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Un futuro con qualche trucco e molta incertezza

Per il futuro del sito di Expo il parco della scienza, del sapere e dell’innovazione prende forma con la gara per la definizione del piano urbanistico e la ricerca dell’operatore unico che gestirà l’intera operazione.

La gara presentata la scorsa settimana anche a Londra prevede un’area di 480 mila metri quadri di verde e una possibilità edificatoria che varia da 250.000 a 480.000 metri quadri di superficie lorda di pavimento.

Fin qui tutto rispetta la delibera che il consiglio comunale milanese ha approvato nel 2011.

La prima polemica sugli obiettivi della gara di Arexpo nasce dall’intenzione di aggiungere a queste possibilità edificatorie le costruzioni legate a Human Technopole, voluto da Renzi e il campus universitario dell’università Statale di Milano, considerate strutture di pubblico servizio che porterebbero il totale del costruito ad almeno 680 mila metri quadri.

Un aumento della densità edificatoria che potrebbe modificare la sostanza della operazione stessa. La prima contestazione viene dal consigliere di Milano in Comune Basilio Rizzo che ha ricordato l’impegno preso fin dai tempi della giunta Moratti nel 2011. Impegno vincolante che non può essere modificato se non dal consiglio comunale stesso e che fissava l’indice di edificabilità in 0,5 metri quadri per ogni metro quadrato di superficie. Tra l’altro l’area del sito Expo è per il 90 per cento di pertinenza del comune di Milano e il piano urbanistico relativo non può che competere al suo consiglio comunale.

L’altro elemento di contestazione riguarda la dislocazione dell’area a verde: quei 450 mila metri quadrati ritenuti l’elemento qualificante della intera operazione ed in linea con gli obiettivi del post expo. In questo caso l’ipotesi di lavoro va in senso opposto rispetto alle intenzioni iniziali perché viene dato quasi per scontato che quell’area verde sarà suddivisa in due o tre parchi, cambiando nella sostanza la stessa idea di parco.

Tornando al Masterplan, entro la fine di febbraio 2017 si prenderanno in considerazione le offerte più convenienti. Ci sarà quindi la selezione del vincitore e infine il Masterplan definitivo che delineerà lo sviluppo dell’area. Il vincitore della gara avrà anche l’onere della gestione dell’intera operazione a fronte di un canone annuo che sarà versato alla società Arexpo.

Una operazione valutata 2 miliardi di euro, ammesso che le imprese interessate trovino conveniente insediarsi sul sito. Anche per questo sta prendendo piede l’idea di creare sul sito una zona libera da tassazione.

Restano poi le altre contestazioni a partire da quella del Movimento 5 Stelle che ha chiesto che il bando sia sospeso in “autotutela” fino a quando non sarà chiarito il problema delle bonifiche dei terreni del sito e dell’acqua inquinata. Per questo hanno presentato un esposto alla procura.

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    Michele Crosti
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Sala torna a fare il sindaco

“Torno a fare il sindaco, certo della mia innocenza”. Questo l’annuncio di Giuseppe Sala che così rientra nelle sue funzioni dopo la sospensione a seguito dell’avviso di garanzia per falso ideologico della Procura generale di Milano. Cinque giorni nei quali il suo avvocato, Salvatore Scuto, ha cercato di capire se ci siano altre inchieste in corso che coinvolgono il sindaco Sala.

“Ho scelto una via diversa, irrituale”, aveva scritto Sala. “Ho deciso di autosospendermi poiché su un punto non si può transigere: un professionista, un uomo d’azienda e, tanto più, un amministratore pubblico hanno nell’integrità morale l’elemento insostituibile della propria credibilità”.

Da qui una decisione che ha lasciato perplessità in molti, un po’ perché l’istituto dell’autosospensione è previsto sì nel regolamento del Consiglio comunale ma non è questo uno dei casi presi in considerazione. Alla fine ne è nata una pausa di riflessione nella quale l’avvocato di Sala ha preso contatto con la Procura per capire se vi siano elementi nuovi rispetto a quelli della vicenda del falso ideologico per la quale era già stata chiesta l’archiviazione.

Sala in questi giorni ha incassato la solidarietà di 400 sindaci e anche quella dei partiti di opposizione. Tutti gli hanno chiesto di continuare nella sua attività senza indugi. Anzi né Forza Italia né la Lega hanno apprezzato la drammatizzazione della vicenda.

Alla fine, visto che non vi erano altri elementi, Sala si è convinto a tornare sui suoi passi. Forse a imprimere un’accelerazione sono state le scadenze del Consiglio comunale, soprattutto per l’approvazione di due delibere: l’accordo di programma di Cascina Merlata, i cui termini scadono il 24 dicembre, e i nuovi patti parasociali fra il Comune di Milano e il Comune di Brescia su A2A, la società energetica gestita alla pari dai due Comuni. Brescia è intenzionata a vendere parte delle proprie quote e questo cambia i rapporti di forza ma soprattutto fa scendere sotto il 50 per cento le quote pubbliche dei due Comuni.

Il primo atto del sindaco “reintegrato” Beppe Sala è stato quello di portare la solidarietà della città al console tedesco per l’attentato di Berlino.

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    Michele Crosti
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Sala e la giunta presentano il programma

La sede è quella della ex Ansaldo che oggi è un centro multifunzionale alla periferia della città, a simboleggiare la volontà di cambiamento. La sala un po’ fredda non molto spaziosa era gremita. In questo contesto il sindaco Giuseppe Sala ha presentato le linee di intervento del suo primo mandato dal titolo “Fare Milano”.

In sala presidenti di municipalizzate, a cominciare da Bruno Rota di Atm, o amministratori di società strategiche come Arexpo, leggi Giuseppe Bonomi. Ma anche chef come Gualtiero Marchesi. Quasi completamente snobbata dai consiglieri comunali, pure invitati, ma in questo caso è scattata la protesta perché questo piano avrebbe dovuto essere presentato prima in consiglio comunale.

Anche il nome “Fare Milano” ha fatto storcere il naso a qualcuno a sinistra perché ricordava troppo la “politica del fare” di albertiniana e berlusconiana memoria. Fatto sta che in cinque punti sono stati illustrati i provvedimenti che guideranno l’operato della giunta Sala in questi quattro anni e mezzo.

Si comincia con “l’ossessione periferie” come la chiama il sindaco. I provvedimenti per riequilibrare il divario con i quartieri più in difficolta nella città. Qui gli interventi sono stati del delegato del sindaco Mirko Mazzali, ex consigliere cominale di Sel, e del neo assessore ai Lavori pubblici Gabriele Rabaiotti. E’ stata la parte più definita di questa relazione: 365 milioni investiti nelle cinque periferie già individuate. Niguarda bovisa, Adriano Padova Rizzoli, Corvetto Chiaravalle Porto di Mare, Giambellino Lorenteggio, QT8 Gallaratese. Gli interventi parlano di risanamento di alloggi popolari, trasporti, assetto urbano. Dovrebbe essere questo l’intervento che a breve dovrebbe essere più evidente.

L’assessore all’Urbanistica Maran ha ribadito l’impegno sugli scali ferroviari dando scadenze ravvicinate per la definizione dell’accordo di programma. Curiosamente non ha detto nulla sul Piano di Governo del territorio che comunque scadrà alla fine del 2017.

