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I risultati delle regionali in Lombardia e Lazio, il tribunale di Catania contro il decreto Piantedosi e le altre notizie della giornata

Fontana Elezioni ANSA

Il racconto della giornata di lunedì 13 febbraio 2023 con le notizie principali del giornale radio delle 19.30. La destra ha vinto le elezioni regionali meno votate di sempre. Lo spoglio è ancora in corso, ma il risultato è ormai certo. Con grande margine, Attilio Fontana e Francesco Rocca sono stati eletti presidenti di Lombardia e Lazio. I risultati delle elezioni in Lombardia condannano il Partito Democratico ad altri cinque anni di opposizione, ma stavolta il primo partito è Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Lo stacco con la Lega, al momento, non sembra aumentato troppo rispetto ai risultati delle politiche del 25 settembre e Matteo Salvini gioisce. “Il Decreto Piantedosi è illegittimo poiché limita l’obbligo di salvataggio in mare alle sole persone in precarie condizioni di salute, in contrasto col diritto internazionale”: lo scrivono i giudici di Catania nella sentenza sul ricorso presentato dalla nave umanitaria Humanity 1 contro gli sbarchi selettivi. È passata una settimana dal terremoto in Siria e Turchia e oggi il capo degli aiuti delle Nazioni Unite Martin Griffiths, in visita ad Aleppo, ha detto che la fase di soccorso dopo il terremoto sta “volgendo al termine” e che ora parte un’altra fase, quella umanitaria, più lunga e complicata.

La destra vince le elezioni regionali meno votate di sempre

La destra ha vinto le elezioni regionali meno votate di sempre. Lo spoglio è ancora in corso, ma il risultato è ormai certo. Con grande margine, Attilio Fontana e Francesco Rocca sono stati eletti presidenti di Lombardia e Lazio. Le proiezioni confermano di fatto il quadro delle politiche del 25 settembre, con poche variazioni. A destra la coalizione guidata da Meloni si rafforza di 2 punti percentuali con la Lega che, a sorpresa, non crolla come ci si aspettava. A sinistra, invece, tiene il PD che supera il 20% in entrambe le regioni, ma fallisce la formula delle alleanze, sia quella con il M5S in Lombardia, sia quella con il Terzo Polo nel Lazio.
Il dato più forte, però, è quello che arriva dall’astensione: mai così pochi elettori hanno partecipato a un voto regionale.

(di Anna Bredice)

“Il risultato è un’onda lunga delle elezioni politiche”: questo è il commento più diffuso sui dati che arrivano dalle due regioni, Lombardia e Lazio. Una conferma del risultato di settembre, che vede entrambe le coalizioni di destra andare anche meglio delle politiche. Anzi, in Lombardia con il passare delle ore si consolida questo dato. Lo stesso accade per il centrosinistra: i voti fotografano più o meno il risultato delle politiche, anche se sono state portate al voto alleanze variabili e diverse. Le due coalizioni dimostrano che da cinque mesi a questa parte l’opinione degli elettori che sono andati a votare non è cambiata di molto. È cambiata invece la distribuzione interna dei voti e il risultati degli altri partiti. In particolare dei Cinque Stelle, che perdono di molto rispetto a settembre, la sfida di Conte di poter prendere più voti del Pd è fallita e impietoso è il confronto rispetto alle regionali di cinque anni fa sia in Lombardia che nel Lazio. Lo stesso accade per il terzo polo in Lombardia. All’interno del centro destra si consolida il risultato di Fratelli di Italia, ma pur essendo quasi al 30% in Lombardia e oltre il 30% nel Lazio, il partito non vola rispetto alla Lega e a Forza Italia . Questo probabilmente è una buona notizia per Giorgia Meloni, perché il successo del suo partito non avrà conseguenze negative, almeno non troppe, nell’equilibrio generale del governo. Se il confronto con settembre dà una certa continuità, quello con le regionali di cinque anni fa racconta di un’altra realtà sia a destra che a sinistra. Da un lato c’era Berlusconi che aveva ancora un grande potere, dall’altro i Cinque Stelle con il vento ancora a favore, pronti a prendersi tutto.

