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“Siamo rimasti solo noi”

Nella zona di Aleppo controllata dai ribelli sono rimaste almeno 300mila persone. Il regime ha chiuso tutte le vie di comunicazione con l’esterno. L’obiettivo di Assad è quello di costringerli alla resa. Qualche giorno fa la Russia aveva annunciato l’apertura di quattro corridoi umanitari. Li hanno usati in pochi. A un certo punto sono anche finiti sotto il fuoco dei cecchini.

Quella di Aleppo non è l’unica battaglia che si sta combattendo in Siria, ma è la battaglia decisiva. Se dovesse riprendere il controllo di quella che un tempo era la capitale economica del Paese, il presidente Assad avrebbe segnato se non la sua vittoria almeno la sua definitiva non-sconfitta.

Nella zona est di Aleppo, quella che resiste ai raid russi e dell’aviazione di Damasco, abbiamo raggiunto Ismail Alabdullah, un giovanissimo attivista. Inizia a parlarci quando in sottofondo si sentono ancora gli ultimi bombardamenti.

Come descriveresti Aleppo?

“La zona dove mi trovo è stata appena bombardata. I raid sono continui. Non si fermano mai. Chi rimasto qui, i più poveri e i più sfortunati, che non hanno mai avuto la possibilità di andarsene via, inizia a pensare che ormai non ci sia più nulla da fare. Abbiamo pochissimo cibo. Pochissime medicine. Poco materiale medico. Con l’assedio non possiamo nemmeno portare i feriti gravi in Turchia. E le Ong non possono più arrivare fin qua con gli aiuti umanitari. Siamo rimasti solo noi”.

Con le scorte fatte nei mesi scorsi per quanto tempo potete resistere?

“Secondo me riusciamo ad andare avanti ancora un mese, un mese e dieci giorni. Non di più. Già adesso diverse persone non riescono a mangiare tutti i giorni”.

Che notizie avete dell’operazione lanciata dai ribelli per rompere l’assedio?

“È difficile capire qualcosa. Non si capisce se stiano avanzando sul serio. Di sicuro i combattimenti proseguono, come i bombardamenti. Ma l’esito di questa offensiva è ancora poco chiaro. Dal mio punto di vista non è cambiato nulla. Alcune persone, molte poche in realtà, hanno sfruttato i corridoi umanitari aperti nei giorni scorsi dal regime e dalle forze russe. Ma tutti gli altri sono rimasti qua”.

Tu vivi ad Aleppo con la tua famiglia?

“No. Vivo da solo. La mia famiglia è scappata tempo fa. È fuori Aleppo, in una zona controllata dal’Esercito Libero Siriano. Dicono di essere in una zona abbastanza sicura”.

E se dovesse finire l’assedio andrai anche tu?

“Non credo. Farò di tutto per rimanere in città. Per continuare ad aiutare la mia gente, che ha molto bisogno”.

La battaglia di Aleppo va avanti ormai da anni, hai lo stesso ottimismo di prima?

“Cerco di rimanere ottimista. Continuo a pensare che un giorno Aleppo sarà libera, che la Siria sarà un Paese democratico e che noi avremo indietro la nostra dignità”.

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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    Il disco di debutto dei The Sophs è previsto per il prossimo 13 marzo ma la giovane formazione di Los Angeles sta già catturando l’attenzione di molti. Poco prima di partire per un tour che lì vedrà suonare in molti dei più grandi festival del 2026, due dei sei componenti della band sono passati ai microfoni di Volume per presentare l’album in uscita e suonare alcuni brani. Dalla nascita del progetto fino all’esperienza con la storica etichetta Rough Trade - “un sogno che si avvera”, spiega la band - abbiamo chiesto ai The Sophs anche il loro punto di vista, da statunitensi, sulla difficile situazione che il loro paese sta attraversando in questi giorni. “Ci vergogniamo del nostro governo, le persone in carica oggi non rappresentano in alcun modo i cittadini americani - spiega Ethan Ramon, prima di ricordare l’importanza del voto per supportare la propria comunità - “siamo tutti figli di immigrati, la cultura della diversità è la vera spina dorsale del nostro paese”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande e il MiniLive dei The Sophs.

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