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Alleva la speranza

A Norcia c’è Arianna che sogna di aprire un agrinido; c’è Alba a Pieve Torina ( provincia di Macerata) che avrebbe bisogno di una recinzione anti-lupi per proteggere le sue capre. C’è Fabio a Santa Giusta di Amatrice che vorrebbe affiancare all’allevamento una struttura in grado di attirare di nuovo i turisti; e ancora c’è Teresa, nel teramano, che ha bisogno di una mungitrice mobile per le sue capre, per rendere meno faticoso il lavoro che da oltre due anni ormai viene fatto a mano dai suoi figli. (altro…)

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    Sara Milanese
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La terza Milano: la città dei volontari

Si chiama La terza milano, è un reportage fotografico che racconta le esperienze di volontariato meneghino.

Dopo Passengers e We play, è il terzo atto del progetto Milano sono io, un’idea dell’agenzia LUZ per raccontare la città di oggi e capire quella di domani, attraverso i lavori dei suoi autori. La mappa di Milano si arricchisce di tre percorsi; a Ubuntu abbiamo seguito appunto quello de La terza Milano, realizzato dal fotografo Marco Garofalo.

Dalle iniziative della Casa della Carità, all’associazione che organizza attività ricreative per disabili; dal sostegno ai senzatetto agli orti urbani: ogni foto racconta una storia di incontro e di solidarietà, un modo bello e immediato di mostrare quella parte di città che troppo spesso rimane sotterranea. Per ora il progetto è visibile solo online, ma ci auguriamo presto che diventi anche una mostra fotografica.

Sara Milanese ha chiesto a Marco Garofalo di presentare il suo reportage, e ha intervistato anche Claudia, dell’associazione GRATIS, una piccola realtà che, tra le tante iniziative, insegna a nuotare ai disabili. Ascolta qui

 

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    Sara Milanese
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Chi aiuta i piccoli supereroi

L’ingresso della TIN (terapia intensiva neonatale) del Del Ponte di Varese si trova al piano terra, subito sulla destra, sul vialetto che permette di accedere a quello dell’ospedale.

È quindi il reparto più facilmente accessibile, e la sua posizione un po’ separata dagli altri fa immediatamente intendere che è un reparto speciale. I muri interni con grandi disegni di orsetti e le seggioline colorate vogliono far sentire i bambini a loro agio, ma c’è una grande porta blindata che separa gli ambulatori pediatrici dalla TIN, a cui si accede solo dopo aver suonato un campanello ed essersi fatti identificare.

Quella porta nasconde un mondo molto delicato e fragile: quello dei neonati prematuri o con patologie, e i loro genitori. Un luogo dove convivono sentimenti tra loro contrastanti: speranza e dolore, paura e felicità, angoscia ed entusiasmo.

Poche persone hanno accesso a questa area; oltre ai famigliari dei piccoli degenti e a medici e infermieri, ci sono anche una decina di volontarie di TINCONTRO, associazione nata con il preciso scopo di sostenere le mamme e i papà che devono affrontare questa delicata fase della vita dei loro bambini. A trarne il maggior beneficio sono proprio loro, i piccolissimi pazienti, che possono contare su questo agguerrito esercito di zie e nonne acquisite che li coccolano e si prendono cura di loro quando mamma e papà non ci sono.

Laura, una di queste volontarie, ha raccontato la sua esperienza a Sara Milanese nella prima puntata di Ubuntu.

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    Sara Milanese
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Mamma non mollare!

“Amore mio, quelli con te sono stati gli anni più belli della mia vita, ma ora devo smettere, perché devo lavorare, e una donna che lavora non può essere anche una mamma. Mi dispiace”.
Forse sarebbe davvero questo il testo di una lettera di dimissioni se, invece di rinunciare al lavoro, le donne fossero costrette a rinunciare alla maternità. A proporre questa provocazione è, in un video che si conclude con lo stralcio delle lettere da parte dei bambini, la campagna Moms Don’t Quit (mamme non dimettetevi), ideata da FCB Milan.
Una campagna attiva in Italia ormai da qualche mese, visibile sui social con l’hashtag #momsdontquit, e che sta lentamente conquistando spazio anche su portali, magazine e quotidiani. L’obiettivo è quello di rompere “i pregiudizi che spingono ogni anno migliaia di donne a scrivere la loro lettera di dimissioni, costrette a scegliere tra maternità e lavoro”.

Che fosse un’iniziativa urgente e necessaria ce lo dicono i dati: in Italia, tra le donne lavoratrici che diventano mamme, il 30% lascia il lavoro entro i primi due anni di vita del bambino.
L’abbandono del lavoro non è sempre una scelta: solo nel biennio 2010-11, circa 800.000 donne sono state forzate a lasciare il lavoro firmando al momento dell’assunzione una lettera di dimissioni in bianco, da far valere in caso di maternità. Ed è in particolare contro questa pratica che si rivolge la campagna Moms don’t quit, che sta raccogliendo le firme per una petizione da presentare alle istituzioni, chiedendo sostegni per le mamme che lavorano.
Se è difficile continuare a resistere nel mondo del lavoro per chi già ne fa parte prima della maternità, figuriamoci per chi (precaria, collaboratrice, disoccupata) deve entrarci nuovamente o per la prima volta da mamma. Anche in questo caso i dati ci aiutano a capire la situazione italiana: la disoccupazione femminile sopra i 34 anni raggiunge il 13,2%; la media europea è dell’8,8%. Nel 2016 eravamo al penultimo posto in Europa per l’occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni.

Irene, mamma di Alessandro, 6 anni, e Lorenzo 3, ci ha messo due anni per trovare un nuovo impiego dopo la maternità; Sara invece, mamma di Pietro 13 anni, e Matilde, 10, per ricominciare a lavorare, ha dovuto proprio inventarsela, una professione.
Queste le loro storie, raccontate nella prima puntata di Maternity Rules.
Irene
irene

Sara

sara intervista

Il podcast della prima puntata di Maternity Rules

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    Sara Milanese
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Sulle tracce dei migranti in Sicilia

Hotspot di Augusta
Hotspot di Augusta – @AlessandraLanza

Il nostro viaggio sulle tracce dei migranti inizia in due di quei porti siciliani dove attraccano le navi che salvano le vite in mare: Pozzallo e Augusta.

Giulia è un’infermiera di Emergency che lavora nell’accoglienza. Ad Augusta ci accompagna proprio all’interno dell’hotspot, allestito in un’area del porto dal 2014. Con lei passeggiamo tra le tende che accolgono africani, afghani, siriani; passiamo di fronte ai container con il materiale del soccorso, e ci fermiamo davanti alle tende dove avvengono i primi colloqui tra le persone appena soccorse e le autorità italiane.

Giulia ci spiega che tutti quelli che sbarcano vengono visitati, ma che a volte i soccorsi sono così tanti che prima viene definito un ordine di priorità, e che quindi alcuni dei migranti che arrivano da un viaggio lungo giorni interi devono comunque aspettare ore prima di ricevere cure mediche.

Bader invece, è uno dei mediatori culturali che aiutano e orientano i migranti al loro arrivo, per facilitare le visite mediche. Disidratazione, sintomi da raffreddamento, problemi intestinali, ustioni… queste alcune delle patologie più diffuse tra i migranti che sbarcano. Le donne invece hanno necessità di cure diverse: molte di loro scoprono qui di essere incinta, sempre a causa delle violenze sessuali subite nel viaggio. Per molte di loro è l’ennesimo shock.

Anche per questo Emergency ha deciso di aprire una divisione di psicologi all’interno dell’hotspot; Valentina Cascio ha raccontato ad Alessandra i principali disagi che si trova ad affrontare: ai traumi per le violenze subite spesso si somma il dramma di aver perso qualche caro in Libia, o gli shock legati al viaggio in mare. Minorenni costretti a riconoscere il cadavere dei propri parenti affogati in mare; giovani coppie divise in Libia e poi riunite nella traversata del Mediterraneo; ragazzi che non hanno il coraggio di avvisare i famigliari rimasti nel Paese d’origine della morte di un congiunto: queste solo alcune delle toccanti storie che ci racconta Valentina. Quella di Abdul, che si trova in un centro di prima accoglienza (CAS), è una di queste: costretto a lasciare la Sierra Leone, dove lo zio lo aveva spinto ad entrare in un giro di prostituzione, al suo arrivo ad Augusta ha perso i contatti del fratello minore, di cui ha perso ogni traccia ora.

Ascolta la prima parte dello speciale “Sulle tracce dei migranti in Sicilia”

 

Don Carlo d'Antoni
Don Carlo d’Antoni – @AlessandraLanza

Dai CAS il viaggio di Alessandra ci porta anche a conoscere un’esperienza di accoglienza particolare: quella di Don Carlo d’Antoni, che ha aperto la sua chiesa, nella periferia di Siracusa, agli immigrati. Nella sua canonica trovano infatti posto i giovani migranti che, usciti dai circuiti di accoglienza, sono ancora in attesa dei documenti, ma che non hanno un domicilio sicuro a cui farsi mandare le comunicazioni ufficiali. La storia di Mohammed, uno dei giovani ospiti della canonica, esemplifica bene le contraddizioni delle procedure italiane per l’attribuzione dei documenti. La parrocchia di don Carlo oggi è svuotata: non tutti i fedeli hanno apprezzato la sua apertura. Ma don Carlo va avanti!

Migranti in piscina
Il circolo Canottieri Ortigia di Siracusa – @AlessandraLanza

L’ultima tappa del nostro viaggio in Sicilia è una piscina: al circolo Canottieri Ortigia di Siracusa incontriamo Mamadou che, grazie all’iniziativa di Caterina Filippelli, ha avuto la possibilità di confrontarsi nuovamente con l’acqua, frequentando un corso di nuoto, per combattere la paura che la traversata del Mediterraneo ha impresso in lui e in tanti altri migranti. Per molti di questa ragazzi questa possibilità diventa una vera rinascita.

Ascolta la seconda parte dello speciale “Sulle tracce dei migranti in Sicilia”

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    Sara Milanese
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Migranti, emergenza annunciata a Roma

Dal 1 luglio a Roma ci sono 400 persone che dormono sull’asfalto, su materassini da campeggio, i più fortunati dentro ad alcune tende. Sono migranti in transito, dei “fantasmi” per le istituzioni, e quando arrivano nella capitale sanno bene che c’è un solo luogo dove possono trovare assistenza o aiuto: l’ex Centro Baobab, sgomberato lo scorso dicembre e ora costretto ad accogliere le persone per strada, in un improvvisato campo in via Cupa, tra la stazione Termine e quella Tiburtina.

“Abbiamo chiuso un tratto della via, dopo una trattativa con la polizia” spiega Andrea Costa, responsabile dei volontari del Baobab; ma l’accampamento non può nemmeno spostarsi dall’altra parte della strada Tiburtina con cui confina: verrebbe sgomberato. Le tende e i migranti in transito sono ammassati a ridosso della struttura che potrebbe accoglierli tutti in maniera molto più dignitosa, ma il Centro in cui l’estate scorsa hanno trovato rifugio fino a mille migranti è stato sgomberato, per non meglio precisate ragioni di sicurezza, nel dicembre scorso dal Prefetto Paolo Tronca.

“Lo dicevamo già un anno fa, l’abbiamo ribadito il sei dicembre quando ci hanno sgomberato dalla nostra sede: a Roma non esistono strutture per accogliere i migranti in transito: era chiaro che sarebbe successo questo”, conclude Andrea Costa. Sta infatti succedendo esattamente quello che i volontari del Baobab avvertono da mesi: con l’aumento degli sbarchi sulle nostre coste, i migranti in cammino verso il nord Europa, dove si vogliono ricongiungere coi loro famigliari, si riversano sulle strade delle nostre città italiane.

Sono donne, bambini, uomini che arrivano da viaggi drammatici, da una permanenza traumatica in Libia, dall’attraversamento del deserto. Sono sopravvissuti a naufragi in mare, molti sono traumatizzati, non conoscono né inglese né italiano e faticano a comunicare i loro bisogni. Si fermano pochi giorni: chi solo un paio di notti, chi una settimana, in attesa di ricevere i soldi dalle famiglie per continuare il viaggio. L’estate scorsa il centro ha accolto fino a mille persone, ma poteva contare su una struttura recintata, con una cucina, l’elettricità, l’acqua corrente, un magazzino, dei frigoriferi, dei bagni. Ora invece è tutto molto più precario. “Ci potrebbe servire una cucina da campo, ma ha senso piantarla se tra due giorni ci sgomberano? Ha senso triplicare i bagni?” continua Andrea.

Il Comune di Roma sapeva perfettamente di non avere strutture adeguate a far fronte a questa situazione, ma non se ne è preoccupato, e non ha rispettato la promessa di trovare una nuova sistemazione al Baobab, così come non ha risposto alle proposte avanzate dai volontari per trovare una nuova sistemazione.

Ignorati dalle istituzioni, i migranti possono contare solo sul buon cuore dei cittadini e dei volontari del Baobab, che ogni giorno cucinano da casa e portano qui pasta, pizza, frutta, vestiti, scarpe, pannolini per bambini, biscotti, medicinali.

