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Sudafrica, gli studenti contro l’Apartheid

Tra gli studenti universitari sudafricani il malcontento si materializza a tratti. A volte con manifestazioni, altre con occupazioni. Nell’ultimo mese, invece, ci sono cortei in cui esplode una rabbia irreprimibile, dove si scatena una vera e propria guerriglia urbana con la polizia. E’ successo a settembre alla Wits, la più importante università di Johannesburg, poi a fine ottobre davanti al parlamento di Città del Capo e poi nei campus di Pretoria e in altri angoli del Paese.

Sono tutte micce accese da oltre un anno, da quando è nato un movimento studentesco. Una rivolta senza precedenti contro il governo dell’African National Congress. Da un anno la rivolta va a singhiozzo. Sembra scomparire ma poi riemerge con una forza dirompente. Partita nel 2015 dalla lotta contro l’aumento delle tasse universitarie del 10-12 per cento la protesta si è trasformata in un movimento per la “decolonizzazione” dell’istruzione. Nelle ultime settimane poi gli studenti hanno protestato di nuovo contro gli incrementi delle tasse per 2017. Ma ora hanno fatto un passo in più. Non è più una questione di tasse alte. Piuttosto è l’intero sistema politico ed economico-sociale a essere messo in discussione.

Sull’onda dello slogan “Fees must fall” – le tasse devono essere cancellate – chiedono che l’istruzione sia gratuita. Un diritto allo studio che permetta anche alle famiglie più povere di mandare i propri figli all’Università, in un Paese dove il reddito medio delle famiglie nere è di gran lunga inferiore a quello delle famiglie bianche. Gran parte di questi studenti sono quelli della generazione “born free”, dei nati liberi, nati cioè nel 1994 o successivamente. Giovani sudafricani che non hanno vissuto sotto il regime della dominazione bianca ma che del sistema dell’Apartheid hanno subìto tutte le tragiche conseguenze per cui era stato architettato.

L’African National Congress è impegnato a cambiare il sistema, ma il processo è lungo e gli scandali su corruzione e spese smodate del governo di Jacob Zuma hanno diffuso un sentimento di disillusione. Il sistema scolastico attuale è eredità di quello sotto il regime dell’Apartheid che aveva tra le principali leggi, il Bantu Education Act del 1953, che aveva l’obiettivo di evitare che gli studenti neri ricevessero un’istruzione che li avrebbe portati ad aspirare a posizioni che poi erano a loro precluse. Una legge ovviamente bandita alla fine dell’apartheid ma che ha lasciato effetti profondi su una società dove la maggioranza della popolazione vive ancora una discriminazione economica e sociale.

Il movimento pretende che il sistema democratico metta fine a un passato di oppressione.

Chiede che il muro in Sudafrica cada definitivamente. Che nelle scuole imperi la capacità critica e per questo “the fees must fall”.

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Effetti collaterali. Popolazione civile in pericolo è la rubrica a cura di Cristina Artoni, in onda ogni lunedì su Radio Popolare alle 9.33

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Nicaragua, i braccianti muoiono in silenzio

A Chichigalpa, in Nicaragua, le donne sono in maggioranza vedove. I loro mariti, compagni, sono morti per insufficienza renale cronica. Oggi torniamo qui con Effetti Collaterali, in un luogo che visitammo otto anni fa e che ci restò nel cuore anche per la determinazione a resistere di un’intera comunità, malgrado lo strazio. Siamo quindi in Nicaragua, nel dipartimento di Chinandega, a circa due ore da Managua. Nel comune di Chichigalpa hanno perso la vita negli ultimi dieci anni almeno novemila persone, tutti lavoratori, braccianti della canna da zucchero. Tutti per la stessa malattia e tutti dipendenti dell’impresa Ingenio San Antonio, proprietà della Nicaragua Sugar Estate. Queste distese di piantagioni sono di proprietà del colosso economico nicaraguense Gruppo Pellas. Con lo zucchero qui si produce il rum Flor de Caña ma anche il bioetanolo.

L’epidemia di insufficienza renale cronica che si è diffusa nella regione è stata esaminata da diversi studiosi. Nessuno di questi vuole mettere in relazione l’inquinamento provocato dall’uso massivo di pesticidi con la malattie dei lavoratori. Cosa che invece denunciano da ormai anni le associazioni come l’Anairc che sottolineano che i pesticidi proibiti negli Stati Uniti, in Canada e nell’Unione Europa hanno colpito migliaia di persone attraverso le acque inquinate. Ormai la contaminazione ha investito tutto l’ambiente, dalle acque ai terreni, ai prodotti alimentari. Ci sono anche decine di bambini già affetti da insufficienza renale cronica. Ma chi avrebbe la responsabilità di trovare le cause parla di “mistero”. Il problema, spiegano dalle associazioni in difesa dei malati cronici, è che il gruppo Pellas è troppo potente. Carlos Pellas, soprannominato il “re dello zucchero”, uomo vicino al presidente Ortega è il primo multimilionario del Paese.

Originaria di Genova, la famiglia Pellas si è stabilita in Nicaragua alla fine del 1800. In cento anni ha creato un colosso che opera nel settore bancario, dei computer, delle automobili e, naturalmente, dello zucchero.

I Pellas si rifiutano di vedere la tragedia che si vive ogni singolo giorno a Chichigalpa, dove ci sono di media quattro morti alla settimana per la stessa patologia. Negli ultimi anni è raddoppiato il tasso di mortalità degli uomini.  E per l’insufficienza renale cronica non esiste una cura. Nella sua fase acuta il malato ha bisogno di sedute di dialisi che possono costare 140 dollari ciascuna. Lo stipendio medio per questi lavoratori era di circa 100 dollari al mese. Questa non è un’epidemia misteriosa, è un’epidemia messa sotto silenzio.

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“No Way” per i profughi in Australia

“Sarà impossibile. In nessun modo l’Australia potrà accogliervi nel caso arriviate via mare in modo illegale”. Questo è il messaggio che il governo di Canberra indirizza alle popolazioni che vivono in zone di guerra e che potrebbero per una relativa vicinanza geografica, pensare anche lontanamente di trovare una via per salvarsi.

Il messaggio è stato intercettato sul suo cellulare da un giornalista del Wall Street Journal. Stava leggendo una notizia e sullo schermo improvvisamente è comparso l’annuncio che non lascia spazio a dubbi: non azzardatevi a mettervi in viaggio, i boat people verranno respinti.

Il giornalista si trova a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Avamposto delle forze curde che combattono i jihadisti dell’Isis e dove hanno trovato rifugio decine di migliaia di persone in fuga dalla guerra in Siria e dove altri migliaia di cittadini iracheni si sono spostati abbandonando le proprie case per salvarsi dal terrore. I diversi campi profughi ancora oggi ospitano decine di migliaia di persone. Mosul, dove infuria la battaglia contro lo Stato Islamico, dista da qui solo un’ottantina di chilometri.

Il messaggio è stato invece concepito e formulato a circa 14 mila chilometri di distanza, dal governo australiano, che sta aumentando negli ultimi anni politiche crudeli per dissuadere gli abitanti che si trovano nelle regioni di crisi a migrare. Un messaggio mirato e tradotto in diverse lingue con l’unico scopo di spezzare le speranze.

Il governo australiano ha già dimostrato in passato di essere pronto a tutto pur di evitare le migrazioni. Molte imbarcazioni di fortuna sono state respinte. Chi sbarca finisce nelle isole del Pacifico dove sono stati allestiti centri di detenzione. Una politica feroce che viene accompagnata da campagne di informazione come il messaggio lanciato su YouTube due anni fa dove il dipartimento per il controllo dell’immigrazione annuncia in 17 lingue che “il Paese ha introdotto il miglior sistema di controllo di sempre”, accompagnato da una graphic novel sui social network in cui viene raccontata la sofferenza di un richiedente asilo finito in un centro di detenzione. Campagne lanciate in Bangladesh, Sri Lanka, Iraq e ancora Pakistan e Afghanistan.

Ma ora una nuova norma è al vaglio del parlamento australiano: verrà negato a vita il visto a chiunque abbia tentato o tenti di entrare nel Paese illegalmente, via mare. “No way” ripetono da Canberra: “Nessuna accoglienza è possibile”.

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La prima base militare cinese in Africa

Dove c’era una distesa di sabbia battuta dai venti del mar Rosso, sono in corso i lavori per fondare la prima base militare cinese dell’intero continente africano. Siamo a Gibuti, Paese incastonato nel Corno d’Africa, confinante con Eritrea, Etiopia e Somalia. Di fronte, oltre il mare a soli 20 km c’è lo Yemen.

Gibuti potrebbe essere un gioiello e probabilmente nel suo passato lo è stato, ma prima della colonizzazione francese e prima ancora dell’occupazione dei commercianti arabi arrivati intorno al 1500. Quindi tocca fare un salto indietro di secoli, perché la posizione strategica di Gibuti lo ha reso da sempre un porto di conquista. Ora lo è più che mai perché a tempo di record il Paese presto ospiterà il maggior numero di soldati stranieri per chilometro quadrato nel mondo.

Già ora, qui gli Stati Uniti hanno l’unica base militare nel continente, insieme al Giappone. Mentre Pechino finirà i lavori per il 2017. La Cina dispiegherà a Gibuti diecimila militari contro i quattromila di Washington. Lo scopo ufficiale, sbandierato dal ministro della Difesa cinese al momento dell’accordo con il governo di Gibuti, è stato quello di fornire una base a terra per i marinai inviati da Pechino nel golfo di Aden a lottare contro la pirateria.

Intanto però i due Paesi hanno già siglato un accordo di libero scambio, intesa che permette alla Cina di utilizzare le installazioni del porto di Gibuti come base di transito del le merci da tutta la regione. Di fatto una “nuova via della seta” che collega la Cina all’Africa passando dal golfo Persico.

“Gibuti diventerà una piccola Singapore del Corno d’Africa”, ha detto il presidente Ismail Omar Guelleh. Già ora da questa rotta passa il 40 per cento del traffico merci del mondo, tra cui le preziose materie prime provenienti dall’Etiopia. Ma gli appena 800mila abitanti del Paese non beneficiano di questa corsa alla crescita economica. Il 50 per cento della popolazione di Gibuti è disoccupata ed è tra le più povere del continente. La ricchezza dell’élite dirigente contrasta con la maggioranza della popolazione che non ha accesso all’acqua, al cibo e alle cure.

Il presidente Guelleh, al potere dal 1999, ha fatto di Gibuti prima un fedele alleato degli Stati Uniti nella “guerra al terrorismo”, e ora di Pechino. Un potere che mantiene con il pugno di ferro. Lo scorso anno le manifestazioni contro il regime sono state represse violentemente. La polizia ha sparato sulla folla uccidendo decine di persone. La nuova via della seta è già macchiata di sangue.

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Le comunità Wayuu, tante “Macondo” in estinzione

Da sempre vivono nella penisola della Guajira, una zona desertica all’estremo Nord della Colombia e nei territori in comune con il Venezuela. Sono le comunità Wayuu, sopravvissute in questa lingua di terra dalla furia dei conquistadores che nei secoli scorsi hanno cancellato decine di popolazioni indigene del continente. Diciamo che allora sono sopravvissuti. Ma ora sulle loro vite pesa un macigno enorme, perché rischiano l’estinzione.

Sono comunità costrette ad affrontare una dannata combinazione di fame, malnutrizione e sete. Ogni giorno nella penisola muoiono tre bambini. Lo hanno denunciato le donne della comunità, madri e sorelle, che lo scorso giugno hanno camminato con una lunga marcia fino a Bogotà con il Movimento della Mantas Negras per urlare al mondo il proprio dolore per il lento massacro che avviene sotto i loro occhi.