Le linee sulla mobilità illustrate dall’assessore Granelli ripercorrono quelle della giunta Pisapia con il progressivo spostamento del trasporto dal mezzo privato a quello pubblico. Scelta che dovrebbe essere facilitata anche dalle nuova linea della metropolitana 4 che potrebbe essere inaugurata in parte prima del 2022. Saranno potenziati anche il Car Sharing ed il Bike Sharing.

Già forte l’intervento del Comune sulla assistenza sociale. L’assessore Majorino ha lanciato due interventi specifici per rafforzare quanto già oggi si fa. “WeMi” che porterà le persone seguite con l’assistenza domiciliare dalle attuali 24mila, a 30mila nel 2018 a 50mila a fine mandato. L’altro è il campo base di Expo che potrebbe diventare il grande villaggio solidale dei milanesi.

La cultura diffusa sul territorio è quella annunciata dall’assessore Del Corno con molta partecipazione ma anche con interventi strutturali soprattutto sui musei. Non mancheranno grandi mostre. Edouard Manet nel 2017 e Caravaggio 2017-2018. Curiosamente l’assessore non ha fatto cenno alla nuova fiera del libro, che si chiamerà Tempo di Libri, attesa per il mese di aprile.

Infine una politica per i più piccoli: “Milano vista all’altezza di cartella”, annunciata dall’assessore Scavuzzo.

In sintesi molta carne al fuoco ma al di là di tutto resta l’incognita del governo e della disponibilità del nuovo presidente del Consiglio a rispettare il “patto per Milano”. Il sindaco Sala si dice certo che gli impegni presi verranno mantenuti ma fino alle elezioni non vi è niente di certo.

Ascolta il sindaco Giuseppe Sala

SALA FARE MILANO

 

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    Michele Crosti
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Tutte le sfide di Giuseppe Sala

beppe sala

A Milano l’attenzione principale dell’attività politica amministrativa è concentrata sulla visita del presidente del consiglio Renzi che martedì prossimo sarà a Milano per presentare i termini del “Patto per Milano”. E cioè l’impegno del governo per sostenere lo sviluppo della città.

Non è ancora chiaro quali saranno le proposte che il sindaco Giuseppe Sala presenterà al governo. Si sa che gli impegni riguardano il piano per il recupero degli alloggi popolari, i trasporti, ma anche la questione dei profughi e degli immigrati che diventa sempre più pressante, visto che le strutture comunali e quelle delle associazioni sono ormai completamente utilizzate. Più che altro si attende un piano nazionale di distribuzione ma anche un piano regionale della Lombardia per la ridistribuzione nei Comuni della regione.

La prima giunta ha deliberato il primo stanziamento, 11 milioni, per il risanamento delle case comunali vuote perché degradate. Si comincia con il municipio 7, tra San Siro e Baggio con un intervento che consentirebbe il recupero di 276 alloggi

I temi della ripresa non si esauriscono qui.

In itinere c’è anche la trasformazione degli scali ferroviari. I termini della nuova convenzione sono già stati definiti e ora sono in discussione nei municipi interessati. In massima parte vengono riproposti gli stessi progetti presentati dalle ferrovie e che in parte sono stati bocciati dal Consiglio comunale milanese nella precedente consigliatura.

Poi ci sono due mesi e mezzo per stilare il bilancio di previsione per il prossimo anno. L’assessore Tasca vorrebbe presentarlo entro la fine dell’anno in maniera da evitare l’esercizio provvisorio. Ma qui le incognite vengono dal governo perché, se tarda a presentare la Legge di bilancio, risulterà complicato per il Comune di Milano chiudere i conti.

Nei piani c’è poi anche il dopo Expo. L’impegno preso dal governo è in grave ritardo e il progetto di conversione dell’area, soprattutto per il progetto Human Technopole, è ancora in alto mare. Anzi, il governo non ha ancora completato l’iter per l’ingresso nella società Arexpo proprietaria del sito.

La manifestazione culturale Mito Settembre Musica e la moda con le sue sfilate hanno segnato la ripresa, ma a breve si dovrebbero vedere gli effetti delle politiche della nuova amministrazione sulla città.

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    Michele Crosti
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Per tenere il GP a Monza pagheremo tutti noi

Se non fosse per i 68 milioni che ACI verserà per i prossimi tre anni nelle casse della Formula One Management (FOM) di Bernie Eccleston, questo gran premio si potrebbe archiviare come il più scontato del circo della Formula Uno. Nemmeno la parodia della firma del contratto per i prossimi tre anni ha suscitato interesse. Forse perchè non c’è stata alcuna firma e bisognerà attendere che gli avvocati londinesi della FOM decidano sugli ultimi dettagli. Dettagli di non poco conto a cominciare dai proventi sulle locazioni degli spazi interni all’autodromo in primis quelli della palazzina dei box per finire con le assegnazioni agli stand sull’area dell’autodromo. Quasi 6 milioni a gran premio. Cifra che ora dovrà passare a Eccleston. Ci sono poi da definire le modalità con cui il governo passerà all’ACI, intestataria del contratto, i 12 milioni già stanziati. C’è anche il presidente della Regione Maroni che dovrà giustificare il versamento dei 20 milioni stanziati per i prossimo due anni, formalmente come manutenzioni all’autodromo. L’unica cosa certa è che i soldi verranno dal Pubblico Registro Automobilistico che avrebbe dovuto essere cancellato da anni perchè è un doppione della motorizzazione e che invece resterà ancora per anni. Comunque lo pagheranno gli automobilisti.

Alla fine sono 32 milioni di denaro pubblico a fondo perduto sempre per un fine settimana all’anno per tre anni . Non si può nemmeno dire che che servono per alimentare lo sport automobilistico perchè non sono soldi per far crescere campioni in erba. Al Gran Premio di Monza sono 50 anni che un italiano non sale sul podio. E all’orizzonte non si vedono campioni da Formula 1.

In ogni caso Eccleston non sembra disposto a firmare il contratto fino a quando non sarà risolto il contenzioso con “Formula Imola”, che si era proposta come alternativa a Monza, che ha contestato il fatto che quei finanziamenti pubblici si configurano come aiuto di Stato non consentito dalle leggi europee. La discussione del contenzioso è prevista per metà settembre.

In tutto questo il paradosso è che alla provincia di Monza e Brianza agli stessi soggetti che hanno deciso “l’investimento”sul Gran Premio di Monza hanno negato 2 milioni di euro necessari per consentire di pagare il trasporto pubblico degli studenti pendolari. Anzi il presidente della provincia Pietro Luigi Ponti alla richiesta di fondi si è sentito rispondere da Maroni “abbiamo già dato, se non avete fondi aumentate la tariffa e tagliate le linee”.

Per la Cronaca il GP d’Italia è stato vinto dalle Mercedes di Rosberg davanti al compagno di squadra Hamilton, terza la Ferrari di Vettel seguita dall’altra Ferrari di Raikkonen.

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    Michele Crosti
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Il Gran Premio resta. Polemiche sui costi

Si possono spendere 68 milioni, la metà dei quali pubblici, per tre Gran Premi di Formula Uno a Monza?

E’ quanto prevede il contratto che l’ ACI Milano si appresta a firmare con la FOM di Bernie Eccleston.

Il braccio di ferro iniziato qualche anno fa sembra possa concludersi già nel corso del prossimo Gran Premio d’Italia, che si svolgerà a Monza dal 2 al 4 settembre prossimi.