Una settimana fa i migranti accolti erano un’ottantina, e i volontari riuscivano, comunque a fatica, a far fronte a tutte le richieste e le necessità, riuscivano perfino a trovare una sistemazione più sicura e dignitosa per donne e bambini grazie alla Croce Rossa.
(ve lo abbiamo raccontato anche a Welcome, ascolta qui la puntata):


Ora che i numeri sono più che quadruplicati anche questa rete sta saltando, e sono costrette a dormire su materassini per terra anche le donne in cinta, o le mamme con figli piccoli. Ma l’estate è ancora lunga, e i volontari del Baobab non possono affrontare da soli questa situazione: il Comune di Roma dovrà prendere al più presto provvedimenti.

Come sostenere il Baobab
Ogni giorno sulla pagina di fb del Baobab si trova la lista di cosa serve ai volontari; è possibile anche fare una donazione al conto corrente, tutti i dati si trovano nel blog.

 

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    Sara Milanese
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Piccolo è accogliente: il caso Sant’Alessio

Nel comune di Sant’Alessio in Aspromonte,  a pochi chilometri da Reggio Calabria, i 400 cittadini accolgono trenta richiedenti asilo. Questo non è l’unico motivo che ha convinto l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ad inserire Sant’Alessio tra i dieci comuni con il miglior progetto SPRAR di accoglienza: il sindaco di Sant’Alessio, Stefano Ioli Calabrò, grazie anche ad un’equipe di giovani che segue il progetto dall’esordio, nel 2014, sta valorizzando al massimo i vantaggi dell’accoglienza, dimostrando, ancora una volta, che la solidarietà ripaga.

“Nel primo comune in cui abbiamo iniziato un progetto SPRAR, qui vicino, siamo stati accolti a braccia aperte dal sindaco – racconta Luigi De Filippis , medico e responsabile dell’equipe SPRAR a Sant’Alessio-. La scuola stava per chiudere, e si sa che, nel momento in cui si ritrova senza scuola, un paese finisce per avere un’involuzione spesso irreversibile. Portando famiglie di migranti, con figli quindi in età scolare che si sono iscritti in quella scuola, abbiamo permesso di tenere la struttura aperta”. Un chiaro vantaggio per tutta la comunità.

Non è finita qui, perchè nei piccoli comuni come questo l’accoglienza fa davvero bene: “Dalle botteghe di paese, ai piccoli esercizi commerciali, allo sfruttamento delle case sfitte: il territorio ha una ricaduta immediata e questo per me è l’elemento davvero vincente della microaccoglienza in piccoli centri”, continua De Filippis. A tutto questo si somma anche la creazione di posti di lavoro sul territorio, perché le figure necessarie alla gestione del progetto vengono cercate tra le competenze sul territorio, possibilmente all’interno degli stessi comuni di ospitalità. Tutti questi elementi permettono di creare un indotto positivo per il territorio, una vera a propria arma contro lo sfruttamento della manodopera migrante: “Si sente spesso dire che i migranti ricevono 35 euro al giorno, è una cosa che ormai fa sorridere. La verità è che comunque i soldi destinati al mantenere questi richiedenti asilo rientrano nel territorio, e si creano le condizioni per la crescita di un’economia sana, che sfugge alle logiche del mercato nero”.

Attualmente Sant’Alessio ospita 5 nuclei familiari ed un appartamento con sei richiedenti asilo single. Tra loro c’è Sunny, nigeriano. “Mi piacerebbe trovare lavoro a Reggio Calabria, che è la città più vicina – racconta -. Sai, da quando sono arrivato in barcone dall’Africa, sono stato quasi sempre in Calabria: a Reggio, a Crotone, e ora qui. Mi avevano trasferito per un periodo anche a Caserta, e poi a Napoli, ma non mi sono trovato bene: è questa è la terra che mi ha salvato dal mare e che mi ha accolto, voglio restare qui. Mi piace la gente qui: sono tutti accoglienti, davvero non sono razzisti, sono sempre gentili con noi”. Anche Salifu, ghanese, è a Sant’Alessio da pochi mesi: “Sono arrivato in Italia un anno fa, dalla Libia. Sono arrivato in Sicilia, sono stato anche a Siracusa, prima di essere trasferito al CARA di Mineo, dove eravamo davvero in troppi. Da dicembre sono qui a Sant’Alessio, in casa siamo solo in sei, si sta molto meglio”.

Mohamed viene invece dal Gambia, ha viaggiato con Salifu dalla Libia, con lui è stato al CARA di Mineo, e infine a Sant’Alessio: “Sto bene con la gente di Sant’Alessio, non ho ancora degli amici veri qui, ma passeggiando per le strade la gente mi ferma e mi chiede come va, e io mi sforzo di capire quello che mi dicono in italiano e di rispondere, perché loro non parlano in inglese. È anche per questo motivo che mi piacerebbe fermarmi a Sant’Alessio, ma tutto dipenderà dal lavoro che riuscirò a trovare dopo il tirocinio, e se riuscirò a trovare casa qui”.

Ascolta la puntata di Welcome dedicata a Sant’Alessio

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    Sara Milanese
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Trento, da accolti ad accoglienti

Arrivare in Italia cercando accoglienza e diventare invece a propria volta degli “accoglienti”: succede a Trento, grazie al progetto “Residenzialità leggera”, attivo ormai da 4 anni, che vede la collaborazione tra Comune di Trento, Provincia, Servizi Sociali, Centro di Salute Mentale, l’associazione Trentina di Accoglienza stranieri, la fondazione Comunità solidale.
L’idea alla base è di far incontrare due disagi: da una parte quello mentale, dall’altra quello di chi ha perso il lavoro, di chi è uscito da una dipendenza, o dalla galera. Oppure il disagio di chi è stato costretto a lasciare il proprio Paese di origine, ha affrontato un drammatico viaggio per arrivare in Italia, e ora sta cercando di trovare la propria strada.

Omar e Giuseppe, da coinquilini ad amici

È quello che è successo per esempio ad Omar: ivoriano, è arrivato in Italia nel 2007 per sfuggire alla guerra civile nel suo Paese. Passa dalla Libia, arriva a Lampedusa, viene trasferito a Siracusa, ottiene l’asilo politico. Coi documenti in regola, si trasferisce a Roma. «Dormivo alla stazione Termini, fuori, all’aperto. Non facevo altro che pensare al mio Paese, non avrei mai immaginato che, in Italia, avrei dormito per terra. Ogni sera dovevo recuperare dei cartoni come materasso, mi sdraiavo davanti alla gente, al freddo, sotto la pioggia. Le giornate passavano cercando un posto dove lavarmi, o dove mangiare. Ma nel frattempo ho anche frequentato dei corsi di italiano per stranieri». L’esperienza di senzatetto lo segna profondamente: un giorno decide di lasciare l’Italia e sale su un treno, direzione: Austria. Costretto da uno zelante controllore a fermarsi a Trento, inizia a frequentare la mensa della Caritas e un dormitorio, per un breve periodo. I primi mesi non promettono niente di buono, ma lentamente le cose migliorano, e due anni dopo, è il 2012, frequenta un corso per diventare “accogliente”, cioè coinquilino “formato” di una persona con disagio mentale. Omar diventa la guardia del corpo di Giuseppe Romano, 50 anni, che “sente le voci”. «Sono tre anni che viviamo assieme, tra noi c’è un rapporto molto forte. Siamo amici, fratelli. Ormai capisco in anticipo quando Giuseppe sta per avere una crisi, eppure a volte sono ancora difficoltà quando lui sta male, ma a casa con noi vivono un’altra coppia di accogliente-accolto, e ci diamo una mano».

Il legame tra Omar l’ivoriano e Giuseppe il malato mentale è così forte che i due oggi hanno deciso di diventare coinquilini. Omar non è più il badante di Giuseppe: lavora in un centro di accoglienza come mediatore culturale.

Ascolta la storia di Omar
omar

Le altre storie: Michele, Nitudem, Fabien

L’obiettivo del progetto con Omar e Giuseppe è stato raggiunto: l’accolto Giuseppe non dipende più solo dai servizi sociali; Omar ha sfruttato il periodo di contratto come accogliente per terminare gli studi e trovare un lavoro. Il loro non è un caso isolato: ad oggi sono attive 40 accoglienze. Le storie dei migranti accoglienti sono tante, e tutte diverse.
Michele, studentessa camerunese in Italia da quasi 7 anni, è stata costretta a fermare gli studi per problemi di salute. Ora è l’accogliente di due signore anziane, e di un terzo italiano molto particolare: «La prima volta che mi ha visto è scappato» mi racconta «ma le cose ora stanno andando meglio. È un grande amante dell’orto».

Ascolta la storia di Michele
michele

Anche Nitudem ha abbandonato gli studi di Economia ed è diventato l’angelo custode di Alessandro. «Conviviamo da pochi mesi, la prima volta che ha avuto una crisi quasi andavo in crisi anch’io! Ho scoperto che questo settore mi piace, e sto pensando di cercare un lavoro nel sociale».
La storia di Fabien è molto simile a quella di Omar: dal Camerun si ritrova a lavorare in Libia. Nel 2011 la sua ditta chiude, lui è costretto ad andarsene. In Italia ci arriva dopo un viaggio in barcone, nell’agosto dello stesso anno.
Oggi ha un contratto a tempo indeterminato come badante e vive da più di un anno al fianco di Adriano: «Le relazioni a volte sono difficili tra persone che stanno bene, figurati con un malato mentale: abbiamo avuto bisogno di tempo per conoscerci. Ora abbiamo trovato l’equilibrio: lui sa fino a dove può spingersi. L’obiettivo di questo progetto è di aiutarlo ad essere autonomo, e quindi io non faccio tutto quello che fa un badante. Oppure lo faccio, e lo faccio volentieri, quando vedo che lui non è in condizioni di fare niente, e lo valuto io questo, perché vivo con lui e lo conosco. So quando non vuole fare qualcosa e so quando non può perché il disagio glielo impedisce».

Vantaggi per tutti

«Alcune delle agenzie che lavorano a Trento ormai conoscono il nostro progetto, sanno quanto bravi e preparati siano i nostri accoglienti e ci chiamano tutte le volte che cercano badanti» Spiega Marina Cortivo, coordinatrice del progetto per il Centro di Salute Mentale.
«Dal punto di vista degli utenti la qualità della vita migliora. Alcuni di loro non trovavano risposta alle loro esigenze nelle strutture a loro destinate, e ci avevano fatto spendere denaro e risorse perché le istituzioni non riuscivano a trovare loro una collocazione», continua Cortivo. Il cambiamento è chiaro: se una persona con disagio vive in una struttura è totalmente a carico della comunità. Se invece vive in una casa, lavora, e punta quindi ad essere autonomo, anche economicamente. Inoltre garantisce un posto di lavoro per un accogliente o per un badante, e anche il migrante, in questo caso, non è più a carico dei servizi.

Ascolta la puntata di Welcome dedicata a Trento, andata in onda il 17 aprile

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    Sara Milanese
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Un “gelato sospeso” contro la crisi

La crisi costringe a tagliare quello che non è necessario, e a farne le spese sono spesso anche i piccoli piaceri quotidiani. La tradizione napoletana del caffè sospeso, cioè quella di pagare in anticipo un caffè a chi sarebbe costretto a rinunciarci, risponde proprio a questo bisogno. Si tratta però di un bisogno “adulto”, anche se le piccole rinunce dettate dal “tirare la cinghia” pesano pure sui piccoli. La campagna Gelato sospeso 2.0 è nata proprio pensando a loro, e propone alle gelaterie di tutta Italia di invitare i propri clienti a pagare un gelato, lasciandolo “sospeso”, per chi non se lo può permettere. “L’idea è nata proprio parlando con le mamme che si rivolgono a noi tutti i giorni per avere un aiuto”, spiega Gabriella Salvatore, responsabile della campagna social del gelato sospeso, iniziativa dell’Associazione Salvamamme, alla quale si rivolgono le mamme e le famiglie in difficoltà, economica ma non solo. “La campagna funziona proprio come il caffè sospeso: ci siamo rifatte a questa tradizione napoletana, andando a plasmarla sulle necessità dei bambini. Purtroppo sappiamo che, in un periodo di crisi, come questo le famiglie non riescono ad accontentare le richieste, seppur piccole, dei figli”.

Nell’estate 2015 Salvamamme si è allora inventata la campagna “gelato sospeso”, e, considerato il buon successo dell’iniziativa, quest’anno si replica.

La campagna è iniziata il 1 giugno, e proseguirà fino al 10 settembre”, continua Gabriella “Noi lavoriamo a Roma, ma nella sua prima edizione la campagna è andata ben oltre i confini della città ed è diventata nazionale. Quest’anno per esempio abbiamo già avuto un’adesione molto forte da parte della Puglia, e anche dalla città di Milano per esempio”.

Nato per rispondere alle esigenze dei bambini, il gelato sospeso si è rivelato anche un dolce pensiero anche per gli anziani “Ci siamo resi conto già nella prima edizione che in estate anche gli anziani hanno bisogno di queste piccole dolcezze da parte di una società che spesso li trascura, e quindi abbiamo portato noi dei gelati sospesi in alcune case di riposo”, racconta ancora Gabriella.

