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In Brasile non è solo l’Amazzonia a bruciare: allarme per il Pantanal

Pantanal

In Brasile non è solo l’Amazzonia a bruciare: centinaia di roghi stanno devastando anche il Pantanal, la più grande zona umida del mondo, patrimonio dell’Unesco.

Una distesa spoglia e brulla, annerita dal fuoco; giaguari affamati e assetati, con le zampe bruciate, caimani, serpenti e altri rettili bruciati vivi, intrappolati dalla fiamme; volatili senza più un solo ramo su cui posarsi: queste alcune delle immagine drammatiche descritte dai primi volontari e soccorritori che sono riusciti a farsi strada, tra i fumi, nelle aree del Pantanal colpite dagli incendi.

Quella che si estende tra Brasile, Bolivia e Paraguay è la regione umida più grande al mondo, il Pantanal, un’immensa pianura alluvionale che si estende per circa 150.000 km quadrati, che in questo 2020 è stata duramente devastata dalle fiamme: rispetto all’anno precedente gli incendi sono più che triplicati, soprattutto negli ultimi 3 mesi.

La situazione è grave, come ci conferma Julio Sampaio, responsabile Pantanal di WWF Brasile:

In base ai dati raccolti fino al 3 ottobre, le fiamme hanno raggiunto il 26% del territorio del Pantanal. Dal gennaio di quest’anno, con gli incendi abbiamo perso 13 milioni di ettari di foresta, comprese oasi protette. E potrebbe non essere finita qui: c’è ancora il rischio di nuovi roghi.
Alcune cause sono naturali, a partire dalla siccità che in questa regione perdura ormai da oltre un anno. Il rio Paraguay, che è il principale fiume responsabile dell’alluvione tipica del Pantanal, è al livello più basso della sua storia.
Vuol dire che in questa regione umida non ha piovuto per molto tempo, e non ci sono state le consuete inondazioni. Un contesto ideale per la propagazione dei fuochi, che sono però causati dall’uomo. Nelle fazenda, per il lavoro agricolo e per le attività produttive, la nostra legislazione permette di accendere fuochi, che sempre più spesso sfuggono al controllo. Gli incendi non sono ancora stati completamente domati: nonostante il lavoro dei pompieri, degli agenti, delle comunità, il Pantanal sta ancora bruciando. La nostra ultima speranza sono le piogge previste per questa settimana; se non dovesse piovere, purtroppo questa situazione di calamità continuerà.

A causare questa situazione è quindi un insieme di fattori: non solo la grave siccità, ma anche la deforestazione, che dall’inizio del mandato di Jair Bolsonaro alla guida del Paese è aumentata esponenzialmente. C’è poi, come abbiamo sentito, l’azione dell’uomo: sono soprattutto gli allevatori, che per guadagnare spazi da dedicare ai bovini, accendono il fuoco per aggiudicarsi nuove terre da sfruttare. Ma, con un suolo così secco, le fiamme sfuggono facilmente al controllo. Da parte delle autorità locali e federali ci sono pesanti responsabilità

Il governo federale e quelli degli stati che ospitano il Pantanal, cioè Mato Grosso e Mato Grosso do Sul, hanno deciso di intervenire vietando i fuochi, ma l’hanno fatto quando ormai gli incendi nel Pantanal avevano già assunto proporzioni gigantesche. Il governo federale dice che la situazione è ormai sotto controllo, e che sono stati attivati tutti gli sforzi possibili per contenere gli incendi, ma noi vediamo che questo non è vero: gli interventi sono arrivati tardi e procedono troppo lentamente.
Non ci sono molte strade nel Pantanal, è una regione che non si può girare coi mezzi di superficie, ci sono intere aree di difficile accesso. L’uso dei canadair sarebbe fondamentale, ma non ce ne sono abbastanza . Questi fattori hanno contributo a rendere la situazione grave, e la responsabilità è del governo federale.

WWF Brasil, con altre associazioni ambientaliste, sta portando avanti campagne informative e di raccolta fondi, che nell’immediato serviranno soprattutto per salvare e curare le migliaia di specie animali che abitano il Pantanal, una delle regioni a più alta biodiversità del mondo. La conta dei danni purtroppo non è ancora finita.

Foto dal sito ufficiale di WWF Brasil

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    Sara Milanese
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Nuovo piano UE per l’immigrazione. Il parere dell’eurodeputato Pietro Bartolo

migranti OIM - Decreti Salvini

Pietro Bartolo è stato per 30 anni medico a Lampedusa prima di diventare eurodeputato al Parlamento Europeo. La sua esperienza diretta di soccorso ai migranti è una tra le principali motivazioni alla base della sua scelta di entrare in politica. Il suo primo giudizio sul piano per l’immigrazione presentato dalla Commissione UE è però molto duro. L’intervista di Sara Milanese a Fino Alle Otto.

In base a quanto annunciato da Ursula Von der Leyen, che aveva parlato di cancellazione del trattato di Dublino, ci aspettavamo almeno un meccanismo obbligatorio di solidarietà basato sulla ricollocazione automatica dei richiedenti asilo, così come era prevista dalla riforma del regolamento di Dublino previsto già dalla precedente legislatura e passata a larga maggioranza al Parlamento UE. In realtà non c’è nessun superamento di Dublino; per me è motivo di profonda delusione e amarezza. Ad una prima lettura c’è anzi un sovraccarico sui Paesi di primo ingresso, a causa dell’inserimento di questo pre-screening, un controllo da effettuare probabilmente negli hotspot, praticamente ancora prima di entrare nel Paese. Abbiamo sempre rifiutato questa idea di un esame veloce per le richieste di asilo e qui il rischio è che qualcuno si trovi rimpatriato senza il tempo di presentare la richiesta. Poi c’è la proposta di una procedura accelerata, o procedura di frontiera, in cui si impone un periodo di massimo 12 settimane per l’esame delle domande. Così facendo molte delle persone non hanno nemmeno la possibilità di esprimersi, magari non conoscono la lingua, sono spaventati, vengono violati nuovamente i loro diritti fondamentali. C’è qualche cosa di buono, quando si parla di diritti dei minori, quando per i ricongiungimenti si riconosce il ruolo dei legami non solo famigliari ma anche della comunità; ora come famiglia si intende anche quella che si è formata durante il viaggio.

La trattativa tra Stati per definire il testo definitivo inizierà comunque da questo nuovo piano UE per l’immigrazione; saranno i Paesi di primo arrivo come Italia, Spagna e Grecia a fare il primo passo per modificare il testo?

Sicuramente inizierà una battaglia; io sono amareggiato, ma di certo daremo battaglia per cambiare il testo. Speriamo di riuscire a trovare un compromesso tra gli Stati, di certo i migranti non si fanno spaventare o fermare dalla prospettiva del rimpatrio. In questo piano si parla quasi esclusivamente di rimpatri, c’è quasi una forma di allergia a parlare di ricollocamenti. Noi pensiamo che sia invece questa la soluzione: renderli automatici e obbligatori, anche per i Paesi di Visegrad che sono contrari. Quando si arriva a Lampedusa, a Moria, in Grecia si arriva in Europa; e questo è diventato un problema europeo; di per sé il fenomeno migratorio non è un problema, l’hanno fatto diventare tale. Così come l’Europa ha dato risposta alla crisi legata alla pandemia, così deve trovare un’intesa sulle migrazioni.

Sul tema dei salvataggi in mare dei migranti il nuovo piano UE per l’immigrazione fa segnare dei passi in avanti?

La presidente Von der Leyen aveva ipotizzato una nuova missione di salvataggio, come era stata Sophia, come Mare Nostrum; in realtà per ora c’è solo una raccomandazione che chiede ai Paesi membri di non criminalizzare le ong, cosa che sta succedendo ancora anche in Italia. Dovremo cominciare da subito a eliminare quei decreti che colpiscono chi salva le vite in mare. E dovremmo, invece, incentivare gli altri canali di arrivo in Europa: i corridoi umanitari e gli altri canali regolari. Nessuno dovrebbe mettere piede in mare, perché il mare è crudele. Mi creda, io di morti ne ho visti tanti, anche mentre erano attive le missioni di salvataggio europee.

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    Sara Milanese
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3 libri da leggere durante l’estate per bimbi e bimbe dai 3 ai 6 anni

3 libri da leggere sotto l'ombrellone

Ogni settimana la Libreria dei ragazzi di via Tadino a Milano ci regala dei consigli per l’estate: 3 libri da leggere sotto l’ombrellone. In questo secondo appuntamento la libraria Silvia presenta 3 titoli perfetti per i bambini e le bambine dai 3 ai 6 anni:

È una fascia d’età molto interessante perché si lavora con dei testi molto brevi e ci sono illustrazioni accattivanti che creano un legame con il bambino; sono sempre storie che trattano tematiche in cui il bambino si può immergere.