Con le Ferrari in grave crisi di risultati, quella della firma del contratto è diventata l’unica suspence del Gran Premio di Monza di quest’anno.

In parte, 12 milioni, il denaro pubblico viene da uno stanziamento della legge di stabilità; in parte da una delibera regionale che prevede 20 milioni in due anni in favore dell’autodromo di Monza. Se nel caso della finanziaria lo stanziamento è diretto, la Regione attua un artificio perché i soldi serviranno per migliorie all’interno dell’autodromo.

C’è anche un’altra opzione: che la Regione possa entrare nella società SIAS, controllata di ACI, che gestisce a amministra l’impianto.

Un’operazione comunque non chiara, anche perché non si sa se Regione e Governo possono stanziare soldi a fondo perduto per operazioni di questo genere. A sollevare dubbi è il consorzio “Formula Imola”, che ha presentato un ricorso al TAR del Lazio perché l’operazione si configura come aiuto di Stato. Il consorzio doveva essere la soluzione di ripiego, nel caso non ci fosse stata la possibilità di reperire i fondi per pagare il nuovo contratto. In seguito, è sopravvenuta la decisione di andare per conto proprio e di mettersi in concorrenza con Monza.

Questa la versione del presidente dell’ACI, Angelo Sticchi Damiani.

sticchi damiani gran premio

Il sindaco di Monza Roberto Scannagatti è comunque soddisfatto. Il Gran Premio resterà a Monza e i benefici si faranno sentire. Secondo la Camera di commercio di Monza e Brianza, dovrebbero essere almeno 35 milioni di entrate per ogni Gran Premio. Una cifra controversa; secondo i pubblici esercizi monzesi, la differenza fra i fine settimana con o senza Gran Premio non infatti è così evidente – e in più gli stessi piloti e gli staff preferiscono gravitare su Milano.

Questa la dichiarazione di Roberto Scannagatti, sindaco di Monza.

Scannagatti gran premio monza

Resta poi il Parco di Monza: il più grande parco cintato d’Europa. Per fortuna le battaglie degli ambientalisti sono riuscite a fare attenuare l’impatto della presenza di oltre 100 mila spettatori nei tre giorni del Gran Premio. I danni sono minori ma continuano ad esserci.

Per quanto riguarda il Gran Premio di quest’anno, non ci sono molte speranze di vedere una Ferrari sul gradino più alto del podio; al Gran Premio di Monza da 50 anni non ci sono piloti Italiani sul podio.

Infine nei tre giorni del Gran Premio i controlli antiterrorismo saranno serrati, con metal detector e controlli anche sulle auto di Formula Uno che entreranno nel circuito.

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    Michele Crosti
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Experience Milano è un flop

Che si tratti di un flop lo si capisce già entrando dalla porta est di expo. Alle sette di sera le presenze sono rarefatte. Prima di arrivare al Cardo, il tratto di expo 2015 dove si trovava il padiglione Italia, è difficile incontrare persone, eppure la parte della ristorazione era considerata una delle attrazioni di punta della manifestazione. Poi a quell’ora c’è il primo degli spettacoli dell’albero della vita che avrebbero dovuto attirare la curiosità di qualche spettatore. E prima di arrivare al Cardo si incontra anche la mitica spiaggetta con tanto di pozza d’acqua e con giochi da spiaggia. Ci sono anche i giochi per i più piccoli ma i più piccoli non ci sono. La spiaggia doveva essere inaugurata il 15 luglio ma è stata aperta solamente il 26 agosto, a estate finita.

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Sul Cardo qualche decina di persone si alterna ai baracchini del cibo da strada. Qui la considerazione è che dopo expo, e tutto quello che si è detto sul cibo sano, fa impressione vedere i fritti e che genere di fritti! Il vicino padiglione di McDonald fornisce sicuramente cibo migliore, il che è tutto dire.

C’è poi Palazzo Italia riaperto per l’occasione. Niente file, si sale rapidamente sulle scale vuote. Nel padiglione è rimasto l’essenziale dell’allestimento che era stato previsto per expo: in pratica i mega filmati che occupano interamente le pareti con i più bei angoli d’Italia. Una mostra fotografica di personaggi della storia recente del nostro Paese e all’ultimo piano alcune delle sculture di animali che erano esposte al padiglione Zero. Infine l’albero della vita. Anche qui prima hanno smontato tutte le apparecchiature con gli effetti elettronici per poi rimontarle in tutta fretta quando Maroni ha deciso autonomamente di realizzare “Experience Milano”. Qui dalle 200 alle 250 persone hanno assistito al programma delle 20.45.

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Per il resto non ci sono altre animazioni e quindi non resta che rientrare alle proprie abitazioni.

Experience Milano è stato voluto proprio dal presidente della regione Maroni e la parte scandalosa di questo fallimento è che per realizzarlo sono stati stanziati 50 milioni di euro, cifra esorbitante e fuori misura anche rispetto alle priorità di intervento della Regione Lombardia. Una spesa folle che non si giustifica neppure con l’idea di perpetuare i valori di expo perché di quella manifestazione in Experience Milano non c’è nulla, a cominciare dal cibo.

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    Michele Crosti
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Lorient, musica e tradizione senza paura

Organizzare in Francia manifestazioni partecipate come il Festival Interceltico di Lorient, in Bretagna, di questi tempi è impresa che richiede grande impegno e grande vigilanza. Una manifestazione che vede la presenza di 750mila persone in dieci giorni richiede un impegno ancora maggiore. Il problema è quello di garantire sicurezza e controlli senza che questo possa in qualche modo allarmare e scoraggiare la partecipazione.

Non che gli altri anni la vigilanza fosse attenuata, gli uomini delle Crs (Compagnies républicaines de sécurité) sono sempre stati presenti. Ma da quest’anno, oltre alla loro presenza maggiorata, ci sarà anche una presenza di militari.

La manifestazione più importante – e cioè la grande parata delle nazioni celtiche che vede la partecipazione di 80mila persone – è quella più controllata. Per accedervi ci sono 12 accessi controllati mentre lo scorso anno era libera. E’ stato leggermente accorciato il percorso. A presidiare gli accessi e a controllare zaini e borse sono i volontari. Qui sono la spina dorsale del festival e sono almeno 800, tra i più giovani che sono cresciuti all’ombra del festival. E’ stata perimetrata anche una vasta area attorno al luogo dove si svolgono tutte le manifestazioni. Qui è vietata la sosta di camion e furgoni. Tutto questo per consentire il libero svolgimento di una manifestazione che partendo da una cinquantina di cornamuse è diventata una delle più importanti manifestazioni culturali di Francia.

Quando 47 anni fa Polic Monjarret organizzò il primo festival di cornamuse a Brest non immaginava certo una manifestazione di successo come la conosciamo oggi. Da allora il festival di strada ne ha fatta tanta e i numeri sono imponenti: 3.500 artisti, 160 spettacoli sui palcoscenici, una grande parata con oltre 2.500 persone in costume in rappresentanza di una ottantina di cittadine per lo più bretoni. Ma ci sono anche molte Pipe Band scozzesi e irlandesi e quest’anno anche australiane, giapponesi e anche una palestinese. Ci sono i gruppi di Gaita di Galizia e Asturia, oltre ovviamente alle Bagades Bretoni. Poi ci sono spettacoli teatrali, cinema letteratura, fumettistica.