Aderire all’iniziativa è semplice: le gelaterie devono dare la propria disponibilità all’associazione, scaricare i volantini ed esporli in bella vista nel proprio negozio, assieme ad un vaso trasparente dove i clienti potranno mettere l’offerta per il gelato sospeso. Ognuno si noi può quindi cercare la gelateria che aderisce alla campagna più vicina, e lasciare in sospeso il suo gelato. La gelateria, infine, emetterà regolarmente lo scontrino al momento della consegna del gelato. “L’estate scorsa abbiamo raggiunto 20mila bambini” conclude Gabriella “Segno che in Italia c’è ancora molta voglia di essere solidali”.

Ascolta l’intervista a Gabriella Salvatore dalla puntata di Periferie del 2 giugno
gelato sospeso

La campagna è anche su facebook

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    Sara Milanese
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“Li ospito a casa mia!”

Nel maggio 2015 nei porti liguri arrivano migliaia di migranti. Giovanna Cossia de Poli, proprietaria del Resort “La Francesca” di Bonassola, decide di farsi avanti per ospitare chi le sembra più vulnerabile: le madri sole con figli al seguito. La sua disponibilità però fatica a trovare un interlocutore: la Prefettura di La Spezia la lascia in sospeso per settimane.
Intanto, in seguito alla pubblicazione di una sua lettera aperta, pubblicata nelle pagine locali dei quotidiani La Nazione e il Secolo XIX, nella quale spiega la sua intenzione di accogliere da privata, alcuni migranti, Fratelli d’Italia e la Lega Nord la attaccano, e approfittando del giorni di mercato a Bonassola organizzano un banchetto per denunciarla: vuole snaturare  “il turismo di qualità e il benessere dei cittadini” dicono, “visto che i migranti portano malattie”. Giovanna ingaggia sui quotidiani un dialogo a botta e risposta con chi la critica, e scoppia un caso: arrivano le televisioni, lei si presta alle interviste, ma le istituzioni locali rifiutano il confronto.
Dalla Prefettura, intanto, ancora niente. Giovanna si rivolge alla casa della Carità di Milano e alla Caritas spezzina, ma alla fine è la Croce Rossa a risponderle: in settembre, l’ente (l’unico, con la Caritas, accreditato nella gestione dei migranti nella provincia di La Spezia) le propone di ospitare due coppie di sposi nigeriani, tra i 29 e i 35 anni.

Un rapporto difficile

L’accordo prevede che lei ospiti i giovani gratis per nove mesi, fino a maggio, mentre la Croce Rossa, che incassa dal Ministero dell’Interno la diaria per migrante, continuerà a fornire loro i servizi previsti della Prefettura: assistenza legale e sanitaria, mediazione culturale, insegnamento dell’italiano.
L’esperienza non si rivela idilliaca: il dialogo coi ragazzi è difficile, loro non sembrano aver voglia di aprirsi, non raccontano quasi niente di loro e del loro viaggio.
Nel frattempo tutti e 4 ottengono il permesso di soggiorno per sei mesi, e iniziano a lavorare nel resort: le ragazze per le pulizie, i ragazzi nella manutenzione e nel giardinaggio. Affiancano gli altri lavoratori, molti sono stranieri: rumeni, ucraini. In febbraio si scopre che una delle due coppie avrebbe mentito, e che in realtà i due non sono sposati. Il rapporto di fiducia nei loro confronti inizia a logorarsi.
Poco dopo la venuta a galla di questa verità, la coppia “scoppia”, con anche pesanti accuse da parte della ragazza, che viene immediatamente trasferita. La seconda coppia viene alla fine trasferita dalla Croce Rossa in un altro alloggio. A La Francesca resta solo un ragazzo, Samuel, che però, senza informare nessuno, sposta la residenza in questo suo alloggio provvisorio. E che, il 2 di maggio, allo scadere del permesso di soggiorno, scompare: «Se n’è andato, non sappiamo dove sia» spiega Giovanna.

Il ruolo fondamentale della mediazione culturale

Sembra evidente che in tutti questi mesi è mancato un elemento chiave per far funzionare la relazione: la mediazione culturale. «Il mediatore che li segue io non l’ho mai visto, non ci ho mai parlato, e soprattutto non è mai venuto: la Croce Rossa ha detto che farlo venire al resort sarebbe costato troppo». Questo nonostante l’ente abbia intascato la diaria dei 4 ragazzi senza avere l’onere di vitto e alloggio.
Per Simonetta Lombardi, responsabile per la Croce Rossa di La Spezia della logistica per i richiedenti asilo, la mediazione culturale non deve essere colpevolizzata, e in fondo, considerato il vario panorama delle esperienze di accoglienza a La Spezia, deve ammettere: «Questa è stata una buona esperienza di accoglienza per noi, è stata positiva».

La solidarietà non si arrende

Nonostante le difficoltà di questa prima esperienza di accoglienza, Giovanna continua a credere che tenere la porta aperta sia l’unica scelta possibile, ed ha rinnovato la disponibilità di accogliere una madre sola. «Resto della mia idea: dobbiamo accoglierli. D’altra parte, qual è l’alternativa? Non certo un’Europa fatta di muri!».

Ascolta la puntata di Welcome ambientata a Bonassola (andata in onda il 3 aprile)

 

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    Sara Milanese
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Latronico, dalla diffidenza all’accoglienza

Mi trovo molto bene qui: la gente è molto amichevole, aiuta sempre per quello che può. Ormai ho capito che anche loro hanno tanti problemi, ma non hanno perso la voglia di aiutare gli altri. Per questo, a differenza di tanti altri migranti che non vogliono fermarsi, io ho deciso di stare qui” è positiva l’esperienza di Amin, iraniano, da due anni in Italia e oggi ospite del centro Sprar di Latronico, poco più di 4mila abitanti in provincia di Potenza. “Ho trovato casa, ho anche molti amici italiani, ma purtroppo non riesco a trovare lavoro: sono laureato in Ingegneria e in Inglese, ma non ho ancora convertito i miei titoli di studio”.
Ascolta la testimonianza di Amin
Amin da Latronico

 

La ricerca del lavoro è la condizione che accomuna i cittadini latronichesi ai migranti ospiti del centro Sprar, che da un paio di anni arrivano qui regolarmente per un periodo di ospitalità, anche se non sono mai più di una trentina alla volta: “Non abbiamo avvertito la crisi, perché siamo sempre stati in crisi: siamo nel Sud d’Italia, in Basilicata, nell’entroterra!” Racconta Vincenzo Castellano, assessore al Commercio, alla Cultura e alle Politiche giovanili del comune di Latronico, che ha la delega anche per occuparsi dei migranti. “Stiamo vivendo da anni uno spopolamento continuo: 50 persone in meno ogni anno. Il centro Sprar ha però permesso di garantire dei posti di lavoro ad abitanti di Latronico, per esempio, mentre stiamo lavorando per attivare i tirocini per i richiedenti asilo in attività che siano socialmente utili per la comunità, attivando una politica di integrazione anche dal punto di vista lavorativo”.

In questo piccolo comune lucano di poco più di 4000 abitanti, la depressione economica si fa sentire, e gli echi del “lavaggio del cervello mediatico di cui si fa portavoce un esponente politico con la barba e la maglia verde”, come dice Castellano, sono arrivati fino a qua. Tanto che, all’annuncio del progetto di accoglienza, la struttura identificata per accogliere i primi migranti venne distrutta da un incendio, i cui responsabili non sono stati mai identificati. Questo episodio non ha fermato l’amministrazione comunale, che ha iniziato una campagna di informazione per spiegare per bene ai cittadini che con l’arrivo dei migranti il paese non sarebbe stato più “insicuro”.

Ben presto la solidarietà e il proverbiale senso di accoglienza si sono imposti: “La chiave di volta è stato un semplice episodio: una signora anziana, che era tra le più accanite detrattrici del progetto di accoglienza, ha preparato una torta per il compleanno di una bambina accolta nel primo centro. Da allora le cose sono solo migliorate, basti pensare che alcuni dei ragazzi che sono ospiti negli appartamenti nei nostri due centri giocano nella squadra di calcio locale”.

Ascolta la puntata di Welcome a Latronico

 

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    Sara Milanese
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Una centrale a gasolio minaccia Favignana

Tre ciminiere, alte 15 metri, sette generatori a gasolio, a poche centinaia di metri dal mare: è il progetto che minaccia alcune tra le spiagge più belle di Favignana, come Cala Azzurra, Cala Rossa e Bue Marino.

Un progetto per la costruzione di una centrale elettrica vecchio di 15 anni, che però ha ottenuto il via libera dalla regione Sicilia e anche dalla Soprintendenza.

La più grande delle isole Egadi non è legata alla rete Enel, e per la Regione la questione energetica è di “preminente interesse pubblico”, con buona pace del bellissimo paesaggio agreste che verrebbe deturpato, senza contare l’impatto ambientale e i possibili risvolti negativi sul turismo.

Nel 2013, la Soprintendenza, aveva stabilito che in quella stessa area (due ettari, peraltro sotto la tutela dal Piano Paesaggistico e dall’Area Marina Protetta delle Isole Egadi, la più grande d’Europa) non si sarebbe potuto costruire nemmeno un muretto. Nel terreno dove dovrebbe sorgere la centrale, invece, si possono costruire ciminiere, capannoni in cemento armato, silos, sala macchine.

Com’è possibile? È possibile perché l’amministratore delegato di Sea, la Società Elettrica di Favignana Spa che vende l’energia all’isola, è anche Ad di Selma Srl, la società proprietaria del terreno, immerso nell’area protetta, sul quale sorgerà la centrale contestata.

“Nessuno vuole questa centrale: non la vogliono gli albergatori, non la vuole la gente, non la vuole il Comune” conferma Michele Rallo, consigliere comunale di Favignana e membro del direttivo di Legambiente Sicilia; “La Sea ha comunque bisogno che il Comune approvi la variante urbanistica per quel terreno. Il consiglio comunale è però contrario alla modifica, e ha promosso una campagna mediatica contro il progetto della centrale”.

Il clamore di stampa e giornalisti ha spinto l’azienda a chiedere una sospensione di sei mesi del progetto, in attesa di poter presentare un altro progetto da affiancare a quello della centrale a gasolio, basato però sullo sfruttamento di energie rinnovabili. Per garantire l’energia all’isola, afferma la Sea, le fonti rinnovabili da sole non bastano.

“Noi non vogliamo la cementificazione di quella zona, e vogliamo invece che la vecchia centrale, dove già adesso la Sea produce energia elettrica, si rinnovi, attraverso le nuove tecnologie, e vada verso le rinnovabili” continua Rallo.

La sospensione del progetto quindi non è da considerarsi una vittoria: “Il nostro timore è che la Regione Sicilia ignori la posizione del Comune e degli isolani e si nasconda dietro l’interesse nazionale e modifichi da sola la variante urbanistica per dare il definitivo via libera al progetto”.

Ascolta l’intervista a Michele Rallo

Intervista a Michele Rallo

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    Sara Milanese
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La rinascita del Baobab

Era stato sgomberato a dicembre su ordinanza del commissario straordinario di Roma, Francesco Paolo Tronca, ma ora i volontari che l’anno scorso hanno accolto oltre 35mila migranti di passaggio nella capitale si stanno riorganizzando: il nuovo Baobab sorgerà nel quartiere Tiburtina, tra la stazione dei treni e quella degli autobus. I volontari vogliono occupare l’ex Istituto Ittiogenico, abbandonato da anni e di proprietà della Regione Lazio, per allestire un nuovo campo di accoglienza.

“Gli sbarchi sulle nostre coste stanno già aumentando, gli hotspot nel Sud Italia già non contengono più i migranti che arrivano, a breve ricomincerà il passaggio di chi attraversa l’Italia verso il Nord Europa”, spiega Andrea Costa, coordinatore dei volontari del Baobab. “Gli esperti ci dicono anche che la chiusura della rotta balcanica dirotterà in Italia i migranti dall’Est”.

Tutti gli elementi sul tavolo indicano che tra poco migliaia di migranti arriveranno nelle maggiori città italiane, in direzione nord Europa. Il tempo per organizzarsi ed evitare che questa diventi l’ennesima emergenza è poco: “C’era tutto il tempo per prepararsi adeguatamente, non è stato fatto. Ancora una volta, accoglienza e corridoi umanitari saranno organizzati dal basso”.

L’ex Istituto Ittiogenico comprende due grossi edifici, al momento inagibili, e un ampio spazio dove nel frattempo può essere allestito un vero e proprio villaggio, con tanto di ospedale da campo. Le grosse associazioni come Save the Children, Emergency, Arci, perfino l’Unhcr, hanno già dato la loro disponibilità a collaborare e partecipare. Chi non ha mai risposto al progetto sono invece le istituzioni. Ma l’urgenza di accogliere degnamente chi è già in viaggio verso l’Italia è più forte della paura di nuovi sgomberi: “Se le autorità decideranno di cacciarci si dovranno prendere la responsabilità delle loro azioni: noi continuiamo a ribadire che a Roma non ci sono, ad oggi, strutture adeguate ad accogliere migranti transitanti”, continua Costa “Già oggi basterebbe l’arrivo di un treno con 40 migranti e la città non sarebbe in grado di gestirli”.