Piccolo Elliot va in campagna, di Mike Curato, edizioni il Castoro, 32 pagine, euro 13,50

Sequel di “Piccolo Elliot nella grande città”, la storia di due amici, l’elefantino Elliot e il topino, che si incontrano in una città caotica, molto grigia e molto grande per loro, vista anche la loro dimensione rispetto agli adulti; è molto bello perché i bambini si riconoscono in questa sproporzione. Piccolo Elliot va in campagna è invece l’esperienza dei due amici che si immergono in una vallata di campi, di fiori, di zucche, dove scoprono la bellezza del vivere in campagna. È uscito nel 2018, ma è già un classico intramontabile.

Piccolo Elliot va in campagna

Il giardino più bello, Luca Tortolini, edizioni Il Castoro, euro 13,50

È un brevissimo libro che sensibilizza alla cura delle piante, dei fiori, e della natura; è la storia di un concorso che nasce in una città per il giardino più bello, e ogni persona cerca di inserirsi creando il proprio giardino personalizzato. Improvvisamente la città diventa piena di piante, di fiori; i parcheggi diventano delle distese verdissime, e il libro da grigio diventa sempre più colorato. È perfetto per l’estate.

Il giardino più bello

Chi trova un pinguino, di Oliver Jeffers, edizioni Zoolibri, euro 16, 40 pagine.

Racconta un’amicizia dolcissima dove un bambino incontra un pinguino che crede essersi perduto, in realtà il pinguino sta solo cercando un amico. Il bambino fa di tutto per riportarlo al Polo Nord, fanno insieme un bellissimo viaggio avventuroso; ma appena si separano perché uno resta da solo al Polo Nord, e l’altro riparte con il suo barchino, c’è un momento di mancanza reciproca. Piace ai bambini perché leggendolo si rendono conto di quanto possa mancare loro un amico, e di quanto sia importante l’amicizia.

Chi trova un pinguino

Se siete alla ricerca di altri libri per l’estate da leggere sotto l’ombrellone, potete recuperare la prima puntata della nostra rubrica a questo indirizzo.

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    Sara Milanese
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Consigli per l’estate: 3 libri da leggere sotto l’ombrellone

Ogni settimana la Libreria dei ragazzi di Milano ci regala dei consigli per l’estate: 3 libri da leggere sotto l’ombrellone. In questo primo appuntamento il libraio Fausto presenta 3 titoli perfetti per i ragazzi e le ragazze dagli 11 anni in su.

La mia lunga estate, di Hope Larson, graphic novel, editrice Il Castoro, 176 pagine, 15,50 euro.

È la storia di due ragazzi che vivono negli Stati Uniti. Lei si chiama Bina, lui si chiama Austin; sono grandi amici del cuore, anche se non hanno nessuna relazione sentimentale. Un’estate Austin parte per un ritiro di calcio, perché è un grande appassionato, e Bina rimane quindi da sola. All’inizio si chiamano e chattano continuamente, poi piano piano qualcosa si allenta, e Bina scopre altre cose, altre amicizie, altri legami. Sembra non succeda niente, ma in realtà stanno cambiando molte cose: quando Austin tornerà dal ritiro le cose saranno diverse.

La mia lunga estate

Alla fine del mondo, di Geraldine McCaughrean , Mondadori, 300 pagine, 17 euro

Un romanzo eccezionale, che ricorda molto Il signore delle mosche, ma anche Robinson Crusoe. È un’avventura molto estrema, ambientata in Scozia in un periodo storico molto preciso: all’inizio del 1700 in un’isola sperduta nel nord della Scozia, dove ragazzi ed adulti vanno periodicamente durante l’estate a recuperare cacciagione. In una di queste spedizioni un gruppo di ragazzi rimane bloccato su quest’isola. Non capiscono perché, nonostante siano passate settimane, nessuno li venga a recuperare. Inizia questa avventura di sopravvivenza in un ambiente duro; i rapporti di dominio, di sopraffazione e di rivalsa tra i personaggi aumentano man mano. C’è un’escalation non solo delle condizioni di vita imposta dalla natura, ma anche dalle loro fragilità psicologiche.

Alla fine del mondo

Catgirl, Valentina Manzetti, Piemme Il battello a vapore, 303 pagine, 16,50 euro.

Siamo nella provincia italiana meno sospettabile: a Borgomanero. Giunia Panza ha un gatto nero molto particolare, Yoda, che un giorno diventa un essere umano. È un’avventura in bilico tra il realistico, il magico e il fantastico, e anche il tecnologico: chat, videogiochi, fumetti… alieni! A Borgomanero! Soprattutto la prima parte fa molto ridere, consigliato per un momento di svago completo!

Catgirl

A questo indirizzo, invece, potete leggere i consigli a fumetti per l’estate 2020.

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    Sara Milanese
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Alleva la speranza

A Norcia c’è Arianna che sogna di aprire un agrinido; c’è Alba a Pieve Torina ( provincia di Macerata) che avrebbe bisogno di una recinzione anti-lupi per proteggere le sue capre. C’è Fabio a Santa Giusta di Amatrice che vorrebbe affiancare all’allevamento una struttura in grado di attirare di nuovo i turisti; e ancora c’è Teresa, nel teramano, che ha bisogno di una mungitrice mobile per le sue capre, per rendere meno faticoso il lavoro che da oltre due anni ormai viene fatto a mano dai suoi figli. (altro…)

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    Sara Milanese
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La terza Milano: la città dei volontari

Si chiama La terza milano, è un reportage fotografico che racconta le esperienze di volontariato meneghino.

Dopo Passengers e We play, è il terzo atto del progetto Milano sono io, un’idea dell’agenzia LUZ per raccontare la città di oggi e capire quella di domani, attraverso i lavori dei suoi autori. La mappa di Milano si arricchisce di tre percorsi; a Ubuntu abbiamo seguito appunto quello de La terza Milano, realizzato dal fotografo Marco Garofalo.

Dalle iniziative della Casa della Carità, all’associazione che organizza attività ricreative per disabili; dal sostegno ai senzatetto agli orti urbani: ogni foto racconta una storia di incontro e di solidarietà, un modo bello e immediato di mostrare quella parte di città che troppo spesso rimane sotterranea. Per ora il progetto è visibile solo online, ma ci auguriamo presto che diventi anche una mostra fotografica.

Sara Milanese ha chiesto a Marco Garofalo di presentare il suo reportage, e ha intervistato anche Claudia, dell’associazione GRATIS, una piccola realtà che, tra le tante iniziative, insegna a nuotare ai disabili. Ascolta qui

 

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    Sara Milanese
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Chi aiuta i piccoli supereroi

L’ingresso della TIN (terapia intensiva neonatale) del Del Ponte di Varese si trova al piano terra, subito sulla destra, sul vialetto che permette di accedere a quello dell’ospedale.

È quindi il reparto più facilmente accessibile, e la sua posizione un po’ separata dagli altri fa immediatamente intendere che è un reparto speciale. I muri interni con grandi disegni di orsetti e le seggioline colorate vogliono far sentire i bambini a loro agio, ma c’è una grande porta blindata che separa gli ambulatori pediatrici dalla TIN, a cui si accede solo dopo aver suonato un campanello ed essersi fatti identificare.

Quella porta nasconde un mondo molto delicato e fragile: quello dei neonati prematuri o con patologie, e i loro genitori. Un luogo dove convivono sentimenti tra loro contrastanti: speranza e dolore, paura e felicità, angoscia ed entusiasmo.

Poche persone hanno accesso a questa area; oltre ai famigliari dei piccoli degenti e a medici e infermieri, ci sono anche una decina di volontarie di TINCONTRO, associazione nata con il preciso scopo di sostenere le mamme e i papà che devono affrontare questa delicata fase della vita dei loro bambini. A trarne il maggior beneficio sono proprio loro, i piccolissimi pazienti, che possono contare su questo agguerrito esercito di zie e nonne acquisite che li coccolano e si prendono cura di loro quando mamma e papà non ci sono.

Laura, una di queste volontarie, ha raccontato la sua esperienza a Sara Milanese nella prima puntata di Ubuntu.

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    Sara Milanese
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Mamma non mollare!