Ma il festival è soprattutto musica musica, musica. Musica di ogni genere che prende sempre le mosse dalla tradizione popolare per essere trasformata in vari modi dal folk revival al rock, dal jazz alla musica fusion, per finire con la musica sinfonica e classica. Ma il festival non finisce qui: c’è il Quai des livres dove gli autori ed i fumettisti firmano le loro creazioni. C’è un salone della liuteria, lo spazio per i giochi alternativi e anche un luogo di confronti che significativamente si chiama L’espace parole. C’è lo spazio solidale. Ci sono persino le regate veliche e da qualche anno c’è anche il golf. Qui ci sono tante gare, da quelle di cornamuse a quelle di danza. C’è persino un torneo “mondiale” di Bagadù. Bande di cornamuse bombarde e percussioni.

Questo in sintesi è il festival interceltico di Lorient oggi. Bretagna, Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man, Irlanda, Galizia, Asturia danno vita ogni anno da 47 anni ad una sorta di vetrina che rappresenta ciò che si produce nel campo culturale ma non solo in questi Paesi di origine celtica. Si produce perché la parola d’ordine è: “Se una tradizione non si rinnova è destinata a scomparire”. Così ogni anno al festival ci sono nuove produzioni da ciascuno dei Paesi che compongono questa comunità. Da una ventina d’anni c’è una novità e cioè i Paesi della Diaspora celtica sono diventati parti integranti del festival. Il Canada con gli acadiani e l’Australia sono Paesi ormai organici al festival: quest’anno è l’anno dell’Australia.

Il festival si sviluppa nel centro della città di Lorient su un unica direttrice che parte dallo stadio di Moustoir e prosegue verso il confinante Grand Théâtre, poi la piazza Jules Ferry con il villaggio celtico, dove si mangiano a poco prezzo prodotti tradizionali, quindi il Palazzo dei congressi. Proseguendo c’è la banchina del porticciolo con i padiglioni dei vari Paesi che si concludono con il Quai de la Bretagne dove si svolgono concerti gratis per tutto il festival. Sì, perché la maggior parte dei concerti e delle manifestazioni è gratuita. Infine a poca distanza il grande spazio dei concerti all’Espace Marine. Per tutto il festival ci sono atelier di danza gratuiti e uno spazio destinato alle danze popolari alla Salle Carnot.

Per gli appassionati quest’anno il festival ritorna ai grandi personaggi che hanno fatto la storia della della cultura bretone, da Alan Stivell a Dan Ar Braz, ma fra gli invitati d’onore c’è anche Joan Baez. Al festival gira un motto: “La musica è un pretesto, quel che conta è la festa”.

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I progetti della Giunta per Crescenzago

Per la seconda volta, la Giunta del Comune di Milano si riunisce in periferia. Dopo il Giambellino, tocca a Crescenzago, zona nordest della città, fino al 1923 un  Comune indipendente dal capoluogo lombardo. Una sede comunale che Letizia Moratti, da sindaca, voleva vendere e che è stata anche sede di Comunione e Liberazione.

Qui siamo nel travagliato Municipio due, governato dal centrodestra, che ancora non è riuscito a formare una giunta per beghe interne alla coalizione. Qui siamo a 300 metri dal confine del comune di Milano. La Giunta si riunisce per affrontare i problemi del quartiere Adriano, nuova area di sviluppo della città rimasta incompiuta a causa del fallimento del consorzio che doveva metterla a posto.

I problemi più consistenti sono il collegamento con il resto della città e i problemi per il campo nomadi di via Idro, ora sgomberato ma rimasto in stato di abbandono. Nel piano integrato di intervento sul quartiere, era previsto da anni come onere di compensazione un parco, ancora fermo, visto il fallimento della ditta di costruzione. La Giunta si è impegnata a completare questo parco da 50 mila metri quadri rimasto in sospeso a fare arrivare sul quartiere la tramvia 7, allungando di quattro fermate il capolinea. Sempre per il completamento delle strutture di servizio, il Comune si è impegnato a costruire una scuola per il quartiere. Per questo saranno utilizzati i 18 milioni provenienti dal consorzio di imprese inadempienti.

Ascolta l’intervista dell’assessore all’urbanistica Pierfrancesco Maran

Pierfrancesco Maran

Per il campo rom di via Idro sgomberato da oltre cinque anni, è stata decisa una bonifica per una riqualificazione che consentirà l’utilizzo pubblico dell’area. Ma nei 25 milioni per le periferie sono compresi investimenti per la riqualificazione delle stazioni della Linea 2 che vanno da Cimiano fino al capolinea di Gessate. Nelle pieghe del bilancio sono stati individuati 30 milioni di mutui da destinare al recupero delle abitazioni comunale n stato di degrado. Questo consentirà di dare avvio al piano di ristrutturazione dui 2000 alloggi comunali. I primi cantieri si apriranno a settembre.

Ascolta l’intervista al sindaco Giuseppe Sala

Giuseppe Sala

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Milano, comincia l’era Sala

Ostruzionismo in Aula ma nessuno dei temi politici scottanti è stato affrontato. Così la prima seduta del consiglio comunale milanese, che ha smorzato gli entusiasmi delle numerose matricole presenti. Il centrodestra ha cominciato subito con una battaglia sulla ineleggibilità del sindaco Sala durata un paio d’ore e preannunciata dalla presentazione di un documento di trecento pagine, consegnato un’ora prima dell’inizio della seduta al segretario generale.  L’iniziativa ha coinvolto sia Forza Italia, da cui è partita, che gli altri partiti di opposizione, Lega e M5S.

Questo preambolo ha chiarito quale sarà l’atteggiamento del centrodestra in consiglio comunale che, così come per la consiliatura Pisapia, fa dell’ostruzionismo l’unico strumento di confronto politico. In Aula comunque né la Forzista Mariastella Gelmini, campionessa di preferenze, né Stefano Parisi, candidato sindaco del centrodestra, hanno preso la parola. L’unico intervento da un leader di partito è stato quello di Matteo Salvini, che si è limitato a dire che la maggioranza che non ascolta le richieste dell’opposizione comincia male. Poi tutti gli adempimenti burocratici, dalla conferma degli eletti alla sostituzione dei consiglieri dimissionari al giuramento del Sindaco Sala.

Il primo punto di una certa rilevanza politica è stato l’elezione del presidente del Consiglio Comunale: è stato scelto Lamberto Bertolè, esponente della sinistra PD e già capogruppo del partito in consiglio comunale. Ci sono volute tre votazioni per superare lo sbarramento della maggioranza qualificata ma alla fine Bertolè è stato eletto anche con i voti di due consiglieri di opposizione. Infine doveva esserci la dichiarazione programmatica del Sindaco a dare l’avvio al dibattito in aula, ma forse a causa della semifinale degli Europei Germania-Francia è stato rinviato tutto a lunedì prossimo.

Dopo il consiglio comunale Sala incontrandosi con i giornalisti ha fatto il punto sull’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose negli appalti Expo ma soprattutto sulla emergenza profughi.

Ascolta Giuseppe Sala

Sala consiglio comunale

 

 

 

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La prima giunta Sala: periferie e neo mamme

Comincia dalla periferia il lavoro della giunta di Giuseppe Sala. Il sindaco di Milano ha convocato i suoi in una delle periferie-tipo della città e i lavori si sono svolti in uno dei centri di aggregazione del quartiere, gestito dal Laboratorio di Quartiere, un coordinamento di comitati.

