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Udin&Jazz 2023

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Arrivata quest’anno al ragguardevole numero di trentatré edizioni, nel panorama dei festival del jazz della penisola Udin&Jazz è una presenza “storica”, che però per qualche anno è stata “in esilio” dalla città che la rassegna porta nella sua intestazione. La – diciamo così – mancanza di sintonia con la giunta di centrodestra/leghista che governava Udine aveva condotto la manifestazione alla scelta di altre sedi e ad una fase di “nomadismo”: già lo scorso anno però Udin&Jazz aveva cominciato a rientrare in città, ma non ancora in spazi come l’impagabile piazzale sul colle del Castello che domina la città, o, sotto il colle, la centralissima piazza della Libertà. Poi alle elezioni comunali della scorsa primavera ha vinto il centrosinistra, e così adesso Udin&Jazz è tornata a casa in grande stile. Dopo qualche anno di intervallo, è stato quindi un grande piacere ritrovare le location più prestigiose che Udine può offrire al festival.

Snodatasi dal 10 al 18 luglio (ne abbiamo seguito i giorni centrali), l’edizione 2023 di Udin&Jazz (di cui Radio Popolare è stata quest’anno media partner), si intitolava “Jazz Against the Machine”, intendendo il jazz come risorsa di libertà e dimensione umana che si contrappone alla dittatura dell’algoritmo. Di “un’avventura sul piano umano” ha parlato il sassofonista Roberto Ottaviano a proposito del suo quintetto Eternal Love con cui si è esibito al festival: da anni chi ne fa parte condivide – ha detto Ottaviano – “la passione per il jazz come gioia, sacrificio, lotta, testimonianza del proprio tempo, quello che il jazz non deve mai dimenticare di essere”. E Eternal Love di Ottaviano si richiama alla lezione di grandi protagonisti del jazz che sono stati appunto straordinari testimoni del proprio tempo: figure fondamentali per la formazione musicale, ma appunto anche umana e politica di tanti musicisti e appassionati della sua generazione, quella che jazzisticamente è cresciuta negli anni settanta. Con Marco Colonna al clarinetto basso, l’inglese Alexander Hawkins al piano, Giovanni Maier al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria, Ottaviano, al sax soprano di cui è uno specialista, ha proposto brani come Mopti di Don Cherry e Chairman Mao di Charlie Haden, coniugando la memoria del jazz d’avanguardia e una fresca comunicativa.

Sarà stato il respiro della musica, il repertorio evocativo di Eternal Love, lo scenario di piazza della Libertà, col palco fra la Loggia del Lionello e la Loggia di San Giovanni, sotto il colle del Castello, ma il concerto al tramonto di Eternal Love ci ha fatto tornare con una certa emozione ad altre estati, ad altre stagioni del jazz dal vivo.

Tra le proposte di maggior richiamo della rassegna, Stewart Copeland’s Police Deranged for Orchestra è stato presentato per ragioni meteorologiche non nel piazzale del Castello ma al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, sold out. Nella tappa udinese del suo tour, Copeland ha presentato la sua rivisitazione di cavalli di battaglia dei Police con la FVG Orchestra, cioè l’orchestra sinfonica del Friuli-Venezia Giulia – in formazione ridotta per adattarsi alle esigenze degli arrangiamenti messi a punto da Copeland – diretta da Troy Miller, più tastiere, chitarra, basso, tre bravissime coriste, e naturalmente lui alla batteria (con un’altra orchestra Copeland si è esibito anche a Umbria Jazz). “Questa è un’orchestra sinfonica sofisticata”, ha scherzato col pubblico Copeland, “ma solo per questa sera sarà una rock band”, e si è divertito a sminuire la musica dei Police invitando ad andare ad ascoltare la FVG anche quando interpreta la musica dei compositori davvero grandi, ed essendo in Italia ha pensato di nominare Puccini. Con la compagine, che naturalmente aveva già studiato le partiture, Copeland ha provato per alcune ore, insistendo soprattutto sulla messa a punto degli attacchi e degli aspetti ritmici. L’operazione – senza voler entrare particolarmente nel merito – è apparsa riuscita, divertente, con riletture neanche troppo ovvie, e ha scatenato l’entusiasmo di molti fan dei Police. Copeland, rivolgendosi al pubblico, l’ha ironicamente sintetizzata così: “Sting è un genio, e questa è la mia rivincita su di lui”.

Tra i vari altri protagonisti del festival, oltre alla sassofonista Lakecia Benjamin (che non abbiamo ascoltato a Udine, ma avevamo molto apprezzato a Bergamo Jazz nel marzo scorso), e a Pat Metheny, che ha chiuso questa edizione di Udin&Jazz il 18 al piazzale del Castello, segnaliamo almeno Matteo Mancuso e Amaro Freitas.

Mancuso si è esibito alla Corte Morpurgo, a due passi da piazza della Libertà, un contesto raccolto che assicura un’atmosfera da jazz club. Ventisette anni, chitarrista di notevole talento, si è perfezionato alla Berklee di Boston, ed è uno strumentista di grande padronanza tecnica e velocissimo. Con Stefano India al basso elettrico e Giuseppe Bruno alla batteria (sono tutti e tre della provincia di Palermo) ha proposto brani originali da un suo album in uscita, fra cui uno dedicato a John McLaughlin, e altri omaggi ad Allan Holdsworth (Fred), ai Weather Report (Black Market e Havona), e a Jaco Pastorius (The Chicken di Pee Wee Ellis), passando da momenti perentoriamente rock o jazz-rock, da power trio, ad altri più melodici. Oltre al virtuosismo, piace l’entusiasmo e l’aria di divertirsi di Mancuso, che fra l’altro – a giudicare da come si comporta sul palco – sembra non essersi montato la testa, malgrado l’attenzione anche internazionale che ha cominciato ad attirare: un fenomeno lo è già, se non vuole rischiare di rimanere chiuso in questa dimensione dovrà approfondire – il tempo ce l’ha – la costruzione di un suo mondo poetico originale.

Amaro Freitas è un giovane ed emergente pianista brasiliano, che Udin&Jazz aveva già proposto un paio d’anni fa a Grado, in una delle sue edizioni in trasferta: questa volta ha aperto una Brazilian Night – presentata al piazzale del Castello – precedendo Eliane Elias, pianista e cantante molto più navigata e famosa, ma anche più prevedibile e piuttosto piatta come vocalist. Freitas viene dal Pernambuco, una regione del Brasile che ha prodotto grandi personaggi della musica brasiliana come i compianti Chico Science e Nana Vasconcelos. Il suo mondo musicale si muove essenzialmente fra un versante di improvvisazione di carattere jazzistico e un altro di brani scritti, da eseguire più o meno così come sono. Nel suo set ha cominciato con un suo pezzo, Dona Eni, la cui energia e qualche tratto potevano far pensare alla versione pianistica della Sagra della primavera, quindi ha proseguito con Footprints di Wayne Shorter e con Giant Steps di Coltrane, per poi passare a brani più di atmosfera e rarefatti e di ricerca sui suoni, e concludere con due composizioni di Milton Nascimento e Tom Jobim: molto convincente nella serrata parte iniziale più jazzistica e improvvisativa, è parso poi piacevole e non scontato ma più dispersivo, e con un certo calo di tensione dell’esibizione, e dovrebbe forse scegliere di concentrarsi su una direzione più definita. Ma in ogni caso ha fatto bene Udin&Jazz a insistere su di lui.

  • Autore articolo
    Marcello Lorrai
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