“Amore mio, quelli con te sono stati gli anni più belli della mia vita, ma ora devo smettere, perché devo lavorare, e una donna che lavora non può essere anche una mamma. Mi dispiace”.
Forse sarebbe davvero questo il testo di una lettera di dimissioni se, invece di rinunciare al lavoro, le donne fossero costrette a rinunciare alla maternità. A proporre questa provocazione è, in un video che si conclude con lo stralcio delle lettere da parte dei bambini, la campagna Moms Don’t Quit (mamme non dimettetevi), ideata da FCB Milan.
Una campagna attiva in Italia ormai da qualche mese, visibile sui social con l’hashtag #momsdontquit, e che sta lentamente conquistando spazio anche su portali, magazine e quotidiani. L’obiettivo è quello di rompere “i pregiudizi che spingono ogni anno migliaia di donne a scrivere la loro lettera di dimissioni, costrette a scegliere tra maternità e lavoro”.

Che fosse un’iniziativa urgente e necessaria ce lo dicono i dati: in Italia, tra le donne lavoratrici che diventano mamme, il 30% lascia il lavoro entro i primi due anni di vita del bambino.
L’abbandono del lavoro non è sempre una scelta: solo nel biennio 2010-11, circa 800.000 donne sono state forzate a lasciare il lavoro firmando al momento dell’assunzione una lettera di dimissioni in bianco, da far valere in caso di maternità. Ed è in particolare contro questa pratica che si rivolge la campagna Moms don’t quit, che sta raccogliendo le firme per una petizione da presentare alle istituzioni, chiedendo sostegni per le mamme che lavorano.
Se è difficile continuare a resistere nel mondo del lavoro per chi già ne fa parte prima della maternità, figuriamoci per chi (precaria, collaboratrice, disoccupata) deve entrarci nuovamente o per la prima volta da mamma. Anche in questo caso i dati ci aiutano a capire la situazione italiana: la disoccupazione femminile sopra i 34 anni raggiunge il 13,2%; la media europea è dell’8,8%. Nel 2016 eravamo al penultimo posto in Europa per l’occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni.

Irene, mamma di Alessandro, 6 anni, e Lorenzo 3, ci ha messo due anni per trovare un nuovo impiego dopo la maternità; Sara invece, mamma di Pietro 13 anni, e Matilde, 10, per ricominciare a lavorare, ha dovuto proprio inventarsela, una professione.
Queste le loro storie, raccontate nella prima puntata di Maternity Rules.
Irene
irene

Sara

sara intervista

Il podcast della prima puntata di Maternity Rules

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    Sara Milanese
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Sulle tracce dei migranti in Sicilia

Hotspot di Augusta
Hotspot di Augusta – @AlessandraLanza

Il nostro viaggio sulle tracce dei migranti inizia in due di quei porti siciliani dove attraccano le navi che salvano le vite in mare: Pozzallo e Augusta.

Giulia è un’infermiera di Emergency che lavora nell’accoglienza. Ad Augusta ci accompagna proprio all’interno dell’hotspot, allestito in un’area del porto dal 2014. Con lei passeggiamo tra le tende che accolgono africani, afghani, siriani; passiamo di fronte ai container con il materiale del soccorso, e ci fermiamo davanti alle tende dove avvengono i primi colloqui tra le persone appena soccorse e le autorità italiane.

Giulia ci spiega che tutti quelli che sbarcano vengono visitati, ma che a volte i soccorsi sono così tanti che prima viene definito un ordine di priorità, e che quindi alcuni dei migranti che arrivano da un viaggio lungo giorni interi devono comunque aspettare ore prima di ricevere cure mediche.

Bader invece, è uno dei mediatori culturali che aiutano e orientano i migranti al loro arrivo, per facilitare le visite mediche. Disidratazione, sintomi da raffreddamento, problemi intestinali, ustioni… queste alcune delle patologie più diffuse tra i migranti che sbarcano. Le donne invece hanno necessità di cure diverse: molte di loro scoprono qui di essere incinta, sempre a causa delle violenze sessuali subite nel viaggio. Per molte di loro è l’ennesimo shock.

Anche per questo Emergency ha deciso di aprire una divisione di psicologi all’interno dell’hotspot; Valentina Cascio ha raccontato ad Alessandra i principali disagi che si trova ad affrontare: ai traumi per le violenze subite spesso si somma il dramma di aver perso qualche caro in Libia, o gli shock legati al viaggio in mare. Minorenni costretti a riconoscere il cadavere dei propri parenti affogati in mare; giovani coppie divise in Libia e poi riunite nella traversata del Mediterraneo; ragazzi che non hanno il coraggio di avvisare i famigliari rimasti nel Paese d’origine della morte di un congiunto: queste solo alcune delle toccanti storie che ci racconta Valentina. Quella di Abdul, che si trova in un centro di prima accoglienza (CAS), è una di queste: costretto a lasciare la Sierra Leone, dove lo zio lo aveva spinto ad entrare in un giro di prostituzione, al suo arrivo ad Augusta ha perso i contatti del fratello minore, di cui ha perso ogni traccia ora.

Ascolta la prima parte dello speciale “Sulle tracce dei migranti in Sicilia”

 

Don Carlo d'Antoni
Don Carlo d’Antoni – @AlessandraLanza

Dai CAS il viaggio di Alessandra ci porta anche a conoscere un’esperienza di accoglienza particolare: quella di Don Carlo d’Antoni, che ha aperto la sua chiesa, nella periferia di Siracusa, agli immigrati. Nella sua canonica trovano infatti posto i giovani migranti che, usciti dai circuiti di accoglienza, sono ancora in attesa dei documenti, ma che non hanno un domicilio sicuro a cui farsi mandare le comunicazioni ufficiali. La storia di Mohammed, uno dei giovani ospiti della canonica, esemplifica bene le contraddizioni delle procedure italiane per l’attribuzione dei documenti. La parrocchia di don Carlo oggi è svuotata: non tutti i fedeli hanno apprezzato la sua apertura. Ma don Carlo va avanti!

Migranti in piscina
Il circolo Canottieri Ortigia di Siracusa – @AlessandraLanza

L’ultima tappa del nostro viaggio in Sicilia è una piscina: al circolo Canottieri Ortigia di Siracusa incontriamo Mamadou che, grazie all’iniziativa di Caterina Filippelli, ha avuto la possibilità di confrontarsi nuovamente con l’acqua, frequentando un corso di nuoto, per combattere la paura che la traversata del Mediterraneo ha impresso in lui e in tanti altri migranti. Per molti di questa ragazzi questa possibilità diventa una vera rinascita.

Ascolta la seconda parte dello speciale “Sulle tracce dei migranti in Sicilia”

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    Sara Milanese
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Migranti, emergenza annunciata a Roma

Dal 1 luglio a Roma ci sono 400 persone che dormono sull’asfalto, su materassini da campeggio, i più fortunati dentro ad alcune tende. Sono migranti in transito, dei “fantasmi” per le istituzioni, e quando arrivano nella capitale sanno bene che c’è un solo luogo dove possono trovare assistenza o aiuto: l’ex Centro Baobab, sgomberato lo scorso dicembre e ora costretto ad accogliere le persone per strada, in un improvvisato campo in via Cupa, tra la stazione Termine e quella Tiburtina.

“Abbiamo chiuso un tratto della via, dopo una trattativa con la polizia” spiega Andrea Costa, responsabile dei volontari del Baobab; ma l’accampamento non può nemmeno spostarsi dall’altra parte della strada Tiburtina con cui confina: verrebbe sgomberato. Le tende e i migranti in transito sono ammassati a ridosso della struttura che potrebbe accoglierli tutti in maniera molto più dignitosa, ma il Centro in cui l’estate scorsa hanno trovato rifugio fino a mille migranti è stato sgomberato, per non meglio precisate ragioni di sicurezza, nel dicembre scorso dal Prefetto Paolo Tronca.

“Lo dicevamo già un anno fa, l’abbiamo ribadito il sei dicembre quando ci hanno sgomberato dalla nostra sede: a Roma non esistono strutture per accogliere i migranti in transito: era chiaro che sarebbe successo questo”, conclude Andrea Costa. Sta infatti succedendo esattamente quello che i volontari del Baobab avvertono da mesi: con l’aumento degli sbarchi sulle nostre coste, i migranti in cammino verso il nord Europa, dove si vogliono ricongiungere coi loro famigliari, si riversano sulle strade delle nostre città italiane.

