Morte di un fiume

Rio Doce, disastro ambientale in Brasile

venerdì 27 novembre 2015 ore 11:30

Milano - Da ormai 3 settimane in Brasile si sta consumando uno dei più grandi disastri ambientali della sua storia. È già stato definito la Fukushima brasiliana; i danni sono enormi, i tempi di bonifica incalcolabili, le conseguenze dureranno almeno un secolo, secondo gli ambientalisti.

Tutto inizia il 5 novembre scorso: a Mariana, nel ricco stato di Minas Gerais, cedono due dighe sul fiume Rio Doce, due dighe di proprietà della società mineraria Samarco, costruite per contenere le acque reflue dell’attività estrattiva. Acque altamente tossiche, che contengono mercurio, arsenico, piombo e altri metalli pesanti. Una marea velenosa di 62 milioni di metri cubi di fango, che ha immediatamente investito e inghiottito il villaggio di Bento Rodrigues, uccidendo 11 persone, disperdendone 12.
Al posto del villaggio ora c’è una distesa di fango rosso. Poi il fango inizia la sua corsa verso l’oceano, aggredendo 700 km di bacino fluviale. In due settimane raggiunge la foce del fiume. Le immagini della massa tumorale fangosa che si espande nel mare sono impressionanti.
Siamo sul litorale dello stato di Espirito Santo, un paradiso per turisti e surfisti, ma soprattutto uno dei pochi porti sicuri per alcune specie di tartarughe marine a rischio estinzione.
E per gli animalisti ora è corsa contro il tempo per spostare tutte le uova deposte dalle tartarughe, che altrimenti non avrebbero scampo.

Un fiume che non c’è più

Dietro di sé la “lama” (fango in portoghese) lascia un panorama spettrale: le comunità che vivevano di pesca lo ripetono da giorni: “O rio acabou”, il fiume non c’è più. La principale vittima di questa tragedia è infatti il fiume, il Rio Doce, che oggi è rosso e marrone, una poltiglia acquosa nella quale
galleggiano senza vita gli animali che lo popolavano. Uccelli, mammiferi, rettili: nessun essere è stato risparmiato. Tutti i centri, grandi e piccoli, vicini al fiume sono senz’acqua da giorni: dai rubinetti esce acqua rossa fango tossico, c’è l’esercito a distribuire l’acqua potabile. Ma anche la terra è morta: gli argini del fiume sono stati inondati dalla foga del fango, che presto si seccherà, impedirà a
qualsiasi pianta di crescere, senza calcolare le conseguenze dei metalli pesanti che si infiltreranno nelle falde acquifere.

E nonostante queste immagini spettrali, la Samarco, si ostina ad affermare che i suoi fanghi non sono velenosi, e che il Rio Doce e gli altri fiumi investiti dal fango sono rossi solo per l’alto contenuto di ferro. A sostegno di questo il 26 novembre ha diffuso, attraverso il Serviço Brasileiro de Geologia (un istituto governativo) delle analisi che dimostrano che le acque dei fiumi non sono tossiche. I dati sono stati immediatamente contestati da vari istituti scientifici, ma hanno trovato un’ampia diffusione attraverso i media.

Dalla politica alla popolazione, prevale l’indifferenza

Se la notizia ha faticato, e fatica ancora, a rompere il muro dell’indifferenza mediatica all’estero, anche il Brasile stesso non sembra preoccuparsi troppo del disastro in corso: il 16 novembre scorso, 11 giorni dopo la rottura delle dighe, a protestare nel centro di Rio de Janeiro c’erano 300 persone. Forse si tratta dell’ennesima dimostrazione del potere della multinazionale brasiliana Vale, proprietaria con la BHP Billiton della Samarco, e già responsabile di disastri ambientali in tutto il Brasile, dall’interno del Maranhao alla costa a sud di Rio de Janeiro. Una potenza economica che ha sempre trovato facile gioco nell’ignorare misure di sicurezza e nel negare indennizzi alla popolazione.

La presidente Dilma Roussef ha congelato 75 milioni di dollari della Vale per iniziare la bonifica, una cifra comunque irrisoria di fronte agli enormi danni ambientali, sociali e umani che la lama ha causato. Quella del governo federale è apparsa finora una presa di posizione debole,   inadeguata alla gravità della situazione. Lo pensa anche l’Onu, che mercoledì ha ammonito il governo brasiliano, la Vale e la BHP: non hanno fatto niente, negli ultimi 20 giorni, per cercare di fermare o prevenire i drammatici effetti del fiume di veleno.

Aggiornato sabato 28 novembre 2015 ore 11:42
TAG