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L’Italia di Meloni: smobilitazione industriale e aumento delle spese militari

trump meloni

La presidente del Consiglio Meloni mercoledì sarà a Washington per incontrare il capo della Casa Bianca. Dovrà discutere con Trump di dazi e spese militari. Meloni lascia un paese, l’Italia, nel pieno di una crisi economica. L’esecutivo una settimana fa ha dimezzato le stime di crescita per il 2025: dall’1,2% allo 0,6%. Inoltre, secondo l’Istat, la produzione delle imprese italiane continua a calare, erodendo pezzi importanti del sistema industriale. L’ultimo dato è relativo al mese di febbraio: la produzione industriale è calata dello 0,9% su gennaio, il 25esimo calo consecutivo.
Pubblica ha ospitato l’economista Marcella Corsi e il fondatore, e portavoce, della Campagna Sbilanciamoci!, Giulio Marcon.

Che cosa raccontano i dati sulla produzione industriale, un altro passo verso lo smantellamento dell’industria italiana?

Marcon: La situazione economica in cui ci troviamo ora testimonia chiaramente che nessun governo ha avuto una politica industriale efficace o significativa. È mancata una politica pubblica vera, e questo fallimento deriva soprattutto dall’approccio neoliberista adottato per decenni, secondo il quale la politica industriale la fanno soltanto le imprese, e lo Stato deve limitarsi a concedere incentivi fiscali o sgravi. I dati degli ultimi 25 anni parlano chiaro: questo sistema non ha portato risultati positivi. Solo recentemente, grazie ai fondi del PNRR, qualcosa sta cambiando, si stanno facendo piccoli investimenti, ma non basta. Mancano ancora investimenti pubblici importanti. Luciano Gallino, il grande sociologo, oltre vent’anni fa parlava della “scomparsa dell’Italia industriale”. Gallino individuava settori in cui l’Italia era leader mondiale, come automotive, elettronica e chimica, settori che negli anni sono stati via via smantellati per mancanza di adeguato sostegno pubblico. La responsabilità è condivisa tra classe imprenditoriale e classe politica, entrambe incapaci di tutelare e sostenere le eccellenze italiane.

Passiamo al viaggio di Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Marcella Corsi, il suo collega, l’economista Emiliano Brancaccio, ha affermato che Meloni adotterà una strategia molto simile a quella di Trump: protezionismo con l’estero e liberismo interno. Lei cosa ne pensa?

Corsi: spero che non sia lì solo per porgere omaggi, ma per portare un contributo al dialogo tra Stati Uniti ed Europa, che è gravemente messo in discussione dagli atteggiamenti di entrambe le parti. In ogni caso, il problema, come lo pone Brancaccio, non è nuovo. In economia insegniamo ciò che in letteratura vengono chiamate “beggar thy neighbor “, utilizzando un inglese arcaico quasi shakespeariano, per sottolineare quanto siano vecchie queste politiche e quanto siano orientate a “impoverire il vicino”. Si tratta di misure protezionistiche, inclusi i dazi, che sono solo una delle possibili misure applicabili al commercio internazionale. Non si tratta di novità nelle politiche internazionali. Anzi, è un ritorno a vecchie politiche che, soprattutto con gli accordi di Bretton Woods, sembravano superate.

Tornando alla domanda, credo che lei cercherà di portare avanti la sua strategia di “migliore amica” degli Stati Uniti. Per quanto riguarda la tassazione degli extraprofitti delle multinazionali, penso che punterà sulla sua vicinanza a Elon Musk. Il progetto “Make Europe Great Again”, che lei sente suo, comporta la riduzione o l’eliminazione di una tassazione che a Musk e ai tycoon americani sta molto stretta ed è considerata il nemico numero uno nei rapporti con l’Europa.

Un’ultima questione riguarda le spese militari, un tema che Meloni discuterà con Trump nei prossimi giorni. C’è la questione dell’aumento delle spese militari italiane al 2% del PIL. Il governo italiano si sta muovendo per assecondare questo aumento. Come si arriva al 2%? Le opinioni divergono: il ministro Crosetto vorrebbe 8 miliardi freschi, mentre Giorgetti propone di includere spese già esistenti, come quelle per Capitanerie di Porto, Carabinieri e Guardia di Finanza, per raggiungere l’obiettivo senza nuovi stanziamenti.

Marcon: anche in questo caso si naviga a vista. Dobbiamo aspettare settembre per capire quale sarà la legge di bilancio. Nell’ultima legge, approvata a dicembre 2024, le spese militari sono già aumentate del 12%, e negli ultimi 10 anni sono cresciute del 61%. Il riarmo è in atto da anni. Arrivare al 2% significa trovare circa 10-11 miliardi in più, ma nemmeno gli 8 miliardi di Crosetto sembrano reperibili. La tendenza è chiara, e siamo preoccupati. Abbiamo programmi pluriennali che ci impegnano per circa 40 miliardi nei prossimi tre anni, destinati a F35, carri armati, sottomarini, fregate, ecc. Oltre il 60% di questi fondi è speso all’estero, creando posti di lavoro in altri Paesi. Ad esempio, i carri armati Panther, prodotti principalmente in Germania, con una piccola parte delle risorse destinate all’industria italiana Automelara, vicino a La Spezia. La preoccupazione è forte, ma non ci sono fondi. Si farà debito per coprire queste spese.

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    Come possiamo pensare di uscire da un lungo periodo di stagnazione dell’economia italiana, quando lo zero-virgola regna ancora incontrastato in alcune importanti statistiche italiane? Mi riferisco al dato pubblicato ieri dall’Istat nella “Nota sull’andamento dell’economia italiana”. A questo proposito l’Istat ci ha detto che nel terzo trimestre dell’anno scorso (tra luglio e settembre 2025) l’aumento del Pil italiano è stato dello….0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (aprile-giugno 2025). Se guardiamo agli scambi commerciali con l’estero (import ed export) la crescita tra agosto e ottobre scorsi è stata dello 0,3% per le esportazioni e dello 0,2% per le importazioni. Nelle stesse ore in cui ieri l’Istat diffondeva i suoi dati nella nota congiunturale veniva pubblicato un altro documento – importante - di analisi della congiuntura: un report su lavoro e demografia redatto dal centro ricerche REF, autorevole centro di ricerche economiche milanese, diretto da Fedele de Novellis, ospite oggi a Pubblica.

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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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