I volontari del Baobab non si stanno però solo occupando di prepararsi all’accoglienza, ma hanno lanciato un appello a livello nazionale per la creazione di una rete dal basso, perché l’esperienza dell’estate 2015 ha mostrato loro che, anche senza il sostegno delle autorità, cittadini e associazioni possono garantire la sicurezza dei migranti negli spostamenti. “Da Roma informavamo Bolzano dicendo che 40 migranti, tra cui 20 uomini, 10 donne, 10 bambini, erano diretti là; da un lato i volontari si preparavano ad accogliere chi stava arrivando, dall’altro potevamo verificare che tutti arrivassero a destinazione”. Per creare questa rete a Roma sono stati invitati attivisti e volontari da tutta Italia per una tre giorni, dal 29 aprile al 1 maggio, intitolata Pensare migrante. Tra gli obiettivi: decidere insieme un piano d’azione, costruire i corridoi umanitari e sviluppare azioni per continuare a porre il tema della sicurezza dei migranti alle istituzioni italiane. Che intanto stanno solo a guardare.

Ascolta l’intervista ad Andrea Costa andata in onda nella puntata di Periferie del 14 aprile
baobab sara milanese per sito

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    Sara Milanese
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Trieste: accogliere per non creare emarginati

Preoccuparsi di trovare un tetto ai richiedenti asilo in attesa del riconoscimento di status non basta: per chi arriva da un viaggio traumatico e, ancor prima, da una vita di privazioni, il primo contatto con la nostra società è complicato. Per sentirsi a proprio agio ci vuole tempo. Nelle scorse puntate di Welcome abbiamo già visto come, nelle esperienze di accoglienza che funzionano, l’assistenza giuridica, quella psicologica, quella medica, si devono accompagnare anche all’insegnamento della lingua italiana, e all’apprendimento di un lavoro.

Trovare un’occupazione, condizione che garantisce la chiave per l’integrazione, resta però un problema. Lo conferma Gianfranco Schiavone, presidente di ICS: “La formazione professionale è il primo problema: il sistema di formazione in Italia non vede le esigenze particolare dei richiedenti asilo e non investe su di loro” con il risultato che non ci sono corsi sufficienti per tutti, ci sono lunghi periodi dell’anno scoperti, e le possibilità sono molto limitate. “In questo modo però si contribuisce a spingere queste persone verso le fasce basse del lavoro o direttamente verso il lavoro nero” continua Schiavone, “Insomma, ancora una volta manca un progetto politico”.

Un’altra particolarità dell’esperienza triestina è che l’accoglienza riguarda sia chi è in attesa del riconoscimento di rifugiato, sia chi è titolare: “La legge prevede l’accoglienza solo nella fase iniziale: quando il richiedente asilo ha ottenuto lo status, lo abbandona”, spiega ancora Schiavone. Questo significa che in molte città italiane, nelle quali i sistemi di accoglienza e il sistema Sprar sono separati, il richiedente asilo ad un certo punto viene “lanciato nel nulla. Un programma sociale scriteriato, folle, quasi criminale, che crea senza fissa dimora sul territorio. È esattamente quello che i pubblici poteri non dovrebbe fare”. L’accoglienza diffusa in questa città nasce dalla volontà di considerare la presenza dei rifugiati non come un’emergenza, ma come un cambiamento: sono gli enti pubblici che devono rispondere alle esigenze di questa nuova fetta di cittadini. Per questo il sistema di accoglienza a Trieste è comunale “I servizi di accoglienza sono servizi alla persona, e quindi vengono erogati dall’ente locale, come nei confronti di qualsiasi altro cittadino che è in difficoltà”. Il più recente orientamento giuridico va in questa direzione, Trieste ha non solo precorso i tempi, ma ad oggi è l’unico comune titolare del progetto di assistenza.

Ascolta le testimonianze dei richiedenti asilo ospiti dei progetti di microaccoglienza a Trieste:
WELCOME trieste richiedenti

Non solo il lavoro: a Trieste i richiedenti asilo possono anche partecipare alla realizzazione di un programma radiofonico: Specchio Straniero, che va in onda sul circuito Amisnet e su alcune delle Radio del network Popolare. Stefano Pieri è uno dei responsabili del laboratorio radiofonico “Molti operatori, che lavoravano con i migranti appena arrivati in Italia, segnalavano come la funzione della parola e del racconto fosse fondamentale per anche per l’integrazione e per riallacciare un filo con la propria cultura e il proprio passato”, l’idea di realizzare un programma che vedesse i migranti protagonisti è nata da qui, e da settembre ad oggi il laboratorio sta lavorando proprio con questi obiettivi. “Per i ragazzi rappresenta la possibilità di esprimersi e di raccontarsi, ma è anche occasione di confrontare le diverse culture, o di commentare le notizie sull’immigrazione”, continua Pieri, “Noi operatori arriviamo alla riunione di redazione con delle proposte, ma poi succede che i ragazzi preferiscano parlare di altro, e noi diamo loro la possibilità di farlo. Per noi significa anche dare la possibilità agli italiani di entrare in contatto con il mondo dei richiedenti asilo”.

Ascolta questa puntata di Welcome dedicata a Trieste:

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    Sara Milanese
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Brasile, due anni di scandalo Petrobras

21L’inchiesta Lava Jato (in italiano “autolavaggio”), è iniziata esattamente due anni fa, nel marzo 2014. In 24 mesi ha letteralmente sconvolto la politica brasiliana. Le indagini hanno messo a nudo un vasto sistema di corruzione di quasi 2 miliardi e mezzo di euro, che coinvolge i vertici della Petrobras, la compagnia petrolifera di stato, le più grandi aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici (BPT, di cui fanno parte: Camargo Corrêa, Oas, Utc-Constram, Odebrecht, Mendes Júnior, Engevix, Queiroz Galvão, Iesa Óleo & Gás e Galvão Engenharia), nonché politici di vari schieramenti, molti appartenenti al PT, il Partido dos trabalhadores di Lula e dell’ attuale presidente, Dilma Roussef.

La Petrobras, fondata nel 1953, è una delle più grandi società al mondo del settore petrolifero; è stata una delle principali colonne portanti dell’economia brasiliana, e uno dei simboli della crescita economica del Paese, soprattutto dopo la scoperta, una decina di anni fa, dei nuovi giacimenti sia di greggio che di gas al largo delle coste brasiliane. Oggi lo scenario è completamente cambiato: da una delle principali fonte di entrata economica, la Petrobras è diventata il simbolo della corruzione endemica brasiliana.

Gli ex dirigenti dell’azienda, alcuni dei quali sono già in carcere, sono accusati di aver gonfiato dall’1 al 3 per cento del loro valore contratti da centinaia di milioni di dollari con le società di costruzioni, per realizzare le infrastrutture petrolifere al largo delle coste brasiliane. In cambio, i partiti che fanno parte della coalizione di governo, avrebbero ricevuto tangenti e finanziamenti illeciti.

Il PT è al potere in Brasile dal 2003, ed è su questo partito che ricade la responsabilità più grossa, ma tra i corrotti ci sono membri di vari partiti della coalizione al governo, e anche dell’opposizione. Ad onore di cronaca il partito più coinvolto è il PP, il Partido Progressista, di destra e all’opposizione, con almeno 27 membri sotto inchiesta. In tutto, sono oltre 60 i politici accusati di far parte del “sistema Petrobras”. E l’inchiesta non è ancora chiusa.

Arresti eccellenti

Alcuni dei principali rei confessi sono già in carcere: per esempio l’ex manager di Petrobras, Paulo Roberto Costa, con il cui arresto di fatto è iniziata l’operazione Lava Jato, e che è già stato condannato a sette anni e mezzo; o l’imprenditore Alberto Youssef, il primo a fare i nomi di Lula e Dilma, accusandoli di essere stati a conoscenza del sistema di tangenti. Finora però non ci sono le prove di queste accuse.
Marcelo Odebrecht, altro imprenditore chiave dell’inchiesta, è in arresto dal giugno 2015, non ha collaborato alle indagini e la settimana scorsa è stato condannato a 19 anni di carcere per corruzione, riciclaggio e associazione a delinquere. Ora, forse, potrebbe decidersi a parlare, svelando nuovi nomi coinvolti nel sistema di tangenti.

Tra i politici, il primo pezzo davvero grosso finito nella rete degli inquirenti è stato Joao Vaccari, tesoriere del partito dei lavoratori, arrestato lo scorso aprile; altro nome illustre è quello di Fernando Collor de Mello, ex presidente e attuale senatore di uno dei partiti della coalizione di governo, il Partido Laborista. Nell’agosto 2015 è stato accusato di corruzione anche il presidente del Camera Eduardo Cunha, membro di un altro dei partiti di coalizione di governo, il PMDB (Partito del Movimento Democratico Brasiliano). È accusato di aver ricevuto tangenti per 5 milioni di dollari per autorizzare concessioni petrolifere e appalti, e la corte suprema brasiliana ha deciso due settimane fa che sarà processato.

Arriviamo al più recente coinvolgimento di Lula da Silva: direttamente non risulta indagato per lo scandalo Petrobras. L’indagine che lo riguarda gli attribuisce la proprietà di un super attico sull’oceano al centro di una truffa, del quale l’ex presidente operaio nega ogni addebito. Nel caso sono coinvolte alcune delle imprese costruttrici finite nel mirino degli inquirenti per Lava Jato.

La crisi di Petrobras

Il danno causato dallo scandalo Lava Jato ai conti di Petrobras ha già superato i 2 miliardi di dollari, e si somma al calo del prezzo del petrolio che sta mettendo in crisi tutto il settore. I conti di Petrobras sono in rosso, e oltre ai tagli agli investimenti, cominciano già ad arrivare revisioni al ribasso dei target di produzione. I lavoratori dell’azienda hanno scioperato più volte nell’ultimo periodo, preoccupati anche per il mantenimento dei loro posti di lavoro. La ripercussioni economiche su tutto il Paese potrebbe anche aumentare: negli Usa, Petrobras dovrà affrontare una class action intentata dagli investitori statunitensi su 98 miliardi di dollari di azioni emesse negli Stati Uniti dal 2010 al 2014. Le accuse sono pesantissime: aver falsificato i documenti contenenti il valore delle azioni e delle attività obbligazionarie, e sono chiamati in causa come accusati anche gli istituti di credito brasiliani ed internazionali che hanno gestito la vendita delle azioni.

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    Sara Milanese
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Accogliere, tradizione triestina

Malik e suo figlio

“Noi accogliamo sia richiedenti asilo che già titolari di protezione, e permettiamo loro di vivere in appartamenti, come tutti gli altri cittadini triestini o stranieri che vivono qui”. Con queste poche parole Gianfranco Schiavone, presidente di ICS – Ufficio Rifugiati Onlus, sintetizza cosa fa la sua associazione per i tanti migranti che quotidianamente arrivano in città: trova loro una sistemazione dignitosa. In realtà c’è molto di speciale in questo: tanto per cominciare perché questa attività a Trieste è ormai consolidata, perché iniziata nel 2002. Poi anche perché la presenza di richiedenti asilo in città è molto alta: 4 ogni mille abitanti, la media nazionale italiana è meno della metà, 1,6. Per una città che conta 200mila abitanti, non è poco.

“Al momento ci sono circa 600 persone che vivono negli appartamenti, soprattutto nell’area urbana triestina, al massimo nella periferia o in provincia, appena fuori dalla città”, continua Schiavone.  Nonostante un rallentamento degli arrivi, (“ma è troppo presto per dire se sia causato dalla chiusura delle frontiere della rotta balcanica oppure da altri motivi” precisa Schiavone), a Trieste arrivano ogni giorno 10-15 migranti.

Tre i fattori che hanno permesso a Trieste di sviluppare questa buona pratica di accoglienza: la crisi del mercato immobiliare, e la presenza di molti appartamenti sfitti disponibili; la piccola dimensione della città, che permette di coordinare e di gestire spostamenti e attività facilmente; e di certo anche la cultura di città di confine. Nonostante le resistenze e i movimenti politici avversi, infatti, conclude Schiavone: “La storia di questa città è una storia di mescolanze, di lingue e culture diverse. Anzi noi diciamo che la situazione di oggi, di Trieste, rispecchia quella del suo passato migliore”.

Sono soprattutto afghani e pakistani i richiedenti asilo che arrivano in questa città. Infatti le famiglie che vivono insieme nell’appartamento in centro città che visito, sono tutte afghane. C’è una giovane coppia senza figli, arrivata in Italia da 3 mesi; c’è un padre con la moglie e i tre figli; c’è, caso assolutamente singolare, una donna sola coi suoi quattro figli, arrivata da pochissimi giorni. Ogni nucleo ha camere da letto separate, la cucina invece è in comune, e, complice la stessa lingua e la stessa cultura, spesso le donne cucinano anche per gli altri.

