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Adesso una legge nuova sulla cittadinanza

E’ la città che è venuta fuori.

Non gli italiani solidali; o gli immigrati; o gli italiani solidali più gli immigrati. La città. Qualcosa di molto più importante della semplice somma delle -tante- nazionalità di origine dei 100mila che hanno marciato.

E’ venuta fuori la città che si definisce come il luogo e il senso del mondo inclusivo e aperto. Come era già accaduto a Barcellona. Come nelle grandi capitali europee.

E’ uno di quei momenti in cui Milano è avanguardia, la guida per tutto il Paese. Lo è sul tema politico più importante: il governo del cambiamento in atto dato dalle migrazioni, decidendo se rifiutarne o coglierne le opportunità.

Per questo, il successo ogni oltre migliore aspettativa della manifestazione non è solo un fatto locale. E’ un grande fatto nazionale e le conseguenze devono avere luogo a livello nazionale. Il 20 maggio può essere il punto di partenza per porre il tema di una legge sulla cittadinanza nuova, al passo coi tempi, nell’agenda politica di un Parlamento e di un Governo che stanno già pensando alla fine della legislatura e alle elezioni politiche.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha twittato: “grazie Milano, sicura e accogliente”. Il presidente del Senato, Piero Grasso, dal palco di Milano ha detto: “chi nasce e studia in Italia è italiano”. A queste parole dovranno seguire dei fatti, pena la perdità di credibilità.

Quanto sia stata importante la manifestazione del 20 maggio, quanta forza di cambiamento abbia portato con sé lo hanno ben in mente, del resto, i sostenitori di un mondo chiuso, i neo nazionalisti, gli amici dei costruttori di muri. Raramente le parole di certi campioni della destra hanno raggiunto certi livelli di livore. Salvini lo aveva capito in anticipo e alla vigilia era arrivato ad associare i migranti e la manifestazione di Milano alle malattie: “97 clandestini sbarcati ieri sono malati di scabbia. Spero che domani riescano a sfilare alla Marcia per i migranti coi loro amici del Pd: chi si somiglia, si cura, si mantiene e si piglia”.

Le scelte dei partiti, soprattutto dei partiti che si considerano progressisti, non potranno non tenere conto dei 100mila di Milano. Non potranno continuare a non mettere in primo piano il tema di una nuova legge che ponga regole più giuste per la cittadinanza degli immigrati e dei loro figli.

Se non lo faranno, mancheranno l’occasione di essere in sintonia con una piazza che ha dimostrato di essere compatta al di là delle geometrie dei partiti e matura in misura maggiore dei calcoli, spesso al ribasso, dei leader politici.

  • Autore articolo
    Luigi Ambrosio
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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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