bertha isabel Cáceres

Nel nome della madre

mercoledì 05 ottobre 2016 ore 16:54

Roma - Zainetto in spalla, i capelli scurissimi raccolti in una coda, Bertha Isabel Cáceres sta girando l’Europa e alcuni parlamenti europei per chiedere che venga fatta giustizia alla morte della madre, Berta Cáceres, attivista per i diritti delle comunità indigene nell’Honduras, uccisa a marzo di quest’anno con otto colpi di pistola nel suo appartamento. Un omicidio politico, secondo le Organizzazioni dei diritti umani, per aver combattuto per anni, da quando un colpo di stato favorì le multinazionali e i latifondisti, i progetti di estrazione mineraria e di costruzione di una centrale idroelettrica su un fiume considerato dal popolo Lenca sacro.

Una battaglia che le valse un premio internazionale, il Premio Goldman, per la difesa dell’ambiente, un riconoscimento che portò in primo piano le battaglie delle comunità indigene dell’Honduras, una lotta per resistere e continuare a vivere con dignità e rispetto nelle loro terre, ma portò anche un accanimento ulteriore, con minacce e denunce continue contro l’attivista per i diritti umani. Per questo dietro alla sua morte, così come altri omicidi rimasti irrisolti, sua figlia vede la mano di chi difende gli interessi enormi legati alla centrale idroelettrica, con la complicità dei militari.

Ora chiede una commissione indipendente che indaghi sulla morte della madre e per il riconoscimento dei loro diritti. Berta Cáceres contribuì a fondare il Copihn, il Consiglio delle Organizzazioni popolari dell’Honduras, ma la vita degli attivisti dal colpo di stato del 2009 in poi si è fatta difficile. In rapporto alla popolazione, è lo stato con il maggior numero di attivisti uccisi: solo nel 2014 vengono uccisi 12 ambientalisti.

Ma la storia di Berta Cáceres è anche una storia di donne che si battono per i diritti delle popolazioni indigene. Lo aveva fatto sua madre, che oggi ha 87 anni, ed è stata anche la prima sindaca dell’Honduras, e probabilmente in prima linea ci sarà anche la figlia, che della madre porta il nome, Berta. Bertha Isabel Caceres ha 26 anni, studia in Messico per diventare maestra. Oggi era alla Camera dei deputati per un’audizione nella Commissione diritti umani. L’abbiamo intervistata.

Berta Cáceres

Berta Cáceres

“Da quando mia madre è stata uccisa abbiamo sempre pensato che una commissione indipendente sia l’unica possibilità per arrivare alla verità e alla giustizia per questo omicidio, che è un omicidio politico di cui hanno responsabilità le istituzioni honduregne. Dall’inizio abbiamo assistito a delle irregolarità nelle inchieste, indagini mal fatte, alcuni episodi che ci hanno fatto dubitare che si possa mai arrivare alla verità e  alla giustizia. L’Honduras è uno dei Paesi con il tasso di impunità piu alto, non si è mai arrivati a conoscere gli esecutori materiali degli omicidi, e dei crimini, ma soprattutto chi li ha organizzati e decisi, e questa richiesta, questa missione nei Paesi europei pensiamo che sia l’unica possibilità di avere giustizia nel caso di mia madre. La commissione intra-americana di diritti umani ha accettato ci creare questa commissione insieme alla commissione diritti umani dell’Unione europea, ma lo Stato dell’Honduras non ha mai risposto, e questo ci preoccupa perché se i processi si fanno nel rispetto della legge e come si deve non si sarebbe niente da temere, la commissione indipendente deve verificare che tutto si svolga correttamente, per questo la decisione di venire in Europa, per avere un sostegno politico, sono organismi che hanno una voce più forte e che possono essere ascoltati più facilmente dalle autorità honduregne”.

C’è una volontà politica affinché non si arrivi mai alla verità?

“Sono state trafugate copie e documenti dell’inchiesta, c’è stata grande negligenza, si tratta di un crimine di Stato e quindi è difficile che uno Stato possa investigare su se stesso, non crediamo che le indagini possano essere pulite, è stata fatta anche una legge sulla segretezza dei documenti ufficiali, una legge che rende impossibile avere accesso alla documentazione dell’inchiesta”.

Quali erano le battaglie che tua madre combatteva in Honduras?

“Era un’attivista per la difesa della terra, del fiume, del bosco, del sottosuolo, della vita umana del popolo Lenca, combatteva, era una lottatrice, antirazzista, anticapitalista, e antipatriarcale, ed è stata uccisa per queste battaglie, ha trovato tanti ostacoli negli anni, il mancato riconoscimento della lotta del popolo indigeno, ma anche criminalizzazioni, continue minacce, ha affrontato molti processi, più di 33 denunce, fatte dalla direzione delle imprese idroelettriche che noi accusiamo della sua uccisione, denunce che non hanno mai avuto seguito, e questo l’ha esposto all’omicidio”.

Questo nonostante abbia ricevuto il premo Goldman, un premio prestigioso per il riconoscimento delle lotte per l’ambiente.

“La lotta per la salvaguardia del fiume Galcarque e contro la costruzione della diga Agua zarca le fece vincere questo premio, fu un trionfo per il riconoscimento della lotta delle popolazioni indigene a poter resistere e continuare a vivere nei loro luoghi, opponendosi ai soprusi dei latifondisti e del potere di Stato. Ma le minacce a mia madre sono continuate, hanno pensato di poter continuare e costruire la diga, nonostante il nostro no, spostandosi dall’altra parte del fiume, dove vive un’altra comunità che però ha continuato a opporsi. Il premio però aveva portato altra visibilità alle battaglie del Copihn, le organizzazioni popolari dell’Honduras, facendola conoscere anche a chi non sapeva nulla”.

Da parte della popolazione c’è un sostegno a queste battaglie, o c’è isolamento e indifferenza?

“Da quando nacque, il Copihn è stata la prima organizzazione indigena del popolo lenca e questo gli ha fatto ottenere il riconoscimento della popolazione honduregna, è stato molto importante, tuttavia il suo lavoro, gli obiettivi dell’organizzazione sono stati criminalizzati, dallo Stato e dai mezzi di comunicazione che sono parte dell’oligarchia honduregna. E’ chiaro che c’è stato un conflitto tra il riconoscimento come forza belligerante per la difesa dei diritti degli indigeni, e una campagna per mettere in cattiva luce il nostro lavoro,  e questo ha prodotto anche un rifiuto della popolazione, influenzata e manipolata dai mezzi di comunicazione, portatori degli interessi delle multinazionali e dei grandi poteri”.

La sua è una famiglia di donne che hanno combattuto molto per l’ambiente.

“Mia madre è tra le figure più importanti e riconosciute, ha subito l’influenza di sua madre e delle altre donne della famiglia, hanno tutte combattuto anche con un ambiente non favorevole, in un clima generale di impunità, lo hanno fatto per gli interessi della nostra collettività, è una battaglia ereditaria, in cui si riconosce il valore della donna, l’insegnamento a non cadere, a non essere disprezzate, conoscendo le battaglie del nostro passato, continuando nel presente”.

E’ anche la sua lotta.

“Sì, voglio continuare il lavoro suo, e non solo suo, ma di tutto il popolo lenca, delle donne dei bambini, e farlo con gratitudine, la soddisfazione di poter lottare insieme al nostro popolo, difendendo ciò che sappiano essere il nostro diritto”.

 

Ascolta qui l’intervista integrale in spagnolo

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Aggiornato lunedì 10 ottobre 2016 ore 15:28
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