Il sindaco sostiene le proteste; quando si fa vedere, la polizia non trova niente di irregolare, e gli agenti a volte si uniscono ai manifestanti.

Dal 7 ottobre la vita di Dalal Abu Amneh e della sua famiglia è diventata un inferno. Questa storia, corredata da considerazioni sulla attuale deriva di Israele, il 2 febbraio è stata raccontata con dovizia di particolari dal Washington Post; il giorno dopo anche il quotidiano israeliano Haaretz le ha dato risalto. In conclusione del suo articolo il Washington Post ricorda che Abu Amneh condanna l’uccisione degli innocenti del 7 ottobre, che va contro le sue convinzioni di musulmana e sufi, e si immedesima nella sofferenza dei suoi concittadini israeliani, ma si aspetta anche che loro condannino l’uccisione di migliaia di innocenti a Gaza.

“Niente di quello che sto attraversando – sono parole di Abu Amneh che il Washington Post riporta in chiusura – è paragonabile alla perdita dei propri cari, in Israele o a Gaza. No, non mi sento sicura nella mia casa. Ma sono una palestinese orgogliosa, e non possono far tacere la mia voce”.

Foto | StudioBasel.Gallery

  • Autore articolo
    Marcello Lorrai
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    Strage di Lampedusa: identificata la vittima 186

    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Presto Presto - Interviste e Analisi di giovedì 15/01/2026

    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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