E poi c’è Malik, che con il figlio maschio di 11 anni è in Italia ormai da due anni, e sta aspettando il ricongiungimento famigliare per riabbracciare la moglie e le sue due figlie, che non vede da quattro anni. Un’attesa che gli sembra interminabile: “Per me è troppo dura” mi dice, “A volte mi dico che era meglio restare in Afghanistan, almeno non avrei dovuto sopportare questa lontananza”. Nel frattempo Malik ha trovato lavoro, mentre suo figlio frequenta la scuola. Anche Malik sta studiando, ma, spiega, “Nell’ultima settimana sono così stressato che ho perso anche la voglia di studiare: spero ogni giorno che mi arrivi una telefonata dall’ambasciata italiana per dirmi che i documenti sono pronti”.

Nemmeno il figlio di Malik riesce a trattenere la voglia di rivedere la sua mamma e le sue sorelle: “Volevo dire una cosa per la mia mamma”, mi dice fermandomi proprio mentre sto uscendo dall’appartamento: “Stiamo aspettando per il documento del visto e non sappiamo quando arriverà. Sono passati 14 mesi, e non ci hanno ancora detto niente, non sappiamo qual è il problema e perché ci stanno mettendo così tanto”, mi guarda con sguardo serio, e conclude “Io voglio soltanto che la mia mamma e le mie sorelle vengano”.

Ascolta la puntata di Welcome del 6 marzo, dedicata ai progetti di accoglienza di famiglie a Trieste

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    Sara Milanese
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Venezia, gondole per tutti

Un giro in gondola: un desiderio che nasce spontaneo visitando Venezia. Un desiderio però non alla portata di tutti: tra ponti e traghetti Venezia è una città piena di barriere architettoniche, difficile da girare per chi si sposta in carrozzina, e salire in gondola rappresenta una vera sfida. Almeno finora!

Perchè l’11 marzo, alle 11 di mattina, in Piazzale Roma, verrà inaugurato uno speciale pontile galleggiante, associato ad una pedana automatica, grazie a cui la sedia a ruote viene caricata, in modo sicuro e senza fatica, direttamente sulla gondola.

“Negli ultimi venti anni ho trasportato tantissime persone in gondola” racconta Alessandro della Pietà, gondoliere e fondatore, con Enrico Greifenberg del progetto Gondolas4all (diventato anche una onlus), “ e mi è capitato più di qualche volta di avere richieste da parte di persone in sedia a rotelle. A volte ci siamo assunti la responsabilità e le abbiamo imbarcate a braccia, ma purtroppo molte volte non abbiamo potuto aiutarle”.

gondolas

La decisione di pensare ad un progetto per rendere le gondole accessibili parte quindi dall’esperienza diretta, e ha richiesto diverso impegno: l’idea è nata nel 2012, ma c’è voluto tempo e molto lavoro per trovare i fondi necessari e per progettare, da zero, un pontile adatto alle gondole. Alessandro ed Enrico hanno fortunatamente trovato molto sostegno: a partire dalla Regione Veneto, passando per il governo, e ancora a varie associazioni che si battono per l’accessibilità, per esempio Village4all e Freewheels. Soprattutto, hanno trovato delle aziende che hanno creduto nel progetto, e che hanno ideato il prototipo di pontile, che è stato realizzato con plastiche riciclabili, ottenute dalla lavorazione del tetrapack.

Il servizio va prenotato, lo si può fare dal sito di Gondolas4all, dove si può anche contribuire a sostenere il progetto. Anche i gondolieri del traghetto Piazzale Roma si sono preparati a questo nuovo servizio: hanno partecipato ad un corso dedicato all’accoglienza di persone con disabilità e con ridotta capacità motoria. A pochi giorni dall’inaugurazione ormai è tutto pronto: un piccolo passo di civiltà in più per una città che, come dice Alessandro: “deve essere vista dall’acqua, e non c’è niente di più bello di una passeggiata in gondola nel silenzio dei piccoli canali”.

Ascolta l’intervista di Alessandro della Pietà dalla puntata di Periferie del 18 febbraio
Venezia Gondolas4all

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    Sara Milanese
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Oltre l’integrazione: convivere a Parma

Il condominio nel quale vivono Pedro, Lorenzo, Tommaso e Ahmed ha un ingresso anonimo, a ridosso del Parma, il torrente che attraversa la città. Siamo a pochi passi dal centro, ma in un’area residenziale piuttosto tranquilla. Entrare nell’appartamento permette a chiunque sia stato uno studente “fuorisede” di fare un salto nel tempo: i mobili di probabili precedenti inquilini sono accostati a economiche soluzioni ikea, le pareti sono spoglie, il forno è vecchio di decenni, tanto che ancora i neoinquilini non hanno capito come farlo funzionare. Quale sia la stanza da letto degli studenti universitari si capisce con uno sguardo: le altre due sono in ordine.

Quello che vi sto descrivendo non è però un appartamento di giovani coinquilini qualsiasi: è la prima delle sedi del progetto Tandem, promosso e realizzato a Parma attraverso il Ciac Onlus (Centro immigrazione asilo e cooperazione onlus). Il progetto ha cercato di coinvolgere tutta la città, e grazie ad alcuni benefattori, può contare sull’usufrutto gratuito di due appartamenti: sono le due nuove case di studenti universitari e giovani lavoratori rifugiati. Vivono insieme da poche settimane e sono molto entusiasti della nuova sistemazione.

“Condividiamo veramente tutto”, spiega Tommaso, “pure in cucina, anche se io sono vegetariano e Lorenzo addirittura vegano”. Ahmed, somalo, conferma: “Io sono di religione musulmana, ma se Pedro vuole farsi una braciola di maiale, per me non c’è nessun problema: io poi lavo la padella e mi cucino la mia carne di agnello! C’è il rispetto della religione e degli spazi degli altri”.

Le piccole insidie del vivere insieme non spaventano: non ci sono turni di pulizie (“Se vedo che c’è sporco, pulisco!”, mi dice Ahmed), non ci sono regole per il fumo di sigaretta (“Non abbiamo dovuto nemmeno parlarne: si fuma solo sul balcone”, racconta Tommaso), nessuna discussione sul controllo del telecomando dell’unico televisore (“Almeno finora!”, dice Pedro).
“La televisione deve essere l’ultimo dei motivi per cui si discute!”, conferma Tommaso. “È un aspetto che conta così poco rispetto all’importanza di quel che è per noi la convivenza”. Non è solo giusta leggerezza: per chi, come Ahmed e Pedro, ha sperimentato la vita in dormitorio o in altre situazioni precarie, questa convivenza in quattro è davvero una situazione facile da gestire.

Ai due rifugiati, entrambi lavoratori, Tandem permette di non avere un affitto da pagare e contemporaneamente di entrare ancora più in profondità nella vita sociale della città, grazie alla presenza dei due studenti italiani. I quali, a loro volta, beneficiano dell’usufrutto gratuito della casa e approfittano di una bella esperienza di fratellanza. In cambio, il Ciac chiede a tutti e quattro di raccontare all’esterno questa loro convivenza, per dimostrare che vivere insieme si può, ed è anche bello.

“Questo progetto è molto importante per me: non stiamo parlando di integrazione, ma di convivenza”, spiega Pedro, scappato dalla Nigeria perché attivista per i diritti omosessuali, e arrivato in Italia nel 2012, “Integrazione per me vuol dire che ti devi comportare secondo le regole di un certo luogo per sentirti parte di quel posto; ma qui noi conviviamo, ci consideriamo fratelli, non importa quale sia la nazionalità”.
“La finalità del progetto è andare oltre l’integrazione”, conclude Tommaso, “ e dimostrare, in un momento in cui le spinte xenofobe e la paura del diverso sono alle stelle, che possiamo vivere benissimo insieme, anzi: insieme viviamo meglio!”.

Ascolta la puntata di Welcome dedicata al progetto Tandem di Parma

Per la foto dell’articolo si ringrazia Livio Senigalliesi.

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    Sara Milanese
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Professione: umarèl

Ammettetelo: è il sogno segreto di molti. Da oggi è realtà: essere “umarèl” certificati si può.

Succede a Bologna (e dove altro poteva succedere, se non nella patria degli umarells?), dove un’associazione, che non a caso si chiama Succede solo a Bologna, ha creato la “umarèl card”. Una card che autorizza ad osservare i lavori nei cantieri da dentro il cantiere stesso!

Non è uno scherzo, e anzi l’iniziativa ha uno scopo decisamente nobile: sostenere i costi dei lavori di ristrutturazione della basilica di San Petronio.

“La basilica di San Petronio è indipendente, e quindi deve autofinanziarsi per mantenersi in forma”, spiega Fabio Mauri, presidente di Succede solo a Bologna. In tempi di crisi economica, per riuscire a raccogliere fondi bisogna proprio inventarsi qualcosa di nuovo, e per sostenere i costi del restauro l’associazione regala una “umarèl card” a chiunque doni almeno 5 euro.

umarel card

 

 

 

“Umarèl per un giorno, ovvero: con la card si può scegliere una data e venire a vedere i lavori da dentro il cantiere, verificando quindi anche come si stanno impiegando anche i propri soldi donati – continua Mauri -. Soprattutto, la card permette di accedere anche a luoghi segreti della basilica”.

Per esempio la terrazza, accessibile grazie al ponteggio installato per i lavori di restauro, dalla quale si vede una vista spettacolare di Bologna, ci dice Mauri, e sulla quale, in date particolari, si potrà gustare un aperitivo o una cena. O ancora il voltone del soffitto, da dove si può vedere la meridiana più lunga del mondo e, da vero umarèl, si possono vedere i vari segni di lavoro lasciati, con la cera rossa, dai muratori del 1600. Con almeno 15 euro di donazione i gadget aumentano: ci sono anche il braccialetto “born to be umarel” e il certificato che permette di vantare la propria professionalità di umarèl in tutti i cantieri del mondo. L’idea è nata da una banale chiacchierata con un’azienda edile: “Se facessimo pagare un biglietto per i nostri cantieri riusciremmo a pagarci i lavori, mi disse il proprietario” ricorda Mauri. L’intuizione è stata completata con l’idea di mettere insieme due simboli della città: gli umarèlls e San Petronio. L’iniziativa è aperta a tutti, non solo ai bolognesi, e tutte le informazioni per sostenere la basilica e diventare “umarèl per un giorno” si trovano sulla piattaforma web iosostengosanpetronio.it.

Lanciato il 30 gennaio, l’obiettivo del progetto, che durerà tutto l’anno, è raccogliere 200mila euro “Che servono per restaurare le parti della basilica che hano urgente bisogno. Se riuscissimo a superare questa cifra cominceremmo anche il restauro di parti che hanno meno urgenti. Nei primi tre giorni abbiamo raccolto subito 3mila euro: sembra che l’umarèl card sia piaciuta!”

Ascolta l’intervista a Fabio Mauri dalla puntata di Periferie del 4 febbraio
umarells card

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    Sara Milanese
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La buona accoglienza di Asti

Fatima viene dal Ghana, ha un figlio di 18 anni e una figlia di 13. Vive ad Asti, e negli ultimi due anni ha accolto, uno alla volta, 3 richiedenti asilo; la famiglia di Princess, che è di origine nigeriana, ha una casa più grande, e può accoglierne due, anche se in questo momento c’è solo Emanuel, perché Adam ha appena ottenuto il permesso di soggiorno, e ora continua il suo percorso verso l’indipendenza.

Nei mesi in cui a casa di Boris e Danila c’era ospite Danish, è nata una bellissima relazione tra il giovane cingalese e il piccolo figlio della coppia, tanto che adesso la famiglia sta pensando di ripetere l’esperienza di accoglienza.

Queste sono solo alcune delle 36 famiglie che in questo momento stanno ospitando richiedenti asilo ad Asti, grazie ad un progetto coordinato dalla onlus Piam, che si occupa da sempre di migranti e di riscatto delle vittime della tratta. L’accoglienza in famiglia è iniziata nel 2014, da allora sono più di 60 le famiglie che hanno provato questa esperienza almeno una volta.

Dopo una prima fase in cui presentano la richiesta per l’asilo e ottengono la tessera sanitaria e gli altri documenti, ai profughi viene infatti presentata la possibilità di essere accolti in un nucleo già inserito nel territorio.

“È un’esperienza molto importante per loro”, ci spiega Princess, che per Piam è anche mediatrice culturale, “Noi diciamo loro di seguire sempre le indicazioni della famiglia che li ospita, perché devono imparare come funzionano le cose qui”. L’obiettivo infatti è quello di permettere loro di capire come muoversi, come gestire la casa, i fornelli, dove fare la spesa. Perché una volta ottenuto lo status di rifugiato, andranno a convivere con altri stranieri e, una volta trovato lavoro, lasceranno i progetti di accoglienza per essere finalmente autonomi.

“La famiglia ospitante firma una convenzione con noi” spiega Francesca, che si occupa della consulenza legale ai rifugiati, “Il Piam continua a fornire tutti i servizi necessari ai richiedenti asilo, le famiglie devono limitarsi a garantire un letto e 3 pasti al giorno. Noi riceviamo una diaria di 35 euro per beneficiario; abbiamo deciso di dare metà di questa diaria alle famiglie, una cifra che permette, soprattutto alle famiglie in difficoltà, di pagare un affitto e di contribuire alle spese. È quello che noi definiamo un welfare dal basso”.

