intervista a MiniSonica

Ben Harper ci racconta “Call it what it is”

mercoledì 25 maggio 2016 ore 06:10

Milano - Ben Harper fu uno dei primissimi musicisti a suonare dal vivo per Radio Popolare. Erano gli albori di quello storico programma che si chiamava Patchanka e un giovane esordiente chitarrista e cantante afroamericano ci suonò un paio di pezzi live.

Da allora i nostri incontri sono stati frequenti e regolari. Così, ritrovarlo, qualche anno dopo l’ultima volta, con un disco che segna anche il ritorno di Harper con la sua prima band, gli Innocent Criminals, è stata l’occasione anche per ricordarci di cose che ci siamo detti nelle nostre precedenti chiacchierate.

Sullo sfondo, un disco, Call it what it is, che prende il nome da una canzone in cui si citano i nomi di Trevon Martin, Ezel Ford, Michael Brown: tre dei tanti ragazzi afroamericani uccisi dalla polizia americana. Così come quel Rodney King che ispirò una delle prime grandi canzoni di Ben Harper, “Like a King”.

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Benvenuto a Ben Harper a MiniSonica, bentornato soprattutto ai microfoni di Popolare Network. In una delle ultime volte in cui ci siamo incontrati ci avevi parlato del tuo primo disco con i Relentless 7, ci spiegavi allora come avessi bisogno di provare cose nuove, suoni nuovi, di come fosse importante per te mettere da parte gli Innocent Criminals, la tua prima band. Nella tua vita hai avuto modo di suonare e di registrare con diversi gruppi, oltre che da solo: questo ritorno con gli Innocent Criminals che sapore ha? E’ una reunion? O invece pensi che in realtà non vi siate davvero mai lasciati?

BH: Credo di poter dire che al 50% sia una reunion e al 50% semplicemente un tornare indietro a qualcosa che sapevo che prima o poi avrei ritrovato.

Cosa diresti per spiegare, dal tuo punto di vista, l’unicità degli Innocent Criminals?

BH: Gli Innocent Criminals hanno un suono molto particolare, che potremmo quasi definire un genere a sé stante, ma che certamente possiamo descrivere come un incontro di tanti altri generi musicali. E poi suono con loro da così tanto tempo, che quello non può che essere un contesto creativo davvero unico per me.

E da band leader quanto pensi di essere responsabile di questo suono così particolare e caratteristico del gruppo?

BH: E’ difficile da dire, penso che possa cambiare da disco a disco, forse addirittura da canzone a canzone. A volte potrei dirti che l’equilibrio è di nuovo 50 a 50, altre volte invece penso che possa essere 90 a 10. Dipende sempre dal disco. In questo disco in particolare dire che siamo al 50 e 50. Al tempo stesso però è anche il 100%, perché questo disco non potrebbe suonare così, se non lo avessi fatto con loro: è una di quelle situazioni in cui il risultato è decisamente superiore alla somma delle singole componenti.

Hai condiviso con il gruppo anche parte della composizione e degli arrangiamenti, o sei arrivato in studio con tutte le canzoni già più o meno pronte?

BH: Proviamo a vedere questo disco come se fosse una torta, e proviamo a tagliarla a fette cercando di ricostruire i vari strati. Direi che un terzo della torta è fatto di canzoni già pronte: “When sex was dirty” era finita, “All that is grown” era completa, anche “Bones” era completa. Poi c’erano le canzoni che avevo scritto, ma che avevano bisogno di qualche tocco finale da parte della band; e poi l’ultimo terzo è composto da canzoni che la stessa band ha portato in studio. Questa credo che sia una giusta descrizione di questo album.

Una delle prime cose che ho notato, ascoltando questo tuo nuovo disco, è come sia vario, eterogeneo. Ed è una cosa che mi piace molto: molti dischi del passato considerati classici erano fatti così, i musicisti si sentivano liberi di mettere una dietro l’altra quattro canzoni una diversissima dall’altra…

