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Roberto Mancini, uno sbirro controcorrente

Roberto Mancini è stato un uomo ostinato, con un forte senso per la giustizia. Sempre pronto a rischiare di persona: dagli scontri di piazza – con i fascisti – alle manifestazioni degli anni Settanta, sino alla lotta, ma questa volta da poliziotto, contro Gomorra.

Roberto Mancini
Roberto Mancini

Mancini iniziò a far politica nel movimento studentesco di Roma, al Liceo Augusto, con Democrazia Proletaria. Anni dopo scelse di diventare uno sbirro e per primo scoprì la devastazione ambientale e i micidiali danni alla salute che camorra provocò in Campania, nella Terra dei fuochi.

“Da extraparlamentare a poliziotto. Per molti una scelta incomprensibile. Per Mancini invece fu del tutto naturale”. Così si legge in “Io, morto di dovere”, il libro in uscita il 12 febbraio per Chiarelettere scritto dai giornalisti Luca Ferrari e Nello Trocchia.

La prefazione è a firma di Beppe Fiorello e la postfazione è della moglie, Monika Dobrowolska Mancini. Il libro racconta questo percorso e il lavoro di investigatore di Mancini: le inchieste, le informative sugli intrecci tra massoni, politici, camorra. Al suo interno, si trova anche un documento inedito.

La storia di questo servitore dello Stato “con la fondina a destra e «il manifesto» sotto un braccio” diventerà una fiction che sarà trasmessa su Rai1 il 15 e il 16 febbraio. Beppe Fiorello interpreterà Mancini.

Di seguito un’anticipazione di parte di un capitolo del libro.

“’Mio padre è un eroe. Ha dei nemici? Bene. Questo significa che ha lottato per qualcosa nella sua vita. L’unica sua debolezza è stata la morte: non usatela per affermare la vostra forza’. Il 3 maggio 2014, il giorno del funerale, Alessia ha solo tredici anni. Il papà, Roberto Mancini, sostituto commissario di polizia, ne aveva cinquantatré ed è morto per aver scoperto e denunciato con una determinazione e un coraggio unici un sistema criminale e la rete dei trafficanti di veleni.

Nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, a Roma, le istituzioni sono presenti in prima fila insieme con la famiglia per dare l’ultimo saluto a un servitore dello Stato, encomiato perfino dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Quelle stesse istituzioni che a lungo lo avevano ignorato e perfino osteggiato. Mancini è stato il primo poliziotto a investigare sui rifiuti tossici.

Le sue indagini hanno anticipato di quasi due decenni la scoperta del disastro ambientale in alcune zone della Campania, la cosiddetta Terra dei fuochi. Quando era nella Criminalpol, a metà degli anni Novanta, Mancini ha smascherato la connivenza tra imprenditoria e camorra; tra politica, massoneria e bassa manovalanza criminale.

Il risultato della sua inchiesta è scritto nero su bianco in un’informativa che, per qualche sconosciuto motivo, è rimasta chiusa in un cassetto per più di dieci anni. Mancini ha completato quel documento ormai storico senza mai curarsi dei rischi che correva. […] Mancini è stato uno sbirro controcorrente, insofferente al potere delle gerarchie ma comunque dalla parte della legge e della giustizia sociale. E questo dava fastidio. Negli anni del liceo aveva militato nel collettivo di sinistra, poi la voglia di cambiare il sistema dall’interno lo aveva portato a far domanda per entrare in polizia. Negli anni Ottanta, sorprendendo chiunque lo conoscesse, era diventato il più giovane vice ispettore d’Italia”.

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Monika Dobrowolska Mancini è la moglie di Roberto.

Suo marito Roberto ha messo in gioco la propria vita per contrastare le ecomafie. Perché lo ha fatto?

Perché credeva tanto nella verità e nella giustizia. È entrato in polizia con un’idea: le istituzioni si cambiano da dentro.

Prima ha militato nella sinistra extraparlamentare, a Roma. Come mai poi scegliere la polizia?

È difficile spiegare… In quei tempi un comunista poliziotto non si era mai visto. Roberto ci credeva e mi diceva: “Se mi impegno, faccio il mio dovere, forse qualcosa cambierà in questo Paese”.

Perché Mancini, nonostante avesse consegnato nel ’96 i risultati delle sue inchieste sulle ecomafie, non fu ascoltato ma anzi, ostacolato?

Fu ostacolato anche dai dirigenti perché c’erano coinvolti personaggi potenti, troppo scomodi, oltre a massoneria, politica e camorra. Imprese come Q8 e Indesit: queste potenze riuscivano ad arrivare ovunque. Spesso Roberto non diceva tutto quello che scopriva ai suoi superiori, per paura di essere fermato.

Come reagì suo marito quando vide che non venivano portate avanti le inchieste da parte della magistratura?

Entrò in depressione. Dopo aver redatto le sue informative andava a Napoli dai magistrati per consegnarle, ma senza risultato. Ci aveva messo l’anima in questo lavoro.

Roberto è stato definito un eroe. Lei cosa pensa?

Quando lo hanno chiamato eroe si mise a ridere. Si mise in mezzo al salone in posizione da Superman e disse: “Il mantello è rimasto in tintoria”. Non lo so se fosse un eroe, ma sicuramente è stato un servitore dello Stato. Non penso sia un atto di eroismo quello di mio marito. Di certo ha fatto il suo dovere, come Falcone e Borsellino. Persone che hanno creduto nella giustizia e in questo Paese.

Suo marito è mancato due anni fa, dopo aver lottato contro il tumore. Oggi qual è la sua riflessione?

Vorrei ricordare le persone che muoiono ancora nella Terra dei fuochi. In mezzo a loro c’è stato anche Roberto, che con la sua stupenda squadra di investigatori andava nelle discariche a scavare anche con le mani per cercare le prove sulla presenza della camorra. Io spero che con l’uscita di questo libro e con la fiction si riesca a risvegliare un po’ la coscienza della gente.

Lei sta girando le scuole per parlare della storia di suo marito.

Sì, i giovani sono importatissimi, sono il nostro futuro. L’educazione al rispetto dell’ambiente e alla legalità sono prioritarie.

Monika, salutandoci, ci racconta un episodio: “Mio marito è stato il primo poliziotto a entrare nel centro sociale degli autonomi di via dei Volsci nel quartiere San Lorenzo, a Roma. Con loro aveva stabilito buoni rapporti. Di notte lo chiamavano: ‘Vieni che i carabinieri stanno sgomberando una casa occupata’, gli dicevano. Mio marito andava e mediava, trovava sempre una soluzione. Il centro sociale di via dei Volsci ha fatto un cuscino per i funerali di mio marito. Per me è stato un grande riconoscimento.

Ascolta l’intervista integrale a Monika Dobrowolska Mancini

Roberto Mancini

  • Autore articolo
    Piero Bosio
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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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