Tra il 2008 al 2013 alla Guajira hanno perso la vita 4.151 bimbi. La maggior parte per mancanza di acqua o per acqua contaminata, altri per denutrizione, altri ancora per assenza di cure mediche. Uno strazio per le popolazioni Wayuu. In questa regione arida dove la temperatura media è di 42 gradi, non piove. L’unica fonte da cui da sempre le popolazioni indigene si sono rifornite dell’acqua è il fiume Rancherìa. Ma sul fiume è stata costruita la diga di El Cercado e le sue acque sono state privatizzate per favorire l’estrazione del carbone da una delle più grandi miniere del pianeta e per sostenere l’agricoltura industriale di riso e palma dei potenti proprietari terrieri della zona.

L’effetto collaterale è lo sterminio di una popolazione intera. Lo racconta il giornalista colombiano Gonzalo Guillén nel suo documentario intitolato El rio que se robaron (Il fiume che rubarono). Tre anni d’inchiesta su mafia e corruzione su cui si basa il progetto della diga che ora nessun cinema in Colombia osa programmare per timore di conseguenze.

I 144mila Wayuu, che vivono la regione continuano a sopravvivere passando anche dal territorio colombiano al Venezuela. Il confine non importa, tanto più se si cercano le piogge. Vivono in piccoli villaggi chiamati “rancherias“, formati da cinque o sei case. Tanti piccoli “Macondo”, rievocati nei colori di Cent’anni di solitudine da Gabriel Garcia Marquez, in cui scorreva sangue Wayuu da parte di madre. E per questa comunità vuol dire tutto. Qui nelle terre della Guajira, le leader non solo della famiglia, ma anche delle comunità sono le donne.

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I profitti d’oro della linea ferroviaria del Camerun

Il treno tra Yaoundé e Douala corre sempre veloce. Attraversa parte dell’ovest del Camerun, dalla capitale fino alla città portuale. Il 21 ottobre era stracolmo di passeggeri, almeno 1.300. A causa delle forti piogge le strade erano inaccessibili e l’unico modo per viaggiare era a quel punto il treno.. Ma quel convoglio partito alle 11 del mattino da Yaoundé deraglia dopo aver macinato metà del percorso, nei pressi della città di Eseka. Le carrozze al fondo della fila si capovolgono senza rimedio. Le vittime sono una settantina e si contano oltre 600 feriti.

Un incidente, una catastrofe spiegano le autorità e la compagnia ferroviaria Camrail. Ma i cittadini non accettano questa semplificazione. Perché dietro a questa “catastrofe” – spiegano – c’è il monopolio della Camrail. E infatti basta grattare anche solo in superficie per trovare la verità su una linea ferroviaria molto importante per il Paese ma di cui i passeggeri lamentano ritardi, sovraccarichi e frequenti deragliamenti, anche se non della portata dell’ultimo incidente.

E appunto grattando solo un po’ si scopre che responsabile della linea ferroviaria camerunense dal 1999 è la Camrail appunto, filiale del gruppo francese Bolloré Africa Logistics. Un impero di cui è a capo l’industriale francese Vincent Bolloré, impegnato a costruire tremila chilometri di linee ferroviarie in Africa.

Le sue mani sul continente sono state allungate già dagli anni ’80 grazie ai consigli e agli aiuti dei diversi governi francesi che si sono susseguiti. Tra i primi a spingere era stato il socialista Michel Rocard, che invitava Bolloré a investire in Africa, un continente d’oro, diceva. E infatti così è stato. Bolloré qui investe il 25 per cento del volume d’affari del suo colosso e ne ottiene guadagni per l’80 per cento.

Ma torniamo in Camerun. La Camrail conta nel Paese ogni anno più di 1 milione e 600 mila passeggeri. Ma i benefici arrivano soprattutto dal trasporto merci. Su circa mille chilometri di linea ferroviaria una larga parte è indirizzata al trasporto di tonnellate di cotone, legno e minerali estratti dalle preziose miniere. Vincent Bolloré, uomo di tutte le stagioni, mantiene stretto il suo monopolio. I rapporti con Yaoundé sono ottimi e parla della conquista dell’Ovest dell’Africa con decine di nuove linee ferroviarie. Un piano in cui il termine neo-colonizzazione appare quasi sbiadito. “Agiamo come un commando – dice l’imprenditore Bolloré – anziché come esercito regolare”.

Lo sanno bene i cittadini camerunensi che conoscono gli effetti collaterali. E’ questo il significato quindi di “monopolio”. Non c’è posto per la sicurezza quando l’unico obiettivo, con la connivenza del governo di Yaoundé, sono i guadagni astronomici.

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Glifosato: un processo contro la Monsanto?

Monte Maíz è una piccola città dell’Argentina, a metà strada tra Buenos Aires e Cordoba. In piena pampa.

I quartieri centrali sono attraversati dalla strada provinciale n.11. Tutto intorno un mare di verde. Ma quei campi coltivati sprigionano veleni. Qui, in una popolazione di circa ottomila persone, il cancro è la prima causa di morte, il 33,9% del totale dei decessi. La malattia si propaga ogni anno cinque volte di più della media del resto del Paese. Alto anche il tasso di aborti spontanei e di bambini che nascono con gravi malformazioni. Tanti anche i cittadini che soffrono di problemi respiratori. Guardando i grafici dei molti rilevamenti fatti nella zona, il colpo d’occhio è impressionante. A Monte Maíz non c’è quartiere che si salvi. Tutti contano decine di pallini blu o rossi, i primi segnalano i malati alle vie respiratorie, gli altri le persone affette da tumore.

Queste inchieste girano attorno a un quesito che suona stridulo… ma che la burocrazia impone. Saranno i veleni di cui è impregnato il terreno agricolo a provocare questi effetti devastanti? Occorre infatti sapere che solo a Monte Maíz, circolano ogni anno 600mila litri di glifosato, un pesticida utilizzato nelle piantagioni di soia geneticamente modificata.

Il glifosato è stato sintetizzato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero, ma è dagli anni Settanta che viene commercializzato come diserbante dalla Monsanto. E’ un veleno che è diffuso non solo in Argentina ovviamente, ma anche negli Stati Uniti e in Europa dal 2002. Una nuova valutazione di Bruxelles per capire le ricadute sulla popolazione era attesa per il 2015, ma è stata rimandata.

In Europa ci sono 14 aziende che producono il glifosato. Ma per nessuna di queste imprese la sostanza è tanto importante quanto lo è per la Monsanto. Perché la multinazionale non rifornisce infatti il pianeta solo del diserbante ma vende agli agricoltori anche le sementi geneticamente modificate che resistono al pesticida: i semi “Roundup Ready”, pronti per il Roundup. Se l’uso di glifosato non fosse più autorizzato, quindi, gli agricoltori non avrebbero più alcun motivo di comprare il mais, il frumento e la soia ogm, e il modello commerciale della Monsanto crollerebbe.

Nel mondo sono migliaia gli attivisti che si oppongono a che il nostro pianeta si trasformi nella tragica realtà di Monte Maíz. Proprio in questi giorni si sono riuniti all’Aja, nei Paesi Bassi, per costituire il Tribunale di Monsanto. Un parterre di giuristi di livello internazionale per dare il via a un processo contro la multinazionale. L’accusa è di crimini contro l’umanità e della distruzione dell’ambiente, del nostro Pianeta Terra.

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Su Aleppo le micidiali bombe anti bunker

Aleppo è in rovina. La città siriana nel Nord ovest del Paese è sotto un attacco feroce.

Le forze russe e quelle pro Bashar al Assad, stanno riconquistando giorno dopo giorno strade, rioni e quartieri interi. Le milizie armate dell’opposizione sono costrette a ritirarsi. Ora è soprattutto la zona est di Aleppo a essere nel mirino. In mezzo a questa pioggia di bombe i civili.

L’accesso alle cure mediche è ormai estremamente limitato e pericoloso, denuncia Medici senza frontiere: negi ultimi giorni ci sono stati almeno 23 attacchi documentati e solo otto ospedali sono ancora attivi da quando l’assedio è cominciato, lo scorso luglio. Perché di assedio si tratta.

Ora che i negoziati sono saltati, Mosca e Damasco stanno aumentando il fuoco con l’esplicita volontà di riconquistare totalmente la città e in seguito il resto del Paese. E per farlo potrebbe essere necessario disintegrare Aleppo. Bombe indiscriminate, quindi anche su obiettivi civili. Tra questi rientrano appunto anche gli ospedali. Aleppo in alcuni quartieri è già una città fantasma. Ci ricorda Beirut. E alcuni quartieri della più vicina Sarajevo. Ma potrebbe diventare una nuova Srebrenica, dice lo stesso inviato dell’Onu Staffan de Mistura. Siamo già di fronte a un effetto collaterale che tutti vedono. Di cui prevedono l’entità ancora più tragica.

Ma quanto ancora deve succedere per fermare questa deriva di morte? Perché anche se il peggio è alle porte, già ora ad Aleppo si vive un inferno. A detta di quotatissimi esperti militari, le forze russe stanno adottando per la città lo stesso trattamento di Grozny. La città cecena che venne completamente rasa al suolo. La ragion di stato che in questo caso si è basata sulla guerra per conservare il potere del Cremlino su questa Repubblica dalle velleità indipendentiste, ha portato a trasformare Gronzy in polvere, uccidendo migliaia di civili. Ora Mosca sarebbe pronta a replicare lo stesso copione.

Lo dimostra anche con l’uso di bombe sofisticate nel loro intento di devastazione: le “Bunker Buster Bombs”, cioè le bombe anti-bunker. Di fatto micidiali missili pilotati in grado di distruggere in estrema profondità. Raggiungono appunto i bunker, i tunnel e li fanno letteralmente saltare in aria lasciando enormi crateri.

L’uso di queste armi, è il segnale, secondo gli analisti militari, di una nuova decisiva escalation nella guerra. Il regime di Damasco è pronto ad andare fino in fondo e questo è possibile con il supporto russo. E lo farà anche se occorrerà lasciare terra bruciata. Perché quelle bombe, le Bunker Buster Bombs, non faranno distinzione nel loro messaggio di morte tra i bunker dei guerriglieri e le cantine dei civili, in cerca di un rifugio dall’inferno.

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India: la resistenza dei rifugiati ambientali

Sono 17 nuovi metri a minacciare migliaia di persone lungo il fiume Narmada, in India. Sono quelli che il governo vuole innalzare della già faraonica diga Sardar Sarovar, che conta oltre 2.200 sbarramenti.

Passando da 122 metri a 139 metri, la diga aumenta così l’estensione delle terre agricole sommerse e il numero degli sfollati. Un dramma dagli effetti collaterali che ha colpito milioni di persone e che ricadrà su tutte le future generazioni. Sin dall’inizio dei lavori, negli anni Ottanta, una delle più grandi opere idroelettriche del mondo, era stata definita dal governo di New Delhi “indispensabile per la crescita e lo sviluppo”.

La diga di Sardar Sarovar è la più grande di tutto il progetto: taglia il fiume Narmada appena entrato nel territorio del Gujarat, formando un lago artificiale nello stato a monte, il Madhya Pradesh, e per una piccola parte nel terzo stato sulla riva, il Maharashtra.

Centinaia di villaggi sono stati sommersi dalle acque, e fino a mezzo milione di persone sono stati costretti a fuggire. È proprio attorno al Sardar Sarovar che è nata la lotta di resistenza: il Movimento per la salvezza della valle di Narmada. Dagli anni Ottanta, si batte perché gli sfollati ricevano terra coltivabile dove risistemarsi: ‟terra in cambio di terra”, e non solo qualche manciata di soldi di risarcimento.

Perché il dramma occulto di queste grandi opere è poi il meccanismo delle “peregrinazioni” forzate delle popolazioni più vulnerabili. In India in particolare ad essere investiti da questo progetto, praticamente per l’80 per cento, sono per lo più adivasi, i nativi dell’India o i dalit, considerati nella religione hindù i fuoricasta, gli “intoccabili”.

Queste popolazioni che vivevano nelle zone rurali, di fronte al crescere delle acque si sono riversate nelle baraccopoli delle grandi città. Senza aiuti da parte del governo e soprattutto all’interno di un tessuto sociale completamente disgregato.