BH: Sono contento che qualcuno finalmente se ne accorga! E’ proprio così, era così per i Beatles, per i Pink Floyd, per i Led Zeppelin o per Stevie Wonder, era considerato una cosa normale. Adesso invece sembra quasi che tu sia matto a voler mettere insieme canzoni così diverse l’una dall’altra. Comunque penso di essermi sempre sentito libero di poter fare così, se prendiamo ad esempio uno dei miei dischi più conosciuti, Fight for your mind, cioè il mio secondo disco, contiene canzoni come “God Fearing Man”, “Ground on Down”, “Another Lonely Day”, “Gold to Me”…i miei dischi sono stati quasi sempre molto vari, a parte forse quelli con i Relentless 7 o con Charlie Musselwhite, con cui faccio solo blues. Ma i miei dischi da solo o quelli con gli Innocent Criminals sono sempre stati molto liberi. Penso che forse oggi questa varietà si noti di più, semplicemente per il fatto che c’è più attenzione intorno a me. È più facile fare dischi eterogenei quando si è meno conosciuti, quando poi arriva l’attenzione e il successo sono cose che si notano di più: senza volermi vantare di qualcosa, cerco solo di raccontare come stanno le cose. Le persone ascoltano la tua musica in modo diverso in base a come ti percepiscono, si chiama psico-acustica, è una cosa che esiste davvero!

Ricordo di aver scoperto la tua musica grazie a una canzone, “Like a King”, in cui cantavi il nome di Rodney King, ucciso dalla polizia. Oggi, in “Call it what it is”, la canzone che dà titolo all’album, canti i nomi di altri ragazzi afroamericani uccisi nello stesso modo, vent’anni dopo. Come ti senti a dover scrivere ancora canzoni così?

BH: E’ molto doloroso, vorrei non dover scrivere queste canzoni. Mi piacerebbe poter evitare di essere un “giornalista musicale” in questo senso. Ho paura di dover dire che rispetto a vent’anni fa le cose non siano cambiate abbastanza, verrebbe quasi da dire che non siano cambiate affatto. Ma ora, con l’invenzione dei telefonini con le videocamere, questa condizione cambierà velocemente. Deve cambiare, perché tutti siamo filmabili, dovunque andiamo, ogni giorno.

Le vittime afroamericane della violenza della polizia, di cui canti in “Call it what it is”, sono morte durante la presidenza di Barack Obama, il primo presidente afroamericano della storia del tuo paese. Oggi si parla incessantemente del rischio che uno xenofobo di destra come Trump possa diventare presidente: ma quanto può influire un presidente degli Stati Uniti su questi aspetti, sul modo in cui un ragazzo nero viene trattato per le strade della città in cui vive?

BH: Quel che posso dirti è che se io fossi il presidente, le cose cambierebbero molto velocemente. Ed è molto frustrante invece rendersi conto di quanto il cambiamento sia lento quando deve arrivare dall’alto. Il cambiamento sembra sempre dover passare da altre strade, come in Egitto ad esempio: da 1 milione di persone per strada, non da quell’una che sta in cima alla collina. Penso che le persone che si trovano in mano un potere così grande, poi si accorgano anche della sua fragilità intrinseca. Dev’essere strano essere l’uomo più potente del mondo, e sentirsi per molte cose impotente. Qualcuno lo definirebbe un paradosso.

Pensi che ti impegnerai nella prossima campagna elettorale? E come?

BH: Per evitare che Trump diventi presidente? Sì. Ma sono cose che faccio soltanto per me stesso, magari le persone che mi seguono non saranno per niente d’accordo con quello che dirò, ma questo non farà che rafforzare le mie convinzioni. Ho sempre scritto e cantato per me stesso, sperando che qualcuno potesse condividere quello che dicevo. Poi c’è stato qualcuno che mi ha chiesto di scrivergli una canzone, come Taj Mahal o Solomon Burke, ed è stato anche divertente. Di solito però parto sempre dal desiderio di scrivere una canzone per me stesso. Anche perché è così bello quando fai qualcosa per esprimere te stesso e in quel modo riesci ad esprimere anche il pensiero di qualcun altro.

Abbiamo iniziato l’intervista ricordandone una fatta insieme qualche anno fa. Me ne ricordo un’altra, qualche anno prima, in cui parlammo invece di basket, della tua passione per i Lakers e per Kobe Bryant. Ti saluterei chiedendoti di raccontarci come hai vissuto il suo ritiro, se pensi che cambierà il tuo modo di vivere questo sport…

BH: E’ un avvenimento importante quando un tuo eroe dello sport si ritira. E lui per me è stato il primo dell’età adulta: quando ero molto più giovane c’erano Kareem, Magic Johnson, James Worthy, fino a Michael Jordan. Ma con Kobe è stato diverso, ho visto dal vivo la sua prima partita e la sua ultima. Continuerò ad amare i Lakers, ovviamente, ma sono un po’ triste.

Ascolta l’intervista integrale con Ben Harper

Ben Harper: intervista a MiniSonica

Aggiornato giovedì 26 maggio 2016 ore 10:47
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