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Sicurezza, aumentano solo le chiacchiere

Il Prefetto Di Milano Luciana Lamorgese

La Prefettura di Milano ha sottoscritto ieri, giovedì 12 luglio, il protocollo “Progetto Controllo del Vicinato” firmato da 41 sindaci di altrettanti comuni della provincia di Milano per trasformare i cittadini in vere e proprie sentinelle del territorio, organizzate in gruppo per vigilare nei quartieri e segnalare alle forze dell’ordine eventuali reati o criticità sociali, ma anche situazioni di degrado.

I cittadini di questi 41 anni si organizzeranno in gruppi e, con la supervisione di coordinatori, potranno inviare segnalazioni via WhatsApp o attraverso i social network agli stessi sindaci o alle forze dell’ordine. La Perfetta Luciana Lamorgese, al momento della sottoscrizione, ha dichiarato: “Anche se le statistiche dicono che i reati sono diminuiti rispetto all’anno passato, i dati sulla percezione da parte dei cittadini ci danno un segnale diverso. La sicurezza è un bene di tutti a cui dobbiamo tendere“.

I dati sulla percezione, però, dicono qualcosa di diverso e proprio per fare chiarezza Claudio Jampaglia ha intervistato oggi a Giorni Migliori Roberto Cornelli, criminologo dell’Università Bicocca di Milano ed ex sindaco di Cormano (PD).

In realtà da qualche settimana i Comuni erano un po’ in allerta per capire come rispondere a questa proposta della Prefettura. Alcuni dei sindaci mi hanno contattato come esperto per avere qualche consiglio. A me sembra che sia una di quelle iniziative che cercano di riprendere alcune delle iniziative che sono state già svolte all’estero, ad esempio nei neighborhood watch che sono una delle realtà molto diffuse in Inghilterra e negli Stati Uniti e che hanno proprio questa finalità: mettere insieme e coordinare i cittadini, attraverso sempre più spesso le tecnologie come WhatsApp o i social network, per diffondere notizie che hanno a che fare con qualche anomalia che riguarda il quartiere e che potrebbe essere un’anomalia che ha a che fare poi con la criminalità. Dico potrebbe essere perchè il più delle volte queste anomalie sono anomalie che intasano i sistemi di comunicazione e creano diffidenza e sospetto, e in qualche caso anche allarme sociale, ma non hanno poi un effetto pratico. Questa è la ricerca di vent’anni di studi sui neighborhood watch che dimostrano come queste iniziative se da una parte mirano, come immagino faccia questo protocollo della Prefettura, a creare condizioni di maggiore sicurezza percepita – nel senso che vogliono far capire che la sicurezza delle persone viene affrontata in qualche modo – il più delle volte in realtà diffondono la cultura della diffidenza e della paura proprio perchè gli strumenti tecnologici e queste forme di comunicazione su qualsiasi cosa succeda di sospetto nel quartiere crea immediatamente condizioni di diffidenza e non la costruzione di progetti sociali.

Eppure il Prefetto in persona dice che non riescono a far migliorare la percezione. Come mai?

Devo un po’ contestare questa ricostruzione. I dati della criminalità che sono in diminuzione, in particolare con le violenze e gli omicidi siamo al minimo storico e siamo il Paese più sicuro al Mondo da quel punto di vista. Abbiamo un tasso di omicidi bassissimo: abbiamo circa 400 omicidi all’anno. Nel periodo fascista con molta meno popolazione avevamo 5-6 volte di più di omicidi. Stiamo parlando di una diminuzione degli omicidi costante negli ultimi 20 anni.

In Europa siamo dietro a Germania, Francia, Gran Bretagna, Austria. Per non parlare della Russia che ha il record, peggio degli Stati Uniti, con 11 uccisioni ogni 1000 abitanti.

Sì, gli Stati Uniti sono intorno ai 5-6 omicidi ogni 100mila abitanti e noi siamo allo 0,7-0,8. Siamo veramente tra i primi della classe rispetto al contenimento degli omicidi. Quello che secondo me viene spesso detto e che non è riscontrato dai dati è che c’è un continuo aumento della percezione di sicurezza nelle persone. Dobbiamo capire cosa intendiamo per percezione di sicurezza. Se intendiamo la paura delle persone che viene registrata dalle indagini statistiche dall’Istat dal 1993 fino ad oggi o sulla percezione del rischio di criminalità del quartiere, i dati sono evidenti e dicono che c’è una stabilità negli ultimi 15-20 anni rispetto alle paure delle persone. Non è vero che c’è un aumento, nonostante ci siano stati dei decreti sicurezza e pacchetti sicurezza. Quello che continua ad aumentare in Italia, in maniera anomala rispetto ad altri Paesi, è il discorso sulla paura. Il fatto che si continui a parlare in maniera ricorrente e continua in ogni luogo della politica e dell’informazione della paura come se fosse un argomento a sé rispetto alla criminalità. In questo senso io penso che ci stiamo un po’ avvitando, continuiamo a dire che non è un problema di criminalità, ma di percezione. Il problema in realtà non è neanche di percezione, ma è che stiamo diffondendo un discorso sulla paura che è funzionale a legittimare politiche che vanno nella direzione dell’industria della sicurezza o nella direzione del contenimento del welfare state. E quindi tutto questo produce degli effetti politici che mirano a non rassicurare più le persone, ma a creare delle condizioni di insicurezza percettiva.

Da un punto di vista tuo di osservatore dei fenomeni: bisognerebbe che anche i media solidali come il nostro stiano più attenti?

Il problema molto spesso si concentra sui mass media. Nelle mie ricerche cito spesso la questione massmediatica, ma la metto sempre dopo una questione culturale più di fondo. Noi adesso stiamo assumendo delle tendenze nel gestire questi fenomeni sul lungo periodo. I mass media molto spesso hanno la funzione di cristallizzare queste tendenze, per cui non attribuirei una responsabilità così forte ai mass media rispetto invece a tutta una cultura che riguarda in particolare i luoghi istituzionali, che non fanno nulla rispetto a una cultura della diffidenza e della cultura che invece si sta diffondendo in maniera molto veloce.

Il Prefetto Di Milano Luciana Lamorgese
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    «Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Sono le parole della procuratrice aggiunta di Milano, Alessandra Cerreti, pronunciate durante la requisitoria al processo Hydra. Ieri c'è stata la prima sentenza per una settantina di imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra i condannati (Mariano Rosi, Filippo Crea, Giuseppe Fidanzati e altri), stando all’inchiesta della Procura di Milano ci sono figure di primo piano del crimine organizzato in Lombardia. L’inchiesta Hydra - che ha portato al processo - ha messo in luce “un sistema mafioso lombardo”, un’alleanza tra esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. Un sistema per compiere dalle rapine alle truffe, dal riciclaggio di denaro alle intestazioni fittizie di beni, fino alle false fatturazioni, alle estorsioni. Tra i reati contestati c'è anche il traffico di droga e di armi. Pubblica ha ospitato lo storico Enzo Ciconte e il ricercatore dell’università Statale di Milano, Andrea Carnì, autore di un importante libro per la conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia uscito in questi ultimi mesi dal titolo «Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia» (Futura 2025).

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    Donald Trump e la svolta conservatrice della democrazia USA. A cura di Roberto Festa e Fabrizio Tonello.

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