La resa dei conti nella Lega è rimandata

In Lombardia Attilio Fontana è stato riconfermato presidente con più del 50% dei voti. Il tracollo della Lega, previsto dai sondaggi, non c’è stato.
(di Alessandro Braga)

A Matteo Salvini meglio di così non poteva andare. Attilio Fontana riconfermato con percentuali che ricalcano, al netto del crollo dell’affluenza, quelle di cinque anni fa. E questo era tutto sommato prevedibile. La vera sorpresa positiva per il leader leghista è il risultato del Carroccio. Anche qui, andranno guardati i numeri assoluti ma, politicamente, quello che conta sono le percentuali. E al momento quelle dicono che la Lega non solo conferma il risultato (non buonissimo a dire il vero) delle politiche del 25 settembre ma recupera addirittura qualche punto. Certo, Fratelli d’Italia si conferma primo partito della coalizione ma la Lega non molla. La distanza tra il partito di Giorgia Meloni e quello di Matteo Salvini (i dati sono ovviamente ancora parziali) si attesterebbe intorno ai dieci punti percentuali. Insomma, nessun doppiaggio, o peggio, di FdI sulla Lega. Se si sommano al risultato leghista quello, buono, della lista Fontana, il distacco è minimo (3-4%). Salvini, sorridente, rivendica il risultato. E se lo giocherà, c’è da scommetterci, su più piani. A livello di governo centrale con Giorgia Meloni sicuramente. A livello regionale coi vertici lombardi di Fratelli d’Italia. Attilio Fontana ha 15 giorni di tempo per formare la giunta regionale. Le indiscrezioni degli ultimi giorni parlavano di un’offensiva dei meloniani per portare avanti un’Opa su numeri e nomi dell’esecutivo regionale. Ora Salvini e i leghisti potranno avere buon gioco nel tenere il punto, e mantenere le loro posizioni di interesse. E, non ultimo, il leader leghista avrà la forza per stoppare chi, all’interno della Lega, vuole un cambio netto. Almeno per ora, la resa dei conti nella Lega è rimandata.

Altri cinque anni d’opposizione in Lombardia per il PD

Nell’opposizione il candidato di PD e M5S, Pierfrancesco Majorino, ha ottenuto circa il 32%, secondo le ultime proieizioni. Ancora più dietro il Terzo Polo di Letizia Moratti, al 10,4%. Ultima Mara Ghidorzi di Unione Popolare all’1,9%. L’alleanza voluta da Majorino tra PD e Movimento 5 Stelle non ha impensierito la destra.

(di Claudio Jampaglia)

Altri cinque anni d’opposizione in Lombardia significa oltrepassare un trentennio di governo della destra, stavolta pure con Fratelli d’Italia primo partito (dal 3,4 al 26%), ed è quindi una magra consolazione per il PD piazzarsi come secondo partito, in crescita, quando tutto attorno crolla: prima di tutto la partecipazione di un elettorato che piuttosto di votare il cambiamento proposto diserta le urne; e poi gli alleati, i 5Stelle inseguiti e desiderati che portano uno scarso 4,5%, lontanissimi dal 18% di cinque anni fa (ma anche Verdi e sinistra Italiana che non si schiodano dal 3%). Ci si consola con la maggioranza del voto giovanile per Majorino e soprattutto con la debacle di Moratti o meglio di Calenda e Renzi che vedono la mossa di candidare Letizia Moratti trascinarli a uno scarso 4%, meno della metà delle ultime politiche. Tradotto in politichese, quindi, per il Pd non sarebbe nemmeno andata tanto male: se l’obiettivo di soli sei mesi fa era distruggerlo, sono ancora qua, sempre senza segretario, ma ancora secondo partito e sopra il simbolico 20%. Poca roba però rispetto alla politica. Nessuno nel centrosinistra avrebbe immaginato con vantaggio aumentato per Fontana, non dopo tutto quello che è successo, non lo pensava sicuramente Majorino che in consiglio regionale ci andrà dimettendosi da europarlamentare (mentre Moratti non ci sarà). Un campagna elettorale cortissima, un candidato scelto tardi, alleanze complicate e proposte concrete ancora più tardive hanno sicuramente contribuito alla sconfitta. Ma la botta è talmente forte che merita un’analisi e un cambiamento di prospettiva. Prossima tappa le primarie.