Sì, il quartiere del Cerutti Gino di una canzone di Giorgio Gaber ha molti problemi ma anche molti comitati che si adoperano per affrontarli. Comitati che per lo più sono rimasti inascoltati in questi anni ma che si sono mostrati tanto tenaci da imporre un metodo di lavoro.

C’è stata anche una piccola contestazione. Una ventina di persone dello stesso centro sociale che ha contestato Sala durante la campagna elettorale. In realtà la presenza degli abitanti della zona non si è fatta sentire molto, nonostante il confinante mercato rionale.

Inizio alle ore 10 in punto, tutti gli assessori presenti e anche il delegato alle Periferie Mirko Mazzali che però è stato fatto entrare solamente nella seconda parte della giunta. Due i provvedimenti importanti approvati oggi: il primo riguarda i problemi legati ai lavori della linea 4 della metropolitana e all’impatto che creano sugli abitanti del quartiere. Centomila euro lo stanziamento.

La delibera più significativa riguarda un sostegno alle neo mamme. Si tratta di una assegno di 150 euro mensili per 24 mesi da erogare per i nuovi nati. Un primo passo verso l’obiettivo di assegno di cittadinanza annunciato in campagna elettorale.

Ascolta qui l’intervista con l’assessore ai Servizi sociali Pierfrancesco Majorino

MAJORINO PRIMA GIUNTA

Ma la giunta è stata dedicata principalmente a discutere dei problemi del quartiere. E per questo è stato sentito il neopresidente del municipio 6 Santo Minniti che ha svolto una relazione sulla situazione del quartiere ma soprattutto dello stato di fatto del piano di 80 milioni che da molti anni deve essere attuato in quartiere.

Ascolta qui l’intervento del sindaco Sala all’incontro con i giornalisti

SALA PRIMA GIUNTA

Sala ha anche sottolineato i problemi dell’accoglienza visto che i flussi dei profughi continuano con sempre maggiore intensità e ha anche detto che è sbagliato non utilizzare il Campo Base usato dai lavoratori di Expo 2015 e ora completamento inutilizzato.

Le critiche del primo giorno. Gli assessori si sono subito dileguati senza neppure sottoporsi alle interviste dei numerosi cronisti presenti. Brutto segno visto che almeno nella prima riunione di giunta avrebbero dovuto presentarsi come avvenuto anche con il sindaco Pisapia. Lo stesso sindaco non ha voluto sottoporsi alle interviste del dopo conferenza stampa. E’ lo stile Expo e non è certo segno di apertura.

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Manager leghista (di poco successo)

Si chiama Giuseppe Bonomi l’uomo designato come amministratore delegato della nuova Arexpo, la società che è proprietaria della aree del sito di Expo. Segni particolari: essere il nuovo il manager leghista che va per la maggiore. Classe 1958, varesino, la sua carriera politico manageriale è partita molti anni fa, sempre nell’area leghista.

Era il 1994: ottiene l’incarico di assessore all’urbanistica del comune di Varese. Poi approda nel capoluogo, Milano, con la giunta leghista di Marco Formentini, di cui è assessore ai lavori pubblici. Accanto alla politica, la carriera manageriale: tutto comincia in SEA, la società che gestisce gli aeroporti milanesi di Linate e Malpensa. Il primo incarico da presidente lo ricopre dal ’97 al ’99.

Nel ’98, nel pieno della sua gestione, c’è l’inaugurazione della Nuova Malpensa. L’operazione parte con un disastro organizzativo dal quale si riprende solo dopo una chiusura temporanea ed un mese di disservizi. Proprio questo flop gli costa il posto: il sindaco di allora Gabriele Albertini gli preferisce Giorgio Fossa, uomo di Confindustria.

In SEA però ci torna più tardi, dal 2006 al 2013, quando sull’aeroporto di Malpensa si abbatte la crisi di Alitalia, con la conseguente rinuncia da parte della compagnia di bandiera italiana a mantenere Malpensa come hub principale della sua flotta. Lo spostamento delle attività di Alitalia su Fiumicino ridusse al minimo l’attività su Malpensa. Prima della nuova parentesi in SEA, Bonomi è amministratore delegato proprio in Alitalia, anni 2003-2004, quando la bufera ha inizio. Insomma, non si può certo dire che quello che tocca diventa oro.

Il governatore lombardo Roberto Maroni nel luglio del 2015 lo chiama a Palazzo Lombardia come direttore generale della regione, dopo che il suo uomo Andrea Gibelli ha dovuto presentare le dimissioni perché finito nell’inchiesta che vede imputato lo stesso Maroni, con l’accusa di aver favorito l’assunzione di una sua sodale in Expo. Come sempre, l’incarico a Bonomi è diretto, senza gara. Una costante quella della chiamata diretta: anche la carica di amministratore delegato in Arexpo gli è stata assegnata nello stesso modo.

Il presidente della società Giovanni Azzone è stato scelto invece dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia attraverso un bando pubblico che prevedeva la presenza di una giuria esterna che ha vagliato le candidature. Non proprio la stessa cosa.

Se a tutto questo aggiungiamo che in SEA Bonomi non lo rimpiange nessuno diventa chiaro quale sarà il problema della società Arexpo ora che deve definire ilo futuro sviluppo dell’area. Per valutare i vari progetti decidere le modalità di sviluppo ed anche la fase di transizione è necessario un manager in grado si una visione complessiva. Visione che oggi Bonomi non ha.

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Expo, bilanci impossibili. E i dubbi sullo smantellamento

Fra gli eventi da ricordare di questo 2015 c’è sicuramente l’Expo. Un successo come partecipazione ma con molte incognite sui benefici sui costi del mega evento. E soprattutto sul futuro dell’area dove si è svolto.
I 21 milioni e mezzo di partecipanti – anche se non è possibile certificarli-  sono l’elemento che con una certa sicurezza si può dire positivo. Per il resto, a cominciare dalle inchieste e gli arresti per corruzione, per finire con la clandestinità del’operato della società Expo 2015 spa, la positività è tutta da dimostrare.

In questo momento sono in corso le opere di smantellamento del sito. Opere avviate per il momento solo dai Paesi ospiti (una decina circa, stando al gruppo facebook Smantellamento Expo). Come è possibile verificare dalle foto (vedi a fine articolo) che gli operai hanno postato in questi giorni sui social network, il trasferimento dei padiglioni per altro utilizzo è di molto limitato e la maggior parte dei materiali sono finiti in discarica e si spera in maniera differenziata.

Restano tutti i padiglioni dui servizio e quelli che dovrebbero essere smantellati. Anche questa una scelta illogica: i costi di smantellamento ricadranno sulla società Arexpo proprietaria dell’aerea e non su Expo spa.
Il risultato finale (oltre ad un elevato costo di base dell’area, 160 milioni di euro) sarà di un costo di 170 milioni di euro di infrastrutture costruite per lo svolgimento della manifestazione. Ora bisognerà aggiungere anche i costi di smantellamento delle strutture. Cifre che ricadranno su qualunque progetto futuro si insedierà nell’area. C’è poi il bilancio economico di Expo: i 14 milioni di atttivo annunciati con un comunicato di sette righe della società Expo sono cifre a vanvera e soprattutto senza una specificazione.
Quello che non è ancora chiaro sono gli extracosti e chi li pagherà, perché ancora si litiga per decidere se si tratta di bonifiche che competerebbero alla società Arexpo oppure se si tratta di extracosti effettivi che invece competerebbero alla società Expo 2015 spa. Insomma, un bilancio reale di Expo è di là da venire.