Sono donne, bambini, uomini che arrivano da viaggi drammatici, da una permanenza traumatica in Libia, dall’attraversamento del deserto. Sono sopravvissuti a naufragi in mare, molti sono traumatizzati, non conoscono né inglese né italiano e faticano a comunicare i loro bisogni. Si fermano pochi giorni: chi solo un paio di notti, chi una settimana, in attesa di ricevere i soldi dalle famiglie per continuare il viaggio. L’estate scorsa il centro ha accolto fino a mille persone, ma poteva contare su una struttura recintata, con una cucina, l’elettricità, l’acqua corrente, un magazzino, dei frigoriferi, dei bagni. Ora invece è tutto molto più precario. “Ci potrebbe servire una cucina da campo, ma ha senso piantarla se tra due giorni ci sgomberano? Ha senso triplicare i bagni?” continua Andrea.

Il Comune di Roma sapeva perfettamente di non avere strutture adeguate a far fronte a questa situazione, ma non se ne è preoccupato, e non ha rispettato la promessa di trovare una nuova sistemazione al Baobab, così come non ha risposto alle proposte avanzate dai volontari per trovare una nuova sistemazione.

Ignorati dalle istituzioni, i migranti possono contare solo sul buon cuore dei cittadini e dei volontari del Baobab, che ogni giorno cucinano da casa e portano qui pasta, pizza, frutta, vestiti, scarpe, pannolini per bambini, biscotti, medicinali.

Una settimana fa i migranti accolti erano un’ottantina, e i volontari riuscivano, comunque a fatica, a far fronte a tutte le richieste e le necessità, riuscivano perfino a trovare una sistemazione più sicura e dignitosa per donne e bambini grazie alla Croce Rossa.
(ve lo abbiamo raccontato anche a Welcome, ascolta qui la puntata):


Ora che i numeri sono più che quadruplicati anche questa rete sta saltando, e sono costrette a dormire su materassini per terra anche le donne in cinta, o le mamme con figli piccoli. Ma l’estate è ancora lunga, e i volontari del Baobab non possono affrontare da soli questa situazione: il Comune di Roma dovrà prendere al più presto provvedimenti.

Come sostenere il Baobab
Ogni giorno sulla pagina di fb del Baobab si trova la lista di cosa serve ai volontari; è possibile anche fare una donazione al conto corrente, tutti i dati si trovano nel blog.

 

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    Sara Milanese
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Piccolo è accogliente: il caso Sant’Alessio

Nel comune di Sant’Alessio in Aspromonte,  a pochi chilometri da Reggio Calabria, i 400 cittadini accolgono trenta richiedenti asilo. Questo non è l’unico motivo che ha convinto l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ad inserire Sant’Alessio tra i dieci comuni con il miglior progetto SPRAR di accoglienza: il sindaco di Sant’Alessio, Stefano Ioli Calabrò, grazie anche ad un’equipe di giovani che segue il progetto dall’esordio, nel 2014, sta valorizzando al massimo i vantaggi dell’accoglienza, dimostrando, ancora una volta, che la solidarietà ripaga.

“Nel primo comune in cui abbiamo iniziato un progetto SPRAR, qui vicino, siamo stati accolti a braccia aperte dal sindaco – racconta Luigi De Filippis , medico e responsabile dell’equipe SPRAR a Sant’Alessio-. La scuola stava per chiudere, e si sa che, nel momento in cui si ritrova senza scuola, un paese finisce per avere un’involuzione spesso irreversibile. Portando famiglie di migranti, con figli quindi in età scolare che si sono iscritti in quella scuola, abbiamo permesso di tenere la struttura aperta”. Un chiaro vantaggio per tutta la comunità.

Non è finita qui, perchè nei piccoli comuni come questo l’accoglienza fa davvero bene: “Dalle botteghe di paese, ai piccoli esercizi commerciali, allo sfruttamento delle case sfitte: il territorio ha una ricaduta immediata e questo per me è l’elemento davvero vincente della microaccoglienza in piccoli centri”, continua De Filippis. A tutto questo si somma anche la creazione di posti di lavoro sul territorio, perché le figure necessarie alla gestione del progetto vengono cercate tra le competenze sul territorio, possibilmente all’interno degli stessi comuni di ospitalità. Tutti questi elementi permettono di creare un indotto positivo per il territorio, una vera a propria arma contro lo sfruttamento della manodopera migrante: “Si sente spesso dire che i migranti ricevono 35 euro al giorno, è una cosa che ormai fa sorridere. La verità è che comunque i soldi destinati al mantenere questi richiedenti asilo rientrano nel territorio, e si creano le condizioni per la crescita di un’economia sana, che sfugge alle logiche del mercato nero”.

Attualmente Sant’Alessio ospita 5 nuclei familiari ed un appartamento con sei richiedenti asilo single. Tra loro c’è Sunny, nigeriano. “Mi piacerebbe trovare lavoro a Reggio Calabria, che è la città più vicina – racconta -. Sai, da quando sono arrivato in barcone dall’Africa, sono stato quasi sempre in Calabria: a Reggio, a Crotone, e ora qui. Mi avevano trasferito per un periodo anche a Caserta, e poi a Napoli, ma non mi sono trovato bene: è questa è la terra che mi ha salvato dal mare e che mi ha accolto, voglio restare qui. Mi piace la gente qui: sono tutti accoglienti, davvero non sono razzisti, sono sempre gentili con noi”. Anche Salifu, ghanese, è a Sant’Alessio da pochi mesi: “Sono arrivato in Italia un anno fa, dalla Libia. Sono arrivato in Sicilia, sono stato anche a Siracusa, prima di essere trasferito al CARA di Mineo, dove eravamo davvero in troppi. Da dicembre sono qui a Sant’Alessio, in casa siamo solo in sei, si sta molto meglio”.

Mohamed viene invece dal Gambia, ha viaggiato con Salifu dalla Libia, con lui è stato al CARA di Mineo, e infine a Sant’Alessio: “Sto bene con la gente di Sant’Alessio, non ho ancora degli amici veri qui, ma passeggiando per le strade la gente mi ferma e mi chiede come va, e io mi sforzo di capire quello che mi dicono in italiano e di rispondere, perché loro non parlano in inglese. È anche per questo motivo che mi piacerebbe fermarmi a Sant’Alessio, ma tutto dipenderà dal lavoro che riuscirò a trovare dopo il tirocinio, e se riuscirò a trovare casa qui”.

Ascolta la puntata di Welcome dedicata a Sant’Alessio

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    Sara Milanese
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Trento, da accolti ad accoglienti

Arrivare in Italia cercando accoglienza e diventare invece a propria volta degli “accoglienti”: succede a Trento, grazie al progetto “Residenzialità leggera”, attivo ormai da 4 anni, che vede la collaborazione tra Comune di Trento, Provincia, Servizi Sociali, Centro di Salute Mentale, l’associazione Trentina di Accoglienza stranieri, la fondazione Comunità solidale.
L’idea alla base è di far incontrare due disagi: da una parte quello mentale, dall’altra quello di chi ha perso il lavoro, di chi è uscito da una dipendenza, o dalla galera. Oppure il disagio di chi è stato costretto a lasciare il proprio Paese di origine, ha affrontato un drammatico viaggio per arrivare in Italia, e ora sta cercando di trovare la propria strada.

Omar e Giuseppe, da coinquilini ad amici

È quello che è successo per esempio ad Omar: ivoriano, è arrivato in Italia nel 2007 per sfuggire alla guerra civile nel suo Paese. Passa dalla Libia, arriva a Lampedusa, viene trasferito a Siracusa, ottiene l’asilo politico. Coi documenti in regola, si trasferisce a Roma. «Dormivo alla stazione Termini, fuori, all’aperto. Non facevo altro che pensare al mio Paese, non avrei mai immaginato che, in Italia, avrei dormito per terra. Ogni sera dovevo recuperare dei cartoni come materasso, mi sdraiavo davanti alla gente, al freddo, sotto la pioggia. Le giornate passavano cercando un posto dove lavarmi, o dove mangiare. Ma nel frattempo ho anche frequentato dei corsi di italiano per stranieri». L’esperienza di senzatetto lo segna profondamente: un giorno decide di lasciare l’Italia e sale su un treno, direzione: Austria. Costretto da uno zelante controllore a fermarsi a Trento, inizia a frequentare la mensa della Caritas e un dormitorio, per un breve periodo. I primi mesi non promettono niente di buono, ma lentamente le cose migliorano, e due anni dopo, è il 2012, frequenta un corso per diventare “accogliente”, cioè coinquilino “formato” di una persona con disagio mentale. Omar diventa la guardia del corpo di Giuseppe Romano, 50 anni, che “sente le voci”. «Sono tre anni che viviamo assieme, tra noi c’è un rapporto molto forte. Siamo amici, fratelli. Ormai capisco in anticipo quando Giuseppe sta per avere una crisi, eppure a volte sono ancora difficoltà quando lui sta male, ma a casa con noi vivono un’altra coppia di accogliente-accolto, e ci diamo una mano».