Questi “rifugiati ambientali” sono l’evidenza più lampante dell’ingiustizia di tutta l’operazione. Sloggiati in nome del moderno progresso, di quel progresso non hanno visto nulla: né scuole, né ospedali, strade, acqua potabile.

Vivono nelle bidonville con il rischio di essere di nuovo colpiti dai nuovi progetti di espansione delle città. Il movimento per la salvezza della valle di Narmada non è riuscito a bloccare le costruzioni delle dighe. Ma non ha perso. Da trentacinque anni sta scrivendo un pezzo di storia collettiva di una popolazione tra le più marginali non solo dell’India, ma del mondo.

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Messico: il massacro degli studenti due anni dopo

I primi spari hanno colpito a morte 6 studenti, altri 25 sono caduti a terra gravemente feriti. Poi 43 sono stati rapiti. Caricati su furgoncini e inghiottiti nel buio della notte.

Un incubo forse troppo reale per essere raccontato ma che ha avuto come teatro lo stato messicano di Guerrero, nella località di Iguala. Il 26 settembre di due anni fa durante un viaggio verso la capitale gli studenti della Escuela Normal di Ayotzinapa furono intercettati dalla polizia locale che li attaccò provocando un massacro.

Da allora le famiglie dei desaparecidos attendono il ritorno dei 43 studenti. Non si stancano di ripetere “Li avete presi vivi. Li rivogliamo vivi”. Ma l’inchiesta della Procura Generale, malgrado inceppi e veri e propri affossamenti, ha indicato dove potrebbero trovarsi i resti dei giovani. In un letto di un fiume e in una discarica, finiti dopo essere stati torturati e infine bruciati.

A due anni dal massacro la ricostruzione di quella notte resta ancora nebulosa, la verità però è emersa velocemente. I mandanti della matanza sono nomi di spicco del mondo politico: il sindaco di Iguala, Jose Luis Abarca e sua moglie Maria Pineda. Ufficialmente imputati e arrestati nel  2014 dopo circa un mese di latitanza. Ad agire quella notte fu un gruppo di narcotrafficanti appartenenti a uno dei cartelli presenti nello stato, si chiamano “Guerreros Unidos”.

Per fare un favore al sindaco, il cartello mandò i suoi sicari a dar man forte alla polizia ed all’esercito dopo l’attacco. E fare terra bruciata intorno chi stava per recarsi a una manifestazione al DF. Ma perché tanta brutalità? Come spiegare tanto odio verso degli studenti?

La loro morte e scomparsa è un effetto collaterale forse tra i più vigliacchi. Perché rientra in un disegno politico preciso. Perché gli studenti sono stati colpiti per mettere fine alla loro intelligenza, capacità critica e voglia di lottare per un mondo diverso anche in un Messico spietato.

Nel 2013 infatti un’iniziativa di riforma educativa proposta dall’attuale presidente Enrique Peña Nieto contemplava espressamente la scomparsa della scuola di Ayotzinapa ed era appoggiata da tutti i partiti politici. A bloccare la chiusura sono state le proteste di insegnanti e sindacati. Ma la Escuela Normal  è rimasta comunque nel mirino perché i suoi alunni anche se provengono da famiglie povere molte delle quali indigene, nel loro bagaglio i libri non mancano mai.

Sono loro storicamente ad essere in prima linea nelle battaglie politiche e sociali che attraversano il paese. E per zittirli il governo ha agito con terrorismo di Stato. Una ragione in più per non dimenticarli.

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Cresce la battaglia del “No Tap”

In alto, in cima a una vetta della Val di Susa c’è una bandiera in più. Arriva dal Salento ed esprime un concetto trasparente con un’unica frase: “No Tap”. E’ il trait-d’union di una battaglia comune, in territori profondamente diversi, da una parte montagne dal verde brillante e vallate, dall’altra campi dalla terra rossa e fondali marini. E dai poli opposti, nord e sud, moltissimi cittadini mobilitati in difesa del territorio, dell’ambiente, del proprio orizzonte mattutino.

La battaglia contro la Tav ha preso dimensioni universali, quella contro il Tap sta crescendo. E sembrano in molti a temere che l’opposizione al progetto si estenda ulteriormente. Noi quindi oggi in Effetti Collaterali torniamo nel Salento. In primo luogo perché ci sono novità importanti e anche perché la società responsabile del tratto italiano ci ha sollevato dei rilievi per la precedente trasmissione dedicata al TAP. Il Trans Adriatic Pipeline, ricordiamo, è il progetto di gasdotto che vede la fase terminale nel Salento appunto. Lungo 870 chilometri, dovrebbe portare in Europa Centrale 10 miliardi di metri cubi di gas per 50 anni.

La pipeline che dovrà trasportare gas azero dovrà passare da Turchia, Grecia, Albania fino ad approdare sul litorale Adriatico e connettersi alla rete italiana di trasporto del gas in Salento. Il terminale in Italia sorgerà su una delle più belle spiagge del sud pugliese: San Basilio, a due passi da San Foca.

Da qui il Tap dovrebbe proseguire nel comune di Meledugno con un tratto di 8 chilometri fino al terminale di ricezione per poi riallacciarsi alla rete nazionale di Snam rete Gas, in provincia di Brindisi. L’inizio dei cantieri avrebbe dovuto rispettare il termine del 16 maggio, pena la decadenza dell’autorizzazione unica ministeriale.

E qui iniziamo già con un primo corto circuito. Secondo il Comune di Meledugno e la Regione Puglia, i lavori, con lo scavo di un pozzo per la creazione di un microtunnel, non sono partiti. Quindi hanno presentato ricorso in Procura. Per la società responsabile dell’opera così come anche il Ministero dello Sviluppo Economico i lavori sono stati avviati, lo dimostra l’installazione della recinzione.

Ma il cortocircuito continua perché secondo il Ministero dell’Ambiente sul territorio siamo ancora alla fase zero. Mentre tra i palazzi romani lo scontro prosegue, andiamo in Salento con il primo rilievo avanzato dalla società responsabile del progetto che riguarda lo sradicamento degli ulivi monumentali, che in un primo tempo ha contestato che si trattasse di migliaia, per poi invece confermare. Sono complessivamente 1900 quelli che dovrebbero essere sradicati e poi ripiantati nello stesso posto grazie alle coordinate fornite dai GPS. La prima tranche da sradicare conta 231 ulivi. Quando chiediamo i costi di un’operazione tanto ardita, ci rispondono “contenuti”, solo qualche centinaia di migliaia di euro. Non c’è bisogno di sottolineare l’effetto collaterale di un intervento di questo tipo, nella regione riconosciuta come un paradiso terrestre della macchia mediterranea. Altro punto contestato riguarda la costruzione del microtunnel, ragione appunto per la quale si prevede di sradicare gli ulivi e realizzare la via di accesso al mare. La società spiega che il tubo passerà a dieci metri sotto la spiaggia e senza scavi a cielo aperto mentre il terminale sarà realizzato a otto chilometri all’interno.

Il Comitato No Tap ci ha spiegato che dal punto di approdo al terminale di ricezione questi otto chilometri sono a scavo aperto tra ulivi e zone ad alto pregio tra cui un’antica villa romana. Sempre secondo il Comitato non è stato ancora presentato un progetto esecutivo dell’intera opera e non è chiaro se il microtunnel è fattibile, considerato che potrebbe avere effetti collaterali con danni irreversibili sul fondale marino.

Intanto i vertici della società del Trans Adriatic Pipeline, hanno annunciato uno stanziamento di 200 mila euro per progetti proposti da onlus ed enti non profit pugliesi. Al tempo stesso però una bandiera sventola a nord, su una cima della Val di Susa…

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Flash dall’inferno del G8 a Genova

E’ giusto definirlo uno strappo. Per chi è sopravvissuto ha segnato un punto di non ritorno. Uno strappo lacerante, di quelli che bruciano per sempre se appena gli permetti di riaffiorare.

Parliamo di Genova, di quei quattro giorni del G8 del 2001 che come una tragedia annunciata spazzò per sempre molte delle nostre certezze. Molti commentatori definiscono quei giorni come “giorni di follia”. Ma una semplificazione di questo tipo è profondamente ingiusta e gravemente offensiva. La “follia” che in questo caso sarebbe“collettiva” da parte di coloro che sono definite forze dell’ordine, escluderebbe una pianificazione che in realtà è stata provata da testimonianze nel corso di processi, dal lavoro diretto di moltissimi giornalisti, tra cui i molti inviati di Radio Popolare, e non da ultimo dai più straordinari registi italiani. Non citeremo qui tutti gli effetti collaterali di quell’inferno in cui siamo stati calati, ma solo alcuni flash per non dimenticare mai quello che è stato.

Da giovedì 19 luglio fino a domenica 22, la città si trasforma in un incubo. Dei flash di quei giorni, ci portano alla memoria i poliziotti, che sembrano cecchini, che dai tetti cominciano dal nulla a sparare lacrimogeni sui manifestanti che percorrono il lungomare di Corso Italia e di Corso Marconi. La polizia comincia a caricare con una violenza selvaggia i manifestanti. In mezzo al corteo spuntano gruppi che indossano dei caschi delle moto. Il volto è nascosto ma sono tanti. Armati di bastoni e di spranghe. Non sono black bloc. Hanno contatti diretti con i dirigenti Digos. Di loro non sapremo mai la provenienza. E non ci basterà mai definirli “infiltrati”. Altro flash la fuga di migliaia di persone verso la collina, per mettersi in salvo. Un elicottero sopra le nostre teste, vola basso. A tratti si teme che possa arrivare qualcosa dal cielo. Ci si rifugia quasi sotto le automobili. Un altro flash ci riporta al sabato, in piena irruzione della polizia alla scuola Diaz. Dalla collina scendono solo ambulanze, non si può raggiungere in macchina la scuola. Scegliamo di salire le scale, sapendo che se compare un agente siamo spacciati. Ci butterà giù e non ci saranno testimoni a raccontare la nostra fine.

Sì, questa è stata Genova. Ma riusciamo a salire e il flash è da girone infernale. Carabinieri schierati, luci dei cellulari di polizia, l’elicottero che sovrasta tutte le urla. E le barelle piene di sangue di ragazzi che vengono portati fuori dalla scuola Diaz. Si, anche questa è stata Genova. Migliaia di persone prese in scacco, centinaia picchiate selvaggiamente nelle strade della città. Con l’uccisione di Carlo, Carlo Giuliani sappiamo che quella via di non ritorno l’abbiamo già imboccata. Nulla sarà come prima. E l’incubo prosegue con l’irruzione alla Diaz e le torture a Bolzaneto.

Anche i flash continuano, dove negli ospedali i giovani massacrati sono piantonati dai poliziotti, ci sono funzionari Digos e spuntano anche quelli della Cia. Un grande disegno in cui il movimento che voleva un altro mondo possibile viene colpito letteralmente a morte. Le diverse anime che componevano la galassia no global spariscono. Non per terrore ma per lo scempio rimasto nella memoria. Nei nostri flash.

Iniziano gli anni bui delle menzogne, delle prescrizioni in cui nessun politico italiano è stato chiamato a rendere conto dell’accaduto. Eppure in quelle ore di violenze efferate Gianfranco Fini, all’epoca vicepremier si trovava nel quartier generale della polizia a Genova. Nessuno gli ha mai chiesto di spiegare quali ordini abbia dato. La magistratura con un lavoro coraggioso coordinato dal pubblico ministero Enrico Zucca, ha ottenuto almeno la condanne ai 25 poliziotti per l’irruzione alla scuola Diaz.

Ma i punti oscuri restano sul terreno. Le piazze, i movimenti, non possono tornare ad esprimersi come in passato con questo macigno, che è ben più di un effetto collaterale, in un Paese che si dice democratico.

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La solitudine “imposta” del popolo Saharawi

Da sempre, dai primi viaggi pionieri nelle zone considerate inospitali nel mondo, gli etnologi ci hanno messo in guardia: “Il deserto non è desertico..ma è pieno di vita”.