Ascolta le esperienze di accoglienza di Fatima, Boris e Princess, dalla puntata di Welcome del 7 febbraio
asti-famiglie

Le resistenze, anche ad Asti, ci sono, e per promuovere una cultura di accoglienza Piam ha lanciato la campagna “L’accoglienza fa bene”, con la quale smonta tutti gli stereotipi denigratori nei confronti degli stranieri: rubano il lavoro agli italiani, portano malattie, guadagnano 35 euro al giorno per non fare niente… Fortunatamente la città si è dimostrata accogliente con i profughi, anche grazie alla decisione di realizzare questo modello di accoglienza “diffusa”, che quindi non prevede di concentrare la presenza immigrata ed impedisce la ghettizzazione di aree precise o di edifici. Se poi le esperienze di accoglienza in famiglia stanno funzionando lo si deve anche all’attento lavoro di selezione delle famiglie che si sono rese disponibili ad accogliere, e soprattutto al sostegno che Piam offre loro. “È fondamentale capire se tutti i componenti della famiglia siano d’accordo nella scelta di accogliere”, continua Francesca, “e poi è importante, da parte nostra, la fase di monitoraggio, quindi incontrare le famiglie con una certa frequenza e appianare eventuali conflitti, laddove ci siano discussioni anche per delle banalità: il fumo, l’odore del cibo…screzi normali per una convivenza!”

Ascolta tutta la puntata di Welcome dedicata alle famiglie accoglienti del progetto di Piam onlus ad Asti

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    Sara Milanese
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Giacomo ha due mamme

Quando Giacomo chiama “Mamma!”, a girarsi sono in due, ma a rispondere  in genere è quella più vicina. Nella vita quotidiana forse la differenza più grande rispetto ad una coppia di genitori eterosessuali è solo questa: Camilla e Alessandra sono infatti le due mamme di Giacomo,  che è stato partorito da Camilla nel 2013 con la procreazione assistita.

Fuori dalle mura di casa, invece, le mamme di Giacomo hanno già avuto a che fare con le difficoltà burocratiche di uno Stato che non riconosce i loro diritti in quanto genitori. “Noi siamo una famiglia nella quotidianità, una famiglia per Giacomo, una famiglia per chi ci conosce, ma non lo siamo per la burocrazia, a partire dal suo certificato di nascita, nel quale risulta che Giacomo ha un solo genitore”.

Cosa significa concretamente questo? Per esempio, che Alessandra, che non è la sua mamma biologica, non ha alcun diritto nei confronti di Giacomo, nonostante lo stia crescendo come fanno tutte le mamme del mondo. D’altra parte l’unione di Alessandra e Camilla non è riconosciuta, e, se dovesse succedere qualcosa a una delle due, né l’una né l’altra sono tutelate. Il primo scontro con un sistema impreparato è arrivato con l’iscrizione all’asilo nido: per poter andare a prendere Giacomo, Alessandra ha dovuto presentare la delega firmata da Camilla, come una “qualsiasi baby sitter”. Paradossalmente, il fisco non fa nessuna differenza: per le tasse Camilla, Alessandra e Giacomo sono una famiglia come tutte le altre.

“Abbiamo sottoscritto una scrittura privata assistite da un avvocato, nella quale dichiariamo di essere mamme di Giacomo. Questo lo tutela nel caso in cui una di noi dovesse mancare, ma è importante anche per noi due: in quanto mamma non biologica, io per la legge non ho nessun diritto, ma nemmeno nessun dovere nei confronti di Camilla e Giacomo”, spiega Alessandra.

Al di là delle difficoltà burocratiche, la vera preoccupazione delle due madri è la reazione della società: “Crescendo, Giacomo avrà sempre più interazioni con il mondo esterno”, racconta Camilla. “L’idea che qualcuno possa negare l’esistenza stessa della sua famiglia, identificandola come una cosa negativa ci spaventa”. “Fondamentale è cambiare la legge”, conclude Alessandra: “Quando la legge decreterà che la nostra è una situazione normale, noi ci sentiremo più tutelate, e probabilmente cambierà anche l’atteggiamento della gente”.

Ascolta per intero la puntata di Mamma mia! dedicata a questa famiglia arcobaleno

 

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La valle accogliente

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“Immagina un condominio, in una qualsiasi città, in cui si installano 30 famiglie pachistane. Quello diventa il condominio Pachistan, è già un ghetto”. L’immagine che usa Carlo Cominelli della cooperativa sociale K-Pax è banale, e la conseguenza è scontata. Eppure la nascita della “paura” del migrante, nelle nostre città, parte proprio dalla mancata considerazione di questa semplice intuizione. Alloggiare decine di profughi in un’unica struttura, privata o pubblica, costringe il quartiere che la ospita a confrontarsi con una nuova situazione, e permette a politici e razzisti di far leva sulle, infondate ma istintive, paure della gente per creare uno stigma.

Ci sono molte alternative a questa soluzione, riassumibili nell’idea di accoglienza diffusa: trovare ai richiedenti asilo tanti piccoli alloggi da 4-5 persone, distribuiti sul territorio. Questo tipo di inserimento facilita la relazione con i vicini di casa e non crea disagio.

Non è un’ipotesi campata per aria: questi progetti sono realtà in tanti paesini italiani, e la Val Camonica, tra la province di Brescia e Bergamo, è un bell’esempio di quanto possano funzionare.

La cooperativa K-Pax organizza l’accoglienza migranti in collaborazione con lo SPRAR, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ma lavora anche nella città di Brescia per le situazioni di emergenza, ed ha sviluppato un progetto per i migranti con disagio mentale. Sta inoltre gestendo un albergo a Breno, impegnando nella struttura alcuni richiedenti asilo come lavoratori. Attualmente coordina 27 appartamenti in un territorio ampio 150 chilometri, la maggior parte in paesi di piccole dimensioni, sotto i 2mila abitanti.

“Esercitiamo l’accoglienza integrata, cioè con dei servizi supplementari rispetto a quelli previsti dagli accordi prefettizi”, spiega Carlo “oltre alla consulenza legale forniamo formazione al lavoro, tirocini, il servizio di ascolto e sostegno psicologico, distribuiamo il pocket money. Preferiamo dare i soldi completamente in mano a loro, ma chiediamo loro di rendicontarci tutto”.

Non è finita qui: l’accoglienza diffusa garantisce una serie di servizi, che di fatto le grandi strutture, molto più costose, non riescono a fornire. “I piccoli gruppi sono seguiti da personale educativo” continua Carlo “il rapporto è di un educatore territoriale ogni 10 persone, che li aiuta nella gestione dell’appartamento, nelle relazioni tra loro, e soprattutto organizza incontri con il territorio, al fine di favorire l’integrazione. Questo non è scritto nei bandi prefettizi, ma è patrimonio di chi vuole fare un certo tipo di accoglienza”.

La maggior parte degli accolti resta in Italia il tempo necessario per avere i propri documenti, e poi continua il suo viaggio, ma in 11 anni di progetti di accoglienza gli esempio di buona integrazione non mancano. L’esperienza della “valle accogliente” è positiva sotto tutti i punti di vista, come racconta anche Paolo Erba, sindaco di Malegno, piccolo comune camuno che ospita 2 appartamenti di migranti.

“La nostra idea era che il comune facesse da tramite politico a questo progetto, ma che poi a prendersene carico fosse il privato sociale. Credo che ognuno debba fare il suo lavoro; a noi spetta non tanto quello di operare sul campo, ma quello di creare tutte le condizioni perché questo possa avvenire con una ricaduta territoriale sensata. È anche un progetto educativo di comunità: l’idea che lavori con una comunità per renderla il più possibile accogliente”.

I due appartamenti sono attivi da 4 anni, e non si sono registrati veri problemi di convivenza, anche grazie alla presenza dell’educatore sociale che contribuisce a favorire la comunicazione tra i richiedenti asilo ospiti e la comunità. “Se potessi essere il ministro per un attimo, vorrei che questo diventasse un servizio sociale come gli altri”, riprende il sindaco, “Sarebbe bello riuscire a dire che ormai questo meccanismo non è emergenziale, perché questi flussi migratori continueranno per i prossimi decenni. Strutturiamo un servizio sociale che ci consenta di controllare bene chi lo svolge, che lo svolga in maniera seria, rendicontabile, e con i fondi europei creiamo progetti che aumentino anche l’occupazione per la nostra gente. Mi chiedo cosa sia più leghista, se questa mia proposta o dire che devono stare a casa loro!”.

Ascolta l’intervista di Sara Milanese al sindaco di Malegno Paolo Erba
sindaco_ malegno per sito

Ascolta la puntata di Welcome dedicata alla Val Camonica

 

Per la foto dell’articolo si ringrazia Livio Senigalliesi.

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Cinque famiglie…che sembrano una!

Vivere in grandi condomini, senza quasi scambiare parola con il vicino di pianerottolo? No, grazie. Abitare in villette mono famigliari per non essere disturbati da nessuno? Nemmeno!

Ci sono delle famiglie che scelgono di non chiudere mai la propria porta, e decidono di condividere questa scelta con altri nuclei famigliari. È il caso, per esempio, della Comunità di famiglie La Corte, che si trova in una vecchia cascina recuperata a Castellazzo Novarese, in provincia di Novara. Gli appartamenti recuperati con la ristrutturazione dell’edificio, oggi sono ormai 5, come i nuclei che qui abitano (o che stanno per venire a vivere) in questo momento. Al centro ci sono la condivisione di uno stile di vita, e la volontà di costruire insieme progetti in linea con questi principi. Di fatto, dall’esterno, l’unica regola che sembra difficile da rispettare è quella di mettere in comunione i soldi.

“Noi versiamo tutti gli stipendi sullo stesso conto, e ogni famiglia prende quello di cui ha bisogno” racconta Sabina, che coi 4 figli e il marito Enrico è stata la prima famiglia ad entrare nella cascina. “Alla fine dell’anno si azzera la cassa, e i soldi avanzati vanno a sostenere i vari progetti; e poi si riparte da zero” continua Sabina, “Per noi è una scelta liberatoria, anzi: sappiamo che non saremmo mai stati capaci di accumulare, e crediamo che per i nostri figli sia più importante creare una rete di relazioni piuttosto che lavorare tanto per avere delle sicurezze economiche”.

Eppure questa non è la difficoltà maggiore del vivere insieme: “Nella quotidianità vengono fuori tutti gli aspetti del carattere, e non sempre è facile trovare il giusto equilibrio tra aprirsi agli altri e vivere la propria intimità” spiega ancora Sabina.

Un ruolo centrale riveste il modo di educare i propri figli, come stanno sperimentando Giulia e Andrea, l’ultima famiglia arrivata qui: “Abbiamo due bambini piccoli e molto vivaci” racconta Giulia, e in una dimensione così aperta non è facile per tutti trovare il proprio posto: “Miriam aveva 2 anni quando siamo arrivati, e all’inizio non riusciva a capire quale fosse la casa della sua famiglia, e spesso è in casa degli altri. E, giustamente, non tutte le famiglie tengono la porta aperta nello stesso modo”. “Ci siamo accorti che si deve dedicare molto tempo alle relazioni, e non è sempre semplice” spiega Andrea, “Ma l’impostazione della comunità è comunque quella di mettere la propria famiglia prima delle altre”, e in effetti, conclude Giulia: “Per noi questo posto sta permettendo di avere molta cura alle relazioni tra di noi, all’interno del nostro piccolo nucleo”.

Ascolta la puntata di Mamma mia! dedicata alla comunità di famiglie La Corte:

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MAMMA MIA Un genitore che ne vale due!

“Ho 54 anni, sono educatore professionale, e sono una mamma single”. Maria Luisa ha due figlie,  Lucrezia e Fabiola, di 19 e 17 anni, che ha cresciuto da sola. “Mi sono separata dal loro papà quando loro erano ancora piccole, avevano 2 e 5 anni, e da allora posso dire di essermela cavata da sola, perché il loro papà non è mai stato tanto presente nella nostra vita”.

Il primo periodo di vita come “genitore singolare” non è stato facile, racconta Maria Luisa: da soli è stato difficile anche gestire il proprio lavoro con il rispetto degli orari scolastici delle ragazze. Per non parlare delle scelte educative, delle malattie…“Un’altra grande difficoltà è stata, per me, avere degli spazi miei: per anni non mi è stato possibile, perché il mio tempo al di fuori del lavoro era dedicato ai figli”. A differenze delle normali coppie separate, Maria Luisa infatti non ha mai potuto contare nemmeno sul weekend in cui il papà si occupa dei figli.