Il legame tra Omar l’ivoriano e Giuseppe il malato mentale è così forte che i due oggi hanno deciso di diventare coinquilini. Omar non è più il badante di Giuseppe: lavora in un centro di accoglienza come mediatore culturale.

Ascolta la storia di Omar
omar

Le altre storie: Michele, Nitudem, Fabien

L’obiettivo del progetto con Omar e Giuseppe è stato raggiunto: l’accolto Giuseppe non dipende più solo dai servizi sociali; Omar ha sfruttato il periodo di contratto come accogliente per terminare gli studi e trovare un lavoro. Il loro non è un caso isolato: ad oggi sono attive 40 accoglienze. Le storie dei migranti accoglienti sono tante, e tutte diverse.
Michele, studentessa camerunese in Italia da quasi 7 anni, è stata costretta a fermare gli studi per problemi di salute. Ora è l’accogliente di due signore anziane, e di un terzo italiano molto particolare: «La prima volta che mi ha visto è scappato» mi racconta «ma le cose ora stanno andando meglio. È un grande amante dell’orto».

Ascolta la storia di Michele
michele

Anche Nitudem ha abbandonato gli studi di Economia ed è diventato l’angelo custode di Alessandro. «Conviviamo da pochi mesi, la prima volta che ha avuto una crisi quasi andavo in crisi anch’io! Ho scoperto che questo settore mi piace, e sto pensando di cercare un lavoro nel sociale».
La storia di Fabien è molto simile a quella di Omar: dal Camerun si ritrova a lavorare in Libia. Nel 2011 la sua ditta chiude, lui è costretto ad andarsene. In Italia ci arriva dopo un viaggio in barcone, nell’agosto dello stesso anno.
Oggi ha un contratto a tempo indeterminato come badante e vive da più di un anno al fianco di Adriano: «Le relazioni a volte sono difficili tra persone che stanno bene, figurati con un malato mentale: abbiamo avuto bisogno di tempo per conoscerci. Ora abbiamo trovato l’equilibrio: lui sa fino a dove può spingersi. L’obiettivo di questo progetto è di aiutarlo ad essere autonomo, e quindi io non faccio tutto quello che fa un badante. Oppure lo faccio, e lo faccio volentieri, quando vedo che lui non è in condizioni di fare niente, e lo valuto io questo, perché vivo con lui e lo conosco. So quando non vuole fare qualcosa e so quando non può perché il disagio glielo impedisce».

Vantaggi per tutti

«Alcune delle agenzie che lavorano a Trento ormai conoscono il nostro progetto, sanno quanto bravi e preparati siano i nostri accoglienti e ci chiamano tutte le volte che cercano badanti» Spiega Marina Cortivo, coordinatrice del progetto per il Centro di Salute Mentale.
«Dal punto di vista degli utenti la qualità della vita migliora. Alcuni di loro non trovavano risposta alle loro esigenze nelle strutture a loro destinate, e ci avevano fatto spendere denaro e risorse perché le istituzioni non riuscivano a trovare loro una collocazione», continua Cortivo. Il cambiamento è chiaro: se una persona con disagio vive in una struttura è totalmente a carico della comunità. Se invece vive in una casa, lavora, e punta quindi ad essere autonomo, anche economicamente. Inoltre garantisce un posto di lavoro per un accogliente o per un badante, e anche il migrante, in questo caso, non è più a carico dei servizi.

Ascolta la puntata di Welcome dedicata a Trento, andata in onda il 17 aprile

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    Sara Milanese
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Un “gelato sospeso” contro la crisi

La crisi costringe a tagliare quello che non è necessario, e a farne le spese sono spesso anche i piccoli piaceri quotidiani. La tradizione napoletana del caffè sospeso, cioè quella di pagare in anticipo un caffè a chi sarebbe costretto a rinunciarci, risponde proprio a questo bisogno. Si tratta però di un bisogno “adulto”, anche se le piccole rinunce dettate dal “tirare la cinghia” pesano pure sui piccoli. La campagna Gelato sospeso 2.0 è nata proprio pensando a loro, e propone alle gelaterie di tutta Italia di invitare i propri clienti a pagare un gelato, lasciandolo “sospeso”, per chi non se lo può permettere. “L’idea è nata proprio parlando con le mamme che si rivolgono a noi tutti i giorni per avere un aiuto”, spiega Gabriella Salvatore, responsabile della campagna social del gelato sospeso, iniziativa dell’Associazione Salvamamme, alla quale si rivolgono le mamme e le famiglie in difficoltà, economica ma non solo. “La campagna funziona proprio come il caffè sospeso: ci siamo rifatte a questa tradizione napoletana, andando a plasmarla sulle necessità dei bambini. Purtroppo sappiamo che, in un periodo di crisi, come questo le famiglie non riescono ad accontentare le richieste, seppur piccole, dei figli”.

Nell’estate 2015 Salvamamme si è allora inventata la campagna “gelato sospeso”, e, considerato il buon successo dell’iniziativa, quest’anno si replica.

La campagna è iniziata il 1 giugno, e proseguirà fino al 10 settembre”, continua Gabriella “Noi lavoriamo a Roma, ma nella sua prima edizione la campagna è andata ben oltre i confini della città ed è diventata nazionale. Quest’anno per esempio abbiamo già avuto un’adesione molto forte da parte della Puglia, e anche dalla città di Milano per esempio”.

Nato per rispondere alle esigenze dei bambini, il gelato sospeso si è rivelato anche un dolce pensiero anche per gli anziani “Ci siamo resi conto già nella prima edizione che in estate anche gli anziani hanno bisogno di queste piccole dolcezze da parte di una società che spesso li trascura, e quindi abbiamo portato noi dei gelati sospesi in alcune case di riposo”, racconta ancora Gabriella.

Aderire all’iniziativa è semplice: le gelaterie devono dare la propria disponibilità all’associazione, scaricare i volantini ed esporli in bella vista nel proprio negozio, assieme ad un vaso trasparente dove i clienti potranno mettere l’offerta per il gelato sospeso. Ognuno si noi può quindi cercare la gelateria che aderisce alla campagna più vicina, e lasciare in sospeso il suo gelato. La gelateria, infine, emetterà regolarmente lo scontrino al momento della consegna del gelato. “L’estate scorsa abbiamo raggiunto 20mila bambini” conclude Gabriella “Segno che in Italia c’è ancora molta voglia di essere solidali”.

Ascolta l’intervista a Gabriella Salvatore dalla puntata di Periferie del 2 giugno
gelato sospeso

La campagna è anche su facebook

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    Sara Milanese
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“Li ospito a casa mia!”

Nel maggio 2015 nei porti liguri arrivano migliaia di migranti. Giovanna Cossia de Poli, proprietaria del Resort “La Francesca” di Bonassola, decide di farsi avanti per ospitare chi le sembra più vulnerabile: le madri sole con figli al seguito. La sua disponibilità però fatica a trovare un interlocutore: la Prefettura di La Spezia la lascia in sospeso per settimane.
Intanto, in seguito alla pubblicazione di una sua lettera aperta, pubblicata nelle pagine locali dei quotidiani La Nazione e il Secolo XIX, nella quale spiega la sua intenzione di accogliere da privata, alcuni migranti, Fratelli d’Italia e la Lega Nord la attaccano, e approfittando del giorni di mercato a Bonassola organizzano un banchetto per denunciarla: vuole snaturare  “il turismo di qualità e il benessere dei cittadini” dicono, “visto che i migranti portano malattie”. Giovanna ingaggia sui quotidiani un dialogo a botta e risposta con chi la critica, e scoppia un caso: arrivano le televisioni, lei si presta alle interviste, ma le istituzioni locali rifiutano il confronto.
Dalla Prefettura, intanto, ancora niente. Giovanna si rivolge alla casa della Carità di Milano e alla Caritas spezzina, ma alla fine è la Croce Rossa a risponderle: in settembre, l’ente (l’unico, con la Caritas, accreditato nella gestione dei migranti nella provincia di La Spezia) le propone di ospitare due coppie di sposi nigeriani, tra i 29 e i 35 anni.