Lo è più che mai quello che ospita la Repubblica araba democratica Saharawi nel deserto algerino.

Accampamenti fatti di tende e piccole costruzioni di sabbia che rappresentano una forma di resistenza che prosegue da quarant’anni.

Quello Saharawi è uno Stato in esilio che conta ora una popolazione di almeno 300 mila profughi, dopo che nel 1975 il Marocco ha invaso la regione a sud del Paese, il Sahara Occidentale, fino ad allora conosciuta come il Sahara Spagnolo.

E’ in quegli anni che prende il via un processo di decolonizzazione planetario. Approfittando del ritiro di Madrid dalla regione, il re del Marocco Hassan II annuncia una “marcia verde” di 350mila volontari – veri e propri coloni – che si svolge nell’autunno del 1975; è l’inizio di una nuova occupazione sempre più capillare.

Mentre echeggiano i bombardamenti degli aerei di Sua maestà, circa 200mila saharawi scappano per salvarsi e trovano rifugio nel deserto dell’Hamada, a ridosso di Tindouf, l’ultima propaggine meridionale dell’Algeria. Una terra arida, lontana da fonti d’acqua, con temperature che d’estate raggiungono i 50 gradi e d’inverno, di notte, scendono sotto i 5.

In poco tempo Rabat dichiara l’ex colonia spagnola annessa al Marocco. Il Sahara Occidentale è un bottino prezioso, perché ricco di fosfati e di giacimenti di idrocarburi. Per questa terra si combatte al confine tra Marocco-Algeria, fino a che le Nazioni Unite riescono a negoziare un cessate il fuoco nel 1991.

Non si spara più ma inizia un lungo, doloroso percorso per far cadere la causa saharawi nell’oblio. Viene innalzato un muro di 2700 chilometri che attraversa il deserto dell’Algeria e del Marocco. Iniziano colloqui infiniti sul metodo per realizzare un referendum nel Sahara Occidentale per censire la popolazione saharawi. Intanto passano gli anni, appunto quaranta.

Questa in breve la storia del popolo saharawi i cui effetti collaterali pesano su intere generazioni. A partire da chi vive nei campi profughi, dove sono state mantenute per ciascun accampamento i nomi delle città del Sahara Occidentale, come Rabouni, El Ayun, Dakhla, dove oltre all’arabo si parla ancora castigliano. Dove l’acqua resta un tesoro pari all’oro. Dove l’elettricità è arrivata solo ora. Ma anche dove le donne hanno in mano l’autogestione dei campi. Dove la scuola è di primaria importanza. E anche dove intercetti all’orizzonte dall’aria bollente, un orto rigoglioso.

E non è un miraggio.

Dall’altra parte della frontiera invece, in Marocco, la vita di chi invoca l’autodeterminazione nel Sahara Occidentale è fatta di carcere, tortura e repressione. Ad aprile, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha rinnovato per un altro anno il mandato della Missione dell’Onu per l’organizzazione di un referendum nel Sahara Occidentale ma ancora una volta senza prevedere alcun strumento di monitoraggio sui diritti umani.

Ma tra Marocco e l’Onu la tensione è alta. L’attuale re Mohamed VI non ha gradito la dichiarazione del segretario generale dell’Onu Ban Kii Moon che lo scorso marzo in visita in Algeria, a Tindouf, ha parlato di occupazione del Marocco nella regione del Sahara Occidentale. Per tutta risposta Rabat ha cacciato una settantina di esponenti della Missione Onu e soprattutto minaccia di tagliare i contributi finanziari. Ma più che le minacce è il parterre di amici che il Marocco può vantare: anzitutto Francia e Spagna.

Per gli Europei Mohamed VI è un alleato importante per molti aspetti, tra cui il freno ai flussi migratori. Ma il monarca è pronto anche a oltrepassare il sodalizio con gli Europei, pur di mantenere il proprio controllo sulla regione. Infatti ha recentemente stretto rapporti con la Russia di Putin. Il popolo Saharawi ha invece appena eletto il nuovo leader del Fronte Polisario, Brahim Gali, dopo la scomparsa del presidente Mohamed Abdelaziz. Nella sua prima dichiarazione, ha detto semplicemente che resta di fondamentale importanza la ripresa in piena attività della missione Onu. E’ un’affermazione che si inquadra bene con la vita faticosa di ogni giorno nei campi saharawi e nella realtà occupata, dove si aspetta con pervicace fiducia la sconfitta di Golia da parte di Davide.

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Rohingya, l’esclusione di Stato

Si chiamano Rohingya ma il loro nome è bandito.

Come cancellata è la loro identità su questa Terra e repressa nel caso venisse rivendicata.

Sono le popolazioni che appartengono a un gruppo etnico di fede musulmana che risiede principalmente nel nord dello stato birmano dell’Arakan, al confine con il Bangladesh.

I Rohingya non sono riconosciuti come minoranza dal governo centrale. Ma questo è solo uno degli aspetti della realtà quotidiana di queste comunità perseguitate da sempre in Birmania e a cascata nella maggior parte dei paesi del sud-est asiatico.

Tanto che le Nazioni Unite definiscono i Rohingya uno dei popoli più discriminati del mondo.

Un accanimento che non è diminuito con l’arrivo ai vertici del potere di Aung San Suu Kyi.

The Lady, insignita del Premio Nobel per la Pace e considerata un simbolo dei diritti civili e democratici, il mese scorso ha messo in guardia Washington sottolineando che il termine “Rohingya” non deve più essere utilizzato. Non c’è posto per loro nella Birmania a maggioranza buddista. Con la Lega Nazionale per la Democrazia, partito al potere dopo decenni di dittatura militare, i Rohingya restano dei bengalesi musulmani. Ossia degli stranieri da escludere.

Ma perché questa chiusura ottusa e discriminatoria? Andiamo per gradi e cerchiamo di ricostruire a grandi linee la storia di queste comunità e le radici dell’odio.

Nello stato dell’Arakan, vive quasi un milione di Rohingya, su una popolazione di quattro milioni di persone. Sono privati dei diritti più elementari, dalla cittadinanza alla libertà di culto. Vivono in campi profughi in condizioni disperate, sostengono alcuni testimoni. Difficile avere informazioni di prima mano perché lo stato è inaccessibile ai giornalisti.

I villaggi sono da decenni nel mirino di attacchi xenofobi. Lo scorso anno i monaci buddisti del movimento estremista 969 hanno messo a ferro e fuoco intere zone dove vivevano comunità rohingya. Almeno 6 mila persone si sono viste costrette a fuggire su alcune imbarcazioni di fortuna per trovare riparo in Malesia, Thailandia e Indonesia.

Respinti in acque internazionali, sono rimasti per lunghi giorni alla deriva nell’Oceano Indiano in cerca di un approdo. Un inferno che si ripete a diverse latitudini, ma che per i rohingya sembra non avere mai fine. Infatti queste comunità non sono considerate birmane dal 1982, da quando la dittatura, con l’obiettivo di compiere una pulizia etnica attraverso la legge sulla nazionalità, li ha ridotti allo status di apolidi.

Sono 32 le etnie che rappresentano quella che è definita dal regime la “razza birmana”. Tra queste non figura la rohingya, perché la loro provenienza è oggetto di diverse interpretazioni storiche. Per alcuni studiosi le comunità sono originarie dell’Arakan, lo stato di frontiera con il Bangladesh. Altri storici li considerano discendenti di commercianti e soldati arabi, mongoli, turchi e bengalesi che si sono convertiti all’Islam nel XV secolo.

Secondo invece la propaganda ufficiale, il loro arrivo in Birmania risalirebbe solo alla fine dell’800 e sarebbe legato alla politica di immigrazione messa in piedi durante la colonizzazione. Gli inglesi avrebbero favorito le comunità rohingya a discapito delle altre etnie, applicando la classica formula delle potenze coloniali di “divide et impera”.

Da allora sono considerati dei traditori per essersi schierati con gli inglesi durante le rivolte per l’indipendenza birmana, e ancora per aver combattuto con l’esercito britannico durante la II guerra mondiale.

Ecco le radici profonde del dramma quotidiano di un intero popolo, che ha provocato a catena effetti collaterali dolorosi nella storia di migliaia di persone. Per tutelare la maggioranza buddista del Paese, anche Aung San Suu Kyi ha preso la sua posizione. Tanti anni fa la intervistammo, quando la sua vita era sospesa tra la prigione e gli arresti domiciliari nella residenza di Rangoon. Ci disse che il suo modello di riferimento nella battaglia per la democrazia e la libertà del suo Paese era Nelson Mandela.

Siamo sicuri che Madiba, di fronte ad una pulizia etnica sistematica come quella in corso contro i rohingya, avrebbe spiazzato un intero Paese pur di rompere catene dell’odio endemiche.

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Il fuoco contro gli insegnanti di Oaxaca

A poco più di una settimana dal massacro a Nochixtlán, nel profondo sud del Messico, nello stato di Oaxaca si respira ancora il terrore per le strade. Lo dice uno dei consiglieri comunali della città che ha precisato che alla repressione si aggiunge ora un’atmosfera di minaccia perenne. Un elicottero di cui è impossibile identificare la provenienza sorvola a bassa quota il centro e la periferia. La gente impaurita appena sente il rumore scappa e si rifugia nelle case. Chi è rimasto ferito nell’attacco della polizia si fa curare nei centri medici privati, per evitare di essere segnalato al governo federale e rischiare di essere denunciato per aver partecipato alla protesta.

Questi sono però senza ombra di dubbio gli effetti collaterali minori della tragedia che si è consumata per le strade di Nochixtlán, dove lo sgombero di una delle arterie stradali è avvenuto con un bagno di sangue. Proviamo a ricostruire quel 19 giugno da cui tutto è cominciato.

La polizia federale è arrivata in forze, con 800 agenti, alle 6 del mattino davanti ai blocchi e all’accampamento costruiti sulla strada federale, dove da settimane avevano iniziato la mobilitazione centinaia di docenti in lotta contro la riforma della scuola già approvata dal governo di Enrique Peña Nieto. La maggior parte dei manifestanti erano iscritti al potente sindacato Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell’Educazione (CNTE), di cui due dei leader erano stati arrestati la settimana precedente con l’accusa di corruzione.

Le strade occupate a rotazione avevano già provocato in tutto lo stato di Oaxaca enormi disagi. Tra cui il rischio del blocco della produzione anche della raffineria della compagnia statale Pemex, che con le strade interrotte non poteva realizzare le consegne alla capitale Città del Messico.

Ecco questo è il quadro estremamente semplificato di quello che poi è diventato il teatro del massacro. Partiamo ora dalla realtà più straziante: cioè lo sgombero. A partire da quel 19 giugno e per i tre giorni successivi di incidenti muoiono 11 persone. Tra questi ci sono alcuni manifestanti e anche abitanti che si sono uniti alla protesta. Si contano anche un centinaio di feriti tra cui alcuni agenti. Un vero teatro di guerra dove le forze cosiddette dell’ordine hanno sparato sui civili. Dove in un primo tempo i vertici della polizia hanno negato di aver concesso l’ uso di armi da fuoco, per poi ammettere davanti alle decine di foto e video che documentavano il contrario di essere ben equipaggiati. Dove all’interno delle file dei maestri sono comparsi degli infiltrati appunto armati, ad aumentare il terrore e il caos. Dove nella battaglia campale i manifestanti feriti che ricorrevano agli ospedali non venivano accettati.

