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Dopo-Expo, giorno 1: via i padiglioni

È cominciato lo smantellamento del sito di Expo: ormai sul decumano transita solo chi ha il permesso di accesso al cantiere. Un’attività in tono minore quella che si registra in queste ore: prima si dovranno spostare gli arredi e poi comincerà lo smontaggio delle opere edilizie realizzate. I Paesi avranno tempo fino a giugno del 2016 per completare le opere. A differenza delle strutture italiane (il centro congressi, il media center, il padiglione zero, l’auditorium e tutte le costruzioni del decumano) tutti i partecipanti sapevano ancor prima di iniziare i lavori cosa fare dei Padiglioni smontati

Gli Emirati Arabi che ospiteranno a Dubai la prossima edizione dell’Expo universale nel 2020 trasferiranno le loro strutture a Masdar City, quartiere di Abu Dhabi ad emissione zero. L’alveare del padiglione britannico, premiato da una commissione di architetti come costruzione del miglior padiglione, si trasferirà in Inghilterra dove continuerà a vivere come installazione.

La Svizzera, che immeritatamente non ha avuto alcun riconoscimento dal Bureau Internationa des Expositions, trasformerà la torri del suo padiglione in serre che saranno distribuite ai vari cantoni elvetici. L’Austria trasferirà le piante del suo boschetto con altezza superiore ai 16 metri in un bosco vicino Bolzano.

La Repubblica Ceca trasferirà l’intero padiglione compresa piscina e ristorante nella città di Vizovice, dove ha sede la società costruttrice, per trasformarlo in mensa per i dipendenti. Il padiglione del Brasile ha messo all’asta su internet molte parti delle componenti, compresa la rete, che è stata la principale attrazione del padiglione. Anche Olanda, Cina,Cile, Spagna, Qatar e Uruguay hanno messo in vendita tutte le componenti del padiglione all’asta, mentre il Belgio ha fissato in un milione il prezzo per portarsi a casa il padiglione completo. Il Kazakistan che ospiterà, l’Expo internazionale del 2017, trasferirà solo una parte delle sue strutture. Il Bahrein riporterà a casa il padiglione per trasformarlo in Giardino Botanico mentre la Germania, Paese vincitore del premio come migliore interprete del tema del padiglione, manterrà la parte interna e smantellerà quella esterna.

L’Italia invece non ha ancora deciso cosa succederà delle sue strutture. Fra qualche giorno si riuniranno i soci di Arexpo, la società proprietaria dei terreni, per verificare le ipotesi di sviluppo sul dopo Esposizione universale. Il governo dovrebbe decidere la sua partecipazione ad Arexpo, ma sarà il presidente del Consiglio Matteo Renzi, a Milano il 10 novembre, a mettere l’ultima parola sul Protocollo d’intesa per il futuro delle aree.

  • Autore articolo
    Michele Crosti
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    Come possiamo pensare di uscire da un lungo periodo di stagnazione dell’economia italiana, quando lo zero-virgola regna ancora incontrastato in alcune importanti statistiche italiane? Mi riferisco al dato pubblicato ieri dall’Istat nella “Nota sull’andamento dell’economia italiana”. A questo proposito l’Istat ci ha detto che nel terzo trimestre dell’anno scorso (tra luglio e settembre 2025) l’aumento del Pil italiano è stato dello….0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (aprile-giugno 2025). Se guardiamo agli scambi commerciali con l’estero (import ed export) la crescita tra agosto e ottobre scorsi è stata dello 0,3% per le esportazioni e dello 0,2% per le importazioni. Nelle stesse ore in cui ieri l’Istat diffondeva i suoi dati nella nota congiunturale veniva pubblicato un altro documento – importante - di analisi della congiuntura: un report su lavoro e demografia redatto dal centro ricerche REF, autorevole centro di ricerche economiche milanese, diretto da Fedele de Novellis, ospite oggi a Pubblica.

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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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