Un rapporto difficile

L’accordo prevede che lei ospiti i giovani gratis per nove mesi, fino a maggio, mentre la Croce Rossa, che incassa dal Ministero dell’Interno la diaria per migrante, continuerà a fornire loro i servizi previsti della Prefettura: assistenza legale e sanitaria, mediazione culturale, insegnamento dell’italiano.
L’esperienza non si rivela idilliaca: il dialogo coi ragazzi è difficile, loro non sembrano aver voglia di aprirsi, non raccontano quasi niente di loro e del loro viaggio.
Nel frattempo tutti e 4 ottengono il permesso di soggiorno per sei mesi, e iniziano a lavorare nel resort: le ragazze per le pulizie, i ragazzi nella manutenzione e nel giardinaggio. Affiancano gli altri lavoratori, molti sono stranieri: rumeni, ucraini. In febbraio si scopre che una delle due coppie avrebbe mentito, e che in realtà i due non sono sposati. Il rapporto di fiducia nei loro confronti inizia a logorarsi.
Poco dopo la venuta a galla di questa verità, la coppia “scoppia”, con anche pesanti accuse da parte della ragazza, che viene immediatamente trasferita. La seconda coppia viene alla fine trasferita dalla Croce Rossa in un altro alloggio. A La Francesca resta solo un ragazzo, Samuel, che però, senza informare nessuno, sposta la residenza in questo suo alloggio provvisorio. E che, il 2 di maggio, allo scadere del permesso di soggiorno, scompare: «Se n’è andato, non sappiamo dove sia» spiega Giovanna.

Il ruolo fondamentale della mediazione culturale

Sembra evidente che in tutti questi mesi è mancato un elemento chiave per far funzionare la relazione: la mediazione culturale. «Il mediatore che li segue io non l’ho mai visto, non ci ho mai parlato, e soprattutto non è mai venuto: la Croce Rossa ha detto che farlo venire al resort sarebbe costato troppo». Questo nonostante l’ente abbia intascato la diaria dei 4 ragazzi senza avere l’onere di vitto e alloggio.
Per Simonetta Lombardi, responsabile per la Croce Rossa di La Spezia della logistica per i richiedenti asilo, la mediazione culturale non deve essere colpevolizzata, e in fondo, considerato il vario panorama delle esperienze di accoglienza a La Spezia, deve ammettere: «Questa è stata una buona esperienza di accoglienza per noi, è stata positiva».

La solidarietà non si arrende

Nonostante le difficoltà di questa prima esperienza di accoglienza, Giovanna continua a credere che tenere la porta aperta sia l’unica scelta possibile, ed ha rinnovato la disponibilità di accogliere una madre sola. «Resto della mia idea: dobbiamo accoglierli. D’altra parte, qual è l’alternativa? Non certo un’Europa fatta di muri!».

Ascolta la puntata di Welcome ambientata a Bonassola (andata in onda il 3 aprile)

 

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    Sara Milanese
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Latronico, dalla diffidenza all’accoglienza

Mi trovo molto bene qui: la gente è molto amichevole, aiuta sempre per quello che può. Ormai ho capito che anche loro hanno tanti problemi, ma non hanno perso la voglia di aiutare gli altri. Per questo, a differenza di tanti altri migranti che non vogliono fermarsi, io ho deciso di stare qui” è positiva l’esperienza di Amin, iraniano, da due anni in Italia e oggi ospite del centro Sprar di Latronico, poco più di 4mila abitanti in provincia di Potenza. “Ho trovato casa, ho anche molti amici italiani, ma purtroppo non riesco a trovare lavoro: sono laureato in Ingegneria e in Inglese, ma non ho ancora convertito i miei titoli di studio”.
Ascolta la testimonianza di Amin
Amin da Latronico

 

La ricerca del lavoro è la condizione che accomuna i cittadini latronichesi ai migranti ospiti del centro Sprar, che da un paio di anni arrivano qui regolarmente per un periodo di ospitalità, anche se non sono mai più di una trentina alla volta: “Non abbiamo avvertito la crisi, perché siamo sempre stati in crisi: siamo nel Sud d’Italia, in Basilicata, nell’entroterra!” Racconta Vincenzo Castellano, assessore al Commercio, alla Cultura e alle Politiche giovanili del comune di Latronico, che ha la delega anche per occuparsi dei migranti. “Stiamo vivendo da anni uno spopolamento continuo: 50 persone in meno ogni anno. Il centro Sprar ha però permesso di garantire dei posti di lavoro ad abitanti di Latronico, per esempio, mentre stiamo lavorando per attivare i tirocini per i richiedenti asilo in attività che siano socialmente utili per la comunità, attivando una politica di integrazione anche dal punto di vista lavorativo”.

In questo piccolo comune lucano di poco più di 4000 abitanti, la depressione economica si fa sentire, e gli echi del “lavaggio del cervello mediatico di cui si fa portavoce un esponente politico con la barba e la maglia verde”, come dice Castellano, sono arrivati fino a qua. Tanto che, all’annuncio del progetto di accoglienza, la struttura identificata per accogliere i primi migranti venne distrutta da un incendio, i cui responsabili non sono stati mai identificati. Questo episodio non ha fermato l’amministrazione comunale, che ha iniziato una campagna di informazione per spiegare per bene ai cittadini che con l’arrivo dei migranti il paese non sarebbe stato più “insicuro”.

Ben presto la solidarietà e il proverbiale senso di accoglienza si sono imposti: “La chiave di volta è stato un semplice episodio: una signora anziana, che era tra le più accanite detrattrici del progetto di accoglienza, ha preparato una torta per il compleanno di una bambina accolta nel primo centro. Da allora le cose sono solo migliorate, basti pensare che alcuni dei ragazzi che sono ospiti negli appartamenti nei nostri due centri giocano nella squadra di calcio locale”.

Ascolta la puntata di Welcome a Latronico

 

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    Sara Milanese
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Una centrale a gasolio minaccia Favignana

Tre ciminiere, alte 15 metri, sette generatori a gasolio, a poche centinaia di metri dal mare: è il progetto che minaccia alcune tra le spiagge più belle di Favignana, come Cala Azzurra, Cala Rossa e Bue Marino.

Un progetto per la costruzione di una centrale elettrica vecchio di 15 anni, che però ha ottenuto il via libera dalla regione Sicilia e anche dalla Soprintendenza.

La più grande delle isole Egadi non è legata alla rete Enel, e per la Regione la questione energetica è di “preminente interesse pubblico”, con buona pace del bellissimo paesaggio agreste che verrebbe deturpato, senza contare l’impatto ambientale e i possibili risvolti negativi sul turismo.

Nel 2013, la Soprintendenza, aveva stabilito che in quella stessa area (due ettari, peraltro sotto la tutela dal Piano Paesaggistico e dall’Area Marina Protetta delle Isole Egadi, la più grande d’Europa) non si sarebbe potuto costruire nemmeno un muretto. Nel terreno dove dovrebbe sorgere la centrale, invece, si possono costruire ciminiere, capannoni in cemento armato, silos, sala macchine.

Com’è possibile? È possibile perché l’amministratore delegato di Sea, la Società Elettrica di Favignana Spa che vende l’energia all’isola, è anche Ad di Selma Srl, la società proprietaria del terreno, immerso nell’area protetta, sul quale sorgerà la centrale contestata.

“Nessuno vuole questa centrale: non la vogliono gli albergatori, non la vuole la gente, non la vuole il Comune” conferma Michele Rallo, consigliere comunale di Favignana e membro del direttivo di Legambiente Sicilia; “La Sea ha comunque bisogno che il Comune approvi la variante urbanistica per quel terreno. Il consiglio comunale è però contrario alla modifica, e ha promosso una campagna mediatica contro il progetto della centrale”.

Il clamore di stampa e giornalisti ha spinto l’azienda a chiedere una sospensione di sei mesi del progetto, in attesa di poter presentare un altro progetto da affiancare a quello della centrale a gasolio, basato però sullo sfruttamento di energie rinnovabili. Per garantire l’energia all’isola, afferma la Sea, le fonti rinnovabili da sole non bastano.

“Noi non vogliamo la cementificazione di quella zona, e vogliamo invece che la vecchia centrale, dove già adesso la Sea produce energia elettrica, si rinnovi, attraverso le nuove tecnologie, e vada verso le rinnovabili” continua Rallo.