In questo contesto di violenza assoluta c’è un attacco fatto di repressione e massacri contro il movimento degli insegnanti in Messico che è iniziato nel 2006. Anche i sindacati di settore vengono presi di mira perché hanno da sempre assunto un ruolo profondamente attivo come quello che stiamo vedendo in questi ultimi mesi. La riforma della scuola è in realtà una riforma amministrativa e del lavoro che decapita i diritti, appunto il ruolo dei sindacati e la libertà nella professione docente. In un paese in cui almeno 4 messicani su 10 non hanno finito la scuola secondaria e quasi 7 milioni sono analfabeti, per il governo Peña Nieto diventa di primaria importanza valutare con dei test la preparazione dei docenti. L’esame sarebbe standard in tutto il Paese, con risposte a scelta multipla. Chi non passa viene licenziato. Una manovra denunciano gli insegnanti per liberarsi di parte di un movimento che si batte per la difesa della scuola pubblica mentre avanza a grandi passi la privatizzazione dell’istruzione. Anche qui solo alcuni aspetti di una realtà socioeconomica complicata ma che trova la risposta solo nella violenza. Ora su questa ennesima pagina nera messicana è stata aperta un’inchiesta. Non c’è forma migliore dell’annuncio di un’inchiesta governativa per far calare il silenzio su un abuso di potere.

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La dignità violata di migliaia di indigene

Rudenicinda nel 1998 aveva 24 anni.

Viveva con il marito in una zona di campagna della provincia peruviana di Anta, nella regione di Cusco.

Aveva appena dato alla luce il suo terzo figlio nel centro di salute locale quando cominciò a subire le pressioni dell’equipe di medici che spingevano per realizzare un intervento che l’avrebbe resa sterile: la chiusura delle tube.

Appoggiata dal marito, Rudenicinda si rifiutò e la coppia lasciò il centro tra gli insulti e le minacce. Ma quella che sarebbe stata una vera e propria persecuzione continuò per mesi, fino a che la polizia arrestò il marito della giovane e Rudenicinda venne portata con la forza di nuovo al centro medico, legata e posta sotto anestesia.

Quando si svegliò con forti dolori il suo volto si coprì di lacrime.

La denuncia di Rudenucinda ha riempito di nuovo le strade di Lima in questi ultimi mesi di fronte al rischio, ormai scampato, che alla presidenza potesse andare Keiko Fujimori, la figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, responsabile della sterilizzazione forzata imposta negli anni Novanta ad almeno 300 mila donne in Perù. La maggior parte donne delle comunità indigene, soprattutto contadine, dedicate alla pachamama.

Era il 1995, quando il governo di Fujimori modificò la Legge sulla politica nazionale della popolazione al fine di lanciare il progetto Aqv (Anticoncepciòn Quirùrgica Voluntaria), per trasformare la legatura delle tube e la vasectomia in metodi legali di pianificazione familiare, effettuati dal servizio sanitario pubblico.

Sette anni di sterilizzazione selvaggia, in cui secondo le indagini della Commissione d’inchiesta del Congresso del 2002 persero la vita durante gli interventi anche 18 giovani donne. A spingere ad aprire un’inchiesta 2.074 donne che denunciarono pubblicamente il crimine commesso dall’ex dittatore. Superando la vergogna e il timore, alcune campesinas di Anta lasciarono la regione di Cuzco, per recarsi nella capitale per rendere pubblica la loro storia, denunciare le atrocità subite sui loro corpi e chiedere giustizia.

Poi due anni fa è arrivato l’epilogo giudiziario dal sapore scandaloso. La Procura di Lima ha deciso di chiudere l’indagine andata avanti per 10 anni – chiusa e riaperta grazie agli attivisti dei diritti umani -, rinviando a giudizio gli operatori sanitari solo per la morte di una giovane.

Nessuna accusa è stata invece formulata contro membri del governo di allora. Questo nonostante varie testimonianze e documenti che provano una comunicazione costante tra l’ex ministro della Salute e l’allora presidente Alberto Fujimori, in cui si riferivano i dati mensili delle sterilizzazioni effettuate e le proiezioni per il futuro.

C’erano persino quote stabilite di sterilizzazione che i medici dovevano raggiungere, altrimenti avrebbero perso il posto di lavoro. In questi ultimi mesi migliaia di donne, che si definiscono “le figlie delle contadine che non siete riusciti a sterilizzare” hanno riportato nelle piazze lo scandalo; sono sostenute dalle organizzazioni dei diritti umani. Si sono battute contro l’elezione di Keiko Fujimori e chiedono giustizia: il mondo deve sapere quanto hanno sofferto, dicono.

Diceva lo scrittore cantastorie Eduardo Galeano: “Non è solo una questione geografica, in ogni paese c´è un Sud e un Nord; anzi, c’è dentro ogni persona. Ci sono uomini di tutte le classi sociali e di ogni nazionalità che trattano le donne come fossero oggetti di loro proprietà: loro sono il Nord, le donne il Sud”.

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Donne indigene Perù

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Tap, una minaccia per il Salento

In Salento ci sono cittadini che ormai conoscono in modo approfondito cosa accade in Azerbaijan. Ci sono comitati che si interessano ai crimini commessi del dittatore azero Ilham Aliyev, a quelli della sua famiglia, al processo intentato contro l’ultima giornalista in ordine di tempo incarcerata perché scomoda al regime al potere dal 1993, Khadija Ismayilova. Lo sguardo salentino verso Oriente è partito da cittadini che senza desiderarlo si sono trovati improvvisamente coinvolti in un grande progetto trans nazionale che si chiama TAP. Un acronimo che sta per “Trans Adriatic Pipeline”, la fase terminale di un gasdotto lungo 870 chilometri che porterà in Europa Centrale 10 miliardi di metri cubi di gas per 50 anni.

La pipeline dovrà assicurare a partire dal 2019 l’approvvigionamento di gas appunto azero proveniente da Shah Deniz, gigantesco giacimento del Mar Caspio, all’Europa.

Il TAP partirà in prossimità di Kipoi, al confine tra Grecia e Turchia, dove si collegherà al gasdotto già realizzato in Anatolia. Proseguirà quindi sulla terra ferma, attraversando la Grecia Settentrionale, nel suo tratto più lungo, muovendo in direzione ovest attraverso l’Albania fino ad approdare sul litorale Adriatico. Il tratto sottomarino inizierà nei pressi della città Albanese di Fier e attraverserà l’Adriatico per connettersi alla rete italiana di trasporto del gas in Salento.

Il terminale in Italia sorgerà su una delle più belle spiagge del sud pugliese: San Basilio, a due passi da San Foca. Ma non è finita.

Da qui il Tap dovrebbe proseguire con un tratto di 8 km interrato a un metro e mezzo fino al terminale di ricezione che verrà installato tra i comuni di Vernole e Melendugno, in un’area abitata da circa ventimila persone, per poi riallacciarsi alla rete nazionale di Snam rete Gas, in provincia di Brindisi. Attraverso quest’ultimo tratto il gas azero verrà distribuito agli altri mercati europei, in particolare in Austria e in Europa centrale.

Un progetto rivoluzionario, secondo la società, che consentirà all’Italia di sfruttare risorse oggi accessibili solo attraverso la rete di Gazprom.

Ed è questo il punto, TAP rientra in una lunga lista di infrastrutture previste dall’Unione Europea per diversificare le fonti di approvvigionamento e in particolare una maggiore indipendenza dalla Russia, a cui l’UE è strutturalmente legata.

Ma la realtà è che parlare di effetti collaterali per questo progetto diventa quasi retorico. Restiamo anche solo in Italia: il Salento ha una vocazione agricola e turistica. Le sue spiagge, anche quelle della marina di Melendugno (dove arriverà il gasdotto), sono delle perle, premiate spesso con la Bandiera Blu.

Questo pezzetto di terra che vive sul tacco dello Stivale, affacciato sul mare Adriatico, conserva una natura incontaminata che finora è riuscita a difendersi dalla mano dell’uomo e dalla smania di progresso industriale. Questo tratto di terra la cornice è composta da oltre 1900 ulivi secolari, tra i più antichi di Puglia. Il ministero delle Politiche agricole sostiene che saranno spostati e poi al termine dei lavori ricollocati nella zona.

Uno scempio contro cui si battono i salentini e i Comitati No Tap che ora si sono visti nelle ultime settimane aprire il primo cantiere in un vero e proprio angolo di paradiso. Non lasciamoli soli.

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Effetti Collaterali TAP Salentina

 

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Corridoi umanitari in Europa?

In Europa tornano improvvisamente alla ribalta i “corridoi umanitari”.

Sono quelle fasce di territorio – spiega il diritto internazionale – di un paese in guerra in cui le attività belliche vengono sospese per consentire il passaggio di convogli per il trasferimento dei profughi e per l’assistenza alle popolazioni.

Ma possiamo anche ricordare che l’etimologia del termine “corridoio” deriva da correre, e quindi “luogo dove si corre”.

Quando viene garantito un corridoio umanitario, viene realizzata la distribuzione di alimenti, generi di prima necessità o medicinali, il trasferimento dei civili o dei soggetti più a rischio in zone sicure o addirittura l’espatrio dei profughi con metodologie convenzionali e legali.

In Europa, gli ultimi corridoi umanitari per salvare i civili sono stati realizzati l’anno scorso, nel sud-est dell’Ucraina, nella regione attraversata dagli scontri. Quelli precedenti risalgono alla guerra nell’ex-Jugoslavia, tra il ’92 e il ’95, quando sul territorio segnato da una guerra sanguinosa venivano disegnati questi passaggi protetti dalle organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui l’Onu. Tutelati solo sulla carta, come abbiamo visto ad esempio a Srebenica, in cui migliaia di civili hanno perso la vita.

Ora però vediamo spuntare altri corridoi umanitari in Europa. Non siamo di fronte a un conflitto sul territorio europeo, eppure per mettere in salvo civili in pericolo alle porte del nostro continente è necessario scomodare una pratica utilizzata in guerra. Ed è solo così, attraverso i corridoi umanitari che sono arrivati in Italia in questi ultimi tre mesi prima 93 poi altri 200 siriani fuggiti da guerra e campi profughi, evitando i barconi. Si sono salvati grazie a un progetto-pilota, frutto di un accordo tra governo italiano, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese.

Il piano prevede di accogliere in Italia nel giro di due anni circa un migliaio di persone, tutte in sicurezza, evitando i trafficanti di esseri umani.

Il Consiglio d’Europa ha fatto i complimenti all’Italia per l’iniziativa e ha sottolineato che è un esempio da seguire anche da altre nazioni. Ma per ora nessun altro Paese ha fatto passi in questo senso.

Le associazioni che portano avanti il progetto individuano i nuclei familiari o le singole persone che si trovano nei campi profughi di Libano, Marocco ed Etiopia e che hanno maggior urgenza di arrivare in Europa; per esempio, per motivi di salute. In accordo con le autorità locali le fanno arrivare in Italia. Il progetto è sostenuto da contributi volontari (per lo più ricavati dall’8 per mille), di fondazioni, associazioni e religiosi.

E’ una proposta nel segno della solidarietà di fronte al fallimento della politica, di cui la dimostrazione più clamorosa è il mancato ricollocamento dei profughi, un progetto sbandierato dall’Unione europea nel settembre del 2015. Da questo punto di vista, la verità è drammatica: sul territorio europeo, ad oggi, sono stati accolti 1.441 profughi sui 160 mila previsti.

L’impegno delle organizzazioni è meritorio, ma svela appunto una realtà drammatica.

Quale volto ci riserva comunque questa Europa, piegata a ipotizzare dei corridoi umanitari per indurci a credere che l’unica accoglienza possibile sia quella emergenziale?

Evocare termini in uso nei conflitti non è forse il modo più diretto per spingere i cittadini a immaginare scenari apocalittici?

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Effetti Collaterali corridoi Umanitari

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Resistenza ambientalista

Lo chiamano “progetto di morte”. Non solo in Honduras ma in tutta la regione del Centro America, dove tra i popoli nativi queste linee disegnate, che fanno da frontiere hanno un significato superfluo.

Quello che conta è la natura e la difesa della Madre terra messa sotto minaccia da progetti faraonici, che hanno ripercussioni appunto mortali sulla popolazione civile. Restiamo quindi in Honduras dove è stato messo in piedi il più grande progetto idroelettrico del Centro America. Si tratta di quello di Agua Zarca, sul fiume Gualcarque, che prevede una cascata di quattro dighe nel bacino fluviale e garantisce elettricità a basso costo per le imprese minerarie nell’area. Sin dall’inizio della pianificazione, partita nel 2006 e incrementata dopo il colpo di stato in Honduras nel 2009, c’è stata una forte resistenza in tutta la regione.