La galleria di foto pubbligate sul gruppo Facebook Smantellamento Expo (dismantling Expo)

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Milano come a ferragosto. Ma è dicembre

Il paesaggio a Milano dalle 10 del mattino è quello della mattina di Ferragosto solo con qualche taxi in più. Strade deserte pochissime auto private in circolazione qualche taxi in più del solito. Il divieto di circolazione è stato rispettato ed i controlli sono stati serrati. Nei viali principali si trovavano 130 pattuglie della Polizia Locale per verificare che le auto in circolazione avessero una autorizzazione. C’erano meno auto delle passate domeniche a piedi. Sarà stato l’annuncio di multe salatissime (in tutto 300 su 1.500 controlli), o la presenza di veri controlli, ma forse anche la maggiore sensibilità acquisita in questi anni, fatto sta che i milanesi hanno rispettato il blocco delle auto.

Ciò che invece si è aggiunto all’inquinamento dell’aria è l’inquinamento acustico di coloro che hanno parlato a vanvera. Leghisti, forzisti, post fascisti che si sono dimenticati di aver governato per 17 anni questa città senza prendere provvedimenti adeguati. Ora straparlano di interventi strutturali o di provvedimento inutile.

È bene ricordare che solo per restare ai tempi della sindaca Letizia Moratti il superamento delle polveri sottili sono stati sempre al di sopra dei 120 giorni all’anno (oggi siamo ai 90) e con i livelli di concentrazione che spesso superavano i cento microgrammi di PM10 per metro cubo. Quei pochi provvedimenti di blocco domenicale erano determinati da scelte nazionali, giusto per scaricarsi le coscienze.

Anche il presidente della regione Roberto Maroni pensa solo a convocare “cabine di regia” di tutti i comuni giusto per prendere atto che non essendoci accordo per un blocco generalizzato non si prendono provvedimenti se no come palliativi, giusto per far vedere al proprio elettorato che qualche cosa per la salute si fa. Senza contare che questa volta la riunione si tiene dopo ben 30 giorni consecutivi di superamento dei limiti massimi. Mentre doveva essere fatta all’inizio di autunno quando cominciano gli accumuli di inquinanti grazie anche alla accensione degli impianti di riscaldamento. Adesso si parla di coordinamento fra tutti i comuni della regione ma anche di coordinamento fra le regioni che si affacciano sulla pianura Padana. Un’altra proposta che serve solo a sancire l’impossibilità di blocchi.

Qui i dati pubblicati da Arpa questa mattina sui dati delle pm10 in Lombardia.

 

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Pisapia, com’è stata Milano nel 2015

L’ultimo brindisi di Natale per il sindaco Giuliano Pisapia: il discorso di fine anno è stata l’occasione per congedarsi anche da primno cittadino. Quest’anno, per lui c’è la soddisfazione di vedere Milano al secondo posto fra le città italiane dove si vive meglio.

Il discorso è stato un excursus che ha messo in evidenza i cambiamenti dei cinque anni di sindacatura. Milano è cambiata nella percezione all’estero, Expo ha fatto salire l’interesse internazionale per la città. Sono stati cinque anni utili per trasformare Milano. Che oggi è una città più sobria, ma anche più ricca; una città più libera, ma dove i diritti sono più tutelati.

Pisapia ha anche ricordato lo sforzo per integrare le periferie, portando ad esempio il lavoro fatto su via Padova, ma anche l’impegno sugli immigrati. L’accoglienza è uno dei grandi vanti di Milano. Sono 75 mila le persone transitate in un anno nella città e solo una parte di esse hanno trovato posto nel sistema di accoglienza.

Pisapia ha poi elencato gli sforzi per rilanciare le municipalizzate, a partire dall’ATM, che sui trasporti per Expo ha svolto un lavoro determinante. “Credo di dare al mio successore una città che ha fatto grandi passi avanti in tutti i settori – ha detto Pisapia -. Ma c’è anche qualche amarezza a cominciare dalla bocciatura della delibera sui piani urbanistici per gli ex scali ferroviari”.

Ascolta l’audio del discorso di Giuliano Pisapia

Pisapia, ultimo discorso

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Lo smog soffoca la Lombardia

La Lombardia si conferma una camera a gas. E da oltre venti anni non ci sono provvedimenti adeguati. Nel 2015 la concentrazione delle polveri sottili ha già superato per 85 volte i limiti consentiti. Lo rivela Arpa Lombardia, sottolineando come l’inquinamento sia un’emergenza anche nell’area tra Monza, Como e Varese, dove i giorni di sforamento sono bene 92.

Altrettanto sconfortanti le medie annue, ben oltre il massimo tollerabile: il valore medio del 2014 si è attestato a 34, prima ancora della conclusione dell’anno le tre centraline di di via Pascal, via Verziere e via Senato nel 2015 fanno già registrare quota 39. Il fatto è che la punta più acuta dell’inquinamento è fra la fine gennaio e i primi di febbraio e che quindi la situazione potrebbe anciora peggiorare. Mentre le previsioni meteorologiche dicono che almeno fino alla fine dell’anno non ci dovrebbero essere cambiamenti significativi e le perturbazioni che smuovono l’aria e abbassano la concentrazione di inquinanti sono lontane.

Da vent’anni gli amministratori fanno finta di prendere provvedimenti, come se le migliaia di persone che perdono la vita per complicazioni legate all’inquinamento non fossero un problema. Cabine di regia, convegni, congressi: non hanno portato a nulla. Nemmeno le relazioni di pneumologi che continuano a mettere in guardia sugli effetti di questo inquinamento che influisce sulla salute e sullo sviluppo dei bambini e che crea complicazioni respiratorie agli anziani.

E in tutto questo Regione Lombardia – incaricata a definire le modalità di intervento – non vuole prendere provvedimenti che possano limitare la circolazione delle auto, una delle principali cause dello smog. Nemmeno parziali, come il blocco dei motori diesel che producono micropolveri 32 volte di più dei motori benzina. Per non parlare di blocchi domenicali che dovrebbero essere realizzati per tutta la Lombardia, visto che l’aria non rispetta i confini comunali.

Se si fa qualcosa, sono solo palliativi che lasciano tutto immutato. Anche quelle piccole limitazioni delle auto inquinanti non vengono sottoposte ad adeguati controlli. Inoltre il clima natalizio peggiora le cose perchè il traffico automobilistico aumenta del 20-30 per cento. E i timori per i consumi degli italiani – con la ripresa ancora lontana – spingono a non bloccare il traffico per evitare che si rallentino le vendite. Il risultato finale è che tutti gli anni l’inquinamento sale e i provvedimenti varati sono sempre meno efficaci.

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Dietro la campagna di Sala: Marco Pogliani

Giuseppe Sala non ha ancora detto un sì definitivo alla candidatura per le primarie del centrosinistra, ma la sua squadra sta già lavorando per capire il gradimento tra gli elettori dell’amministratore delegato dell’Expo. E per curare la sua campagna elettorale.