La sospensione del progetto quindi non è da considerarsi una vittoria: “Il nostro timore è che la Regione Sicilia ignori la posizione del Comune e degli isolani e si nasconda dietro l’interesse nazionale e modifichi da sola la variante urbanistica per dare il definitivo via libera al progetto”.

Ascolta l’intervista a Michele Rallo

Intervista a Michele Rallo

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    Sara Milanese
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La rinascita del Baobab

Era stato sgomberato a dicembre su ordinanza del commissario straordinario di Roma, Francesco Paolo Tronca, ma ora i volontari che l’anno scorso hanno accolto oltre 35mila migranti di passaggio nella capitale si stanno riorganizzando: il nuovo Baobab sorgerà nel quartiere Tiburtina, tra la stazione dei treni e quella degli autobus. I volontari vogliono occupare l’ex Istituto Ittiogenico, abbandonato da anni e di proprietà della Regione Lazio, per allestire un nuovo campo di accoglienza.

“Gli sbarchi sulle nostre coste stanno già aumentando, gli hotspot nel Sud Italia già non contengono più i migranti che arrivano, a breve ricomincerà il passaggio di chi attraversa l’Italia verso il Nord Europa”, spiega Andrea Costa, coordinatore dei volontari del Baobab. “Gli esperti ci dicono anche che la chiusura della rotta balcanica dirotterà in Italia i migranti dall’Est”.

Tutti gli elementi sul tavolo indicano che tra poco migliaia di migranti arriveranno nelle maggiori città italiane, in direzione nord Europa. Il tempo per organizzarsi ed evitare che questa diventi l’ennesima emergenza è poco: “C’era tutto il tempo per prepararsi adeguatamente, non è stato fatto. Ancora una volta, accoglienza e corridoi umanitari saranno organizzati dal basso”.

L’ex Istituto Ittiogenico comprende due grossi edifici, al momento inagibili, e un ampio spazio dove nel frattempo può essere allestito un vero e proprio villaggio, con tanto di ospedale da campo. Le grosse associazioni come Save the Children, Emergency, Arci, perfino l’Unhcr, hanno già dato la loro disponibilità a collaborare e partecipare. Chi non ha mai risposto al progetto sono invece le istituzioni. Ma l’urgenza di accogliere degnamente chi è già in viaggio verso l’Italia è più forte della paura di nuovi sgomberi: “Se le autorità decideranno di cacciarci si dovranno prendere la responsabilità delle loro azioni: noi continuiamo a ribadire che a Roma non ci sono, ad oggi, strutture adeguate ad accogliere migranti transitanti”, continua Costa “Già oggi basterebbe l’arrivo di un treno con 40 migranti e la città non sarebbe in grado di gestirli”.

I volontari del Baobab non si stanno però solo occupando di prepararsi all’accoglienza, ma hanno lanciato un appello a livello nazionale per la creazione di una rete dal basso, perché l’esperienza dell’estate 2015 ha mostrato loro che, anche senza il sostegno delle autorità, cittadini e associazioni possono garantire la sicurezza dei migranti negli spostamenti. “Da Roma informavamo Bolzano dicendo che 40 migranti, tra cui 20 uomini, 10 donne, 10 bambini, erano diretti là; da un lato i volontari si preparavano ad accogliere chi stava arrivando, dall’altro potevamo verificare che tutti arrivassero a destinazione”. Per creare questa rete a Roma sono stati invitati attivisti e volontari da tutta Italia per una tre giorni, dal 29 aprile al 1 maggio, intitolata Pensare migrante. Tra gli obiettivi: decidere insieme un piano d’azione, costruire i corridoi umanitari e sviluppare azioni per continuare a porre il tema della sicurezza dei migranti alle istituzioni italiane. Che intanto stanno solo a guardare.

Ascolta l’intervista ad Andrea Costa andata in onda nella puntata di Periferie del 14 aprile
baobab sara milanese per sito

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    Sara Milanese
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Trieste: accogliere per non creare emarginati

Preoccuparsi di trovare un tetto ai richiedenti asilo in attesa del riconoscimento di status non basta: per chi arriva da un viaggio traumatico e, ancor prima, da una vita di privazioni, il primo contatto con la nostra società è complicato. Per sentirsi a proprio agio ci vuole tempo. Nelle scorse puntate di Welcome abbiamo già visto come, nelle esperienze di accoglienza che funzionano, l’assistenza giuridica, quella psicologica, quella medica, si devono accompagnare anche all’insegnamento della lingua italiana, e all’apprendimento di un lavoro.

Trovare un’occupazione, condizione che garantisce la chiave per l’integrazione, resta però un problema. Lo conferma Gianfranco Schiavone, presidente di ICS: “La formazione professionale è il primo problema: il sistema di formazione in Italia non vede le esigenze particolare dei richiedenti asilo e non investe su di loro” con il risultato che non ci sono corsi sufficienti per tutti, ci sono lunghi periodi dell’anno scoperti, e le possibilità sono molto limitate. “In questo modo però si contribuisce a spingere queste persone verso le fasce basse del lavoro o direttamente verso il lavoro nero” continua Schiavone, “Insomma, ancora una volta manca un progetto politico”.

Un’altra particolarità dell’esperienza triestina è che l’accoglienza riguarda sia chi è in attesa del riconoscimento di rifugiato, sia chi è titolare: “La legge prevede l’accoglienza solo nella fase iniziale: quando il richiedente asilo ha ottenuto lo status, lo abbandona”, spiega ancora Schiavone. Questo significa che in molte città italiane, nelle quali i sistemi di accoglienza e il sistema Sprar sono separati, il richiedente asilo ad un certo punto viene “lanciato nel nulla. Un programma sociale scriteriato, folle, quasi criminale, che crea senza fissa dimora sul territorio. È esattamente quello che i pubblici poteri non dovrebbe fare”. L’accoglienza diffusa in questa città nasce dalla volontà di considerare la presenza dei rifugiati non come un’emergenza, ma come un cambiamento: sono gli enti pubblici che devono rispondere alle esigenze di questa nuova fetta di cittadini. Per questo il sistema di accoglienza a Trieste è comunale “I servizi di accoglienza sono servizi alla persona, e quindi vengono erogati dall’ente locale, come nei confronti di qualsiasi altro cittadino che è in difficoltà”. Il più recente orientamento giuridico va in questa direzione, Trieste ha non solo precorso i tempi, ma ad oggi è l’unico comune titolare del progetto di assistenza.

Ascolta le testimonianze dei richiedenti asilo ospiti dei progetti di microaccoglienza a Trieste:
WELCOME trieste richiedenti

Non solo il lavoro: a Trieste i richiedenti asilo possono anche partecipare alla realizzazione di un programma radiofonico: Specchio Straniero, che va in onda sul circuito Amisnet e su alcune delle Radio del network Popolare. Stefano Pieri è uno dei responsabili del laboratorio radiofonico “Molti operatori, che lavoravano con i migranti appena arrivati in Italia, segnalavano come la funzione della parola e del racconto fosse fondamentale per anche per l’integrazione e per riallacciare un filo con la propria cultura e il proprio passato”, l’idea di realizzare un programma che vedesse i migranti protagonisti è nata da qui, e da settembre ad oggi il laboratorio sta lavorando proprio con questi obiettivi. “Per i ragazzi rappresenta la possibilità di esprimersi e di raccontarsi, ma è anche occasione di confrontare le diverse culture, o di commentare le notizie sull’immigrazione”, continua Pieri, “Noi operatori arriviamo alla riunione di redazione con delle proposte, ma poi succede che i ragazzi preferiscano parlare di altro, e noi diamo loro la possibilità di farlo. Per noi significa anche dare la possibilità agli italiani di entrare in contatto con il mondo dei richiedenti asilo”.

Ascolta questa puntata di Welcome dedicata a Trieste:

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    Sara Milanese
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Brasile, due anni di scandalo Petrobras

21L’inchiesta Lava Jato (in italiano “autolavaggio”), è iniziata esattamente due anni fa, nel marzo 2014. In 24 mesi ha letteralmente sconvolto la politica brasiliana. Le indagini hanno messo a nudo un vasto sistema di corruzione di quasi 2 miliardi e mezzo di euro, che coinvolge i vertici della Petrobras, la compagnia petrolifera di stato, le più grandi aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici (BPT, di cui fanno parte: Camargo Corrêa, Oas, Utc-Constram, Odebrecht, Mendes Júnior, Engevix, Queiroz Galvão, Iesa Óleo & Gás e Galvão Engenharia), nonché politici di vari schieramenti, molti appartenenti al PT, il Partido dos trabalhadores di Lula e dell’ attuale presidente, Dilma Roussef.