In prima linea le popolazioni indigene lenca, che contano almeno 400 mila persone, un popolo millenario che vive in Honduras e nell’est del Salvador.

La difesa della terra, come dicevamo è nel DNA di queste popolazioni, di cui era la portavoce Berta Cáceras, a capo del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH), uccisa lo scorso marzo. La sua battaglia era per la vita. Per evitare a migliaia di persone di perdere terra, case e la stessa sopravvivenza. Berta diceva che nella tradizione lenca, nei fiumi risiede lo spirito femminile e che le donne sono le sue principali guardiane.

Per questo una delle maggiori lotte si è concentrata nella difesa del fiume Gualcarque. Già nel 2010 in più di 150 assemblee indigene le comunità lencas bocciarono il progetto di Agua Zarca. La voce contro le dighe è arrivata poi a Tegucigalpa, dove il governo stava pianificando la concessione dell’uso dei fiumi ad imprese private per i prossimi trent’anni. Nel 2013 le popolazioni lenca cominciarono i picchetti nelle strade per impedire l’accesso dei mezzi per la costruzione. Un anno di resistenza, in cui tra mille violenze sono stati uccisi tre leader della protesta.

Ma la battaglia è stata efficace tanto e che il gigante cinese, l’azienda Sino hydro e la International Finance Corporation (il braccio della Banca Mondiale che assiste il settore privato), hanno deciso di disinvestire e togliere il proprio appoggio a Desa, l’azienda hondurena titolare del progetto. A marzo dopo l’uccisione di Berta anche la Banca olandese per lo sviluppo si è ritirata.

Ma gli attivisti chiedono anche agli altri partner stranieri facciano un passo indietro tra cui il Fondo finlandese per la cooperazione industriale, e la tedesca Voith Hydro. L’impresa ora arranca ma la battaglia è dolorosa. Le vittime sono già tante e le minacce continuano. La scorsa settimana in Honduras è stato colpito anche il giornalista Felix Molina, sopravvissuto miracolosamente a un agguato. Il testimone di Berta è stata raccolto dalla figlia, studentessa di 25 anni che al tempo stesso chiede la verità sui mandanti che hanno ucciso la madre. E’ venuta in Europa per denunciare il dramma nel suo paese e puntare il dito contro l’impresa Desa, costruttrice della diga, che – dice: “ha pagato i sicari perché la uccidessero”.

L’Honduras resta uno dei paesi dove gli attivisti rischiano da sempre la vita, almeno un centinaio sono morti negli ultimi dieci anni. Per Berta la costruzione del progetto idroelettrico rientrava nel disegno di un colonialismo moderno, ma aggiungeva che la battaglia avrebbe trionfato. “E’ il fiume che me l’ha detto” aggiungeva.

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Effetti Collaterali Honduras

Info:

http://www.itanica.org/wordpress/?cat=2

Iniziativa “Berta Vive” al concerto di Manu Chao/La Ventura il 1/5/2016 a Barcellona

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Francia, una legge contro l’apartheid sociale

In Francia è stata presentata una legge contro l’apartheid sociale.

“Non il solito piano Marshall, che si ripresenta ciclicamente” ha detto il Primo ministro Manuel Valls, ma misure precise che si basano su tre obiettivi principali: “Vivere nella Repubblica”, “La Repubblica per tutti” e la “Repubblica nella vita quotidiana”.

Pane e Repubblica insomma.

Proprio quella che, ciclicamente, la Francia si rende conto di non aver condiviso con tutti i suoi cittadini.

E’ una realtà che appare evidente ogni volta che ci sono gli attentati sul suo territorio, in cui è vittima la popolazione civile; oppure in maniera più contenuta quando scoppiano rivolte o violenze nei quartieri definiti “difficili”.

Chiaramente non si può mettere tutto nello stesso calderone. Ma che la Repubblica tanto declamata non sia per tutti, resta la radice comune di fenomeni che prendono traiettorie diverse. Il governo francese lo sa da decenni, tanto che il premier Valls è stato il primo dopo gli ultimi attentati ad aver ammesso che esiste in Francia “un apartheid territoriale, sociale ed etnico”.

Di qui ora la proposta di una legge che vuole rompere la logica dei ghetti, dove vige in un circolo vizioso povertà legata soprattutto alla discriminazione. Ora si parla di evitare le nuove cité, appunto i casermoni delle banlieues, diventati l’emblema dell’esclusione sociale; si vuole invece puntare alla costruzione di almeno il 25% di alloggi popolari in comuni con più di 3.500 abitanti.

“Basta relegare” dice il governo, puntiamo ad amalgamare diverse realtà sociali. Insomma, ridistribuire le famiglie meno agiate tra gli oltre 4 milioni e mezzo di appartamenti popolari presenti in Francia.

Ma da quando Parigi si è accorta che i ghetti erano un male? Almeno dalla fine degli anni Settanta, per poi iniziare le famose politiche di rinnovamento dagli anni Ottanta. Come ad esempio alla Courneuve, una cité che alla sua nascita, nel 1964, presentava 4000 alloggi a Seine-Saint-Denis,alle porte di Parigi.

La Courneuve, composta da 4 gigantesche ali, ha accolto migliaia di abitanti che la capitale non poteva ospitare, tra cui moltissima popolazione proveniente dal Maghreb. In poco tempo si è trasformata in un luogo emblema dell’esclusione, tanto che Jean-Luc Godard nel suo film del 1967 Due o tre cose che so di lei fa dire alla voce fuori campo “L’attuale organizzazione della regione parigina permette al governo di realizzare più facilmente la sua politica di classe”.

Qui si respira precarietà, alienazione, povertà e certo anche degrado. Così negli anni Ottanta la deriva è già insanabile e per tutta risposta si cominciano a far saltare in aria, con quintali di dinamite, pezzi della struttura ormai fatiscente.

Nel 1986 si fa esplodere l’ala Debussy, con 300 appartamenti. Negli anni successivi toccherà alle altre mega strutture della Courneuve, tra cui l’ala Renoir, Ravel e le petit Balzac. Vengono costruiti nuovi immobili e progressivamente viene ricollocata la popolazione che viveva nella cité.

Ora la Francia vuole rilanciare il sistema scolastico e diffondere il senso di cittadinanza con lezioni di educazione civica, mentre nei quartieri definiti “difficili”, il tasso di povertà e disoccupazione crescono.

Il 24 per cento della popolazione non ha lavoro, per i giovani dai 15 ai 25 anni si sale al 45 per cento. Il doppio rispetto a chi non vive nelle banlieues. In questa situazione, resta un divario profondo da colmare per una società che per anni ha visto protagonista sulla scena politica Nicolas Sarkozy, che nel 2005 di fronte alle cité in fiamme aveva definito i manifestanti “feccia da far scomparire”.

 

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Effetti Collaterali

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Partigiani senza volto

Nel centro di Addis Abeba, all’interno di un cunicolo senza luce si trova la sede dei patrioti etiopi che combatterono il fascismo dal 1936 al 1941.

Gli arbegnoch, così sono chiamati, sono in un posto talmente nascosto che sa ancora di clandestinità. Dentro una grande stanza sospesa nel tempo dove saltano all’occhio antiche fotografie, mappe del paese e la struttura di un cavallo con guerriero che sovrasta dalle scale. In questo luogo si ritrovano gli ultimi partigiani ancora in vita che affrontarono le forze di occupazione italiane.

Un ruolo che rivendicano anche se la memoria si fa sempre più labile. Indossando divise impeccabili, con tanto di medaglie al petto, continuano a lottare per non far cadere nell’oblio una resistenza combattuta con armi impari, ma dove l’orgoglio ha giocato un compito inatteso davanti gli occupanti italiani.

La resistenza etiopica aggregò, sotto molti ras locali, i settori della società di allora: clero ortodosso, i contadini, i nobili e gli intellettuali, uomini e donne. Secondo lo storico Aregawi Berhe, quel movimento di liberazione fu interclassista e sperimentò la forza della partecipazione popolare. Ogni anno, il 5 maggio, gli etiopi celebrano la loro festa della Liberazione.

Il reportage di Fabio e Cristina Artoni

Candide 24 aprile

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Egitto, un carcere a cielo aperto

L’Egitto è un carcere a cielo aperto. Lo abbiamo scoperto in questi mesi dolorosi di fronte all’uccisione di Giulio Regeni. Abbiamo aperto gli occhi improvvisamente. Eppure gli anni del regime di Al Sisi sono contraddistinti sin dal colpo di stato del 2013 da una scia interminabile di sangue.

Le ONG egiziane, i cui membri rischiano la vita ogni giorno, raccontavano da anni l’incubo di morte che si è diffuso nel paese.

Raccolgono documentazioni, testimonianze, particolari su sparizioni, da casa o dal posto di lavoro. I più fortunati riemergono in qualche carcere segreto nei dintorni del Cairo. Mentre subiscono questo calvario i loro parenti non hanno nessuna informazione.

Ma noi che ci stiamo soffermando per alcuni istanti ad ascoltare il gorgo in cui è caduta la popolazione civile egiziana, vediamole insieme queste denunce. Solo nel mese di febbraio di quest’anno secondo Elnadeem, il centro di assistenza e riabilitazione egiziano per le vittime di violenze e torture, sono sparite 155 persone. I morti invece sono stati 75. Uccisi dalla polizia perché erano armati o, in molti casi, semplicemente per un diverbio con chi indossa la divisa. Nel bollettino di guerra è incluso anche il nome di Giulio Regeni, il ricercatore italiano. Otto i decessi nei luoghi di detenzione. Ben 77 i casi confermati di torture; 44 di mancate cure e 43 aggressioni da parte delle autorità. Tutto questo solo nel mese di febbraio, il più corto dell’anno.

Ma le denunce erano all’ordine del giorno anche in passato. Ad esempio nel luglio dello scorso anno, in cui Human Rights Watch aveva diffuso su tutti i media internazionali più importanti, i dati del pugno di ferro con cui il regime di Al Sisi insieme ai militari dirige il paese. Dal 2013, dice il rapporto dell’organizzazione, più di 40 mila persone sono finite in galera. Di questi la grande maggioranza sono sostenitori dei Fratelli Musulmani del deposto presidente Morsi, ma ci sono anche attivisti legati ai movimenti per la democrazia. Poco prima a giugno un’altra organizzazione indipendente, Freedom for the Brave aveva documentato la sparizione di 164 persone a partire da aprile del 2015. Di queste alcune decine hanno fatto ritorno a casa. Arrivano da un inferno che raccontano solo sottovoce, ma le loro parole si diffondono velocemente. Al regime, così benvoluto dagli Stati Uniti come argine potente a quella che definiscono la deriva islamista, serve per diffondere il clima di terrore in cui è avvolto l’Egitto.

Così succede che anche per caso di passaggio per uno scalo all’aeroporto de Cairo, come è capitato a noi la scorsa settimana, si cominci a chiaccherare del più e del meno con una signora egiziana, di professione ingegnere. Dopo pochi istanti di convenevoli sui voli in ritardo, mi sta già presentando le foto dei 4 figli, il più grande di 12 anni, di cui va tanto fiera. E quando mi chiede la nazionalità, le si gela il volto. Abbassa la voce, si guarda intorno spaventata. Si raccomanda di non parlare con nessun uomo, moltissimi in abiti civili sono in realtà dei servizi segreti. Poi le cominciano a scendere le lacrime parlando di Giulio Regeni. “Noi siamo musulmani. Ma non degli assassini – dice – e il deserto qui fuori il Cairo e pieno di cadaveri di gente scomparsa nel nulla.

Le sue lacrime non si fermano: abbiamo paura – continua – appena ci permettiamo di dire qualcosa contro il governo, arriva la polizia e portano via qualcuno della famiglia. E’ così che viviamo”. Le sue parole finiscono con un abbraccio e scappa con l’ultima chiamata del volo per Dubai.

