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A chi serve il lavoro “debole”?

I lavoratori poveri in Italia sono cresciuti di quasi il 50% tra il 2008 e il 2013. Lo ha raccontato il presidente dell’Inps Tito Boeri nella sua relazione annuale presentata al parlamento l’8 luglio scorso.

I lavoratori poveri in Italia sono 2 milioni e 640 mila tra i dipendenti e 756 mila tra gli autonomi. Lo dicono i dati dell’Istat riferiti al 2011 e contenuti in un rapporto del Cnel del 2014. Sono soprattutto i giovani a subire questa condizione di lavoro a rischio povertà.

Sono lavoratori e lavoratrici “deboli”, indeboliti nella possibilità di “assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, come recita l’articolo 36 della nostra Costituzione.

Ma il lavoro “debole” è anche quello con meno diritti e garanzie: è debole il lavoro più facilmente licenziabile, demansionabile, controllabile come è quello che risulta dalle nuove norme contenute nel Jobs Act. A chi serve, allora, il lavoro “debole”? A quale idea dello sviluppo di un paese risponde? Abbiamo girato queste e altre domande ad un sindacalista di lungo corso come Walter Cerfeda, 68 anni, presidente dell’Ires-Cgil (Istituto di Ricerche economiche e sociali) della Marche, una vita passata nel sindacato da Matera a Torino, da Roma a Bruxelles, ai vertici della Confederazione europea dei sindacati (Ces).

Walter Cerfeda
Walter Cerfeda

«Se i diritti sul mercato del lavoro – dice Cerfeda – si riducono, si è in grado di mettere un limite a questa discesa? In Italia non ci siamo ancora arrivati: abbiamo flessibilizzato il lavoro, ma senza dare le tutele necessarie che possano costituire un rafforzamento dei diritti del lavoro». Si può tenere insieme lavoro “debole” e innovazione? «Non è affatto vero che si possa combinare la qualità del prodotto, innovato e tecnologicamente avanzato, e lavoro povero e precario. Anzi, lavoro precario e lavoro povero non danno qualità al prodotto perchè non hanno la competenza professionale tale da poter mantenere un’alta qualità di offerta merceologica». Qual è l’idea di paese, di sistema economico, che porta a sostenere di fatto l’incentivazione del lavoro povero, debole? E’ un’idea che segue una ricetta vecchia – racconta Cerfeda – «una ricetta per la quale si compete sul mercato mondiale cercando delle scorciatoie: ieri con la svalutazione della moneta; oggi con l’abbassamento dei diritti e rendendo debole il lavoro. E’ una strada che non conduce da nessuna parte».

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    Raffaele Liguori
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    Un percorso attraverso la stratificazione sociale italiana, un viaggio nell’ascensore sociale del Belpaese, spesso rotto da anni e in attesa di manutenzione, che parte dal sottoscala con l’ambizione di arrivare al roof top con l’obiettivo dichiarato di trovare scorciatoie per entrare nelle stanze del lusso più sfrenato e dell’abbienza. Ma anche uno spazio per arricchirsi culturalmente e sfondare le porte dei salotti buoni, per sdraiarci sui loro divani e mettere i piedi sul tavolo. A cura di Alessandro Diegoli e Disma Pestalozza

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    CBCR 2026: al Circolo Magnolia la maratona live con il meglio della nuova musica italiana

    Sabato 17 gennaio, al Circolo Magnolia di Segrate, andrà in scena la notte dei Cbcr, evento organizzato dal magazine musicale online rockit. Giunto alla sua quarta edizione, l'evento “è al contempo una previsione e un auspicio per i dodici mesi successivi della musica italiana”, racconta l’organizzatore Dario Falcini ai microfoni di Volume, “punta a portare sul palco gli artisti sul punto di esplodere perchè secondo noi hanno le carte in regola, perchè se lo meritano e farebbero un gran bene al sistema. Negli anni sono stati individuati in tempi non sospetti Calcutta, Olly, Tananai, ThaSup, Blanco e altri artisti poi diventati mainstream.”Dal pop allo shoegaze, dall’hip hop all’elettronica, il programma si preannuncia ricco e variegato, mettendo insieme anche progetti completamente diversi tra loro. Ben diciotto i live che si susseguiranno su due palchi: una vera maratona musicale dal vivo, dalle 17.30 alle 3 di notte. “Inizialmente questo era un format scritto”, continua Falcini, “negli ultimi anni però gli spazi della musica live in Italia si sono contratti moltissimo, e volevamo dare a questi giovani artisti una possibilità e un palco per farsi conoscere”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande a Dario Falcini. (in foto: Tresca Y Tigre)

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