La Petrobras, fondata nel 1953, è una delle più grandi società al mondo del settore petrolifero; è stata una delle principali colonne portanti dell’economia brasiliana, e uno dei simboli della crescita economica del Paese, soprattutto dopo la scoperta, una decina di anni fa, dei nuovi giacimenti sia di greggio che di gas al largo delle coste brasiliane. Oggi lo scenario è completamente cambiato: da una delle principali fonte di entrata economica, la Petrobras è diventata il simbolo della corruzione endemica brasiliana.

Gli ex dirigenti dell’azienda, alcuni dei quali sono già in carcere, sono accusati di aver gonfiato dall’1 al 3 per cento del loro valore contratti da centinaia di milioni di dollari con le società di costruzioni, per realizzare le infrastrutture petrolifere al largo delle coste brasiliane. In cambio, i partiti che fanno parte della coalizione di governo, avrebbero ricevuto tangenti e finanziamenti illeciti.

Il PT è al potere in Brasile dal 2003, ed è su questo partito che ricade la responsabilità più grossa, ma tra i corrotti ci sono membri di vari partiti della coalizione al governo, e anche dell’opposizione. Ad onore di cronaca il partito più coinvolto è il PP, il Partido Progressista, di destra e all’opposizione, con almeno 27 membri sotto inchiesta. In tutto, sono oltre 60 i politici accusati di far parte del “sistema Petrobras”. E l’inchiesta non è ancora chiusa.

Arresti eccellenti

Alcuni dei principali rei confessi sono già in carcere: per esempio l’ex manager di Petrobras, Paulo Roberto Costa, con il cui arresto di fatto è iniziata l’operazione Lava Jato, e che è già stato condannato a sette anni e mezzo; o l’imprenditore Alberto Youssef, il primo a fare i nomi di Lula e Dilma, accusandoli di essere stati a conoscenza del sistema di tangenti. Finora però non ci sono le prove di queste accuse.
Marcelo Odebrecht, altro imprenditore chiave dell’inchiesta, è in arresto dal giugno 2015, non ha collaborato alle indagini e la settimana scorsa è stato condannato a 19 anni di carcere per corruzione, riciclaggio e associazione a delinquere. Ora, forse, potrebbe decidersi a parlare, svelando nuovi nomi coinvolti nel sistema di tangenti.

Tra i politici, il primo pezzo davvero grosso finito nella rete degli inquirenti è stato Joao Vaccari, tesoriere del partito dei lavoratori, arrestato lo scorso aprile; altro nome illustre è quello di Fernando Collor de Mello, ex presidente e attuale senatore di uno dei partiti della coalizione di governo, il Partido Laborista. Nell’agosto 2015 è stato accusato di corruzione anche il presidente del Camera Eduardo Cunha, membro di un altro dei partiti di coalizione di governo, il PMDB (Partito del Movimento Democratico Brasiliano). È accusato di aver ricevuto tangenti per 5 milioni di dollari per autorizzare concessioni petrolifere e appalti, e la corte suprema brasiliana ha deciso due settimane fa che sarà processato.

Arriviamo al più recente coinvolgimento di Lula da Silva: direttamente non risulta indagato per lo scandalo Petrobras. L’indagine che lo riguarda gli attribuisce la proprietà di un super attico sull’oceano al centro di una truffa, del quale l’ex presidente operaio nega ogni addebito. Nel caso sono coinvolte alcune delle imprese costruttrici finite nel mirino degli inquirenti per Lava Jato.

La crisi di Petrobras

Il danno causato dallo scandalo Lava Jato ai conti di Petrobras ha già superato i 2 miliardi di dollari, e si somma al calo del prezzo del petrolio che sta mettendo in crisi tutto il settore. I conti di Petrobras sono in rosso, e oltre ai tagli agli investimenti, cominciano già ad arrivare revisioni al ribasso dei target di produzione. I lavoratori dell’azienda hanno scioperato più volte nell’ultimo periodo, preoccupati anche per il mantenimento dei loro posti di lavoro. La ripercussioni economiche su tutto il Paese potrebbe anche aumentare: negli Usa, Petrobras dovrà affrontare una class action intentata dagli investitori statunitensi su 98 miliardi di dollari di azioni emesse negli Stati Uniti dal 2010 al 2014. Le accuse sono pesantissime: aver falsificato i documenti contenenti il valore delle azioni e delle attività obbligazionarie, e sono chiamati in causa come accusati anche gli istituti di credito brasiliani ed internazionali che hanno gestito la vendita delle azioni.

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    Sara Milanese
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Accogliere, tradizione triestina

Malik e suo figlio

“Noi accogliamo sia richiedenti asilo che già titolari di protezione, e permettiamo loro di vivere in appartamenti, come tutti gli altri cittadini triestini o stranieri che vivono qui”. Con queste poche parole Gianfranco Schiavone, presidente di ICS – Ufficio Rifugiati Onlus, sintetizza cosa fa la sua associazione per i tanti migranti che quotidianamente arrivano in città: trova loro una sistemazione dignitosa. In realtà c’è molto di speciale in questo: tanto per cominciare perché questa attività a Trieste è ormai consolidata, perché iniziata nel 2002. Poi anche perché la presenza di richiedenti asilo in città è molto alta: 4 ogni mille abitanti, la media nazionale italiana è meno della metà, 1,6. Per una città che conta 200mila abitanti, non è poco.

“Al momento ci sono circa 600 persone che vivono negli appartamenti, soprattutto nell’area urbana triestina, al massimo nella periferia o in provincia, appena fuori dalla città”, continua Schiavone.  Nonostante un rallentamento degli arrivi, (“ma è troppo presto per dire se sia causato dalla chiusura delle frontiere della rotta balcanica oppure da altri motivi” precisa Schiavone), a Trieste arrivano ogni giorno 10-15 migranti.

Tre i fattori che hanno permesso a Trieste di sviluppare questa buona pratica di accoglienza: la crisi del mercato immobiliare, e la presenza di molti appartamenti sfitti disponibili; la piccola dimensione della città, che permette di coordinare e di gestire spostamenti e attività facilmente; e di certo anche la cultura di città di confine. Nonostante le resistenze e i movimenti politici avversi, infatti, conclude Schiavone: “La storia di questa città è una storia di mescolanze, di lingue e culture diverse. Anzi noi diciamo che la situazione di oggi, di Trieste, rispecchia quella del suo passato migliore”.

Sono soprattutto afghani e pakistani i richiedenti asilo che arrivano in questa città. Infatti le famiglie che vivono insieme nell’appartamento in centro città che visito, sono tutte afghane. C’è una giovane coppia senza figli, arrivata in Italia da 3 mesi; c’è un padre con la moglie e i tre figli; c’è, caso assolutamente singolare, una donna sola coi suoi quattro figli, arrivata da pochissimi giorni. Ogni nucleo ha camere da letto separate, la cucina invece è in comune, e, complice la stessa lingua e la stessa cultura, spesso le donne cucinano anche per gli altri.

E poi c’è Malik, che con il figlio maschio di 11 anni è in Italia ormai da due anni, e sta aspettando il ricongiungimento famigliare per riabbracciare la moglie e le sue due figlie, che non vede da quattro anni. Un’attesa che gli sembra interminabile: “Per me è troppo dura” mi dice, “A volte mi dico che era meglio restare in Afghanistan, almeno non avrei dovuto sopportare questa lontananza”. Nel frattempo Malik ha trovato lavoro, mentre suo figlio frequenta la scuola. Anche Malik sta studiando, ma, spiega, “Nell’ultima settimana sono così stressato che ho perso anche la voglia di studiare: spero ogni giorno che mi arrivi una telefonata dall’ambasciata italiana per dirmi che i documenti sono pronti”.

Nemmeno il figlio di Malik riesce a trattenere la voglia di rivedere la sua mamma e le sue sorelle: “Volevo dire una cosa per la mia mamma”, mi dice fermandomi proprio mentre sto uscendo dall’appartamento: “Stiamo aspettando per il documento del visto e non sappiamo quando arriverà. Sono passati 14 mesi, e non ci hanno ancora detto niente, non sappiamo qual è il problema e perché ci stanno mettendo così tanto”, mi guarda con sguardo serio, e conclude “Io voglio soltanto che la mia mamma e le mie sorelle vengano”.

Ascolta la puntata di Welcome del 6 marzo, dedicata ai progetti di accoglienza di famiglie a Trieste

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    Sara Milanese
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