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Sparizioni in Egitto

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Il campo minato bosniaco

Mancano ancora tre anni. Sarà infatti non prima del 2019 che la Bosnia Erzegovina potrà essere dichiarata ufficialmente libera dalle mine antiuomo. Ma non c’è la sicurezza assoluta che questa data sia davvero rispettata. Già nel 2009 le autorità di Sarajevo avevano dovuto spostare il traguardo per altri ben dieci anni.

Queste armi così orrendamente create per colpire, mutilare la popolazione civile, rappresentano ancora un pericolo in 59 Paesi nel mondo e la Bosnia-Erzegovina detiene il non invidiabile record di area più rischiosa in Europa. Nell’ex Repubblica Jugoslava sono stati individuati almeno 19mila campi minati. Che uccidono e feriscono ancora, spiegano a Sarajevo anche perché in questi tempi di crisi sempre più gente si reca nei boschi a fare legna o in cerca di metalli abbandonati. E la Bosnia resta, non dimentichiamolo, uno dei Paesi più poveri del nostro continente, dove lo stipendio medio di un lavoratore si aggira sui 420 euro.

Oggi a 21 anni dalla firma degli accordi di Dayton il Paese sopravvive con il pericolo di avere ancora 2,3 per cento del proprio territorio a rischio, dove si cercano ancora 120mila ordigni portatori di morte. Finora sono stati setacciati qualcosa come 129 milioni di metri quadrati di territorio. Ma non basta. Dal 1996 fino ad ora, 1.674 persone sono rimaste vittime dell’esplosione di mine, uccise o ferite. Si tratta soprattutto di adulti. Ma ora oltre che ai bosniaci, il rischio si estende ancora una volta ai migranti. Ancora in un’altra area geografica martoriata le genti in cammino vengono ulteriormente minacciate. L’allarme arriva proprio dall’agenzia bosniaca responsabile delle operazioni di sminamento. Le zone pericolosissime restano tutti i valichi di frontiera della Bosnia Erzegovina. Le mappe parlano chiaro: le zone rosse sono al confine con la Serbia, lungo i fiumi Sava e Drina e poi con la Croazia nella zona di Brod e Gradiska. A mettere in guardia chi transita in aree pericolose sono dei grandi cartelli che annunciano la possibile presenza delle armi. Ma due anni fa delle alluvioni hanno creato degli smottamenti di terreno che potrebbero aver spostato le mine già monitorate, provocando nuovi rischi per abitanti, soccorritori e certo anche migranti. Le mine portatrici di morte non badano al passaporto.

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La Bosnia minata effetti coll

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La primavera calda del Terzo valico

Alla voce Terzo valico, quello tra Liguria e Piemonte, la spiegazione dei responsabili del progetto è schietta: si tratta di una nuova linea ad alta capacità veloce che consente di potenziare i collegamenti del sistema portuale ligure con le principali linee ferroviarie del Nord Italia e con il resto d’Europa. L’opera si inserisce – continua la spiegazione – nel Corridoio Reno-Alpi, che è uno dei corridoi della rete strategica transeuropea di trasporto.

Fin qui, direbbe qualcuno, tutto bene. Se non fosse che l’opera viene contestata da migliaia di cittadini, che condividono la battaglia dei No Tav, e attaccano il progetto dal punto di vista economico, ambientale ed etico, criticandone l’utilità e i costi alle stelle.

A questa lista di ragioni – e sarà su questa che ci concentriamo – si è aggiunto quello che da decenni si temeva: il pericolo che dagli scavi emergesse l’amianto. Ma torniamo brevemente al progetto. Del Terzo valico se ne parla dall’inizio degli anni Novanta. La linea ferroviaria alta velocità e alta capacità, quindi per passeggeri e merci, dovrebbe entrare in funzione dal 2020 e potenzierà i collegamenti del porto di Genova con Torino e Milano.

Secondo i sostenitori dell’opera, il Terzo valico aiuterà infatti il porto di Genova a diventare un hub di accesso al corridoio Genova-Rotterdam: le merci in arrivo dall’Asia preferiranno Genova al Mare del Nord perché i tempi di viaggio si accorceranno, dicono. Le attuali due linee che partono da Genova non sarebbero sufficienti.

Il nodo ferroviario che parte dal Terzo valico dei Giovi prevede un tracciato di 53 chilometri, 37 dei quali in galleria. I treni dopo chilometri di tunnel sbucheranno ad Arquata Scrivia, al di là degli Appennini, per proseguire sino a Tortona.

Ora, a cantieri aperti, alle paure sono arrivate le conferme. Il timore di trovare l’amianto è diventato concreto come nella frazione di Cravasco del comune di Campomorone, in provincia di Genova, dove il cantiere è stato bloccato proprio per il superamento del limite dell’amianto nel terreno. “Uno stop necessario per la messa in sicurezza”, hanno detto i responsabili della costruzione, “a cui seguirà lo smaltimento”.

Secondo le previsioni sui costi la grande opera del Terzo Valico avrebbe dovuto costare circa 117 milioni di euro al chilometro.

Ma questa è una cifra ormai lontana dalla realtà, considerando che l’Unione europea, ha aggiornato le procedure per lo smaltimento dei rifiuti di scavo, cercando di armonizzare la normativa italiana con quella comunitaria. Tra le novità principali, l’abbassamento da 1.000 a 100 millilitri su chilogrammo della soglia riguardante la presenza di fibre di amianto nella roccia, sopra la quale la terra di scavo dovrebbe essere considerata come rifiuto speciale e quindi da trattare come tale, stoccandola in siti attrezzati. I prezzi quindi sono pronti a lievitare. Potrebbero aumentare anche di 300 milioni di euro, cifra che andrebbe ad aggiungersi ai 6 miliardi e 200 milioni di spesa previsti dal progetto finale.

Queste solo le ricadute economiche a cui si aggiungono i ben più drammatici danni all’ambiente e sulla popolazione, in una regione già strutturalmente martoriata come la Liguria, espressione di “magnifiche sorti e progressive”.

 

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Terzo Valico

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Lo Yemen preso in scacco

In Yemen la guerra ha messo in scacco il Paese. Dopo una primavera yemenita fiorita nel 2011 che ha messo fine al regime, è esploso un conflitto che vede come attori principali due fazioni che rivendicano il potere. Da una parte i separatisti del Sud e le forze leali al governo di Abd Rabbo Mansour Hadi, ora in esilio, e sostenuto dagli Stati Uniti. Dall’altra ci sono con le milizie sciite houthi rimaste fedeli al presidente deposto, Abdullah Saleh. Ma questi sono sono gli attori principali della guerra in corso. Ci sono anche le organizzazioni di al Qaeda della Penisola Arabica che partecipano al conflitto e controllano anche alcuni territori.

In questo quadro è anche in corso un intervento militare straniero, chiamato Operazione Tempesta Decisiva, realizzato da una coalizione di alcuni Stati arabi, guidati dall’Arabia Saudita. Da un anno, dal 25 marzo del 2015, agli scontri si sono aggiunti i raid aerei appunto dell’operazione militare che vuole contrastare le forze houthi, accusate di essere sostenute dall’Iran.

Abbiamo ripercorso per sommi capi lo stato di guerra in cui si trova lo Yemen. Abbiamo visto chi manovra le armi. Ma in tutto ciò qual è la condizione della popolazione civile? La storia ci ha insegnato che sono proprio i civili a pagare più di tutti. Sul nostro continente solo vent’anni fa non possiamo dimenticare i massacri che trasfigurarono il paesaggio bosniaco.

Ora in Yemen chi cade sotto le bombe dei raid della coalizione sono proprio i civili. A dirlo la denuncia dell’Onu che accusa gli aerei guidati dai sauditi di provocare il doppio delle vittime rispetto a qualsiasi altro combattimento in corso nel Paese.

I bombardamenti iniziati un anno fa hanno ucciso almeno seimila persone. Di queste la metà sono civili.

Nel mirino ci sono mercati, ospedali, scuole, fabbriche, banchetti nuziali e anche centinaia di case in villaggi, cittadine. Bombe che colpiscono anche la capitale Sana’a.

Una delle stragi che ha superato per qualche giorno il muro di silenzio in Occidente è il fuoco che ha investito i cittadini di Sanban, a circa 80 chilometri da Sana’a. Lo scorso ottobre un missile della coalizione saudita ha centrato una casa dove era in corso una festa per le nozze in contemporanea di tre fratelli. Un errore, diranno i sauditi, che ha tolto la vita ad almeno 22 persone.

Questo avviene in un Paese che nonostante l’estrema povertà, ha ospitato negli anni 250mila rifugiati e un milione di migranti arrivati dal Corno d’Africa attraversando il golfo di Aden, su barconi in condizioni pericolosissime, spesso vittime del traffico di esseri umani.

Ma ora chi riesce inverte il percorso in direzione di Gibuti per scappare da un inferno fatto di guerra. In un anno circa diecimila yemeniti hanno lasciato il Paese che raccontano come ormai un campo di rovine.

I civili sono ostaggio in un terreno conteso da due tra i Paesi più potenti del Medio Oriente, Arabia Saudita e Iran, dove anche come abbiamo visto gli Stati Uniti hanno interesse a mantenere un influenza per la sua posizione strategica: lo Yemen controlla mezzo di quello stretto che collega il mar Rosso con il golfo di Aden e che è una via di commercio importante, anche per il passaggio del petrolio.

La sua popolazione è messa in scacco quindi, da guerre per procura e interessi geopolitici.

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Effetti collaterali Yemen per

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Il mondo intorno a Idomeni

Idomeni era un piccolo villaggio fino a solo qualche mese fa. Alla frontiera tra Grecia e Repubblica di Macedonia, a una settantina di chilometri da Salonicco. Nell’ultimo censimento del 2011 contava 154 abitanti. Ora il mondo intorno a Idomeni è fatto di tante tragedie e sprazzi di solidarietà. Ma su tutta questa disperazione c’è la scelta del governo di Skopje di costruire prima una, poi una seconda rete metallica con tanto di filo spinato. Da allora quel briciolo di terra di passaggio è diventato il muro inaccessibile.

Vediamo brevemente le ricadute di questa scelta sulla popolazione civile: una frontiera che fa paura e che sta generando terrore. Prima di tutto sui migranti bloccati a migliaia, almeno 15mila, stipati in un campo profughi. Poi le altre centinaia che non trovano spazio nemmeno nel campo e si arrangiano con teli plastificati e falò.

Tra loro rifugiati da Siria, Iraq e Afghanistan che si trovano per la porta verso l’Europa occidentale sbarrata. I migranti bollati come economici, provenienti da Marocco e Algeria, bloccati con il rischio di essere arrestati. I greci preoccupati per la crisi umanitaria provocata dalla scelta macedone. I macedoni terrorizzati che i serbi non riaprano mai più la loro frontiera.

In questo panorama desolante l’economia legata all’emergenza umanitaria, come quella di guerra, si infiltra in ogni crepa. La scorsa estate, quando il flusso dei profughi era già incessante sulla rotta balcanica, molti greci avevano comprato la licenza per diventare tassisti. Un investimento di 1.500 euro, ora andato in fumo, per portare le persone fino alla frontiera serba.

Poi ci sono i generi alimentari e soprattutto l’acqua. Il prezzo di mezza bottiglietta è lievitato da 50 centesimi a 2 euro sulla strada che porta da Salonicco a Idomeni. E così per molti alimenti base, tanto che il governo Tsipras è intervenuto imponendo prezzi fissi su latte, acqua, succhi di frutta e sandwich. Per chi sgarra, la multa è di 500 euro.

Intorno a Idomeni si aggirano i trafficanti senza scrupoli. La loro garanzia per passare e fendere quelle reti metalliche è in nuovi documenti. Un passaporto falso costa solo mille euro. L’altra alternativa che offrono ai migranti di ritentare un nuovo tragitto dalla Bulgaria e da lì attraversare le ostili montagne serbe. A gennaio due persone morirono di freddo proprio in questo percorso.