“La solitudine del genitore singolare si combatte non lasciandosi sopraffare dai sensi di colpa: quando ti separi senti di non poter più offrire ai tuoi figli la situazione migliore per loro. Per me un’ottima risorsa sono state le amicizie”. Soprattutto, racconta Maria Luisa, non bisogna cercare di essere un genitore perfetto: “Non puoi essere una mamma sempre attenta, sempre paziente…si deve accettare quello che si riesce a fare, e non avere la pretesa di sopperire alla mancanza dell’altro genitore”.
Lucrezia e Fabiola sono ormai cresciute, e parlano liberamente del loro rapporto con il padre, di cui non sentono la mancanza: “Avere un solo genitore per noi è normale, è l’unica situazione che conosciamo!” concordano le ragazze, che, anzi, trovano vantaggiosa la loro situazione: “Noi abbiamo solo un genitore a cui chiedere il permesso!”

Maria Luisa e le sue figlie sono state le protagoniste della seconda puntata di Mamma mia!, che puoi ascoltare qui:

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Una famiglia temporanea. Ma vera

“A 18 anni avrei potuto scegliere se andare a vivere con la mia mamma, o restare qui. Sono rimasto:  quella di tornare con mia madre è una possibilità che non ho mai preso nemmeno in considerazione”. Alessandro ora ha 19 anni, e da sei vive nella comunità minorile La girandola, gestita dalla Cooperativa Comin, a Cernusco sul Naviglio (Milano). Con la maggior età, di fronte alla possibilità di tornare nella propria famiglia di origine, ha preferito restare nella sua famiglia di adozione: una comunità composta al momento da otto ragazzi, tra i 10 e i 19 anni, con quattro educatori che si alternano a coprire i giorni, le notti e i weekend.

Sotto lo stesso tetto convivono età diverse, storie passate complicate, provenienze da tutto il mondo: Filippine, Nigeria, Perù, Italia. “Il 90 per cento delle volte i minori che accogliamo sono allontanati dalla famiglia di origine con un decreto del Tribunale dei minorenni”, spiega Daniela, educatrice. I ragazzi sanno che il loro tempo in comunità è limitato: “L’obiettivo rimane sempre quello di un ritorno alla famiglia naturale” continua Daniela “è l’obiettivo per cui lavoriamo tutti i giorni, e quando c’è la piena responsabilità di tutti i soggetti coinvolti, si riesce a fare un percorso che porti al ricongiungimento famigliare”.

Il percorso non è mai facile, e la storia di Alessandro dimostra che non sempre riesce. D’altra parte i ragazzi sviluppano un rapporto complicato con gli adulti, che li hanno abbandonati, e i ricordi legati  alla propria famiglia diventano ricordi dolorosi. Kimberley e Paul, per esempio, sono gemelli, e sono entrambi in comunità “Viviamo sotto lo stesso tetto ma non parliamo tanto – racconta Kimberley -Quando mia succede qualcosa di brutto al di fuori della famiglia, mio fratello mi chiede sempre come sto, ma se succede qualcosa di brutto in famiglia, non ne parliamo mai tra di noi”. Nonostante tutto, il senso di famiglia resta forte, emerge chiaro dalle parole di Diego: “Voglio andare a vivere in montagna, trovarmi un lavoro, magari come meccanico, e trovarmi una fidanzata. Vorrei avere dei figli, li iscriverò a pallavolo o a calcio. Saremo una famiglia normale, come tutte le altre”.

I ragazzi della comunità La girandola sono stati i protagonisti della prima puntata di Mamma mia!, ascoltala qui:

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Chi nutre davvero il pianeta

“Siamo noi giovani il futuro del cibo, e noi dobbiamo decidere come deve essere il  futuro del pianeta”: ha le idee chiare Edie Mukiibi, 29 anni, agronomo ugandese, al fianco dei contadini del suo Paese da quando era studente. “Nel 2007 il mais ibrido, che gli agricoltori erano costretti a seminare in monocoltura, non resistette alla siccità e alle malattie”; il raccolto che ne seguì, ricorda Edie, fu un vero disastro.“Proposi ai contadini di diversificare le coltivazioni e di recuperare i semi tradizionali, adatti al terreno, resistenti alla siccità e anche ai parassiti. Le cose iniziarono a migliorare: ora si affrontano meglio parassiti e malattie, e non si perde mai tutto il raccolto”.

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Edie, che oggi è vicepresidente di Slow Food International, era tra i 2500 giovani eroi del futuro che dal 3 al 6 ottobre sono stati protagonisti di We feed the Planet, evento internazionale organizzato da Slow Food e dalle rete Terra Madre. L’incontro si è tenuto nella Milano, per mandare un chiaro messaggio ad Expo, a poche settimane dalla sua chiusura. “I veri artigiani del cibo, quelli grazie ai quali il cibo buono e giusto arriva sulle nostre tavole tutti i giorni, sono i contadini, gli allevatori, i piccoli produttori che rispettano l’ambiente e gli animali – spiega Carlo Petrini, fondatore di Slow Food – Sono loro che salveranno il pianeta, per questo per noi sono gli eroi del futuro”.

Migliorare la vita della sua gente è anche quel che ha spinto Lee Ayu a tornare nella sua comunità indigena Akha a Maejantai, piccolo villaggio nel nord della Thailandia. “I miei nonni arrivano dalla Cina, e dopo aver vissuto in Birmania sono venuti in Thailandia. Viviamo in un’area rurale, lontana dai grandi centri” racconta Lee. Gli Akha parlano una lingua di origine tibetana, e subiscono discriminazioni dal governo thailandese, che non riconosce loro assistenza sanitaria. “Io sono stato il primo della mia famiglia a studiare. Dopo gli studi, sono tornato per fondare la Akha Ama Coffee, che mette in rete i produttori di caffè”.

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Da soli i contadini non riuscirebbero ad avere accesso al mercato, ma insieme stanno ottenendo buoni risultati, e la situazione economica è già migliorata. “Akha Ama Coffee, nel suo piccolo, fa quello che Slow Food fa in rete: workshop, sostegno, formazione”. E sostenibilità ambientale: “Rispettiamo le nostre risorse: l’acqua, le montagne, la foresta, l’aria. Sono i fattori che rendono il nostro prodotto unico e dobbiamo averne cura”.  Anche Lee è stato a Milano per We Feed the Planet: ha presentato, come tutti gli altri partecipanti, la sua esperienza, ed è tornato a casa con molte idee e consigli sul come rendere il suo progetto ancora più sostenibile.

Edie e Lee sono stati i protagonisti della prima puntata di We feed the Planet.

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    Sara Milanese
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Gli ulivi di Natale di Taranto

“Mettete degli ulivi nei condomini e addobbate le strade della città con gli alberi invece che con le luminarie”: è la proposta che Made in Taranto, una rete di imprenditori, artigiani e commercianti tarantini, ha fatto alla città per il Natale 2015. Gli alberi utilizzati per addobbarele strade durante le feste verranno poi ripiantati in base alle indicazioni fornite dal comune.
Gli obiettivi di questa iniziativa sono tanti: ridurre il consumo energetico, stimolare pratiche a basso impatto ambientale, rinverdire la città, ma soprattutto riaccendere i riflettori sulla Xylella Fastidiosa, la piaga che da ormai due anni affligge la regione Puglia, colpendo uno dei suoi principali simboli.

Il taglio degli ulivi infettati e di quelli a rischio, che l’Unione Europea ha imposto agli agricoltori, è “Un danno morale, un danno storico e paesaggistico, un attacco al nostro patrimonio culturale” racconta Gianluca Lomastro, presidente di Made in Taranto. “È doloroso raccontarla questa cosa. La Xylella è partita qualche anno fa con un piccolo focolaio”; continua Lomastro “Siamo abituati a pensare agli ulivi da impianti, che non sono tanto grandi. Ma la nostra terra è ricca di alberi secolari, addirittura millenari. Oggi è una piaga che deturpa il territorio, ma che soprattutto colpisce la nostra cultura nel profondo”.

All’iniziativa di Made in Taranto la città ha risposto immediatamente (come si può vedere anche dalla foto pubblicate sulla loro pagina di Facebook), e il messaggio di piantare ulivi a Natale sta camminando per tutta l’Italia: per esempio anche a Bari, a Roma, e in Calabria. Il successo è stato tale che Made in Taranto ha proposto a tutti i cittadini di addobbare anche ogni condominio con un ulivo. “Piantando nuovi ulivi, cerchiamo, nel nostro piccolo, di controbilanciare il pesante effetto causato da questo taglio indiscriminato”.

Gianluca Lomastro sarà ospite della puntata speciale di Periferie di Natale, in onda il 24 dicembre alle 21 e il 25 dicembre alle 9.

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Piazza dei libri non si tocca!

“Ci hanno detto che siamo delle zecche rosse, l’hanno detto chiaramente in consiglio comunale, e ci accusano di essere abusivi, perché abbiamo fatto rivivere una piazza abbandonata”. Siamo a Catania, l’attacco, per ora solo verbale, arriva dai consiglieri comunali di destra, e oggetto dell’attacco è l’associazione culturale Gammazita, “colpevole” di aver recuperato uno spazio sociale degradato trasformandolo in una biblioteca all’aperto, una Piazza dei libri.

Stiamo parlando di un quartiere molto difficile di Catania: San Cristoforo, che vanta tra le bellezze la presenza del castello del 1200 voluto da Federico II di Svevia, ma che è anche un quartiere tristemente famoso per la presenza di attività mafiosa, e per l’alto abbandono scolastico.
Gammazita da qualche anno lavora per dare ai cittadini, soprattutto ai minori, delle alternative culturali, organizzando attività, laboratori, eventi.

Quella di trasformare una piazza simbolo di abbandono in una libreria a cielo aperto è stata una delle iniziative di maggior successo, che ha ridato al quartiere dignità e vitalità.
“I risultati si vedono: con i ragazzini, che sono i più curiosi, ma anche con tantissima gente che non avremmo mai detto sarebbe stata attirata da una libreria: piano piano in molti si sono avvicinati e sono diventati fruitori della nostra biblioteca” racconta Daniele Cavallaro di Gammazita.Ed è per questo che, dopo gli attacchi della destra cittadina, gli abitanti di San Cristoforo si sono schierati compatti al fianco di Gammazita e della Piazza dei libri. Non solo loro: tanti artisti, da Eugenio Finardi a Vinicio Capossela, che in passato sono stati ospiti di questo spazio, hanno pubblicamente espresso la loro solidarietà alla Piazza.

“La piazza è sotto attacco perché tutto quello che facciamo parte da un tentativo di riappropriazione: prima la piazza era un parcheggio abusivo. Noi abbiamo prima messo i vasi, poi le panche, poi i libri…abbiamo fatto rivivere questa piazza”. Tutte le accuse sono chiaramente infondate: l’associazione è regolarmente registrata e Piazza dei libri rientra in un progetto, concordato con lo stesso comune di Catania. “Con tutto il rispetto per chi occupa e si riappropria degli spazi, iniziative che condividiamo, ma il nostro in questo caso è un percorso diverso: abbiamo cercato di fare in modo che questo progetto rimanesse, ci siamo riappropriati della Piazza all’inizio, ma poi abbiamo partecipato ad un bando della Presidenza del Consiglio dei Ministri dedicato alla creatività urbana e l’abbiamo vinto”, continua Daniele.

Ma concretamente che pericoli corre la Piazza dei libri? “Sicuramente questi attacchi sono stati soprattutto una trovata propagandistica” conclude Daniele, “Però per noi questa resta una situazione da tenere monitorata: questi sono politici e potrebbero tornare alla maggioranza. Per il rapporto che abbiamo noi con le istituzioni, tutto si basa sul consenso: se non ci facciamo vedere forti, abbiamo il timore che un domani trovino il modo di chiudere il progetto. Bisogna sempre difendere le cose a cui teniamo”.

Daniele Cavallaro ha raccontato la storia di Piazza dei libri a Periferie del 3 dicembre.

catania piazza libri sito

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#Vogliamoiltram: Palermo in piazza (virtuale)

Otto anni di attesa, e ora che i binari di 3 diverse linee attraversano la città e i tram sono pronti nelle stazioni, i palermitani non ne vogliono più sapere di aspettare, e dai social chiedono di far partire immediatamente il servizio!

“Palermo è la seconda città più trafficata d’Europa”, ricorda Antony Passalacqua, di Mobilita Palermo, associazione che, insieme a Palermo Indignata e Coordinamento Palermo Ciclabile ha lanciato la campagna social #vogliamoiltram. Non è solo un problema di attesa: ora che i lavori sono terminati, tenere fermi i vagoni sui binari, e quindi tenere aperti i cantieri, costa ai palermitani 30mila euro al giorno.
“La burocrazia sta bloccando tutto: l’amministrazione comunale non ha ancora stretto il contratto d’esercizio con l’azienda dei trasporti. Ma, dopo 8 anni di lavori, ci si doveva proprio ridurre all’ultimo mese per discutere di questo fondamentale strumento e dotare finalmente la città di un servizio di mobilità valido ed efficiente?”.

Le associazioni promotrici della campagna #vogliamoiltram, grazie anche al sostegno di Repubblica Palermo, stanno cercando di attivare quanti più cittadini, e puntano a far partire la prima linea di tram (per la quale i documenti sono già pronti) almeno entro la fine del mese.

La beffa è che il servizio potrebbe rivelarsi da subito troppo vecchio, perché, dalla nascita del progetto ad oggi la città è cambiata: “Si discute già dell’ampliamento della rete tranviaria, dell’acquisto di nuove vetture”, continua Antony, “ di una metropolitana, di un passante ferroviario…servizi già consolidati in tante altre città”.