Il tribunale di Catania definisce illegittimo il decreto Piantedosi

“Il Decreto Piantedosi è illegittimo poiché limita l’obbligo di salvataggio in mare alle sole persone in precarie condizioni di salute, in contrasto col diritto internazionale”. Lo scrivono i giudici di Catania nella sentenza sul ricorso presentato dalla nave umanitaria Humanity 1 contro gli sbarchi selettivi, una pratica inaugurata dal governo lo scorso novembre. Il ricorso era stato presentato dopo che, in seguito a un’ispezione delle autorità italiane a bordo della nave in porto a Catania, a 35 migranti non era stato consentito di sbarcare. I migranti, definiti “carico residuale” dallo stesso Piantedosi, erano stati poi fatti scendere in considerazione delle loro sofferenze psicologiche e comunque prima dell’esito del ricorso: “Se non fosse cessata la materia del contendere, per l’avvenuto sbarco, il ricorso sarebbe stato accolto con conseguente condanna dei ministeri”, hanno scritto i giudici di Catania nelle motivazioni della sentenza.
Di questo pomeriggio è notizia anche di un nuovo intervento di salvataggio della nave Geo Barents, che ha salvato in acque internazionali 48 profughi, tra cui nove minori.

Inizia la lunga e complicata fase umanitaria dopo il terremoto in Siria e Turchia

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha annunciato che questa sera, alle 21 italiane, si riunirà a porte chiuse per discutere della situazione umanitaria in Siria dopo il terremoto. Da giorni, infatti, aumentano le richieste di apertura di nuovi valichi di frontiera, fondamentali per fornire aiuti nel nord-ovest del paese. Il numero dei morti tra Turchia e Siria ha superato le 40mila unità e anche se in queste ore i soccorritori stanno continuando a scavare tra le macerie, le speranze di trovare sopravvissuti sono sempre di meno.
È passata una settimana dal terremoto e oggi il capo degli aiuti delle Nazioni Unite Martin Griffiths, in visita ad Aleppo, ha detto che la fase di soccorso dopo il terremoto sta “volgendo al termine” e che ora parte un’altra fase, quella umanitaria, più lunga e complicata.

(di Martina Stefanoni)

Una settimana fa la proiezione fatta dall’OMS sul numero dei morti sembrava incredibile. Poche ore dopo il terremoto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità parlava di 20mila vittime. Oggi, sette giorni dopo, quel numero non solo è stato raggiunto, ma doppiato. Tra Turchia e Siria si parla di quasi 41mila morti ma, soprattutto in Siria, il numero sembra destinato a crescere considerando che alcune zone non sono state raggiunte dai soccorsi.
A 7 giorni dal sisma, però, Siria e Turchia devono fare i conti anche con centinaia di migliaia di feriti e milioni di persone rimaste senza casa, vivono nelle tende, nelle loro macchine, o in rifugi improvvisati. E poi ci sono il freddo, la fame, la difficoltà di trovare rifugio per tutti, la necessità di assistenza economica e psicologica. La fase di ricostruzione, non solo concretamente delle città, ma anche delle due popolazioni che pian piano dovranno raccogliere i pezzi delle loro vite, sarà lunga e dolorosa.
In questa settimana, però, la risposta internazionale è stata rapida ed efficiente. Circa 95 paesi hanno subito offerto aiuti, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Russia all’Ucraina, dall’Iran a Israele. Tutti si sono mobilitati immediatamente. Ma dopo 7 giorni, si fa più forte anche la richiesta di giustizia: in Turchia, dove 100 costruttori sono stati arrestati nelle province colpite dal terremoto sospettati di avere violato le normative edilizie del Paese. E in Siria, dove sono ancora pochissimi gli aiuti internazionali arrivati e dove, ancora, manca l’iniziativa per sospendere le sanzioni e aprire nuovi valichi di frontiera tra Turchia e Siria, fondamentali per l’arrivo di aiuti umanitari in un paese in cui la situazione era già gravissima e ora rischia di sprofondare ancora di più.

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