Ma il mondo intorno a Idomeni è fatto anche da un governo come quello di Atene che non si piega in silenzio alla realpolitik imposta dalla maggior parte dei colleghi europei, che assicura (e ha già iniziato a farlo) di voler sciogliere quel campo di disperazione in poco tempo, forse una settimana e trovare il modo di ricollocare in un posto dignitoso per chi scappa da guerra e fame.

A Idomeni ci sono poi le migliaia di volontari anche greci, oltre alle organizzazioni umanitarie, che portano aiuto, con quello che hanno: braccia, forza, generi di conforto e tempo, per chi ha smesso di calcolarlo e vive in un limbo infernale.

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Effetti collaterali Idomeni p

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Spagna, la battaglia dell’Ebro

Senza troppo clamore, almeno fuori dai confini della penisola iberica, in Spagna si sta profilando all’orizzonte una guerra per l’acqua. Sul fiume Ebro, il più grande del Paese che sfocia nel Mediterraneo, pende la spada di Damocle di un progetto portato avanti dal PP, il partito popolare.

Le acque del fiume secondo un Piano idrografico appena approvato dovrebbero andare ad irrigare le regioni più aride della Spagna. Questo significherebbe deviare più del 50% delle acque del fiume.

All’Ebro, che si trova in Catalogna, nella provincia di Tarragona, a quel punto verrà garantita una portata non inferiore ai 3.200 ettometri cubi all’anno. Ma nella zona finora gli ettometri cubi sono 7 mila. Sono le acque che garantiscono la sopravvivenza di una magnifica area umida diventata riserva naturale. La forma del delta appare come una freccia, che penetra il mare per 22 km. E’ il terzo per importanza nel mediterraneo dopo il Nilo e il Rodano.

Come la ben più valorizzata Camargue francese, la regione del Delta dell’Ebro ha le sue ricchezze naturali: tra piante e animali, tra cui 95 specie di uccelli che nidificano e fanno rifornimento nelle loro migrazioni.

Oltre ad una condanna per l’ambiente, la deviazione delle acque, colpirebbe una popolazione di oltre 3 milioni e mezzo di persone.

Il piano prevede di condurre le acque ad irrigare 465 mila ettari in più dell’industria agroalimentare di Castellón, Valencia, Murcia, Almería, Alicante, e di realizzare altri 79 nuovi bacini per potenziare questa volta l’industria idroelettrica. Ma la deviazione delle acque per molti specialisti significherebbe la scomparsa della riserva.

Se arriva meno acqua, ci sarebbero anche meno sedimenti e il mare avrebbe la meglio. A quel punto non reggerebbe alle mareggiate e il cuneo salino, cioè la barriera naturale che separa l’acque dolce dalla salata presto raggiungerebbe i pozzi nell’entroterra. Gli ambientalisti sono convinti che l’effetto sarebbe devastante non solo sull’ecosistema naturale ma anche sull’economia e i lavoratori della regione che dipendono dal delta e la sua acqua per vivere.

Un fiume privatizzato con un costo di 2 500 milioni di euro dicono dai vari comitati che già da anni si stanno mobilitando per difendere il delta dell’Ebro.

Siti dei comitati: http://www.ebre.net/bloc/

http://www.unizar.es/fnca/index3.php?pag=1&id=1

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    Cristina Artoni
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Podemos e Ciudadanos: largo agli emergenti

Non ci sarà la spallata definitiva al vecchio apparato politico spagnolo. Ma le elezioni generali di oggi rappresentano sicuramente un punto di non ritorno. I partiti emergenti, Ciudadanos e Podemos, anche nella loro differenza siderale, sono riusciti negli ultimi sei mesi di campagna elettorale a prendere il sopravvento sui dinosauri del panorama politico spagnolo, che resta però difficile da travolgere completamente. La consultazione è vissuta come la più incerta degli ultimi anni e soprattutto dovrebbe segnare la fine del bipartitismo spagnolo.

Secondo gli ultimi sondaggi il Partito Popolare vincerà ma non riuscirà ad ottenere la maggioranza assoluta. Per la sua sopravvivenza sarà quindi importante vedere chi conquisterà il secondo posto. La speranza per il PP si concentra in Ciudadanos, partito conservatore e appunto emergente. Anche se il suo leader Albert Rivera ha finora escluso la possibilità di appoggiare un nuovo governo Rajoy, come escamotage i popolari potrebbero nominare alla testa del nuovo esecutivo la numero due del partito, Soraya Saenz de Santamaria.

Ma i giochi non sono per nulla scontati e potrebbe proprio essere l’altra formazione emergente, Podemos, a mettere i bastoni tra le ruote all’attuale partito di governo. Guidato da Pablo Iglesias ed espressione delle piazze che quattro anni fa hanno dato vita al movimento degli Indignados, Podemos potrebbe essere il secondo partito, posizione che si gioca insieme ai socialisti del PSOE. A rivelarlo sulla base di un sondaggio realizzato dal governo è stato lo stesso primo ministro Mariano Rajoy nel corso di un incontro in settimana a Bruxelles dei vertici dell’UE.

Il leader del PP si confida con la cancelliera Angela Merkel e il leader britannico David Cameron, che reagiscono, come ripreso da molte telecamere  con volto preoccupato all’ipotesi che Podemos possa conquistare una reale posizione istituzionale. Gli incastri degli ultimi giorni, in una campagna elettorale diventata una battaglia senza esclusioni di colpi, vedono anche l’ipotesi che i tre partiti non governativi, quindi PSOE, Ciudadanos e Podemos creino una coalizione che tagli fuori i Popolari.

Un quadro incerto quindi ma che riporta fedelmente il dibattito in corso in Spagna negli ultimi anni. Una sfiducia verso i partiti politici tradizionali scatenata sopprattutto dalla crisi ma che ha profonde radici nel passato.

Il leader di Ciudadanos, Albert Rivera ha cavalcato la smania di nuovo declinandola secondo un refrain conservatore: “Riforme senza strappi, cambiamenti senza rivoluzioni”. Tanto che ad ogni meeting i suoi slogan di chiusura erano “La nuova politica vince contro la vecchia” e “Siamo alla seconda transizione”.

Per la sinistra espressa da Podemos invece il rush finale di campagna è stato cadenzato dall’invito ai cittadini a spingere per la “remontada”. Una rimonta necessaria per una formazione che fino a sei mesi fa, prima di una serie di inceppi politici, veniva considerato in grado di dare quella spallata al PP, che ora ha il sapore di appuntamento mancato. Podemos forse paga anche il protagonismo esasperato del suo leader, Pablo Iglesias che da grande comunicatore ha sicuramente saputo sfruttare il mezzo televisivo, ma forse così tanto nell’esserne fagocitato. I suoi santi strali “contro i potenti e a favore dei poveri”, ripetuti ciclicamente hanno perso la forza iniziale.

Ma Podemos sul terreno ha anche il sostegno di due realtà di governo locale che stanno facendo scuola. A Madrid la sindaca Manuela Carmena e a Barcellona Ada Colau. Sopratutto quest’ultima si è spesa nel corso della “remontada” per la crescita di Podemos. “Abbiamo già cambiato questo paese” ha detto Ada Colau con voce rotta dall’emozione nel corso di un intervento in un meeting elettorale a Madrid lo scorso 13 dicembre. “Mentre siamo qui a urlare tutti insieme “Sì, se puede” non posso non pensare i passi che abbiamo fatto dal 2008, quando iniziò l’enorme truffa passata sotto il nome di crisi. Ora oltre a dire ‘sì, se puede’ diciamo ‘sì, se debe!'”.

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    Cristina Artoni
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Hotspot in Sicilia, la macchina dei respingimenti

È passato poco più di un mese dalla dichiarazione della portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati Carlotta Sami che giudicava “un primo passo positivo” il programma di ricollocamento dei migranti. Il piano, deciso da Bruxelles dopo una serie di vertici, era stato presentato come lo sviluppo di un sistema di prima accoglienza per i migranti irregolari in arrivo sul suolo europeo da ridistribuire poi sul resto del continente con il sistema delle quote.

In realtà il progetto si sta delineando sempre più come una grande macchina organizzativa attraverso la quale eseguire dei respingimenti e deportazioni con metodi dai contorni non ancora del tutto chiari. La Sicilia, insieme alla Grecia, porta principale di accesso al suolo dell’Unione, è diventata involontariamente anche il primo laboratorio del programma deciso da Bruxelles.

A Catania è stato aperto un ufficio dell’agenzia europea Frontex. A Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Porto Empedocle e Augusta, luoghi considerati “punti caldi” dove si registrano il maggior numero di arrivi, sono stati attivati i famosi hotspot, di fatto dei centri di identificazione. Sono pochissimi i migranti che hanno la possibilità di presentare richiesta di asilo con la speranza poi di poter raggiungere regolarmente un altro Paese europeo che ha accettato di introdurre la pratica delle quote.

Ai nuovi arrivati nei porti siciliani la polizia realizza un’ intervista sbrigativa e poi consegna un decreto che intima di lasciare l’Italia entro sette giorni. Centinaia di persone finiscono per strada senza sapere dove andare. Sono i cosiddetti “respingimenti differiti” contro il migrante considerato “economico”. Si tratta di uomini e donne provenienti da tutta l’Africa occidentale: Burkina Faso, Mali, Gambia, Senegal, Nigeria, Togo, Costa D’Avorio e Guinea.

I vertici di Frontex smentiscono che gli unici a poter presentare richiesta d’asilo siano i migranti provenienti da Siria e Eritrea. Ma le conferme arrivano dalla stessa Questura di Catania. Radio Popolare ha potuto incontrare nelle strade del centro della città decine di migranti, allontanati dai centri di accoglienza e lasciati senza nessun tipo di aiuto da parte delle istituzioni.

Secondo anche le denunce dell’Associazione Borderline Sicilia, molti arrivano da Lampedusa dove all’interno dell’hotspot sono state effettuate pre-identificazioni da parte dei funzionari della questura in collaborazione con gli operatori di Frontex che sono ormai in pianta stabile sull’isola. I migranti lasciati senza nessuna assistenza a Palermo, Agrigento e Catania raccontano che nel corso dell’identificazione viene chiesto soltanto il nome, la data di nascita e la nazionalità. Nessuna domanda sul motivo della fuga dal Paese, sull’intenzione di chiedere asilo e soprattutto non viene consegnata l’ informativa sui loro diritti in Italia, come impone la legge.

Da Wikimedia. Fote: Frontex. Dati ad ottobre 2015
Da Wikimedia. Fote: Frontex. Dati ad ottobre 2015

La procedura per registrare i migranti resta simile a quella utilizzata fino ad ora: vengono identificati grazie al fotosegnalamento e alla rilevazione delle impronte. Tutto questo entro 48 ore dall’arrivo. Sono operazioni, svolte da personale italiano con la supervisione di Frontex, su cui manca una reale trasparenza, come Radio Popolare ha potuto constatare nel corso del reportage sul campo. I procedimenti di respingimento vengono giustificati in modo contraddittorio. Le prassi cambiano da un hotspot all’altro. Tanto che la Commissione Ue sarebbe pronta ad aprire nei confronti di alcuni Paesi tra cui l’Italia un procedimento di infrazione per non aver attivato il sistema sulle impronte digitali dei migranti richiedenti asilo.

Una nuova conferma da parte di Bruxelles sulla linea politica da adottare per il fenomeno migratorio: dare una risposta militare a un flusso inarrestabile. Non è solo una sensazione ma gli elementi sono sotto i nostri occhi, come sottolinea Borderline Sicilia: “Il governo italiano, spinto dalla governance europea, ha deciso di adottare alcune prassi che esercitano la discrezionalità delle forze di polizia, italiane ed europee ed escludendo la giurisdizione e la legalità. Queste dinamiche appaiono del tutto ‘fuori legge’, ‘fuori dal diritto’ in quanto basate su trattamenti disumani e degradanti della persona”.

Ascolta il reportage completo andato in onda su Candide

Reportage Frontex Catania

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    Cristina Artoni
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