Antony Passalacqua è stato ospite di Periferie il 26 novembre, qui sotto un estratto della sua intervista:
antony pronto mobilita palerm

Per sostenere la campagna dei palermitani su twitter: #vogliamoiltram

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    Sara Milanese
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Rio Doce, disastro ambientale in Brasile

Da ormai 3 settimane in Brasile si sta consumando uno dei più grandi disastri ambientali della sua storia. È già stato definito la Fukushima brasiliana; i danni sono enormi, i tempi di bonifica incalcolabili, le conseguenze dureranno almeno un secolo, secondo gli ambientalisti.

Tutto inizia il 5 novembre scorso: a Mariana, nel ricco stato di Minas Gerais, cedono due dighe sul fiume Rio Doce, due dighe di proprietà della società mineraria Samarco, costruite per contenere le acque reflue dell’attività estrattiva. Acque altamente tossiche, che contengono mercurio, arsenico, piombo e altri metalli pesanti. Una marea velenosa di 62 milioni di metri cubi di fango, che ha immediatamente investito e inghiottito il villaggio di Bento Rodrigues, uccidendo 11 persone, disperdendone 12.
Al posto del villaggio ora c’è una distesa di fango rosso. Poi il fango inizia la sua corsa verso l’oceano, aggredendo 700 km di bacino fluviale. In due settimane raggiunge la foce del fiume. Le immagini della massa tumorale fangosa che si espande nel mare sono impressionanti.
Siamo sul litorale dello stato di Espirito Santo, un paradiso per turisti e surfisti, ma soprattutto uno dei pochi porti sicuri per alcune specie di tartarughe marine a rischio estinzione.
E per gli animalisti ora è corsa contro il tempo per spostare tutte le uova deposte dalle tartarughe, che altrimenti non avrebbero scampo.

Un fiume che non c’è più

Dietro di sé la “lama” (fango in portoghese) lascia un panorama spettrale: le comunità che vivevano di pesca lo ripetono da giorni: “O rio acabou”, il fiume non c’è più. La principale vittima di questa tragedia è infatti il fiume, il Rio Doce, che oggi è rosso e marrone, una poltiglia acquosa nella quale
galleggiano senza vita gli animali che lo popolavano. Uccelli, mammiferi, rettili: nessun essere è stato risparmiato. Tutti i centri, grandi e piccoli, vicini al fiume sono senz’acqua da giorni: dai rubinetti esce acqua rossa fango tossico, c’è l’esercito a distribuire l’acqua potabile. Ma anche la terra è morta: gli argini del fiume sono stati inondati dalla foga del fango, che presto si seccherà, impedirà a
qualsiasi pianta di crescere, senza calcolare le conseguenze dei metalli pesanti che si infiltreranno nelle falde acquifere.

E nonostante queste immagini spettrali, la Samarco, si ostina ad affermare che i suoi fanghi non sono velenosi, e che il Rio Doce e gli altri fiumi investiti dal fango sono rossi solo per l’alto contenuto di ferro. A sostegno di questo il 26 novembre ha diffuso, attraverso il Serviço Brasileiro de Geologia (un istituto governativo) delle analisi che dimostrano che le acque dei fiumi non sono tossiche. I dati sono stati immediatamente contestati da vari istituti scientifici, ma hanno trovato un’ampia diffusione attraverso i media.

Dalla politica alla popolazione, prevale l’indifferenza

Se la notizia ha faticato, e fatica ancora, a rompere il muro dell’indifferenza mediatica all’estero, anche il Brasile stesso non sembra preoccuparsi troppo del disastro in corso: il 16 novembre scorso, 11 giorni dopo la rottura delle dighe, a protestare nel centro di Rio de Janeiro c’erano 300 persone. Forse si tratta dell’ennesima dimostrazione del potere della multinazionale brasiliana Vale, proprietaria con la BHP Billiton della Samarco, e già responsabile di disastri ambientali in tutto il Brasile, dall’interno del Maranhao alla costa a sud di Rio de Janeiro. Una potenza economica che ha sempre trovato facile gioco nell’ignorare misure di sicurezza e nel negare indennizzi alla popolazione.

La presidente Dilma Roussef ha congelato 75 milioni di dollari della Vale per iniziare la bonifica, una cifra comunque irrisoria di fronte agli enormi danni ambientali, sociali e umani che la lama ha causato. Quella del governo federale è apparsa finora una presa di posizione debole,   inadeguata alla gravità della situazione. Lo pensa anche l’Onu, che mercoledì ha ammonito il governo brasiliano, la Vale e la BHP: non hanno fatto niente, negli ultimi 20 giorni, per cercare di fermare o prevenire i drammatici effetti del fiume di veleno.

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    Sara Milanese
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Dietro ogni matto c’è un villaggio

“Il matto è la conseguenza della comunità: quando la comunità è forte, c’è vita in piazza, la gente si frequente, ci si conosce…allora il matto non è un emarginato, è una figura centrale del quartiere o del paese. In questo senso, per capire se una comunità sta bene, bisogna guardare come tratta i suoi matti”.

Questa è la scoperta più importante fatta finora dal Collettivo FX, in un viaggio che lo sta portando in giro per l’Italia alla ricerca dei “matti”, per un progetto dal nome quanto mai azzeccato: “Dietro ogni matto c’è un villaggio”, per rendere omaggio ai personaggi che colorano di pazzia le nostre città, dedicando loro un murales.

Il tour è iniziato il 5 novembre da Bolzano e durerà quasi un mese: il Collettivo,  che arriva da Reggio Emilia, è composto da street artists e educatori sociali, e, tappa dopo tappa, arriverà in Sicilia verso la fine di novembre. L’imprecisione è d’obbligo, in un viaggio alla ricerca di matti!

Oderzo, Modena, Cesena, Roma, Teramo, Napoli: tante le storie che il collettivo sta immortalando sui muri delle nostre città. Per esempio quella di Genesis, a Mantova: orfano, neanche 40 anni, con problemi mentali, di origine brasiliana, faceva il musicista in centro città, suonando sotto i portici e ricevendo monete, qualche parola buona, tanti sorrisi. Quando è morto, a fine ottobre, la città, che lo aveva adottato, si è stretta nel lutto. Il Collettivo FX ha permesso a tutti i cittadini di partecipare all’opera che gli ha dedicato: chiunque ha potuto lasciare il suo personale messaggio a Genesis.

Come ha raccontato a Periferie uno dei membri del Collettivo FX (che preferisce restare anonimo): “Attraverso queste storie e il rapporto tra le comunità e i loro “matti”, il nostro obiettivo è quello di riflettere su come stiamo noi, che ci consideriamo normali”.

Nella puntata di Periferie del 19 novembre il racconto del viaggio di “Dietro ogni matto c’è un villaggio”.
19nov matti e villaggi

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    Sara Milanese
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Il “batman delle buche” di Alessandria

Gli alessandrini non hanno dubbi: il ciclista che ogni notte circola per il centro della città in bicicletta armato di bomboletta spray arancione per segnalare le buche, è un vero eroe metropolitano.

L’hanno soprannominato “il batman delle buche”, gli hanno pure dedicato una pagina su facebook.

In sella alla sua bici, da due anni affronta, di notte, qualsiasi tempo (acquazzoni estivi, nebbia, perfino la neve!) cerchiando di arancione buche e tombini sopraelevati. Le sue segnalazioni si sono fatte, col tempo, sempre più precise e ironiche: “buchino”, “voragine”, “buco quadrato”, fino a ribattezzare il nome di una strada in “via cataclisma”.

La sua identità è rimasta segreta per quasi due anni, ma la sua opera di “segnalatore di buche” è diventata sempre più importante per una città, come Alessandria, il cui comune è in dissesto, e dove l’amministrazione da 3 anni non ha soldi per sistemare le strade. Che ormai sono un colabrodo.

Alla fine Valentina Prezzato, giornalista de La Stampa, si è messa sulle sue tracce, e l’ha trovato, rivelandone il nome, Renzo Mazzoni, professore di educazione tecnica in pensione, e la missione: costringere il comune ad occuparsi del problema, e, soprattutto, evitare che qualcuno si faccia male.

Alla fine di settembre il sindaco di Alessandria Rita Rossa l’ha incontrato, l’ha ringraziato a nome di tutta la comunità e gli ha promesso che l’amministrazione ora si darà da fare per risolvere il problema.

Batman ha deciso di crederci: per ora appenderà la bomboletta al chiodo. Ma ha anche rivelato che ultimamente ci sono segnalazioni sulle strade che non sono opera sua. Forse Alessandria ha già trovato Robin.

Valentina Prezzato è stata ospite di Periferie, nella puntata del 21 settembre.

Batman

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    Sara Milanese
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Genova, il mio vicino è un cinghiale

Cani o gatti? Banali. Tartarughine o pesciolini? Non sono più di moda. Criceti? Furetti? Niente di tutto ciò: i genovesi preferiscono i cinghiali. Gli ungulati frequentano la città da anni, scendendo dalle colline ed entrando, per esempio, dal parco urbano di Genova. La loro presenza è sempre più accettata, tanto che alcuni gruppi di cittadini li hanno davvero adottati, e fanno trovare loro cibo tutte le sere.

Non tutti sono entusiasti di questa presenza, però: i cinghiali sono considerati aggressivi, sono grezzi, fanno un po’ paura, rovistano spesso nella spazzatura. A guardare bene, però, questa situazione è pericolosa soprattutto per l’animale : perdendo il timore per l’uomo i cinghiali diventano facilmente vittime dei cacciatori.

“Noi continuiamo a invitare tutta la popolazione che ama i cinghiali a non nutrirli, e soprattutto a non nutrirli in città: non solo è vietato, ma è rischioso per gli animali stessi, che vengono abbattuti”. Racconta Daniela Filippi, responsabile LAV di Genova. Per far fronte a questa situazione le amministrazioni usano un solo strumento: “Vengono organizzate battute di caccia straordinarie, anche al di fuori dai periodi di caccia, e quindi questi animali vengono eliminati”. In questo modo non si affronta però il problema alla radice, e la stessa situazione si ripresenta l’anno dopo.

“Si dovrebbero chiudere i varchi della città: per esempio i buchi nelle vecchie mura, anche solo con delle reti. Va gestita meglio la raccolta di immondizia, per evitare che i cinghiali ci si possano avvicinare. Ma, soprattutto, non bisogna avvicinarli: il modo migliore per tutelare i cinghiali e gli altri animali selvatici è lasciare che restino nel loro ambiente naturale”.

Qui l’intervista integrale a Daniela Filippi, dalla puntata di Periferie del 1 ottobre

Intervista con Daniela Filippi

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Vaccari, PD: “Mettiamo in ordine i cimiteri”

Infiltrazioni mafiose, sciacallaggio, evasione fiscale: a descriverlo così, il mondo delle agenzie funebri sembra fuori dal controllo delle leggi. In effetti a regolare il settore è ancora un regio decreto del 1934 (solo parzialmente integrato da leggi regionali), che non impone formazione agli addetti alle pompe funebri, permette di aprire un’agenzia con una semplice iscrizione alla Camera di Commercio, e chiaramente non inquadra attività più recenti, come le case della memoria o i luoghi del commiato.

Troppo poco per fermare le infiltrazioni mafiose: dalla Sicilia al Piemonte si registrano sempre più spesso sequestri di agenzie funebri legate a grandi e piccoli clan. Come quelle sequestrate a Palermo e legate al boss Alessandro D’Ambrogio, capo del mandamento mafioso di Porta Nuova.

D’altra parte stiamo parlando di un settore che vale 3 miliardi di euro, di cui viene fatturato però solo il 10%. A gestirlo sono poco più di 6mila imprese, quasi tutte a gestione individuale. Spesso il cliente non viene messo nelle condizioni di sapere quanto costerà il servizio alla fine, e questo agevola il pagamento in nero.

A mettere un po’ di ordine nei cimiteri potrebbe arrivare presto un disegno di legge, attualmente incardinato in commissione Sanità del Senato, presentato nell’ottobre 2014 dal senatore del Pd Stefano Vaccari.

“La mia proposta introduce la formazione del personale dipendente; mira a consentire allo stato di avere chiari i prezzi e i servizi che queste imprese propongono, e per i cittadini aumenta l’importo massimo di spesa detraibile”. Oggi il tetto è di 1.549 euro, ma il disegno di legge di Vaccari lo alza a 7.500, con un rimborso massimo di 712 euro. L’obiettivo chiaro di questa operazione è abbattere l’evasione fiscale.

I tempi forse sono maturi: “L’interesse a discutere di questa legge c’è: sono d’accordo con il Pd anche Sel, e la Lega. Credo che il lavoro che sta facendo la commissione sanità del Senato di audire tutti i soggetti coinvolti potrà portare entro l’anno ad un testo definitivo da presentare alle Camere”.

Stefano Vaccari è stato ospite della puntata di Periferie di giovedì 29 ottobre, questo un estratto dell’intervista.

Stefano Vaccari – senatore Pd

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