Il deus ex machina di questa campagna è Marco Pogliani. Un consulente della comunicazione con un curriculum di non poco conto: IBM, Olivetti, Mondadori ed Enel, tra gli altri. Dopo quest’ultima esperienza si è messo in proprio fondando una società di consulenza per la comunicazione. In questa veste ha siglato un contratto con City Life nel momento in cui compariva il nome di Salvatore Ligresti fra i principali azionisti. Per agli anni recenti, è stato capo della comunicazione della giunta Moratti nel 2009.

Ha preso il posto di Paolo Glisenti, ex braccio destro della Moratti e fautore del dossier per la candidatura di Milano all’Expo 2015, caduto poi in disgrazia perchè l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi voleva sbarazzarsene. Pogliani ha avuto un ruolo importante nella nomina di Giuseppe Sala alla direzione del Comune di Milano. Grande suggeritore che ha facilitato è stato Bruno Ermolli, lobbysta, superconsulente, una delle eminenze grigie del potere economico di Milano.

A Palazzo Marino, Sala ha sostituito Antonio Acerbo. Lo stesso Acerbo ha poi seguito il suo successore in via Rovello, ad Expo spa. Per finire, poi, agli arresti domiciliari per corruzione. In Expo, con Sala commissario, Pogliani è stato una presenza costante, anche se ufficialmente non ha avuto un incarico se non come uno dei membri della commissione che ha deciso sulla gara di appalto per il nuovo simbolo di Expo.

Lo si trova a tutte o quasi le conferenze stampa di Sala. Una presenza discreta, però. Nei giorni dell’Expo la sua era sul sito espositivo quotidianamente: partecipava a riunioni dello staff, correggeva quelli che secondo lui erano gli errori nella comunicazione. Cattolico, anzi cattolicissimo a tal punto che qualcuno lo associa all’Opus Dei. Non è certo un reato, ma dà il segno dell’apparato di potere che in questo momento si sta muovendo attorno a Sala. Il Commissario unico è gradito a CL – che vorrebbe far parte della coalizione che lo sostiene – e sostenuto dalle coop rosse. Nel PD Sala troverebbe l’ala ex penatiana a sostenerlo con maggiore forza.

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L’Ambrogino delle periferie

Don Giuliano Savina è un appassionato e istrionico prete di periferia di Milano. E’ stato premiato con l’Ambrogino d’oro per le sue attività nel quartiere di Greco. Nella sua parrocchia ha fatto nascere il Refettorio Ambrosiano, una speciale mensa per i poveri.

«Il refettorio è nato dalla decisione dello chef Massimo Bottura di non buttare il cibo avanzato alle mense di Expo, ma di condividerlo con i poveri, con chi ha più bisogno – racconta Don Giuliano –  L’idea è stata poi condivisa da Davide Rampello, curatore del Padiglione Zero all’Esposizione, e si è poi concretizzata nell’ex Teatro di Greco. Nel corso dei sei mesi di Expo al Refettorio diversi chef provenienti da tutto il mondo hanno trasformato le eccedenze alimentari della manifestazione in eccellenze gastronomiche e le hanno servite ai poveri».

Chiusi i cancelli di Expò, il refettorio continua invece ad aprire la sua porta a chi bussa: “Il Refettorio Ambrosiano vuole essere il simbolo della vita che non deve contemplare sprechi, dell’esistenza che non deve essere buttata via. Da noi viene cucinato il cibo dell’eccedenza e viene offerto ai poveri”.

Milano è una città che ospita i profughi, ma…

“Il Refettorio è il segno che l’inclusione sociale può funzionare; è un luogo dove è possibile dialogare, ascoltare e parlare delle paure e delle ansie. Quei tavoli, sono tavoli di accoglienza e solidarietà”.

Ma Milano è anche la città dove molti rifiutano l’accoglienza…

“Quando mi hanno comunicato che ci avevano dato l’Ambrogino d’Oro mi è venuta subito in mente una pagina degli Atti degli Apostoli in cui si dice che la prima comunità cristiana godeva della simpatia del popolo. Quando in un quartiere riesce a mettere una luce accanto al buio, riesci a diradare la nebbia e crei una speranza”.

 

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Nessuna novità, molta incertezza

Il futuro delle aree Expo è ancora incerto.

Venerdì scorso il Consiglio dei ministri ha approvato uno stanziamento di 150 milioni per il centro di ricerche “Italia 2040”, una parte dei quali dovrebbe essere destinata all’ingresso del Ministero di Economia e Finanza nella società Arexpo proprietaria dei terreni del sito.

Sembrava cosa fatta ma a tutt’oggi il presidente della società Luciano Pilotti lamenta che ancora non ci siano novità e la società il 24 novembre riunisce il consiglio di amministrazione per decisioni che riguardano le scelte future.

Il problema divenuto pressante è quello dei pagamenti. Nove milioni da subito e cinquanta entro giugno 2016. Le spese immediate riguardano i tre milioni da destinare al comune di Rho per lavori effettuati; altri tre alle banche per interessi e tre alla Fondazione Fiera per i terreni. Poi ci sono appunto 50 milioni entro il mese di giugno alla società Expo e a partire dalla fine del 2016 altri 30 milioni all’anno per tre anni alle banche, per i prestiti per l’acquisto dei terreni. Per Pilotti il problema è anche quello di avere una struttura societaria in grado di affrontare la fase che le tocca. Oggi la società Arexpo non ha personale e neppure dotazioni minime come cellulari e computer; soprattutto non è ancora stata definita la struttura dirigente della società.

C’è poi un problema che riguarda le modalità con cui il ministero entrerà a far parte della società. In pratica si deve decidere se ci sarà una ricapitalizzazione oppure se verrà semplicemente rilevata la quota della Fondazione Fiera, che alla società partecipa attraverso il valore delle aree messe a disposizione. In quest’ultimo caso è evidente il favore fatto alla Fondazione Fiera, che già si è vista moltiplicare per 10 il valore delle aree agriocole e che ora riuscirebbe a defilarsi dall’operazione capitalizzando immediatamente il valore delle aree senza impegni sul dopo-Expo.

C’è ancora da capire come verrà sviluppato il progetto Italia 2040 con il mega centro di ricerca che però occuperà solamente 75 mila metri quadrati dell’oltre un milione di metri quadrati dell’area. Ancora non si sa come verrà inserito il progetto di campus scientifico dell’Università Statale e tanto meno quello voluto da Assolombarda.

Elementi di indeterminatezza che spingeranno in là il piano di sviluppo.

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Dopo-Expo, giorno 1: via i padiglioni

È cominciato lo smantellamento del sito di Expo: ormai sul decumano transita solo chi ha il permesso di accesso al cantiere. Un’attività in tono minore quella che si registra in queste ore: prima si dovranno spostare gli arredi e poi comincerà lo smontaggio delle opere edilizie realizzate. I Paesi avranno tempo fino a giugno del 2016 per completare le opere. A differenza delle strutture italiane (il centro congressi, il media center, il padiglione zero, l’auditorium e tutte le costruzioni del decumano) tutti i partecipanti sapevano ancor prima di iniziare i lavori cosa fare dei Padiglioni smontati

Gli Emirati Arabi che ospiteranno a Dubai la prossima edizione dell’Expo universale nel 2020 trasferiranno le loro strutture a Masdar City, quartiere di Abu Dhabi ad emissione zero. L’alveare del padiglione britannico, premiato da una commissione di architetti come costruzione del miglior padiglione, si trasferirà in Inghilterra dove continuerà a vivere come installazione.

