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La prima base militare cinese in Africa

Dove c’era una distesa di sabbia battuta dai venti del mar Rosso, sono in corso i lavori per fondare la prima base militare cinese dell’intero continente africano. Siamo a Gibuti, Paese incastonato nel Corno d’Africa, confinante con Eritrea, Etiopia e Somalia. Di fronte, oltre il mare a soli 20 km c’è lo Yemen.

Gibuti potrebbe essere un gioiello e probabilmente nel suo passato lo è stato, ma prima della colonizzazione francese e prima ancora dell’occupazione dei commercianti arabi arrivati intorno al 1500. Quindi tocca fare un salto indietro di secoli, perché la posizione strategica di Gibuti lo ha reso da sempre un porto di conquista. Ora lo è più che mai perché a tempo di record il Paese presto ospiterà il maggior numero di soldati stranieri per chilometro quadrato nel mondo.

Già ora, qui gli Stati Uniti hanno l’unica base militare nel continente, insieme al Giappone. Mentre Pechino finirà i lavori per il 2017. La Cina dispiegherà a Gibuti diecimila militari contro i quattromila di Washington. Lo scopo ufficiale, sbandierato dal ministro della Difesa cinese al momento dell’accordo con il governo di Gibuti, è stato quello di fornire una base a terra per i marinai inviati da Pechino nel golfo di Aden a lottare contro la pirateria.

Intanto però i due Paesi hanno già siglato un accordo di libero scambio, intesa che permette alla Cina di utilizzare le installazioni del porto di Gibuti come base di transito del le merci da tutta la regione. Di fatto una “nuova via della seta” che collega la Cina all’Africa passando dal golfo Persico.

“Gibuti diventerà una piccola Singapore del Corno d’Africa”, ha detto il presidente Ismail Omar Guelleh. Già ora da questa rotta passa il 40 per cento del traffico merci del mondo, tra cui le preziose materie prime provenienti dall’Etiopia. Ma gli appena 800mila abitanti del Paese non beneficiano di questa corsa alla crescita economica. Il 50 per cento della popolazione di Gibuti è disoccupata ed è tra le più povere del continente. La ricchezza dell’élite dirigente contrasta con la maggioranza della popolazione che non ha accesso all’acqua, al cibo e alle cure.

Il presidente Guelleh, al potere dal 1999, ha fatto di Gibuti prima un fedele alleato degli Stati Uniti nella “guerra al terrorismo”, e ora di Pechino. Un potere che mantiene con il pugno di ferro. Lo scorso anno le manifestazioni contro il regime sono state represse violentemente. La polizia ha sparato sulla folla uccidendo decine di persone. La nuova via della seta è già macchiata di sangue.

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Effetti collaterali. Popolazione civile in pericolo è la rubrica a cura di Cristina Artoni, in onda ogni lunedì su Radio Popolare alle 9.33

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    Cristina Artoni
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    Il disco di debutto dei The Sophs è previsto per il prossimo 13 marzo ma la giovane formazione di Los Angeles sta già catturando l’attenzione di molti. Poco prima di partire per un tour che lì vedrà suonare in molti dei più grandi festival del 2026, due dei sei componenti della band sono passati ai microfoni di Volume per presentare l’album in uscita e suonare alcuni brani. Dalla nascita del progetto fino all’esperienza con la storica etichetta Rough Trade - “un sogno che si avvera”, spiega la band - abbiamo chiesto ai The Sophs anche il loro punto di vista, da statunitensi, sulla difficile situazione che il loro paese sta attraversando in questi giorni. “Ci vergogniamo del nostro governo, le persone in carica oggi non rappresentano in alcun modo i cittadini americani - spiega Ethan Ramon, prima di ricordare l’importanza del voto per supportare la propria comunità - “siamo tutti figli di immigrati, la cultura della diversità è la vera spina dorsale del nostro paese”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande e il MiniLive dei The Sophs.

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