La Svizzera, che immeritatamente non ha avuto alcun riconoscimento dal Bureau Internationa des Expositions, trasformerà la torri del suo padiglione in serre che saranno distribuite ai vari cantoni elvetici. L’Austria trasferirà le piante del suo boschetto con altezza superiore ai 16 metri in un bosco vicino Bolzano.

La Repubblica Ceca trasferirà l’intero padiglione compresa piscina e ristorante nella città di Vizovice, dove ha sede la società costruttrice, per trasformarlo in mensa per i dipendenti. Il padiglione del Brasile ha messo all’asta su internet molte parti delle componenti, compresa la rete, che è stata la principale attrazione del padiglione. Anche Olanda, Cina,Cile, Spagna, Qatar e Uruguay hanno messo in vendita tutte le componenti del padiglione all’asta, mentre il Belgio ha fissato in un milione il prezzo per portarsi a casa il padiglione completo. Il Kazakistan che ospiterà, l’Expo internazionale del 2017, trasferirà solo una parte delle sue strutture. Il Bahrein riporterà a casa il padiglione per trasformarlo in Giardino Botanico mentre la Germania, Paese vincitore del premio come migliore interprete del tema del padiglione, manterrà la parte interna e smantellerà quella esterna.

L’Italia invece non ha ancora deciso cosa succederà delle sue strutture. Fra qualche giorno si riuniranno i soci di Arexpo, la società proprietaria dei terreni, per verificare le ipotesi di sviluppo sul dopo Esposizione universale. Il governo dovrebbe decidere la sua partecipazione ad Arexpo, ma sarà il presidente del Consiglio Matteo Renzi, a Milano il 10 novembre, a mettere l’ultima parola sul Protocollo d’intesa per il futuro delle aree.

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Cantone promuove il modello Milano

Il presidente dell’Agenzia nazionale anticorruzione (Anac) Raffaele Cantone ha ricevuto dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia il sigillo della città, l’onorificenza cittadina più prestigiosa, assegnata dal primo cittadino a persone che hanno dato un contributo particolare allo sviluppo morale e materiale della città.

Non c’è dubbio che Raffaele Cantone questo contributo lo ha dato salvando l’Expo. Proprio nel momento di maggiore difficoltà: quando l’esposizione era nel guado degli scandali per corruzione. Il terremoto giudiziario ha colpito sia i vertici sia della stazione appaltante Infrastrutture lombarde (Ilspa), sia quelli di Expo 2015 spa, con la vicenda del direttore generale Antonio Acerbo, in manette per corruzione.

L’ intervento di Cantone ha riportato la garanzia di regole per l’aggiudicazione degli appalti e maggiori controlli anche su quelle società legate alla criminalità organizzata che sono state espulse dalla manifestazione.

Quello che è stato creato è un meccanismo nuovo di controllo degli appalti, che potrebbe essere generalizzato e che potrebbe consentire di avere un vero controllo sulle società che partecipano agli appalti e che sono già finite in inchieste proprio sulle irregolarità degli appalti. Oggi Cantone ha partecipato ad un convegno sulle regole degli appalti e sui provvedimenti necessari a debellare la corruzione o più probabilmente a confinarla a livelli “accettabili”. Convegno che si è tenuto proprio ad Expo.

Cantone prende spunto dall’appalto al massimo ribasso, foriero di mazzette, perchè le società che lo vincono sanno fin dall’inizio che chiederanno extracosti. Ma c’è anche un problema di commissioni esterne chiamate a giudicare sulle opere dell’appalto. Si possono fare solo se asi costituisce un albo nazionale.

Il Cantone-pensiero sugli appalti al massimo ribasso

Cantone boccia il codice degli appalti, che sembra fatto apposta per ingarbugliare le regole dell’assegnazione. Altro punto dolente le controllate dal pubblico: in parte le società sono necessarie, in parte sono solo poltronifici per amici e parenti.

Cantone sul Codice degli appalti e sulle società pubbliche

Infine la questione della competenze: basta alle assunzioni parentali o di affinità politica e spazio a funzionari pubblici indipendenti e capaci, che possono valere per tutte le stagioni politiche.

Cantone e le assunzioni in base alle competenze

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Expo, il futuro è incerto

Spreco, spreco, spreco. Ancora prima di chiudere i battenti, l’Expo 2015 su una cosa ha fallito di sicuro: la lotta allo spreco. Non parliamo dei generi alimentari non utilizzati che sono stati recuperati in percentuali altissime ed hanno contribuito ad aiutare alcuni refettori per i più poveri. Stiamo parlando dell’intera struttura di Expo, quello che in teoria dovrebbe essere riciclato. Almeno questo era ciò che hanno dichiarato gli organizzatori prima che iniziassero i lavori di costruzione del sito. Materiale riciclabile come i 60 mila metri cubi di legnami (un boschetto) utilizzati per i padiglioni e per alcune strutture di servizio, o meno riciclabili come i 250 mila metri cubi di calcestruzzo o per nulla riciclabili, come le costruzioni. Il sistema concepito per lo smontaggio, però, non è abbastanza economico da rendere questa operazione fattibile. I nodi da sciogliere riguardano anche gli spazi dei servizi, i padiglioni, il media center (le cui cupole sono alte 32 metri) e il Padiglione Zero.

I 54 Paesi che hanno montato una propria struttura hanno fin dall’inizio previsto una struttura facilmente smontabile, che può essere trasferita nel Paese d’origine. È il caso della Repubblica Ceca oppure quello della Corea, che ha già trovato una destinazione d’uso al vecchio padiglione. I due Paesi hanno deciso di iniziare i lavori di smontaggio a partire dal giorno dopo la chiusura di Expo.

Ancor più grave è la confusione che regna sovrana sul dopo Expo. Non si tratta solamente della destinazione dell’area: regna il caos sullo smontaggio dei padiglioni, che erano di competenza dell’Italia. Non sarà la società Expo 2015 spa, che ha costruito il sito, ad effettuare le operazioni di liberazione del sito dai manufatti, ma la società Arexpo proprietaria delle aree. La società non dispone di un budget vero e proprio e il suo scopo è organizzare le gare per mettere sul mercato i terreni. Non si sa, quindi, dove troverà i fondi necessari per l’operazione e si tratta di diverse decine di milioni. I costi dovrebbero essere a carico di chi ha costruito il sito. Ma ancora non c’è alcuna certezza.

Dai padiglioni dei Paesi saranno abbandonati tavoli, scrivanie, sedie, e nessuno si farà carico di effettuare queste operazioni. Si è offerta Cascina Triulza, ma fino ad oggi è solo una dichiarazione di intenti, senza approvazione. Così come non hanno avuto risposte i sindaci dell’ANCI Lombardia che hanno avanzato richieste specifiche sia di padiglioni che di materiali di arredo.

Altro nodo da sciogliere è la destinazione di Cascina Triulza, di Palazzo Italia e del teatro all’aperto: tre strutture che rimarranno certamente sul sito. Per almeno sei mesi non potranno operare perchè il sito di Expo tornerà ad essere un cantiere, con tanto di passaggio di mezzi pesanti. Niente pubblico, quindi. Chiusa l’esposizione universale si apre una stagione di incertezze che rischia, come accaduto in altri grandi eventi, con un’area abbandonata e con lo spreco di oltre un miliardo di euro di investimenti pubblici.

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    Michele Crosti
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